L’azione degli altissimi flutti chiara appariva sul lido per una distesa maggiore dicento miglia (35 leghe). Quantunque svariato fosse il quadro per quelle cento miglia, ed anche a maggior lontananza, ciò nulla meno non iscorgemmo traccia veruna d’esistenza animale; tutta volta poteva il guardo nostro abbracciare a suo grado tutta quella distesa di terreno.
Parecchie di quelle valli sono chiuse da maestosi colli di forma conica sì perfetta, che sarebbesi tentato stimarli opera dell’arte più squisita, anzichè della natura. Essi attraversarono il canovaccio senza che pur avessimo il tempo di seguirli nella loro fuga, ma immantinenti dopo s’affacciò ai nostri sguardi una serie di quadri siffattamente nuovi, che fu forza, il dottor Herschel ordinasse di rallentare il moto, perchè potessero meglio essere considerati. Era una catena non interrotta di vaghi obelischi, o sottilissime piramidi aggroppate irregolarmente: ciascun gruppo si componeva di trenta o quaranta guglie, e quelle guglie erano perfettamente quadrate, ed incornicciate sì bene, quanto i più bei modelli di cornici di cristallo. Tutta quella massa era colorata d’un lillà pallido splendidissimo. Credetti allora per certo esserci imbattuti in produzioni d’arte, ma il dottor Herschel osservò sagacemente, che se i lunari potevano edificare simili monumenti nello spazio di 10 o 15 leghe, se ne avrebber dovuto rinvenir altri prima di ora di carattere meno dubbio. Egli decise esser quelle probabilmente formazioni di quartz di color amatista vinoso; e dopo siffatta indicazione, ed altre ancora, ch’egli avea ottenute sulla potente azione delle leggi di cristallizzazione in quel pianeta, ci promise un campo dovizioso di studi mineralogici. L’introduzione d’una lente confermò appieno la sua conghiettura. Erano diffatti mostruose amatiste di color rosso-pallido, sfavillante in modo sì intenso da pareggiar i raggi del Sole. Esse variavano d’altezza di 60 a 90 piedi per la più gran parte, quantunque ci a venisse di mirarne altre molte di altezza assai più incredibile. Noi le osservammo in una sequela di valli, disgiunte da linee longitudinali di colline rotonde, elevate, e leggiadramente ondeggianti; ma ci sorprese soprattutto l’invariabile sterilità delle valli, che contenevano que’ maravigliosi cristalli, e le pietre di tinta ferruginosa, forse piriti di ferro, che ne coprivano il suolo.
L’estremità settentrionale in tutta la sua larghezza di cento leghe almeno avendo attraversato il nostro piano, noi giungemmo ad una regione alpestre e selvaggia, ricoperta d’alberi più grandi, e di foreste più estese di quelle che avevan prima veduto. La specie di quegli alberi non può venir descritta per aggiustata analogia; parevano però simili alle querce delle nostre foreste. La chioma ne era di gran lunga più bella, conciossiaché constasse di larghe foglie, splendide come quelle dell’alloro. Trecce di fiori gialli sospesi ai rami, e quasi cadenti al suolo ondeggiavansi con leggiadria ne’ luoghi sforniti di piante.
Poiché trascorsero quelle montagne, noi vedemmo tal regione, che ne riempì di stupore. Era una valle ovale, cinta da ogni lato, fuorché ad una piccola fessura verso il Sud, da colline rosse, come il più puro vermiglio, ed evidentemente cristallizzate; imperocché dovunque era veduta una spaccatura (e queste spaccature erano spesse, e d’immensa profondità) le sezioni perpendicolari offrivano delle masse agglomerate di cristalli poligoni eguali gli uni agli altri, e distribuite in istrati profondi. Il colore diveniva vieppiù oscuro all’avvicinarsi dell’imo de’ precipizi, innumerevoli cascate sgorgavano dal seno di quelle rocce scoscese; talune scaturivano fin dalle loro sommità, e con forza tale, che formavano degli archi di varie braccia di diametro...
... Alle falde di quelle colline stava una zona di bosco circondante l’intiera valle; ella contava a un dipresso sei o sette leghe nella maggior sua larghezza, e dieci di lunghezza; una collezione d’alberi di qualsiasi specie, che umana mente immaginar possa, era sparsa su quell’amena superficie....
Litografia della Grande Burla della Luna - Great Moon Hoax - 25 agosto 1835
... Al rezzo delle piante, dal lato sud est, scorgemmo numerosi armenti di quadrupedi bruni, che mostravano tutta l’apparenza del bissonte, ma più piccoli d’ogni altra specie del genere bos della nostra storia naturale; la coda di quegli animali somigliava a quella del nostro bos grunniens, ma sia pel suo corpo semicircolare, sia per la gobba, che sovracaricava le spalle di lui, sia per la lunghezza della giogaja, e del pelo arricciato, pareva assai meglio alla specie, cui dapprima il paragonai; tuttavia era segnato da un tratto oltremodo caratteristico, e che riconoscemmo dappoi appartenere a pressoché tutti i quadrupedi lunari; consisteva questo in una bizzarra visiera di carne situata al di sopra degli occhi, la quale attraversava la fronte in tutta la sua larghezza, e confinava colle orecchie. Ebbimo a scorgere distintissimamente, che una massa di crini svolazzava sul davanti, a guisa d’una vela, che avesse nella sua parte superiore la forma del cappello sì ben noto alle signore sotto il nome di cappello alla Maria Stuart. L’animale alzava, ed abbassava quella vela per mezzo delle orecchie. Il dottore Herschel opinò con aggiustatezza esser quello un benefizio della Provvidenza per proteggere gli occhi dell’animale dalla troppa gran luce, e dalle troppo lunghe tenebre, cui vanno periodicamente esposti tutti gli abitatori dal nostro lato della luna.
Il secondo animale, che scorgemmo sarebbe classificato nella storia naturale fra i mostri. Era di color azzurognolo, e della grossezza di una capra, di cui aveva il capo e la barba; nel mezzo della fronte sovrastava un sol corno lievemente inclinato al disopra della linea orizzontale. La femmina non aveva nè corno, nè barba, ma la sua forma era alquanto più lunga. Camminavano a stormi, ed abbondavano specialmente sulle chine della selva sfornite d’alberi. Per l’eleganza, e la simmetria delle forme quell’animale stava al paro della gazzella, e pareva come questa agile, e festevole; si vedevano correre con velocità straordinaria, e saltellare sull’erbuccia follemente come un agnelletto, od un gattuccio.
Quella vezzosa creatura ci fornì il più incantevole spettacolo. La mimica de’ suoi movimenti sul nostro canovaccio bianco inverniciato era fedele, ed animata al paro di quella d’un animale, che si veda a due passi da noi sul timpano d’una camera oscura.
Soventi quando tentavamo di sovrapporre le nostre dita sulla loro barba svanivano ad un tratto come per ischivare la nostra terrestre impertinenza, ma sittosto comparivano altri animali, cui era impossibile il vietare di roder l’erba per quanto dicessimo, o facessimo.
Esaminando il centro di quella deliziosa valle avvisammo un fiume spartito in parecchi rami, che racchiudevano delle isole incantevoli dove vivevano uccelli acquatici d’innumerevoli sorte. Quella somigliante al pellicano grigio era la più numerosa. Avevano costoro il dissopra del capo bianco e nero, le gambe, ed il becco lunghi oltre ogni dire. Esaminammo lunga pezza i loro movimenti, mentre si affaccendavano a cogliere i pesci, speranzosi di scoprire un pesce lunare; ma quantunque la sorte non ci abbia favoriti a tale riguardo, potemmo tuttavia di leggieri indovinare la ragione, per cui immergevano il loro collo sì profundamente al disotto dell’acqua. Presso l’estremità superiore d’una di quelle isole ci fermò lo sguardo l’apparizione effimera d’una strana creatura anfibia di forma sferica. Ella rotolò con grande velocità pei ciottoli del lido, e finì col perdersi nella corrente rapida che s’agitava da quel punto dell’isola. Fummo astretti ad abbandonar quella valle piena di vita senza esplorarla. Delle nubi s’ accumulavano evidentemente nell’atmosfera lunare, avvegnacché la nostra fosse perfettamente pura. Ma una tale osservazione era per se stessa una scoperta interessante; giacchè sinora quasi tutti gli astronomi o posero in dubbio, o niegarono l’esistenza di un atmosfera umida intorno a quel pianeta.
Nella notte seguente ritornammo ad esaminare Endimione; scorgemmo, che ognuna delle sue divisioni era vulcanica e sterile, e che al di là si estendevano le regioni più ricche, e più produttive, che umana fantasia possa creare. Fra esse il dottor Herschel non contò meno di trentotto specie di alberi, quasi e il doppio di tal numero di piante; que’ vegetali differivano affatto da tutti quelli, che si erano scoperti alla latitudine più vicina all’equatore. Distinse nove specie di mammiferi e cinque di ovipari; fra i mammiferi esistevano animali simili al daino, all’alce, al cervo d’America, all’orso cornuto, ed al castoro bipede. Quest’ultimo rassomiglia al castoro terrestre, fuorché non ha coda, ed è uso a camminare sui due piedi; porta i suoi nati fra le braccia, come l’uomo, corre velocemente,
ma quasi sdrucciolando, e la sua capanna e più alta di quella maggior parte delle tribu selvagge; al vedere il fumo, che usciva da quasi tutte le capanne non lasciava dubbio, ch’ei conoscesse l’uso del fuoco. La sua testa ed il suo corpo non variano gran fatto da quelli dei castori del nostro pianeta. Questa specie non fu trovata che sulle sponde de’ laghi e dei fiumi, nelle acque de’ quali furono visti affondarsi per lo spazio di alcuni minuti.
Litografia della Grande Burla della Luna - Great Moon Hoax - 1835
All’estremità sud di quella valle havvi una volta o caverna naturale, alta duecento piedi, e larga cento. Un torrente ne scaturisce, e si precipita al dissopra di grandi rocce bigie, alte ottanta piedi. Allora si suddivide in una moltitudine di rami, ed irrora una magnifica campagna di parecchie miglia. Un vastissimo lago giace lungi trenta miglia da quella cateratta. Egli occupa il 7,000,000 dei miglia contenuti in quella parte della luna.
Quel lago pare un mare interno; la sua larghezza dell’Est all’Ovest conta 119 miglia, e dal nord al sud 266. La sua forma verso il nord si approssima a quella della baja di Bengal. È seminato d’isolette per la maggior parte vulcaniche; due delle quali dal lato d’Est, sono in quest’istante in piena eruzione; ma il nostro vetro più forte era ancor troppo debole ad esaminarle convenevolmente, a motivo delle nubi di fumo, e di ceneri, che oscuravano il nostro campo di vista. Nella baja dal lato d’Ovest si prolunga un’isola di cinquantacinque miglia, a foggia di mezza luna. In tutta la sua estensione ella è sfavillante d’ammirabili bellezze naturali, tanto del regno vegetale, che dell’animale. Le colline di quell’isola sono coronate da immensi quartz di color giallo-scuro sì splendido, che ci parvero a prima vista piramidi ignee. Le vedevamo slanciarsi in aria dalla sommità di quelle alture, i di cui fianchi parevano coperti d’ammanto di velluto.
Tutto era incanto nelle vallette di quell’isola sinuosa. Guglie a spirali sorpassavano di tanto in tanto gli alberi d’una selva verdeggiante, in quella guisa, che i campanili delle chiese di valle d’Owest Morelan dominano i serti di boschi che li attorniano. Colà noi scorgemmo per la prima volta il palmeto a stanga, che non varia da quello delle nostre latitudini tropiche, se non per un ingente fiore violaceo, che rimpiazza lo spadix. Non ci venne fatto di veder frutti sur alcuno di quegli alberi, ed avvisammo ciò provenire dagli estremi del clima lunare. Tuttavia mirammo sur una pianta simile a quella del pepone abbondantissime frutta che ci parvero toccar il grado di maturità. La tinta generale di que’ boschi era il verde-scuro, quantunque vi si potesse scorgere un miscuglio di tutte le tinte delle nostre selve nelle diverse stagioni. I colori autunnali si maritavano a quelli della primavera, e presso ai ridenti ammanti della state s’ergevano alberi sfrondati, quasi vittime dell’inverno. Pareva, che tutte le stagioni di quei luoghi si porgessero amica mano e formassero in cerchio una perpetua armonia. Quanto agli animali, noi non vedemmo, che un elegante quadrupede spoglio di peli, alto tre piedi all’incirca, quasi simile ad una piccola zebra. La sua razza viveva a piccoli stormi sulla verde erbuccia delle colline.
Scorgemmo inoltre due o tre specie d’augelli dalle lunghe code, che ci parvero fagiani, gli uni azzurri, e gli altri dorati, e sulle sponde dell’isola riconobbimo una moltitudine di pesci dalla conchiglia univalva. Fra loro stavano varie conchiglie appiattite e di grande dimensione, che i miei compagni giudicarono, che fossero cornu amonae. Confesso, che dovetti in quel punto convenire che non erano ciottoli quelli da noi visti sulle spiagge del Mare nubium. Le rocce scoscese della spiaggia erano profondamente minate dalle onde, ed intralciate da caverne; stalattiti di cristallo giallo più grossi della coscia d’un uomo pendevano da ogni lato. Non esisteva palmo di terreno in quell’isola, il quale non fosse cristallizzato; masse di cristalli erano quà e là sparse lungo il lido, che esploravamo; altre brillavano per entro le anfruttuosità del terreno. L’aspetto di tutti quei cristalli era così straordinario, che faceva di quei luoghi una finzione di racconti orientali, anziché la realtà d’una natura lontana trasportata col mezzo della scienza ad una dimostrazione oculare. La dissomiglianza evidente tra quest’isola, e quelle già vedute prima nelle acque, e l’estrema sua vicinanza alle terre principali ci fecero supporre, che un tempo ne fosse stata parte. A confermare una siffatta opinione giovava l’osservare, che la sua baja principale abbracciava il corpo avanzato d’una catena di più piccole isole, che confinavano colla terraferma. Quella roccia era di quartz puro, e contava tre miglia di circonferenza. Sorgeva come un giro nudo, e maestoso di profondità azzurre, e non offeriva né sponde, né asili. Brillava avanti il sole, come puro zaffiro, e più piccole isole brillavano parimenti a lei intorno.

Litografia della Grande Burla della Luna - Great Moon Hoax - Anfiteatro di rubino per il New York Sun, 28 agosto 1835 dal quarto articolo della serie
La pianura, che si prolunga sino alle sponde del lago, presenta un pendio dolce, senz’alcuna prominenza, se non che vi si scorge una certa enfiatura di terreno coperto da boschi sparpigliati qua e là con capricciosa selvatichezza. La spaventevole altezza di quelle montagne perpendicolari di color cremisi sfavillante contrastava colla frangia di foreste, che coronava la loro fronte, e colla verzura, di cui la pianura formava un tappeto a’ loro piedi. Esse dipinsero sul nostro canovaccio, ma ci si apparò una fedelissima veduta di tutto il rimanente. Avevano essi una taglia media, e quattro piedi d’altezza; erano ricoperti, dalla faccia in fuori, da lunghi peli folti come i capelli, ma brillanti, e del color di rame; portavano ali composte d’una membrana sottilissima, che pendevan loro dietro il dorso in modo agiato dall’apice delle spalle sino alla polpa delle gambe. La figura loro del color di carne giallastra era alquanto meglio conformata di quella dall’orang-outan, se non che traspariva dai loro volti un’espressione più chiara, e più intelligente, ed avevano la fronte assai più larga. Tuttavia la bocca era molto prominente, quantunque d’alcun poco nascosta dalla folta barba alla mascella inferiore, e da labbra, che sapevano più d’umano di quelle di qualsiasi specie della famiglia delle scimmie. Generalmente la simmetria de’ loro corpi era infinitamente superiore a quella delle membra dell’orang-outan. Il luogotenente Drummond affermava, che, tolte loro le ali, avrebbero pur fatta in una parata bella mostra di se, quanto la maggior parte degli antichi nostri coscritti. I capelli erano di colore più scuro del pelo del corpo; ricciuti un poco, ma meno lanosi, per quanto ne potemmo giudicare; stavano ordinati sulle tempie a foggia di due semi-cerchi singolari affatto. Non potemmo scorgere i piedi loro, che allorquando li alzarono per camminare; ciò non ostante osservammo esser questi sottili alla punta, e protuberanti al tallone.
A misura, che i loro gruppi passavano sul canovaccio, chiaro appariva, che erano ingaggiati in una conversazione. I loro gesti, e particolarmente le variate azioni delle mani e delle braccia, parevano appassionati ed enfatici. Da ciò conchiudemmo, che fossero esseri intelligenti, quantunque di grado meno elevato di coloro, che scoprimmo il mese vegnente sulle sponde della baja dagli arco-baleni, e capaci di produrre opere d’arte.
Vespertilio Homo 1836 - Abitante della luna per la Grande Burla della Luna
Alla seconda volta, che li vedemmo ci fu fatto di considerarli più attentamente ancora. Noi li scorgemmo sul lido d’un laghetto o gran fiume, che scorreva verso la valle del gran lago, ed aveva sulle sue sponde orientali un ameno boschetto. Alcuni di quegli esseri avevano attraversato dall’una sponda all’altra, e vi stavano distesi come aquile. Ci venne dato allora d’osservar, che le loro ali avevano una distesa enorme, e parevano per la struttura simili a quelle del pipistrello. Erano desse formate d’una membrana semitrasparente, che si dispiegava in divisioni curve col mezzo di raggi diritti legati al dorso con tegumenti dorsali. Ma ci maravigliò sovratutto il vedere, come quella membrana si stendesse dalle spalle sino alle gambe legata al corpo, e diminuisse gradatamente di larghezza. Quelle ali sembravano pienamente sottoposte al volere di quegli esseri, poiché li vedemmo tuffarsi nell’acqua, e quindi stenderle subito per tutta la loro dimensione, e scuoterle dopo essere usciti dall’onda alla guisa delle anitre, e racchiuderle tantosto in forma compatta. Le osservazioni fatte sulle abitudini di quelle creature, che erano dei due sessi, ci condussero a sì notevoli risultamenti, che amerò a vederli fatti di pubblica ragione coll’opera del dottore Herschel, dove so di positivo, che vi stanno descritti con verità conscienziosa, qualunque sia per essere l’incredulità con cui saranno lette.
Alcuni istanti dopo le tre famiglie stesero le ali loro, quasi ad un tempo, e si perdettero fra gli oscuri confini del canovaccio, prima che ci rilevassimo dalla nostra sorpresa. Quegli esseri furono da noi appellati scientificamente uomini pipistrelli (vespertilio homo). Ei sono certamente esseri innocenti e felici.
Nomammo la valle, in cui vivono, il coliseo di rubini, a motivo de’ magnifici monti da cui è attorniata. La notte essendosi fatta tardissima rimandammo l’esame di Petarius (n. 20) ad altra occasione...
Delle scoperte fatte nella luna del dottor Giovanni Herschel
Richard Adams Locke
Traduzione Anonimo
Edgar Allan Poe nel giugno del 1835, tre settimane prima della comparsa del primo articolo di Locke, pubblica sul Southern Literary Messenger " Hans Phaall - Una storia ", e di conseguenza, sostenuto dal New York Herald antagonista del New York Sun, accusa il giornale di aver copiato la descrizione della Luna dal suo racconto. A voi fare il raffronto:
" 17 aprile
la mia attenzione si concentrò innanzi tutto sull’aspetto materiale in genere della luna. Si stendeva sotto di me come una carta geografica e, anche se, a mio giudizio, era ancora piuttosto lontana, i solchi che ne rigavano la superficie si presentavano, ai miei occhi, con una nitidezza eccezionale e inconcepibile. La totale assenza di oceani o mari, perfino di laghi o fiumi fu, a una prima occhiata, quella che mi sembrò la caratteristica principale della sua natura geologica. Eppure, strano a dirsi, osservavo vaste regioni piatte, di carattere decisamente alluvionale, pur se l’emisfero che potevo vedere era in massima parte coperto di innumerevoli montagne vulcaniche a forma conica, che sembravano protuberanze più artificiali che naturali. La più alta non supera le 3.75 miglia di elevazione perpendicolare; ma una mappa dei distretti vulcanici dei Campi Flegrei darebbe alle Eccellenze Vostre un’idea più precisa di qualsiasi inadeguata descrizione io possa tentare di formulare. In gran parte quei vulcani erano in stato di evidente eruzione, facendomi minacciosamente comprendere la loro violenza e la loro forza con ripetute fuoruscite di – erroneamente dette – pietre meteoritiche che adesso schizzavano in alto, verso l’aerostato, con una frequenza sempre più terrificante ... "
... Comunque, ora mi trovavo vicinissimo al pianeta, in vertiginosa discesa. Non persi un attimo, quindi, a gettare fuori bordo prima la zavorra, poi i barili dell’acqua, e poi l’apparecchio di condensazione, l’involucro di gomma elastica e, in breve, tutto quel che c’era nella navicella. Ma inutilmente. Continuavo a precipitare con rapidità spaventosa e ora non ero che a mezzo miglio dalla superficie. Come ultima speranza, dopo essermi sbarazzato di giacca, cappello e stivaletti, tagliai via dal pallone la navicella stessa, il cui peso era considerevole e, aggrappandomi con entrambe le mani alla rete, ebbi a malapena tempo di osservare che l’intera area, fin dove poteva spingersi lo sguardo, era fittamente costellata di minuscole abitazioni, prima di piombare a capofitto nel bel mezzo di una città fantastica, fra una moltitudine di esseri piccoli e brutti, nessuno dei quali aprì bocca o fece il minimo cenno di prestarmi aiuto, rimanendosene lì come una massa di deficienti, sghignazzando e squadrando di traverso me e il pallone, con le mani sui fianchi. Li ignorai con disprezzo e, guardando in alto, verso la Terra, così da poco abbandonata, e forse abbandonata per sempre, la vidi come un enorme, opaco scudo di rame di circa due gradi di diametro, fisso e inamovibile nel cielo sopra di me, con uno dei bordi illuminati da una crescente falce di oro brillante. Non si scorgeva traccia di mari o continenti, e il tutto era oscurato da macchie di vario colore, cinte dalle fasce tropicali ed equatoriali ... "
" ... Le Eccellenze Vostre potranno infatti facilmente supporre che, dopo una permanenza di cinque anni su un pianeta non solo estremamente interessante per le sue straordinarie caratteristiche ma doppiamente tale per il suo intimo legame, in qualità di satellite, con il mondo abitato dall’uomo, io sia in possesso di notizie riservate per il Collegio di Astronomia statale, ben più importanti dei sia pur sorprendenti particolari circa il puro e semplice voyage, così felicemente conclusosi. E così è, in effetti. Ho molte, moltissime informazioni che sarei felicissimo di comunicare. Informazioni sul clima del pianeta; sulle sue stupefacenti escursioni termiche; sul solleone, ardente e implacabile per quindici giorni, e il gelo polare per i quindici giorni successivi; sul costante passaggio di vapore condensato, mediante distillazione come quella in vacuo, dal punto direttamente sottostante il Sole all’estremo opposto; su una zona variabile di acqua corrente; sugli abitanti stessi, i loro usi, costumi, istituzioni politiche; sul fatto che siano privi di orecchie, appendici superflue in un’atmosfera tanto diversa; e sulla loro conseguente ignoranza circa l’uso e le proprietà della parola, che essi hanno sostituito con un singolare sistema di intercomunicazione; sull’inspiegabile nesso fra tutti gli abitanti della Luna e alcuni abitanti della Terra – nesso analogo, e analogamente fondato, a quello esistente fra le orbite del pianeta e del satellite, grazie al quale la vita e il destino di chi vive sull’uno sono legati e intrecciati alla vita e al destino di chi vive sull’altro; e soprattutto, così piaccia alle Eccellenze Vostre, soprattutto su quegli oscuri e insondabili misteri che si annidano nelle estreme regioni lunari, regioni che, in virtù della quasi miracolosa sincronia fra la rotazione del satellite sul proprio asse e la sua rivoluzione siderale intorno alla Terra, ancora non si sono offerte – e, per grazia di Dio, mai si offriranno – all’indagine telescopica dell’umanità. Tutto questo e molto, molto di più, sarei dispostissimo a rivelare. Ma, per farla breve, devo averne una ricompensa ... "
L'incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall*
Edgar Allan Poe
Traduzione Nicoletta Rosati Bizzotto
L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall* = Il titolo del racconto di Edgar Allan Poe fu rivisitato più volte:
Hans Phaall - 1840, Tales of the Grotesque and Arabesque
The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall- 1850, Works, Mabbott-Pollin
Lunar Discoveries, Extraordinary Aerial Voyage of Baron Hans Phall, pubblicato in 4 parti sul New York Transcript - 2/5 settembre 1835
The Adventures of One Hans Pfaall - 1867, Prose Tales of Edgar Allan Poe
Se fosse stato ancora vivo Carlo Goldoni forse anche lui avrebbe potuto accusare Locke di avergli rubato l'idea perché il 29 gennaio del 1750 viene messo in scena " Il mondo della luna " un suo dramma giocoso in 3 atti musicato da Baldassare Galuppi in cui è rappresentata la farsa architettata dall'astrologo Ecclitico che per sposare Clarice e per far sposare Flaminia al suo amico Ernesto, dice all'ingenuo Buonafede, padre delle due ragazze, di aver costruito un cannocchiale attraverso il quale si può vedere cosa c'è sulla Luna e con l'aiuto di un elisir arriva addirittura a fargli credere di essere sulla Luna davanti all'imperatore che lo invita ad acconsentire alle nozze.
Ecclitico
La luna è un corpo diafano
che dai raggi del sol è illuminato;
ma in quel bel corpo luminoso e tondo
che credete vi sia? V’è un altro mondo.
Buonafede
Oh che cosa mi dite?
Colà v’è un altro mondo?
Ma cosa son quei segni
che si vedon nel corpo della luna?
So che un giorno mia nonna,
la qual non era sciocca,
mi disse ch’ella avea gli occhi e la bocca.
Ecclitico
Scioccherie, scioccherie. Le macchie oscure
son del mondo lunar colline e monti.
Non già monti sassosi,
come da noi veggiam, ma son formati
d’una tenue materia,
la qual s’arrende e cede
alla pression del piede;
indi s’alza bel bello e non si spacca,
onde l’uomo camina e non si stracca.
Buonafede
Oh che bel mondo! Ma ditemi, amico,
come siete arrivato
a scoprir cosa tale?
Ecclitico
Ho fatto un canocchiale
che arriva a penetrar cotanto in dentro
che veder fa la superficie e il centro.
Individua non solo
i regni e le provincie
ma le case, le piazze e le persone.
Col mio canocchialone
posso veder lassù per mio diletto
spogliar le donne quando vanno a letto.
Buonafede
Oh bellissima cosa!
Ma dite, non potrei,
caro Ecclitico mio,
col vostro canocchial veder anch’io?
Ecclitico
Perché no? Benché io sia
solo inventor della mirabil arte,
voglio che ancora voi ne siate a parte.
Buonafede
Obbligato vi sono e vi sarò.
Vederete per voi cosa farò.
Ecclitico
Nella specula entrate,
nel canocchial mirate.
Cose belle vedrete,
cose rare, per cui voi stupirete.
Il mondo della Luna - Atto I
Carlo Goldoni
Dal libretto dell'opera Il mondo della luna di Carlo Goldoni - 1794
Quando In Italia, giunge la rivoluzionaria notizia rivelata dal New York Sun Pulcinella dice:
S'io no lo bbevo
S’io non lo ttocco
Io no lo credo
Non mme lo mmocco!
Partenza di Pulcinella per la luna
Disegni di Salvatore Fragola
Ed ecco che costruisce la sua navicella a forma di veliero per andare a verificare di persona, e nella litografia della sua partenza è illustrato il telescopio di Herschel. Dopo il viaggio afferma:
Arrivo di Pulcinella sulla luna
Disegni Salvatore Fragola
Mirabbilia aggio visto e aggio toccato
Ercel le scoperte toje frietelle
Io cchiù sfunno de te songo arrivato
E aggio visto cose strane e belle
’Nfaccia a sta vela videle pittate.
Ritorno di Pulcinella dalla luna
Disegni Salvatore Fragola
Nel 1857 il nostro Ernesto Capocci, astronomo e ex direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, otto anni prima di Jules Verne e del suo " Dalla Terra alla Luna " fa pubblicare un racconto fantascientifico che ha lo scopo di divulgare la conoscenza astronomica: " Relazione del primo viaggio alla Luna fatto da una donna l’anno di grazia 2057 " ed è Urania, una donna come si legge nel titolo, a raccontare la storia del viaggio di cui è protagonista:
" ... La faccia argentea ... mi si offriva come in un cannocchiale di grandezza ordinaria, ma la visione era assai più viva e distinta; ora non la guardavo non più un piccolo foro con un solo occhio, ma la vedevo e la godevo liberamente con entrambi gli occhi spalancati, che non sapevano saziarsene. Essa, peraltro giunta al suo pieno, sembrava una mappa geografica, non essendo ancor discernibile per la distanza la convessità del suo emisfero, sul quale si proiettano le parti salienti della superficie. Ma pure così lontana, destava grande interesse: si scorgevano i tratti principali delle sue formazioni geologiche, i quali sarebbero presto sfuggiti tra gli svariati particolari topografici della scabrosissima superficie. A prima vista essa mostrava una grande analogia con un planisfero terrestre, ma nel tempo stesso una grande e bene scolpita diversità nelle sue parti: le grandi macchie che i nostri antichi avevano qualificato per mari, rassomigliavano veramente ai nostri oceani; ma invece di inghirlandare le terre (come diceva il nostro Dante) erano da queste cerchiate con certa regolarità che contrastava molto con le frastagliate forme oblunghe e sporgenti dei nostri continenti terrestri.
Tutta la superficie mostrava degli spazi circolari (ellittici poi apparentemente vicino al lembo del disco per lo scorcio della proiezione), come gli antichi cerchi druidici, di tutte le più svariate grandezze e tanto profusamente sparsi su quelle terre e anche sui pretesi mari, che mai nostri laghi o golfi e tutti gli accidenti della superficie terrestre porgono nulla di simigliante; se pur non voglia vedersene una microscopica miniatura nei vulcani spenti dei Campi Flegrei, o in qualche altro breve tratti di suolo eminentemente vulcanico.
La singolarità poi che maggiormente si allontanava dalle apparenze terrestri, erano certe strisce rettilinee luminose, che partendo da taluni centri, s’irraggiavano intorno a centinaia di miglia distanti, attraversando indistintamente ciò che pareva terra e ciò che pareva acqua! Il Monte di Ticone specialmente, nella parte meridionale del disco, splendeva d’un candore così vivace, che sembrava un piccolo Sole tutto circondato di raggi. Mentre questo magnifico spettacolo colpiva tanto la mia curiosità, il nostro moto, che andava sempre più accelerando, mi poneva a mano a mano in grado di concepire meglio e distinguere le forme delle cose che mi avevano colpito di più; ma nuovi oggetti più minuti venivano a pormi nuova curiosità. I miei occhi erano in ammirazione continua di tante strane e inusitate novità; io ero in estasi e quasi quasi in delirio ... "
" ... dopo una forte scossa, udii altissime grida e un tuono di acclamazioni allegrissime. Aprii gli occhi, guardai intorno…
Miracolo! Eravamo salvi!
La grande baldoria veniva da una quarantina dei nostri che ci avevano preceduti negli altri viaggi: era quasi l’intera colonia che spiava, grazie agli avvisi telegrafici ricevuti, il nostro arrivo ed era accorsa a portarci soccorso. Difatti conoscendo essi il luogo ove precisamente dovevamo atterrare, dietro il chiusino e la palla, avevano (com’era loro uso) prontamente sparsa e tesa di sotto una grande rete di corde saldissime e su di essa si era adagiata la navicella. Non era avvenuto lo stesso ai primi che capitombolarono su quei duri macigni e n’ebbero più d’uno rotte le gambe, la testa e le costole. Puoi immaginare la mia contentezza, quando mi vidi con i piedi in terra, o in “luna”, a dir meglio! ... "
Relazione del primo viaggio alla Luna fatto da una donna l’anno di grazia 2057
Ernesto Capocci