giovedì 23 giugno 2022

Sulla pietra il prezzemolo

" ... E le sue genti tutte, lunghessa la spiaggia del mare,
si sollazzavan coi dischi, col lancio di frecce e zagaglie;
ed i corsieri loro, ciascuno vicino al suo carro,
stavano fermi, pascendo palustre prezzemolo e loto;
e ben coperti i carri restavano dentro le tende
dei lor padroni ... "

Iliade - Canto II
Omero
Traduzione - Ettore Romagnoli

Apio domestico - Persemolo - Petroselino - Petrosello - Prezzemolo

Il nome πετροσέλινον/petroselinon è composto dai termini πέτρα/petra - pietra e σέλινον/selinon - sedano e vuol indicare quella specie di sedano che nasce fra le pietre e che noi oggi chiamiamo prezzemolo; affascinante l'ipotesi che fa derivare σέλινον da Seléne, la luna crescente, a cui i semi della pianta assomigliano.
Gli antichi greci, che si coronavano la testa con le ghirlande di prezzemolo durante i banchetti per stimolare l'allegria e l'appetito, e le offrivano ai vincitori dei giochi istmici in onore di Poseidone e che, come si legge nel II Canto dell'Iliade di Omero, davano da mangiare il prezzemolo ai cavalli soprattutto durante le gare per energizzarli, nella mitologia lo associavano a Oϕέλτης/Ofeltes detto Ἀρχέμορος/Archemoros - Principio del destino, figlio di Λυκοῦργος/Licurgos, re di Νεμέα/Nemea in Argolide, e di Ἀμφιθέα/Amphithèā o di Εὐρυδίκη/Eurydíkē. Il neonato fu affidato a Ὑψιπύλη/Ipsipile regina dell'isola di Lemno venduta come schiava a Licurgo. La donna per il vaticinio dell'oracolo non avrebbe mai dovuto appoggiare per terra il piccolo fin quando non avesse imparato a camminare, ma, per indicare l'ubicazione di una fonte d'acqua ai Sette contro Tebe, adagiò Archemoro sull'erba, la predizione oracolare trovò così il suo senso poichè il principino venne soffocato da un serpente e dal suo sangue si racconta che nacque il prezzemolo. Ἀμφιάραος/Anfiarao veggente del gruppo dei Sette interpretò come cattivo presagio la morte di Archemoro e ordinò che venissero istituiti dei giochi in suo onore che vennero poi chiamati giochi Nemei.
Il prezzemolo acquisì dunque una valenza ctonia come simbolo dell'aldilà, gli antichi romani lo usarono per decorare le loro tombe, per sovrastare i cattivi odori della decomposizione, per insaporire i loro piatti e per difendersi dalle intossicazioni; in De compositione medicatorum di Scribonius Largus si descrive come rimedio per i calcoli renali e in Storia naturale - Libro XIX, con traduzione di Francesca Sechi, Plinio dice: " chiamano petroselino un'altra specie che cresce sui terreni rocciosi ed è efficace soprattutto in caso di ascessi: si aggiungono due cucchiai di succo ad un ciato di succo di marrubio e a tre ciati di acqua calda ..." 
Gli etruschi per la valenza magica lo adoperarono nei loro riti propriziatori e per la valenza pratica nella composizioni degli unguenti che alleviavano il prurito e il gonfiore provocato dalle punture degli insetti.

" La herba dell'Apio de gli horti è convenevole tutte quelle, cose, che si conviene il coriandro. Impiastrasi con pane, e polenta all'infiammagioni de gli occhi: mitiga gli ardori dello stomaco, risolve le durezze delle poppe causate dal latte appreso. Mangiata cruda, e parimente cotta ne i cibi,fa orinare. La decottione delle frondi, e delle radici bevuta, è contraria à i veleni, provocando il vomito: rìstagna il corpo. Il seme provoca 1'orina più valorosamente: giova à i veleni delle serpi, e à coloro che havessero bevuta la spuma dell'argento: risolve le ventosità. Mettesi ne i medicamenti, che mitigano ì dolori, nelle theriache, e ne irimedij, che si fanno contra la tosse.
Tengono manifestamente tutti i moderni medici, quelli dico, che non poco si sono affaticati di rintracciare i veri semplici, e di rammendare i molti trascorsi errori, che l’apio domestico, che seminavano gli antichi, sia à noi il nostro domestico, e volgare Pretosello. Dalla cui opinione non mi posso in modo alcuno partire io, per conoscervi tutte quelle note, che danno al loro Apio gli antichi scrittori. Il che non poco corrobora quello, che ne scrisse Plinio all'XI. capo del XX. libro così dicendo. Ha l'Apio volgarmente gratia: imperoché largamente ruotano i suoi rami ne i brodi, e sono ne i condimenti non poco aggradevoli. Il che parimente conferma Galeno all' II delle facultà degli alimenti, così dicendo. Tra tutti gli altri herbaggi de gli horti dell'Apio ne è familiarissimo, e grato alla bocca, e allo stomaco. Il che vediamo noi chiaramente nel nostro Petrosello volgare: imperoché anchora à noi è egli hoggi il più familiare di tutti gli altri herbaggi. Ma come che molto sia comunemente in uso; nondimeno scrissero Chrisippo, e Dionisio ( come testifica Plinio ) che molto è l'Apio biasimato ne i cibi: per essere egli dedicato alle vivande de i morti: per offender l'aspetto suo la vista: e per causare il mal caduco à quei fanciullini che poppano chi lo mangia: e parimente per nascere nel gambo dell'apio femina alcuni vermicelli, i quali inavertentemente mangiati fanno diventare sterili coloro che se li mangiano. Et però non è maraviglia, se in questi tali casi molto anchora da i moderni si vitupera l'Apio. Conoscendosi adunque senza alcuna ripugnanza essere il nostro Petrosello l'Apio domestico, non si può se non credere. che quello, che s'adopera nelle spetiarie, per il vero Apio, sia altro, che il palustre, overo acquatico, chiamaro da Dioscoride Eleofelino, per nascere egli in luoghi humidi, e paludosi, e esse di frondi, e di fusto assai maggiore del domestico. Et imperò diceva Theophrasto al VI. capo del VII. libro. L’apio palustre, il qual nasce volentieri appresso à gli acquidotti, e nelle paludi, ha rade, e liscie frondi, ma quasi però simili all'altro Apio, come gli è egli parimente simile nel sapore, nell’odore, e nella figura. Questo da Columella al terzo capo dell’undecimo libro della sua agricoltura vien chiamato semplicemente Apio, con queste parole. L'Apio si può havere negl'horti non solamente trapiantato, ma seminato anchora, dove adunque ei si sia si diletta d'esser postoo appresso all’acqua, e però si mette l'apio commodissimamente vicino à i fonti; e volendosì che facci le foglie ben grandi, si pigli del suo seme, quanto si possa pigliare con tre dita, e leghisi in un poco di tela rara, e sepilischisi in terra di mano in mano, e volendosi fare con le foglie crespe pestisi prima in uno mortaio di legno con un palo di salcio, fino che si spogli dal guscio e di poi si leghi in tela, e si sepelisca. "

Discoride a cura di M. Pietro Andrea Matthioli


Il petroselinum sativum o petroselinum hortense, originario dell'area mediterranea, appartiene alla famiglia delle Apiaceae e raggiunge un'altezza che varia dai 60 agli 80 cm., il fusto verde brillante è eretto e tubulare, le foglie verde brillante sono fortemente picciolate, alternate a forma di triangolo, distese o ricce, divise in tre segmenti e con i margini frastagliati; fiorisce dal secondo anno di vita e i fiori tra il bianco giallastro che vira verso il verde sono piccoli e si sviluppano tra giugno e luglio all'apice degli steli in infiorescenze ad ombrella. 
Nel dizionario economico rustico del 1797 è descritto così:

" Apio, lat. Apium, fr. Ache. Sotto questo nome generico vengono molte specie d'erbe, come il persemolo nostrale, montano, palustre, il sedano o seralo ec., che vedrai alli loro proprj articoli.

Persemolo, Prezzemolo, Petroselino, o Petrosemolo, Erbetta, lat. Petroselinum, Petroselinum vulgare, palato gratum, plenum; Apium hortense, seu Petroselinum vulgo, C Bauh. Apium petroselinum, Linn. fr.Persil. Erba biennale coltivata per il suo uso in cucina in tutti gli orti, giardini e vasi. La sua radice è semplice, grossa come un dito, fibrosa, biancastra e immersa profondamente in terra: ella se sia in terreno grasso ingrossa assai più, ed in Romagna è così abbondante che è venalen e se ne fanno minestre. Pullula questa parecchi tronchi grossi all'altezza di 2. o 3. piedi, rotondi, cannellati, nodosi e ramosi: le sue foglie sono suddivise, frastagliate, verdi, attaccate a lunghe code; i suoi fiori nascono alle sommità de' rami fatti a guisa di ombrelle, composti ognuno di 5. foglie rosacee: a questi fiori succedono sementi unite a 2. a 2., cannellate, grigie, sferiche, e d'un sapore acre. Questa pianta sostiene assai facilmente il freddo ed il caldo purché sia seminata in terreno grasso o alquanto umido; e quest'è il motivo per cui alligna sì bene appresso le fontane: pullula il suo tronco nel secondo anno; fiorisce nella state e le sue semenze maturano nel mese di agosto. Si distinguono ancora alcune altre specie di petrosemolo comune che viene coltivato parimente ne' giardini; cioè il petrosemolo riccio, le di cui foglie frastagliate sono bellissime: si dice che in Sardegna cresca naturalmente. Il petrosemolo grosso, le di cui radici sono vivaci e buone da mangiare come quelle del sellero, si appella petrosemolo d'Inghilterra. "

Dizionario universale economico rustico


Nei primi secoli del Medioevo per gli ultimi strascichi delle antiche credenze popolari, il prezzemolo era considerato di cattivo auspicio, non doveva essere trapiantato in un posto diverso da dove era nato e chi lo piantava attirava la sventura sui suoi raccolti e addirittura la morte, lentamente quest'alone negativo si dissipò liberando la sua funzione di rimedio naturale: le foglie pestate venivano poste sui denti cariati o sulle punture degli insetti, pestate con sale e olio si mettevano all'interno dell'orecchio per far passare il mal di denti, pestate con le lumache erano usate per curare gli ascessi, la scrofolosi e per liberarsi dai pidocchi, con il succo fermavano le emorragie nasali.
Nel XVII secolo Bartolomeo Scappi cuoco in Vaticano, rivelò come Pio IV amasse le cosce di rana fritta con aglio e prezzemolo e come per il pranzo della seconda incoronazione di Pio V fu servito un piatto di teste di storione e d’ombrina cotte in bianco, con prezzemolo e fiori gialli.

" Per cuocere la testa dell'Ombrina...
Piglinsi la testa che sopra tutto sia frescha, tagliata in quel modo, che si taglia in Roma con un palmo di busto, e sopra tutto sia bene scagliata quella parte del busto; e nella bocca, nella quale è una minuta dentatura, e ne gli orecchi sij ben lavata, cuocasi in acqua, e sale come si cuoce lo storione in bianco, Struasi così intiera con petrosemolo, o fiori sopra. Per suo sapore ricchiede sapore bianco, è salsa
verde ... "

Opera di M. Bartolomeo Scappi, cuoco secreto di Papa Pio V divisa in sei libri 
1570
Bartolomeo Scappi 

Contiene amminoacidi come acido aspartico, acido glutammico, alanina, arginina, cistina, fenilalanina, glicina, isoleucina, leucina, lisina, prolina, serina, tirosina treonina e valina; carotenoidi come β-carotene e luteina; flavonoidi, furanocumarine, fluoro, olio essenziale come apiolo, apioside e miristicina; sali minerali come calcio, ferro, fosforo, manganese, magnesio, potassio, rame, selenio, zinco e zolfo; vitamine A, B1, B2, B3, B5, B6, C, E, J e K.
La medicina popolare sfrutta la sua proprietà antialitosi, antianemica, antidiabetica, antiflogistica, antiossidante, antitumorale, depurativa, carminativa, digestiva, diuretica, emmenagoga, lassativa, ipotensiva, stomachica, tenifuga, tonica, vasodilatatrice.
Controindicato alle donne in gravidanza e in allattamento e a chi soffre con i reni.
Le furanocumarine rendono il prezzemolo fotosensibilizzante per cui attenzione alle scottature e alle reazioni cutanee se ci si espone al sole.

" Nomi. Gre. σέλινον/selinon Hημανιον. Lat. Apium hortense. Ital. Petrosemolo, o Pitrosello. Arab. Cheres. Spag. Perexil. Fran. Perfil de iardin. Ted Petrelin.
Forma. E pianta volgare, ha foglie di coriandro, che da un ramo n'escono molte, tagliate attorno minutamente, ma quelle, che sono per il fusto mutata forma, sono lunghe, e anguste. Fa i fiori piccioli biancheggianti, e il seme simile a quel dell'anito, ma più picciolo, e più lungo. Ha una sola radice capillata, grossa un dito, lunga un palmo, bianca, e dentro col midollo legnoso. Il maschio non è molto diſſimile dalla femina, se non che ha le frondi più nere, la radice più corta, la quale genera vermi, onde gli huomini e le donne che mangiano questo diventano sterili. In Grecia fu già in grande honore, percioché se ne coronavano in certi luoghi i vincitori.
Loco. Seminasi per tutti i giardini.
Qualità. E' diuretico, e caldo nel secondo, e secco nel terzo grado.
Virtù. Di dentro. E il petrosello molto usitato nelle cucine, per dar molta gratia ai cibi: Mangiato crudo è cotto provoca l'urina, e i mestrui: la decottion delle foglie, e della radice si beve utilmente contra i mortiferi medicamenti: provoca il vomito, e: restringe il ventre. Il seme provoca più efficacemente l'urina: vale ai morsi delle fiere, e a quelli c'havesser preso il litargirio: risolte le ventosità, metteis nei medicamenti che mitigano i dolori, nelle Teriache, e nei rimedij, che si fanno contra la tosse. Agli antichi era prohibito il mangiarlo, per esser'egli dedicato alle vivande dei morti, per offender la vista, e per causare il mal caduco, onde le balie se ne astenghino di mangiarne, e per questo rispetto, e anco perché secca il latte. ll succo massime della radice bevuto con vino: mitiga i dolori dei lombi: difficilmente si digerisce, e per questo si deve mangiare in mezo dei cibi: offende grandemente quei che patiscono il mal caduco. Il seme pigliato prima prohibisce l'imbriacarsi: conferisce ancora a dar buon'odore al corpo, e a far le donne più pronte alle cose veneree: con l'herba verde si ricreano i pesci ammalati nelle peschiere. Di fuori. Impiastrasi con pane, è polenta alle infiammagioni degli occhi: mitiga gli ardori dello stomacho, risolve le durezze delle poppe causate dal latte appreso, scaldato nella padella con butiro, e applicato caldo. Il succo stillato con vino nell'orecchia ne leva il dolore: la decottion del seme con chiara d'ovo risolve i lividi. Sana l'ulcere della bocca trito con acqua fresca. Il seme à tutte le cose è più efficace che le foglie, e la radice più del seme. L'Acqua stillatane vale alle cose predette. "

Herbario novo
Castore Durante

Nel linguaggio dei fiori il prezzemolo rappresenta l'invadenza, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

" C'era una volta marito e moglie che stavano in una bella casina. E questa casina aveva una finestra che dava sull'orto delle Fate.
La donna aspettava un bambino, e aveva voglia di prezzemolo. S'affaccia alla finestra e nell'orto delle Fate vede tutto un prato di prezzemolo. Aspetta che le Fate siano uscite, prende una scala di seta e cala nell'orto. Fatta una bella scorpacciata di prezzemolo, risale per la scala di seta e chiude la finestra.
L'indomani, lo stesso. Mangia oggi, mangia domani, le Fate, passeggiando nel giardino, cominciarono ad accorgersi che il prezzemolo era quasi tutto andato.
- Sapete cosa facciamo? - disse una delle Fate.
- Fingiamo d'esser uscite tutte, e una di noi invece resterà nascosta. Così vedremo chi viene a rubare il prezzemolo.
Quando la donna scese nell'orto, ecco che saltò fuori una Fata.
- Ah, briccona! T'ho scoperta, finalmente!
- Abbiate pazienza, - disse la donna, - ho voglia di prezzemolo perché aspetto un bambino...
- Ti perdoniamo, - disse la Fata. - Però se avrai un bambino gli metterai nome Prezzemolino, se avrai una bambina le metterai nome Prezzemolina. E appena sarà grande, bambino o bambina che sia, lo prenderemo con noi!
La donna scoppiò a piangere e tornò a casa. Il marito, appena seppe del patto con le Fate andò su tuttele
furie:
- Golosaccia! Hai visto?
Nacque una bambina, Prezzemolina. E col tempo, i genitori non pensarono più al patto con le Fate. Quando Prezzemolina fu grandetta, cominciò ad andare a scuola. E mentre tornava a casa, tutti i giorni, incontrava le Fate, che le dicevano:
- Bambina, di' alla mamma che si ricordi quel che ci deve dare.
- Mamma, - diceva la Prezzemolina, tornando a casa, - le Fate dicono che dovete ricordarvi quel che gli dovete dare -. La mamma si sentiva un groppo al cuore e non rispondeva niente. Un giorno la mamma era distratta. Tornò Prezzemolina da scuola e disse:
- Dicono le Fate che vi ricordiate quel che gli dovete dare, - e la mamma, senza pensare, disse:
- Sì, di' che la piglino pure.
L'indomani la bambina andò a scuola.
- Allora, se ne ricorda, tua mamma? - chiesero le Fate.
- Sì, dice che potete prendere quella cosa che vi deve dare.
Le Fate non se lo fecero dire due volte. Afferrarono Prezzemolina e via. La mamma, non vedendola tornare, era sempre più in pensiero. A un tratto si ricordò della frase che le aveva detto, e disse:
- O me disgraziata! Ora non si può più tornare indietro!
Le Fate portarono Prezzemolina a casa loro, le mostrarono una stanza nera nera dove tenevano il carbone, e dissero:
- Vedi, Prezzemolina, questa stanza? Quando torniamo stasera dev'essere bianca come il latte e dipinta con tutti gli uccelli dell'aria. Se no ti mangiamo -. Se ne andarono e lasciarono Prezzemolina disperata, tutta in lacrime.
Bussano alla porta. Prezzemolina va ad aprire, sicura che siano già le Fate di ritorno e che sia giunta la sua ora. Invece entrò Memé, cugino delle Fate.
- Che hai che piangi, Prezzemolina? - chiese.
- Piangereste anche voi, - disse Prezzemolina, - se aveste questa stanza nera nera da far bianca come il latte e dipingerla con tutti gli uccelli dell'aria, prima che tornino le Fate! E se no mi mangiano!
- Se mi dài un bacio, - disse Memé, - faccio tutto io.
E Prezzemolina rispose: - Preferisco dalle Fate esser mangiata / Piuttosto che da un uomo esser baciata.
- La risposta è così graziosa, - disse Memé, - che farò tutto io lo stesso.
Batté la bacchetta magica, e la stanza divenne tutta bianca e tutta uccelli, come avevano detto le Fate.
Memé andò via e le Fate tornarono.
- Allora, Prezzemolina, l'hai fatto?
- Sissignora, vengano a vedere.
Le Fate si guardarono tra loro.
- Di' la verità, Prezzemolina, qui c'è stato nostro cugino Memé.
E Prezzemolina: Non ho visto il cugino Memé / Né la mia mamma bella che mi fé.
L'indomani le Fate tennero conciliabolo.
- Come facciamo a mangiarcela? Mah! Prezzemolina!
- Cosa comandano?
- Domattina devi andare dalla Fata Morgana e le devi dire che ti dia la scatola del Bel-Giullare.
- Sissignora, - rispose Prezzemolina, e la mattina si mise in viaggio. Cammina cammina, trovò Memé cugino delle Fate che le chiese:
- Dove vai?
- Dalla Fata Morgana, a prendere la scatola del Bel-Giullare.
- Ma non sai che ti mangia?
- Meglio per me, così sarà finita.
- Tieni, - disse Memé, - queste due pentole di lardo; troverai una porta che batte i battenti, ungila e ti lascerà passare. Poi tieni questi due pani; troverai due cani che si mordono l'uno con l'altro; buttagli i pani e ti lasceranno passare. Poi tieni questo spago e questa lesina; troverai un ciabattino che per cucire le scarpe si strappa la barba e i capelli; daglieli e ti lascerà passare. Poi tieni queste scope; troverai una
fornaia che spazza il forno con le mani, dagliele e ti lascerà passare. Bada solo di far svelta.
Prezzemolina prese lardo, pani, spago, scope e li diede alla porta, ai cani, al ciabattino, alla fornaia; e tutti la ringraziarono. Trovò una piazza, e nella piazza c'era il palazzo della Fata Morgana. Prezzemolina bussò.
- Aspetta, bambina, - disse la Fata Morgana, -aspetta un poco -. Ma Prezzemolina che sapeva che doveva far svelta, corse su per due rampe di scale, vide la scatola del Bel-Giullare, la prese, e via di corsa. La Fata Morgana, sentendola scappare, s'affacciò alla finestra.
- Fornaia che spazzi il forno con le mani, ferma quella bambina, fermala!
- Fossi matta! Dopo tanti anni che fatico, mi ha dato le scope per spazzare il forno!
- Ciabattino che cuci le scarpe con la barba e i capelli! Ferma quella bambina, fermala!
- Fossi matto! Dopo tanti anni che fatico, m'ha dato lesina e spago!
- Cani che vi mordete! Fermate quella bambina! - Fossimo matti! Ci ha dato un pane per uno!
- Porta che sbatti! Ferma quella bambina!
- Fossi matta! M'ha unta da capo a piedi!
E Prezzemolina passò. Appena fu in salvo, si domandò: "Cosa ci sarà in questa scatola del Bel- Giullare?" e non seppe resistere alla tentazione d'aprirla. Ne saltò fuori tutto un corteo d'omini piccini piccini, un corteo con la banda, che andava avanti a suon di musica e non si fermava più. Prezzemolina voleva farli tornare nella scatola, ma ne prendeva uno e gliene scappavano dieci. Scoppiò in singhiozzi, e proprio in quel momento arrivò Memé.
- Curiosaccia! - disse. - Vedi quel che hai combinato?
- Oh, volevo solo vedere...
- Adesso non c'è più rimedio. Ma se tu mi dài un bacio, io rimedierò.E lei: Preferisco dalle Fate esser mangiata / Piuttosto che da un uomo esser baciata.
- L'hai detto così per benino che rimedierò io lo stesso -. Batté la bacchetta magica e tutti gli omini
tornarono nella scatola del Bel-Giullare. Le Fate, quando sentirono Prezzemolina picchiare all'uscio, ci restarono male.
- Come mai la Fata Morgana non se l'è mangiata?
- Felice giorno, - disse lei. - Ecco la scatola.
- Ah, brava... E cosa t'ha detto la Fata Morgana?
- M'ha detto di farvi tanti saluti.
- Abbiamo capito! -dissero le Fate tra loro. -Dobbiamo mangiarcela noi -.
Alla sera, venne a trovarle Memé.
- Sai, Memé? - gli dissero. - La Fata Morgana non s'è mangiata Prezzemolina. Dobbiamo mangiarcela noi.
- Oh, bene! - fece Memé. -Oh, bene!
- Domani, quando avrà fatto tutte le faccende di casa, le faremo mettere al fuoco una caldaia di quelle
grandi da bucato. E quando bollirà la prenderemo e la butteremo dentro.
- E sì, e sì, - disse lui, - resta inteso così, è una buona idea.
Quando le Fate furono uscite, Memé andò da Prezzemolina.
- Sai, Prezzemolina? Ti vogliono buttare nella caldaia, quando bolle. Ma tu devi dire che manca la legna e che vai in cantina a prenderla. Poi verrò io.
Così le Fate dissero a Prezzemolina che bisognava fare il bucato, e che mettesse la caldaia al fuoco. Lei
accese il fuoco, poi disse:
- Ma non c'è quasi più legna. - Va' a prenderla in cantina.
Prezzemolina scese, e sentì:
- Sono qua io, Prezzemolina -.
C'era Memé che la prese per mano. La condusse in un posto in fondo alla cantina dove c'erano tanti lumi. - Queste sono le anime delle Fate. Soffia! - Si misero a soffiare e ogni lume che si spegneva era una Fata che moriva. Rimase solo un lume, il più grosso di tutti. - Questa è l'anima della Fata Morgana!
- Si misero a soffiare insieme con tutte le loro forze, finché non lo spensero, e così rimasero padroni d'ogni cosa.
- Ora sarai mia sposa, - disse Memé e finalmente Prezzemolina gli diede un bacio.
Andarono al palazzo della Fata Morgana; del ciabattino ne fecero un duca, della fornaia una marchesa; i cani li tennero con loro al palazzo e la porta la lasciarono lì badando a ungerla ogni tanto.
Così vissero e godettero, / Sempre in pace se ne stettero / Ed a me nulla mi dettero.

Fiabe italiane - 86. Prezzemolina (Firenze)
Italo Calvino
Per chi è interessato

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