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mercoledì 20 dicembre 2023

Il Collegio degli Auguri

Ventesima finestra del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima 

20 dicembre - Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima

" Ma a che scopo dilungarci? Vediamo l'origine dell'aruspicìna; così giudicheremo nel modo più facile quale autorità essa abbia. Si dice che un contadino, mentre arava la terra nel territorio di Tarquinia, fece un solco più profondo del solito; da esso balzò su all'improvviso, un certo Tagete e rivolse la parola all'aratore. Questo Tagete, a quanto si legge nei libri degli etruschi, aveva l'aspetto di un bambino, ma il senno di un vecchio. Essendo rimasto stupito da questa apparizione il contadino, e avendo levato un alto grido di meraviglia, accorse molta gente, e in poco tempo tutta l'Etruria si radunò colà. Allora Tagete parlò a lungo dinanzi alla folla degli ascoltatori, i quali stettero a sentire con attenzione tutte le sue parole e le misero poi per iscritto. L'intero suo discorso fu quello in cui era contenuta la scienza dell'aruspicìna; essa poi si accrebbe con la conoscenza di altre cose che furono ricondotte a quegli stessi principi. Ciò abbiamo appreso dagli etruschi stessi, quegli scritti essi conservano, quelli considerano come la fonte della loro dottrina. C'è dunque bisogno di Carneade per confutare cose del genere? O c'è bisogno di Epicuro? Può esserci qualcuno tanto insensato da credere che un essere vivente, non saprei dire se dio o uomo, sia stato tratto di sotterra da un aratro? Se devo considerarlo un dio, perché, contro la natura degli dèi, si era nascosto sotterra, sì da veder la luce solo quando fu messo allo scoperto da un aratro? Non poteva, essendo un dio, esporre agli uomini la sua dottrina dall'alto? Se, d'altra parte, quel Tagete era un uomo, come poté vivere soffocato dalla terra? Da chi, inoltre, poté aver appreso egli stesso ciò che andava insegnando agli altri? Ma sono io più sciocco di quelli che credono a queste cose, io che perdo tanto tempo a discutere contro di loro!

È molto spiritoso quel vecchio motto di Catone, il quale diceva di meravigliarsi che un arùspice non si mettesse a ridere quando vedeva un altro arùspice. Quante delle cose predette da costoro si sono verificate? E se qualche evento si è verificato, quali prove si possono addurre contro l'eventualità che ciò sia accaduto per caso? Il re Prusia, quando Annibale, esule presso di lui, lo esortava a far guerra a oltranza, diceva di non volersi arrischiare, perché l'esame delle viscere lo dissuadeva. "Dici sul serio?" esclamò Annibale; "preferisci dar retta a un pezzetto di carne di vitella che a un vecchio condottiero?" E Cesare stesso, dissuaso dal sommo arùspice dall'imbarcarsi per l'Africa prima del solstizio d'inverno, non s'imbarcò egualmente? Se non l'avesse fatto, tutte le truppe dei suoi avversari avrebbero avuto il tempo di concentrarsi in un solo luogo. Devo mettermi a fare l'elenco (e potrei fare un elenco davvero interminabile) dei responsi degli aruspici che non hanno avuto alcun effetto o lo hanno avuto contrario alle previsioni? In quest'ultima guerra civile, quante predizioni, per gli dèi immortali!, ci delusero! Quali responsi di arùspici ci furono trasmessi da Roma in Grecia! Quali cose furono predette a Pompeo!... "

Della Divinazione - XXIII - XXIV
Marco Tullio Cicerone
Traduzione a cura di Sebastiano Timpanaro

Cicerone ci spiega come la leggenda racconti che sia stato Tagete a insegnare l'aurispicina agli etruschi. 
Nella versione più popolare della storia il contadino che scopre Tagete sotto una zolla di terra mentre sta arando è Tarconte, il fondatore di Tarquinia, co-fondatore con il fratello Tirreno della dodecapoli etrusca i cui rituali divinatori si  basano sugli insegnamenti ricevuti dal canto del fanciullo con la mente di un saggio che scompare subito dopo la donazione dei suoi precetti, raccolti nei sacri libri tagetici o haruspicini e nella parte più antica dei libri acherontici.
L'arte augurale si diffonde nel Lazio e ad essa Romolo deve la conquista del titolo di re; come primo augure romano costituisce il Collegio degli Auguri composto da tre sacerdoti scelti dalle curie come rappresentanti di ognuna delle tre tribù che inizialmente compongono il popolo romano, Ramnes i Latini, Tities i Sabini e Luceres gli Etruschi. 

Specchio di Pava Tarchie da Tuscania - IV - III sec. a. C. -  Museo archeologico - Firenze

Specchio etrusco
Pava Tarchie insegna l'aruspicina a Avl Tarchunus
Tuscania - IV - III sec. a. C. 
Museo archeologico - Firenze 

Specchio di Pava Tarchie da Tuscania - IV - III sec. a. C. -  Museo archeologico - Firenze

" ... Sotto il consolato di Marco Valerio e Quinto Apuleio all’esterno la situazione fu abbastanza tranquilla:
gli Etruschi erano costretti dalla sconfitta e dalla tregua a rimanere in pace; i Sanniti, prostrati dalle perdite di lunghi anni di guerra, per il momento non erano malcontenti del nuovo trattato. Anche a Roma il trasferimento di un buon numero di cittadini nelle colonie aveva reso la plebe più tranquilla e meno gravata.
Tuttavia, ad impedire che la calma fosse totale, i tribuni della plebe Quinto e Gneo Ogulnio accesero una contesa fra patrizi e plebei delle famiglie più eminenti.
Costoro, dopo aver cercato in più occasioni di mettere in cattiva luce i patrizi presso la plebe, visti fallire gli altri tentativi, presero un’iniziativa che interessava non la parte più bassa della plebe, ma i suoi capi, cioè i plebei che erano stati consoli ed avevano riportato il trionfo,
ai quali ormai fra tutti gli onori mancavano soltanto le cariche sacerdotali, non ancora accessibili ai plebei.
Proposero dunque questa legge, che al fine di aumentare il numero dei sacerdoti, ai quattro àuguri e quattro pontefici allora esistenti fossero aggiunti quattro pontefici e cinque àuguri tratti dalla plebe.
Non trovo spiegazione di come il collegio degli àuguri abbia potuto allora trovarsi ridotto al numero di quattro, a meno che ne fossero morti due è noto infatti che il numero degli àuguri dev’essere dispari, in modo che le tre antiche tribù dei Ramnensi, Tiziensi e Luceri abbiano ciascuna un proprio àugure,
oppure, se si rende necessario un numero superiore, i sacerdoti devono essere moltiplicati sempre in pari proporzioni, come avvenne quando, a quattro àuguri aggiuntine cinque, si raggiunse il numero di nove, tre per ogni tribù.
Però i patrizi del fatto di avere degli àuguri tratti dalla plebe si indignarono altrettanto di quando avevano visto il consolato diventare accessibile al volgo.
Volevano far credere che la cosa riguardava più gli dèi che loro stessi: gli dèi avrebbero provveduto a che non venissero contaminati i sacri riti; essi si auguravano solo che non si abbattesse sulla repubblica una qualche calamità.
Tuttavia non opposero molta resistenza, avvezzi ormai com’erano ad essere sconfitti in contese di tal genere; vedevano che i loro avversari ormai non solo aspiravano alle cariche maggiori, che un tempo a stento osavano sperare, ma avevano raggiunto già tutte le mete per cui la lotta era stata più incerta, consolati e censure e trionfi in gran numero.

Ab Urbe Condita - Libro X
Tito Livio
Traduzione a cura di Luciano Perelli

Asse della serie fusa " del sacrificio " - rappresentazione di aruspice con cappello a punta - III sec. a. C.  Museo archeologico - Firenze

Rappresentazione di aruspice con cappello a punta 
III sec. a. C. 
Museo archeologico - Firenze 

Con l'aumento delle tribù  gli auguri diventano cinque e sono selezionati tra i patrizi; dal 300 a. C. con la lex Ogulnia, che prende il nome da Gneo Ogulnio,  il collegio si apre alla plebe e i membri salgono a nove, cinque arruolati tra i patrizi e quattro tra la plebe, con Silla si aggiungono altri sei sacerdoti che come in origine mantengono un numero dispari, con Cesare si raggiunge la quota sedici che nell'età imperiale, in cui si perde la distinzione tra patrizi e plebei optando per una scelta che prediliga il grado senatorio, può essere oltrepassata dal diritto degli imperatori che nominano i loro familiari.
L'elezione avviene per cooptazione, nel 103 con la lex Domizia la designazione si realizza attraverso i comizi composti da 17 tribù estratte a sorte a cui il collegio presenta i candidati proposti da non più di due dei suoi membri che in assemblea garantiscono sulla loro dignità. Silla nel 63 a. C. abroga la lex Domizia che successivamente viene di nuovo ripristinata e Tiberio affida il suffragio augurale, relativo all'imperatore e ai suoi familiari, al senato che comunica al collegio il risultato della votazione che pro forma coopta gli eletti. 
I nuovi sacerdoti che diventano tali a vita acquisiscono il privilegio di non essere estromessi dal collegio qualsiasi sia il delitto di cui possano macchiarsi, giurano di non rivelare a nessuno i segreti dell'arte augurale e vengono consacrati con la consultazione divinatoria per poi offrire un banchetto cerimoniale.
Il Collegio degli Auguri che vede nel più anziano di loro il presidente non ha una sede stanziale, si riunisce nelle case dei membri alle none di ogni mese, e con le regole della disciplina augurale custodisce le proprie decisioni nell'archivio collegiale, i membri sono assistiti dai servi pubblici dello Stato e da calatori personali pagati con le rendite del collegio. 
Nel IV secolo al tempo di Teodosio il Giovane la grande considerazione di cui aveva goduto il Collegio degli Auguri viene a mancare e si spegne definitivamente con l'imperatore Costanzo che ne proibisce il consulto.

Statuetta di augure - 480 a.C. -  Museo archeologico - Firenze

Statuetta di augure 
480 a.C. 
Museo archeologico - Firenze 

Con la maturazione culturale si comprende che il futuro non può essere previsto da quell'arte augurale giunta dal Medio Oriente in Occidente, ma gli si può andare incontro per viverlo e per renderlo presente, di quell'antica pratica rimane la parola augurio e in un codice concettuale condiviso, si fa speranza che vuole realizzare per tutti il buono e non il cattivo, il bene e non il male, il meglio e non il peggio, Dio e non Satana. 

Domani per la ventunesima finestra siamo tutti invitati ad andare nel blog di Chicchina AcquadiFuoco

" ... «Un Buon Natale a tutti noi, miei cari. Che Dio ci benedica!» 
E tutta la famiglia ripeté quell’augurio ... "

Canto di Natale - Terza Strofa - Il secondo dei tre spiriti
Charles Dickens
Traduzione Stella Sacchini
Hospĭtālĭtās tra hostis e hospĕs

lunedì 19 dicembre 2022

Auguri

Diciannovesima finestra del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'anima - IX Edizione Natale 2022

Diciannovesima finestra del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'anima - IX Edizione Natale 2022

E Zebul gli rispose: 'Tu vedi I'ombra
de' monti e la prendi per uomini'. E Gaal riprese a dire:
'Guarda, c'è gente che scende dal Poggio, e una schiera giunge
per la via del terebinto degli auguri '.

Giudici 9, 37- 38
Traduttore Giovanni Luzzi

In questo tempo Antioco decise la seconda spedizione in Egitto. 
Accadde allora che sopra tutta la città, per circa quaranta giorni, si vedessero cavalieri che correvano per l'aria con vesti d'oro, armati di lance roteanti e di spade sguainate,
schiere di cavalieri disposti a battaglia, attacchi e scontri vicendevoli, trambusto di scudi, selve di aste, lanci di frecce, bagliori di bardature d'oro e corazze d'ogni specie.
Tutti, perciò, pregavano perché l'apparizione fosse di buon augurio. 

2 Maccabei 5, 1-4

Antioco - Seconda campagna egiziana 2 Maccabei 5.1 - Acquaforte 1648 -  Nicolaes Visscher

Antioco - Seconda campagna egiziana 2 Maccabei 5.1 
 Acquaforte 1648 
 Nicolaes Visscher

Uno dei rituali più diffusi nelle feste è lo scambio degli augùri e per trovare l'origine di questa consuetudine partiamo dalla Mesopotamia meridionale dove incontriamo i Caldei che trasmettono l'arte divinatoria agli Arabi dai quali passa ai Frigi, da questi ai Greci e da loro agli Etruschi che diventano dei grandi maestri nell'aruspicina, dal latino haruspicina termine composto da hīra - intestino e spicio - osservare. Gli aruspici dopo aver preso la consueta posa rituale* rivolgendosi a sud porgendo le spalle a nord per offrire la loro sinistra a Oriente considerato di buon auspicio in quanto dimora della luce e conseguentemente della vita e del bene e la loro destra a Occidente considerato di cattivo auspicio in quanto dimora dell'oscurità e conseguentemente della morte e del male, iniziavano a osservare il modo in cui la vittima da immolare raggiungeva l'ara, come reagiva al colpo scagliatole e quanto tempo impiegava a morire, se procedeva con tranquillità senza essere forzata, se non schivava il colpo e se moriva all'istante era segno favorevole, nel passo successivo procedevano all'esame delle anomalie delle exta - le viscere, considerando se stavano a sinistra o destra controllavano la presenza di fenditure, imperfezioni, macchie o protuberanze nel cuore, nei polmoni, nella vescica biliare e nel fegato che veniva diviso in 16 sezioni, specchio delle 16 regioni in cui era frazionato il firmamento nell'interpretazione ex caelo - dal cielo o caelestia auguria - divinazioni dal cielo dei fulgŭra - fulmini, dei fulgŭrātĭones - lampi e dei tonitrūs - tuoni:

" ... I fulmini da sinistra sono considerati favorevoli perché l'alba avviene sul lato sinistro del cielo. E
non si considera tanto l'attivo, quanto il ritorno, o che dal rimbalzo scaturisca il fuoco, o che il soffio d'aria torni indietro, compiuta l'opera o consumato il fuoco che sia. Per questo tipo di ispezione, gli Etruschi hanno diviso il cielo in sedici parti. La prima zona è dal settentrione all'alba equinoziale, la seconda sino al mezzogiorno, la terza sino al tramonto equinoziale, la quarta occupa lo spazio restante, fra il tramonto e il settentrione. Hanno poi diviso nuovamente ogni zona in quattro parti, e fra di esse hanno chiamato « sinistre » le otto che si contano a partire da levante, « destre » le altre otto contrapposte. Fra di esse sono particolarmente di malaugurio quelle che fiancheggiano il settentrione da ovest. Perciò è decisivo sapere da dove sono venuti e dove sono andati a finire i fulmini. Il caso migliore è quando ritornano verso le zone orientali.
Quindi, se sono venuti dalla prima zona del cielo, e alla stessa ritornano, ne risulterà la profezia di una fortuna grandissima; come il presagio che, si tramanda, toccò in sorte al dittatore Silla. Gli altri fulmini sono, a seconda della zona celeste cui appartengono, o meno fausti, o di malaugurio ... "

Storia Naturale - Libro II
Plinio il Vecchio
Traduzione Alessandro Barchiesi

posa rituale* = L'aspetto negativo di ciò che oggi è considerato sinistro trae origine dall'abitudine greca di rivolgersi a nord e non a sud nel rituale degli auspici offrendo così la destra a Oriente e la sinistra a Occidente e nel mondo romano si diffonde attraverso gli scrittori.

Aruspice  - Dalla riva destra del Tevere bronzo a fusione piena IV secolo a. C. - Musei Vaticani

Aruspice
Dalla riva destra del Tevere bronzo a fusione piena IV secolo a. C. 
Musei Vaticani

Le osservazioni ex caelo erano così accurate che furono identificati ben 12 specie diverse di fulmini che si distinguevano per colore, per intensità, per il momento in cui si manifestavano e per gli oggetti colpiti; tutto ciò che era stato toccato dalla scarica del fulmine veniva seppellito, compresi animali e uomini rimasti uccisi, e il luogo della sepoltura non poteva più essere calpestato per cui veniva recintato e considerato sacro.
Ex quadrupedibus - dai quadrupedi, o pedestria auspicia - auspici da chi va a piedi, erano le divinazioni in cui si osservava il movimento dei quadrupedi quali cani, cavalli, lupi, rettili e volpi che incrociavano il percorso degli uomini. Facevano parte degli auspici privati e non venivano usati nelle funzioni pubbliche.
Ex tripudiis - dai tripudi - o auguria pullaria - auspici dai polli, erano le divinazioni in cui il pullarius osservava il modo in cui i polli sacri, allevati a tale scopo, mangiavano una focaccia di farina chiamata òffa, se veniva ingerita con avidità il presagio era ritenuto fausto se invece i polli erano inappetenti il presagio era considerato nefasto, se i polli venivano cibati con il mais e il chicco cadeva sul terreno saltellando e intero si realizzava il sōlistĭmus - presagio favorevole, questo tipo di divinazione era di rapido consulto per cui era praticato sui campi di battaglia prima degli scontri, se i polli non uscivano dalla gabbia in cui erano stati portati o se uscivano sbattendo le ali e si allontanavano, il presagio asummeva una connotazione sfavorevole.

" ... I Romani interpetravano gli auspizi secondo la necessità, e con la prudenza mostravano di osservare la religione, quando forzati non la osservavano; e se alcuno temerariamente la dispregiava, punivano.
Non solamente gli augurii, come di sopra si è discorso, erano il fondamento, in buona parte, dell’antica religione de’ Gentili, ma ancora erano quelli che erano cagione del bene essere della Republica romana. Donde i Romani ne avevano più cura che di alcuno altro ordine di quella; ed usavongli ne’ comizi consolari, nel principiare le imprese, nel trar fuora gli eserciti, nel fare le giornate, ed in ogni azione loro importante, o civile o militare; né mai sarebbono iti ad una espedizione, che non avessono persuaso ai soldati che gli Dei promettevano loro la vittoria. Ed in fra gli altri auspicii, avevano negli eserciti certi ordini di aruspici, ch’e’ chiamavano pullarii: e qualunque volta eglino ordinavano di fare la giornata con il nimico, ei volevano che i pullarii facessono i loro auspicii; e, beccando i polli, combattevono con buono augurio, non beccando, si astenevano dalla zuffa. Nondimeno, quando la ragione mostrava loro una cosa doversi fare, non ostante che gli auspicii fossero avversi, la facevano in ogni modo; ma rivoltavanla con termini e modi tanto attamente, che non paresse che la facessino con dispregio della religione.
Il quale termine fu usato da Papirio consolo in una zuffa che ei fece importantissima coi Sanniti, dopo la quale restarono in tutto deboli ed afflitti. Perché, sendo Papirio in su’ campi rincontro ai Sanniti, e parendogli avere nella zuffa la vittoria certa, e volendo per questo fare la giornata, comandò ai pullarii che facessono i loro auspicii; ma non beccando i polli, e veggendo il principe de’ pullarii la gran disposizione dello esercito di combattere, e la opinione che era nel capitano ed in tutti i soldati di vincere, per non tôrre occasione di bene operare a quello esercito, riferì al consolo come gli auspicii procedevono bene: talché Papirio, ordinando le squadre, ed essendo da alcuni de’ pullarii detto a certi soldati, i polli non avere beccato, quelli lo dissono a Spurio Papirio nepote del consolo; e quello riferendolo al consolo, rispose subito, ch’egli attendessi a fare l’ufficio suo bene; che, quanto a lui ed allo esercito, gli auspicii erano buoni; e se il pullario aveva detto le bugie, le tornerebbono in pregiudizio suo. E perché lo effetto corrispondesse al pronostico, comandò ai legati che constituissono i pullarii nella prima fronte della zuffa. Onde nacque che, andando contro a’ nimici, sendo da un soldato romano tratto uno dardo, a caso ammazzò il principe de’ pullarii: la quale cosa udita, il consolo disse come ogni cosa procedeva bene, e col favore degli Dei; perché lo esercito con la morte di quel bugiardo s’era purgato da ogni colpa e da ogni ira che quelli avessono presa contro a di lui. E così, col sapere bene accomodare i disegni suoi agli auspicii, prese partito di azzuffarsi, sanza che quello esercito si avvedesse che in alcuna parte quello avesse negletti gli ordini della loro religione.
Al contrario fece Appio Pulcro in Sicilia, nella prima guerra punica: che, volendo azzuffarsi con l’esercito cartaginese, fece fare gli auspicii a’ pullarii; e riferendogli quelli, come i polli non beccavano, disse: - Veggiamo se volessero bere! - e gli fece gittare in mare. Donde che azzuffandosi, perdé la giornata: di che egli fu a Roma condannato, e Papirio onorato, non tanto per avere l’uno vinto, e l’altro perduto, quanto per avere l’uno fatto contro agli auspicii prudentemente, e l’altro temerariamente. Né ad altro fine tendeva questo modo dello aruspicare, che di fare i soldati confidentemente ire alla zuffa; dalla quale confidenza quasi sempre nasce la vittoria. La qual cosa fu non solamente usata dai Romani, ma dagli esterni ..."

Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio - Libro primo
1824
Niccolò Machiavelli

Ex diris - dai presagi funesti, erano le divinazioni che non rientravano nelle altre categorie tratte da quegli eventi percepiti come calamitosi mandati dagli dei.
Omina - presagi buoni o cattivi, erano tratti dalle parole o dalle frasi che assumevano la sacralità dei signa- i segni interpretabili come premonizioni. 
Infine gli ex avibus - dagli uccelli, le divinazioni più antiche e più importanti che formano l'etimologia di auspicio deriva del latino auspicium composto da avis - uccello e specio - osservare, e una prima etimologia del termine àugure che designa i sacerdoti impegnati nel trarre presagi dall'osservazione del volo degli uccelli e sarebbe composto da avis - uccello e gero - fare, operare o garrio - garrire. In una seconda interpretazione più suggestiva augure deriverebbe dal verbo augĕo - abbondarecrescere, prosperare che sta per rendere augusto.
Fatto sta che sull'arte augurale si muove la fondazione di Roma:

" E quell'augurio ottenuto da Romolo fu un augurio da pastore, non da esperto cittadino, non inventato per dar soddisfazione alle credenze degli ignoranti, ma ricevuto da persone fededegne e tramandato ai posteri. Or bene, Romolo àugure, come leggiamo in Ennio, e suo fratello àugure anche lui, "procedendo con gran cura, e desiderosi di regnare, si accingono all'auspicio e all'augurio. Sul monte Remo si dedica all'auspicio e da solo attende che appaia qualche uccello; dal canto suo, Romolo dall'aspetto divino osserva il cielo sull'alto Aventino, attende la stirpe degli altovolanti. Gareggiavano per decidere se dovessero chiamare la città Roma o Rémora; tutti attendevano ansiosamente chi sarebbe stato il sovrano. Aspettano, come quando il console sta per dare il segnale nella corsa dei carri, tutti guardano avidamente le aperture dei cancelli, attenti al momento in cui lascerà uscire dalle dipinte imboccature i carri: allo stesso modo il popolo aspettava coi volti pallidi nell'attesa degli eventi, chiedendosi a quale dei due sarebbe toccata la vittoria nella gara per il gran regno. Frattanto il sole lucente si calò nelle profondità della notte. Ed ecco, la fulgida luce riapparve raggiante, spinta fuori nel cielo; e nello stesso tempo, lontano, dall'alto, volò un uccello bellissimo, di buon augurio, da sinistra. Appena sorge l'aureo sole, scendono dal cielo dodici corpi sacri di uccelli, si posano su luoghi fausti e bene auguranti. Da ciò Romolo comprese che a lui era stata data la preferenza, che in seguito all'auspicio gli era assicurato il seggio regale e il territorio."

Della Divinazione - Libro I
Marco Tullio Cicerone
Traduzione Sebastiano Timpanaro

Romolo e Remo consultano gli auguri per la fondazione di Roma- Incisione 1573 - Giovanni Battista Fontana

Romolo e Remo consultano gli auguri per la fondazione di Roma
Incisione 1573
Giovanni Battista Fontana

La tradizione ritiene Romolo il primo àugure di Roma ed è lui a realizzare al di fuori del pomerio il primo recinto augurale, l'Auguraculum, uno spazio a cielo aperto i cui confini erano delimitati dagli alberi sacri, un templum dal greco τέμενος - luogo sacro con la radice τέμ-*tem che indica il tagliare una porzione di cielo da ciò che lo circonda per adibirlo al culto e al contemplare non a caso composto di cum e templum. Un templum auspicale in terra che si differenziava da quello naturale celeste e da quello analogico cotnio.
La capitale comprendeva tre Auguracula stanziali ubicati sul Palatino, sul Quirinale, e sul Campidoglio nella parte orientale dell'Arx in quelli che oggi sono i giardini adiacenti a Palazzo Senatorio; alle sue spalle, nel 344 a.C., dopo la vittoria sugli Aurunci, era stato eretto il Tempio di Giunone Moneta.

Resti dell'Auguraculum sul Campidoglio

Resti dell'Auguraculum sul Campidoglio

Sull'Auguraculum capitolino, nel quale si tenevano i comitia curiata, l'augurium salutis e l'inauguratio del re a partire da Numa Pompilio, gli àuguri ogni mese portavano offerte votive e lo raggiugevano percorrendo la Via Sacra che partiva dalla cappella di Strenia; indossavano la trabea, toga di lana, conosciuta come "tinta due volte": la prima con la porpora e la seconda per formare le strisce scarlatte, e per avere entrambe le mani libere durante i rituali, veniva fermata con il cinctus Gabinus*, un lembo passava sopra la spalla sinistra e poi sotto il braccio destro per essere annodato alla vita da cui partiva un risvolto per il capite velato ovvero per coprire il capo; con sé portavano il lituo, un bastone ricurvo che serviva per delineare perpendicolarmente il cielo e formare una X per conspicionem cioè per le attente osservazioni della volta celeste fin dove arrivava la vista; recitando questa formula che ci riporta Varrone con la traduzione di Antonio Traglia:

Templi e luoghi augurali per me siano quelli dentro i confini che io con la mia lingua indicherò nel modo rituale.
Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a sinistra sia per me tempio e luogo augurale. il braccio destro per essere annodato alla vita
Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a destra sia per me tempio e luogo augurale.
Lo spazio racchiuso fra questi punti ho inteso realmente indicare nel modo rituale per direzione, visione e intuizione della mente.

si tracciavano simbolicamente quattro sezioni uguali funzionali al presagio, la linea che procedeva da Oriente a Occidente prendeva il nome di decumano e quella che procedeva da nord a sud prendeva il nome di cardo e al centro dell'intersezione delle due linee che prendeva il nome di dĕcussis si posizionavano gli àuguri. Se durante il rito il suono di una buccina, usata dai militari per darsi il cambio della guardia, spavantava gli uccelli, l'osservazione era inficiata e doveva ricominciare da capo.

cinctus Gabinus* = Il cingolo gabiniano, originario della città di Gabi, indossato per le dichiarazioni di guerra era una peculiarità dei guerrieri.

" ... Alcuni... riconoscono a Romolo l'istituzione di altri riti segnalatamente religiosi e tramandano che egli fosse augure e che portasse per l’esercizio della divinazione il così detto «lituo», che è un bastone ricurvo con cui stando seduti gli auguri segnano gli spazi celesti entro i quali osservare il volo degli uccelli. Questo bastone, conservato sul Palatino, andò perduto allorché la città fu invasa dai Galli. In un secondo tempo, dopo la cacciata dei Barbari, fu ritrovato illeso dall’incendio tra le rovine della città distrutta, sotto un profondo strato di cenere ... "

Vita di Romolo - 22,1-2
Plutarco
Traduzione Antonio Traglia

" ... mentre lavoravano a sgombrare il luogo dalle macerie e a ripulirlo, ritrovarono, sepolto sotto uno strato immenso e alto di cenere il bastone augurale di Romolo. È, questo bastone, ricurvo in una delle due estremità e si chiama lituo: se ne servono gli àuguri per la delimitazione delle zone del cielo, quando siedono intenti a prendere gli auspici dal volo degli uccelli, come se ne serviva anche Romolo, che era quanto mai esperto nell’arte divinatoria. Dopoché questi scomparve dal mondo, i sacerdoti presero il bastone in consegna e lo custodirono come oggetto intoccabile, al pari di ogni altra sacra reliquia.  Avendo allora ritrovato questo bastone, sfuggito alla rovina cui ogni cosa era andata incontro, essi si aprirono alle più dolci speranze per Roma, perché sembrò che fosse questo un segno sicuro per essa di eterna speranza.

Vita di Camillo - 32, 6 -7
Plutarco
Traduzione Antonio Traglia

Augure - XVIII - XIX secolo - Jacques Grasset de Saint Sauveur

Augure 
 XVIII - XIX secolo 
Jacques Grasset de Saint Sauveur

In un continuum vivendi tra passato, presente e futuro, entro cui si dipana il filo rosso che unisce l'ospitalità, il dono e gli auguri, chiudo il cerchio con l'Asylum, dal greco ἄσυλος inviolabile, il sancta sanctorum dell'ospitalità in cui chiunque ne avesse necessità trovava accoglienza senza distinzione di sorta tra concittadini e stranieri, tra liberi e schiavi. Lo costruì Romolo in quella che oggi è Piazza del Campidoglio tra l'Arx posizionata a settentrione dove oggi sorge la Basilica di Santa Maria in Aracoeli e il Capitolium posizionato a meridione dove oggi sorge Palazzo Caffarelli. 

Piazza del Campidoglio dove originariamente sorgeva l'Asylum

Piazza del Campidoglio dove originariamente sorgeva l'Asylum

Per ulteriori informazioni:



La ventesima finestra del calendario l'apriremo a casa di Chicchina AcquadiFuoco

P.S. La finestra del 21 dicembre sarà online dalle 22.47 in corrispondenza con il solstizio d'inverno che ci farà entrare nella stagione invernale.

giovedì 22 settembre 2016

Proserpina ritorna all'oscurità


Il ratto di Proserpina

Omero, nel raccontare il ratto di Proserpina la temibile, alter ego latino della dea greca Persefone colei che porta distruzione, ci dice che:

" ... mentr’essa scherzava con l’altoprecinte
figlie d’Ocèano, e fiori coglieva sul morbido prato*:
iridi, crochi, rose, viole, giacinti, e il narciso ... "

prato* = Dove si troverà mai il prato testimone bucolico del ratto di Proserpina ? Non tutti gli autori che se ne sono interessati sono d'accordo: Per Omero è " nell’ampia contrada di Nisa " in   Meonia/Lidia regione dell' Asia Minore.
Per Ovidio è a " Pergusa il nome il lago " vicino Enna e con lui  Cicerone " Proserpina, sia stata rapita dal bosco di Enna ", e Claudiano " Era Pergusa, dal lago ceruleo, alimentato da ruscelli armoniosi e illeggiadriti da fiori di tante varietà che mischiando i profumi creavano soavi odori e così intensi da inebriare ".
Per il filosofo Proclo e lo storico geografo Strabone , l'agreste prato è a  " Hipponion " l'odierna Vibo Valentia in Calabria.

Inno a Demetra
Attribuito a Omero


Venere


Cupido

e Ovidio  che affida il suo racconto alla voce della musa dell'epica Calliope continua dicendo che la bella figlia di Cerere mentre è intenta a raccogliere fiori con le sue compagne di gioco viene vista dall'astuta Venere dea della bellezza che per accrescere la fama del figlio Cupido dio dell'amore gli suggerisce di scoccare la sua freccia verso Plutone dio dispensatore delle ricchezze che si celano negli antri più profondi della terra e re degli inferi, Cupido coglie al volo il consiglio della madre e:

L’ale il lascivo Amor subito stende,
E trova l’arco, e la faretra, e guarda,
E fra mille saette una ne prende,
Più giusta, più sicura, e più gagliarda.
E che talmente il volo, e l’arco intende,
Ch’ogni sorella sua fà parer tarda,
Et aguzzato il ferro à un duro sasso,
Ferma co’l piè sinistro innanzi il passo.

Lo stral nel nervo incocca, e insieme accorda
E la cocca, e la punta, e l’occhio à un segno:
Poi con la destra tira à se la corda,
E con la manca spinge innanzi il legno.
La destra allenta poi, lo stral si scorda,
E contra il Re del tenebroso regno
Fendendo l’aria, e sibilando giunge,
E dove accenna l’occhio il coglie, e punge.

Le Metamorfosi - Libro V
Publio Ovidio Nasone


Plutone

Plutone trafitto e innamorato:

" ... Dio figlio di Crono, che tutti i defunti riceve;
e la rapí reluttante, piangente la trasse sul carro
d’oro... "

Inno a Demetra
Attribuito a Omero


Proserpina

che trainato da quattro magnifici destrieri neri porta Proserpina nel regno dell'oltretomba e:

Quando tornar la madre non la vede
La sera in compagnia de le donzelle,
La qual con tutte ne ragiona, e chiede,
E non è, chi ne sappia dir novelle,
Move per tutto il doloroso piede,
Cercandola hor co’l Sole, hor con le stelle,
Fà poi con alte, e dolorose strida
Palese il gran dolor, che in lei s’annida.

Le Metamorfosi - Libro V
Publio Ovidio Nasone


Cerere

Cerere, colei che ha in sé il principio della crescita, dea della fertilità, signora delle stagioni e nume tutelare dei raccolti, alter ego latino della dea greca Demetra , cerca in ogni dove e con disperazione Proserpina:

"... Per nove dí, sovressa la terra, la Dea veneranda
corse, in entrambe le mani stringendo una fiaccola ardente;
né, pel suo cruccio, mai di nèttare dolce o d’ambrosia
cibo toccava, mai non tuffò nei lavacri le membra ... "

Inno a Demetra
Attribuito a Omero


Ecate


Helios

Nel suo peregrinare Cerere incontra Ecate colei che colpisce da lontano, dea della magia che le consiglia di parlare con il dio del sole Helios*.  Lei corre subito da lui e gli dice:

Ma tu, che sopra tutta la terra e sul pelago tutto,
dal sommo ètra divino, dei raggi lo sguardo rivolgi,
dimmi la verità, se la sai, la diletta mia figlia
quale dei Numi, quale degli uomini nati a morire
l'ha, mal suo grado, ghermita, mentre ero lontana, e s’invola».

Così diceva; e il Sole rispose con queste parole:
«Dèmetra, figlia di Rea chioma fulgida, tutto saprai:
ché assai t'onoro, e assai mi duole vederti crucciata
per la tua figlia bella da l’agil malleolo. Nessuno
dei Numi colpa n’ha, se non Giove signore dei nembi:
ad Ade, al suo germano, la diede, ché fosse sua sposa;
e questi la rapí sui suoi corridori, l’addusse,
che strida alte levava, per nebbie, per tramiti d’ombra.

Helios* = In Ovidio è la ninfa Aretusa a svelare la verità a Cerere. La ninfa figlia di Nereo " vegliardo del mare " ( così lo chiama Omero ) e dell'oceanina Doride fu trasformata in fonte da Diana, alter ego della dea greca Artemide,  per sfuggire alla corte spietata del dio del fiume Alfeo figlio di Oceano 

Inno a Demetra
Attribuito a Omero

Cerere adesso sa la verità e nella versione di Omero raggiunge inconsapevolmente Elèusi e qui " col cuore serrato d’angoscia " si siede " presso la fonte Partenia " , assume un aspetto da vecchia e si fa umana agli occhi delle quattro figlie del re Celèo venute alla fonte per riempire le loro brocche d' acqua. La dea racconta di chiamarsi Deo, proviene da Creta ed è stata rapita dai pirati da cui successivamente riesce a scappare, diviene serva di tanti padroni fin quando la sorte la porta in quel luogo a lei sconosciuto. Si propone come nutrice o come ancella e le belle figlie di Celèo la portano a corte dove la regina Metanìra ha da poco partorito Demofoónte. Cerere quindi sotto mentite spoglie si prende cura del piccolo principe, lo unge con l'ambrosia e nell'oscurità, con l'intento di renderlo immortale come un dio, lo custodisce tra le sacre fiamme del fuoco. Una notte Metanìra si alza, vede il figlio tra le fiamme, si spaventa e urla, Cerere si indigna per la mancanza di fede che a lei si deve e lascia cadere al suolo Demofoónte che muore. La dea svela ora la sua vera natura e inveisce contro gli " Uomini ciechi senza sagacia " , incapaci di capire la differenza tra bene e male; chiede ai mortali di edificare un tempio in suo onore e ne fa la sua dimora. Da qui da sfogo al suo dolore per il rapimento di Proserpina e:

" ... I curvi aratri, e i vomeri lucenti,
I rastri, e gl’istrumenti d’ogni sorte,
Tutti rompe, e distrugge, e gl’innocenti
Huomini, et animai condanna à morte.
Comanda poi, che sterile diventi
Il fertil campo, e frutto non apporte
À chi il seme in deposito gli crede,
E manchi de l’usura, e de la fede... "

" ... La terra, non più matre, anzi matrigna,
Ogni herbaggio nutrisce infame, e strano,
E fà, che ’l seme buon manca, e traligna,
E diventa di nobile villano.
Fà, che l’inespugnabile gramigna,
E che ’l loglio, e la vecchia affoghi il grano.
Se la pioggia il corrompe, il Sole il coce,
La terra, il foco, e l’acqua, e ’l ciel li noce ... "

Le Metamorfosi - Libro V
Publio Ovidio Nasone


Giove

Il Signore della folgore Giove, il supremo tra gli dei, alter ego latino del dio greco Zeus, davanti a tanta devastazione convoca Cerere e le dice:

" ... D’oltraggio io non saprei dannar Plutone,
Di danno si nel pegno amato, e fido,
Ch’ei non v’andò con questa intentione,
E lo sforzò la face di Cupido.
Anzi io sarei di ferma opinione
Di dar Regina al sotterraneo lido,
E consorte à colui la nostra prole,
Che ’l terzo tien de l’universa mole ... "

" ... Ma se pure il desio, che ti conduce,
Cerca disfar questo connubio à fatto,
Ritornerà Proserpina à la luce
Per sententia del ciel con questo patto;
Se nel paese de l’infernal duce
Non ha del cibo al gusto satisfatto:
Ma non se i frutti Stigij ha già gustati,
Che cosi voglion de le Parche i fati .., "

Le Metamorfosi
Attribuito a Omero


Mercurio

Quindi Giove non attribuisce alcuna colpa al fratello Plutone colpito dalla freccia dell'amore scoccata dal fervente Cupido, ma per placare il dolore di Cerere decide che se Proserpina non ha toccato cibo negli inferi potrà tornare alla madre, ordina a Mercurio di andare a liberarla, il dio dalle ali argentate, alter ego latino del dio greco Hermes, scende nell'Averno e dice:

" ... ' Ade ceruleo crine, che sei dei defunti signore,
a me Giove ordinò che la bella Persèfone a luce
io conducessi fra loro, dall’Èrebo, si che la madre
lei rivedere potesse, calmasse il rancore e la furia
funesta ai Numi tutti: ché medita un fiero disegno:
sotto la terra i germi nasconde; e perdute le offerte
vanno dei Numi: fiero corruccio la preme; e in Olimpo
tornare più non vuole: seduta in un tempio fragrante,
soletta se ne sta, d’Elèusi la rocca protegge ' ... " 

Inno a Demetra
Publio Ovidio Nasone

Plutone alter ego del dio greco Ade non può che obbedire al volere del tribunale degli dei, ma prima di lasciar andare Proserpina, con astuzia le offre un melograno, lei affamata ingenuamente lo prende e ne mangia sei chicchi. Adesso Giove ha un altro problema da risolvere: come può Proserpina ritornare alla madre dopo aver mangiato il cibo degli inferi? 

" ... Dal Re del più felice alto soggiorno
Le liti al fin fur giudicate, e rotte,
Fra lei, ch’anchor piangea l’havuto scorno,
E fra il rettor de le tartaree grotte,
E fe, che stesse fuor sei mesi* al giorno,
Sei mesi dentro à la perpetua notte
Proserpina, hor fra lor l’anno hà partito,
E si gode hor la madre, hora il marito ... "


Le metamorfosi - Libro V
Publio Ovidio Nasone


Sei mesi* = In Omero:


" ... un chicco soave lo sposo, 
di melagrano le die’ di nascosto, perché lo mangiasse, 
e a sé cosí provvide, perché non restasse la sposa 
eternamente presso la Diva dal cerulo peplo ... "


per cui due terzi dell'anno Proserpina li condivide con la madre Cerere alla luce e per un terzo vive nell'oscurità con Plutone agli inferi.
In Ovidio il numero dei chicchi di melograno mangiati da Proserpina non è specificato:


" ... ritrovando nel giardino Averno
Molti pomi granati, ne prese uno, 
E ruppe prima il pomo, e poi il digiuno ... "

e divide l'anno di Proserpina in due metà esatte

Proserpina ha dunque una duplice natura, con l' arrivo dell' equinozio d'autunno trascorre sei mesi nell'oscurità con il consorte Plutone e come seme di frumento emergerà*, rinascerà e ritornerà alla luce all'equinozio di primavera per vivere con la madre Cerere.
Il ratto di Proserpina si lega ai Misteri Eleusini che meritano un ulteriore approfondimento. I Grandi Misteri duravano 9 giorni e iniziavano il 13 di Boedromione mese che nel nostro calendario corrisponde a settembre/ottobre e i Piccoli Misteri si celebravano dal 19 al 21 di Antesterione che nel nostro calendario corrisponde a febbraio/marzo.

emergerà* = Il nome Proserpina in latino deriva dal verbo latino proserpere che significa emergere

" ... Proserpina (il nome è di origine greca, trattandosi di quella dea che i Greci chiamano Persefone) che simboleggerebbe il seme del frumento e che la madre avrebbe cercata dopo la sua scomparsa ... "

De natura deorum  - Libro II
Marco Tullio Cicerone


Buon equinozio d'autunno
Un abbraccio e  bentornati!

Per ulteriori informazioni

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