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venerdì 17 luglio 2026

Di Sole, di Luna e di Espero

Tramonto del Sole - 17 luglio 2026

Tramonto del 17 luglio 2026

I Greci lo chiamavano Helios, i Romani Sol, il Sole, disco luminoso naturale, forza vitale che sorge, viaggia e tramonta, nel mito chiama Apollo Febo che ogni giorno attraversa il cielo sul carro solare, dio della musica, della profezia e dell'armonia, ma anche della potenza inarrestabile e dell'ira terribile, capace di scagliare le sue frecce di pestilenza come racconta l'Iliade. 


"... Scese dalle cime dell'Olimpo, irato nel cuore,
portando sulle spalle l'arco e la faretra chiusa.
Le frecce tintinnavano sulle spalle del dio adirato,
mentre si muoveva; avanzava simile alla notte.
Si fermò lontano dalle navi, scoccò una freccia:
tremendo fu il suono dell'arco d'argento.
Prima colpiva muli e cani veloci,
poi contro gli uomini lanciando il dardo aguzzo
continuamente accendeva le pire dei morti ..."

Iliade - Canto I
Omero
Traduzione Rosa Calzecchi Onesti

Trionfa al solstizio d'estate si espande, trabocca e sgorga dai suoi stessi confini, arde con furore fuori dai limiti per un istante e dopo aver assaporato il culmine della libertà inizia a placarsi per rientrare nella sua forma contenuta e così si mostra al tramonto del 17 luglio 2026 prima di lasciare il posto al crepuscolo che vede il sorgere della Luna crescente a Occidente, signora della notte, unico satellite della Terra, custode dei cicli e dei segreti del buio, intima, misteriosa, timida e introversa; nel mito chiama Diana, l'Artemide greca, dea della caccia, dei boschi e della natura selvaggia e si avvicina a Espero, stella della sera, unico pianeta femminile del sistema solare che nel mito chiama Venere, l'Afrodite greca, dea dell'amore e della bellezza, capricciosa, seducente, sfacciata ed estroversa. 

Luna e Espero al crepuscolo del 17 luglio  2026

Luna e Espero al crepuscolo del 17 luglio  2026

Diana e Venere la sera del 17 luglio 2026

Diana e Venere la sera del 17 luglio 2026

Tre volti del cielo, tre archetipi dell'animo umano, che ogni sera continuano a raccontare la loro storia a chi tra fugaci gioie e profondi dolori alza gli occhi verso l'orizzonte.
Cliccando su 24 giugno - Natività di San Giovanni Battista potrete vedere la forma espansa del Sole al tramonto.

lunedì 24 giugno 2024

Libera dal dolore il nepente

«ἔνθ᾽ αὖτ᾽ ἄλλ᾽ ἐνόησ᾽ Ἑλένη Διὸς ἐκγεγαυῖα:
αὐτίκ᾽ ἄρ᾽ εἰς οἶνον βάλε φάρμακον, ἔνθεν ἔπινον,
νηπενθές τ᾽ ἄχολόν τε, κακῶν ἐπίληθον ἁπάντων.»

"... Ma in altro Pensiero allora Elena entrò.
Nel dolce vino, di cui bevean, farmaco infuse
Contrario al pianto, e all'ira, e che l'obblio
Seco inducea d'ogni travaglio e cura..."

Odissea, Libro IV, v. 219-221
Omero
Traduzione Ippolito Pindemonte

Mentre le navi greche con il favore del vento riportano nei loro regni i vincitori della guerra di Troia, Ulisse che non ha paura dell'ira degli dei e paga lo scotto della sua astuta esuberanza, prima di riuscire a ritornare a Itaca, con i suoi compagni deve affrontare una serie di ostacoli che lo portano in giro per il Mediterraneo. Suo figlio Telemaco che nel palazzo reale con la madre Penelope vive l'asfissiante assedio dei Proci va alla corte di Menelao per aver notizie del padre e qui durante il banchetto di benvenuto tutti i convitati mostrano un momento di profonda costernazione per la mancanza di Ulisse che prontamente Elena, moglie di Menelao, cerca di alleviare offrendo loro del vino in cui è stato sciolto un farmaco, donatogli da Πολύδαμνα/Polidamna, moglie del nobile egiziano Θῶν/Tone, che ha la peculiarità di liberare dal dolore fisico e spirituale e che si chiama nepente dal greco νηπενθής/nēpenthḗs - che dissipa il dolore composto dal prefisso negativo νη/ne - non e da πενθές/pénthes forma aggettivale di πένθος/pénthos - affanno, cordoglio, dolore, lutto, tristezza, in cui ος viene sostituito con il suffisso ής per formare l'aggettivo che si lega in questo caso a φάρμακον/pharmakon - farmaco.
Il nepente, che nel corpus linguistico dell'Odissea è un ἅπαξ λεγόμενον/ápax legómenon - detto una sola volta del Libro IV, ha dato il suo nome alla nota pianta carnivora e nel corso del tempo è stato oggetto di vari studi per cercare di identificarlo con un'erba conosciuta anche senza la presenza di una pur minima descrizione morfologica.

Teofrasto si astiene dall'individuarla, Plutarco, Ateneo, Filostrato e Macrobrio sostengono che si tratti di un'allegoria simbolica:

" Se analizzi intimamente la nascosta saggezza di Omero, farai una scoperta interessante a proposito di quel calmante che Elena mescolò al vino,
che placa dolore ed ira e fa obliare tutti i mali:
non era un'erba, non una droga indiana, ma l'opportuna introduzione del racconto, che facendo dimenticare all'ospite la mestizia lo volse alla gioia. Infatti essa narrò le gesta gloriose di Ulisse alla presenza del figlio:
ciò che fece e sopportò il forte eroe.
Dunque esponendo la gloria del padre e le sue azioni coraggiose ad una ad una rese più lieto l'animo del figlio, e così si credette che avesse mescolato al vino un rimedio contro la mestizia. "

I Saturnali
Macrobio Teodosio
Traduzione Nino Marinone

Diodoro Siculo ha la convinzione che sia reale e che non rappresenti una semplice allegoria:

" ... Ed adducono altre prove della venuta di Omero, ed in particolare il medicamento che Elena diede a Telemaco nella casa di Menelao, e la bevanda per l'oblio dei mali passati: infatti, il farmaco che "dissipa i dolori ", che Elena prese a Tebe d'Egitto - così afferma il poeta - da Polidamna, moglie di Tone, è evidente che egli l'aveva esaminato accuratamente. Dicono ancora i sacerdoti degli Egiziani che anche oggi le donne di questa città fanno uso del suddetto potente medicamento, ed affermano che solo presso gli abitanti di Diospoli da tempi antichi è stato scoperto un farmaco che cura ira e dolore ... "

Biblioteca Storica I, 97-7
Diodoro Siculo
A cura di Giuseppe Cordiano e Marta Zorat

Plinio crede di averlo identificato nell'elenio, pianta di Elena madre di Costantino, ma noi non abbiamo la più pallida idea su quale sia l'erba che corrisponde all'elenio:

" All'elenio, nato, come si è detto, da Elena, si attribuiscono virtù cosmetiche: mantiene perfetta, nutrendola, la pelle femminile, sia del viso che del corpo. Inoltre dicono che il suo impiego conferisca alle donne bellezza e un fascino sensuale. A questa pianta attribuiscono, se bevuta con vino, un effetto esilarante, quello posseduto dal famoso nepente decantato da Omero, che faceva sparire ogni senso di tristezza. Il succo è dolcissimo. A chi soffre di ortopnea fa bene bere a digiuno, con acqua, la radice di
elenio, bianca e dolce all'interno. In pozione con vino si usa anche contro i morsi dei serpenti. Si dice anche che, tritata, essa uccida i topi. "

Storia Naturale Libro XXI
Plinio il Vecchio
Traduzione Anna Maria Cotrozzi

" Omero certo, la prima fonte delle scienze antiche, in altri casi pieno di ammirazione per Circe, in fatto di erbe ha concesso il primato all'Egitto quando l'Egitto non era ancora una terra irrigata, come poi divenne per l'accumularsi del limo del fiume. Comunque, egli racconta che erbe egiziane furono date in gran numero dalla moglie del re ' alla sua Elena, tra cui quel famoso nepente che fa dimenticare gli affanni e induce al perdono, e che Elena avrebbe certo dovuto offrire come bevanda a tutti i mortali. "

Storia Naturale Libro XXV
Plinio il Vecchio
Traduzione Paola Cosci

Galeno propende invece per l'Anchusa officinalis o buglossa comune perché ha la caratteristica di generare allegria, gioia ed eccitazione se aggiunta al vino.

Anchusa officinalis dal greco ἄγχουσα/ánchousa participio presente attivo del verbo ἄγχω/angchō - stringerepremere, riferito alle donne che dalla radice rossa di questa pianta ricavavano un belletto per truccarsi; più officinalis deriva latina di officina a indicare un prodotto da laboratorio farmaceutico. Per la conformazione delle foglie è definita Buglossa comune dal greco βούγλωσσον composto da βοῦς/bousbue e γλῶσσα/glossa - lingua. Popolarmente è conosciuta come buglossa volgare, erba di San Pietro perché la leggenda racconta che le chiavi del regno dei cieli abbiano la stessa forma; lingua bubola, lingua di bue, lingua di manzo, lingua di vacca; sugamiele; alkanet in inglese; originaria dell'area mediterranea appartiene alla famiglia delle Boraginaceae, può raggiungere gli ottanta centimetri di altezza, il fusto eretto o ascendete è ricoperto di peli e ramifica nella parte alta, le foglie opposte alterne, di un verde che vira al grigio sono lineari, lanceolate oblunghe, pelose e ruvide con i margini interi e ondulati, più grandi alla base del fusto, ridotte nella parte superiore, tendono a seccarsi durante la fioritura; i fiori tubulosi e stellati, melliferi e scorpioidi, riuniti in corimbi, sono divisi in cinque lobi azzurro-purpurei, si sviluppano alle ascelle e in cima alla pianta, il frutto è una tretanucola che rilascia 4 semi più larghi che lunghi, trasversalmente ovoidi o reniformi.

Nepente - Anchusa officinalis - XVIII - XIX secolo - Anonimo

Nepente - Anchusa officinalis - XVIII - XIX secolo - Anonimo


" Nasce la buglossa nelle pianure, e ne i luoghi arenosi. Cogliesi il mese di Luglio. Dicono, che quella, che produce tre fusti, tritandosi con il suo seme, e con la sua radice, giova bevuta contra al rigore della febbre terzana: e quella, che ne produce quattro, contra à quelli delle quartane: cuocesi nel vino. Dicono essere questa utile anchora alle posteme. E simile al verbasco e produce le sue frondi sue sparse per terra, le quali sono nere, e aspre, simili alle lingue de i buoi. Messe le frondi nel vino, rallegrano, e consolano l'animo.

Che ben considera l'historia, che della Buglossa scrive Dioscoride, ritrova manifestamente, che più presto si possa dire essere la nera Borragine nostra degli horti, che quella che notamente s'adopera nelle spetiarie, imperoche la Borragine produce parimente le frondi ( quantunque più nere ) simili nei lineamenti, e nella figura loro al verbasco, e parimente al simphito della seconda spetie, il qual dice Dioscoride che produce le sue frondi simili alla buglossa: le cui pungenti foglie sono sempre sparse per terra, aspre, e simili alle lingue dei buoi. Ma non però per questo nego io totalmente, che questa Buglossa commune, che nasce nelle campagne, non ne sia anchora ella una spetie: imperoche se bene le frondi del tutto non si simigliano; nel toccarle però, e nel gustarle sono una cosa medesima. Et quantunque l'una produca i fiori celesti, e l'altra porporei; si veggono essere però di sembianza non molto lontani, e in un medesimo modo produrre i recettacoli del seme: imo che nuovamente se ne semina à i tempi nostri ne gli horti una certa spetie, la quale chiamano domestica, stataci portata di Spagna, con foglie molto più larghe: la quale se ben del tutto non si rassembra al verbasco, come fa la borragine; nondimeno nella forma delle foglie si rassembra non poco alle lingue de buoi. Ma sia come si voglia, io concederò, che le virtù dell'una e dell'altra sieno molto simili, se bene in amendue non del tutto uguali. Ma non mancano alcuni, i quali sprezzando ogni ragione assegnata, vogliono che la Buglossa del commune uso sia per ogni modo una spetie d'echio, parendo loro, che con ogni sembianza se gli rassomigli. Et altri sono, che pensano che sia ella il Cusio. Ma io sono assai lontano dalla opinione di costoro, come con efficaci ragioni ho insegnato, e scritto à i proprj luoghi. Che poi la Borragine possa agevolmente essere la vera Buglossa, si può provare per Avicenna, il quale nel II. libro de suoi canoni ne scrisse con queste parole. La Buglossa è una herba larga: le cui frondi sono come d'Almaru, aspre al toccarle: e i suoi rami sono anchor essi aspri, come i piedi delle locuste. Et quella è ottima, che nasce in Corascemi, che produce le sue frondi grosse: sopra le quali sono certi punti, i quali sono la base, e la radice delle spine, e de i peli, che nascono sopra quelle. Il che così manifestamente si vede nelle frondi della Borragine, che non si può negare, che d'altra, che di lei intendesse Avicenna. Ne per altro la scrisse egli, se non perché al tempo suo in cambio della vera Buglossa s'usava una altra herba. Et imperò dìceva poi: Quella, che si ritrova in questo paese, e che usano i medici, è per la più parte spetie d'Amaru, e non è la Buglossa, ne di quel giovamento, tutto questo disse Avicenna. Onde habbia la Buglossa acquistato il nome di Borragine, agevolmente si può farne coniatura da spulcio, il quale nel suo libro de i medicamenti dell'herba scrive che i Lucani chiamano la Buglossa, per havere proprietà grande nelle passioni del cuore, Coragine, onde può esser agevolmente accaduto, che corrompendosene col tempo il nome, sia stato permutato il C, in B. Le quali tutte ragioni manifestamente dimostrano, che la vera, e legittima Buglossa sia finalmente la Borragine. Nasce adunque la Borragine con foglie larghe, ma non del tutto tonde, ruvide, con molte bolle, armate di sottilissime spine, le quali fanno tutta la pianta rigida, e pungente. Il gambo produce ella alto un gombito, e qualche volta maggiore, carnoso, concavo, e per tutto spinoso, con molti rami. I fiori ha ella à modo di stella d'un vivido celeste colore, se ben si truova di quella, che lo fa bianco, dal mezo del quale, esce una punta nera, ma non però pungente, con seme nero, e strisciato. Ha la radice bianca grossa un dito, al gusto, dolce, e viscosa. Nasce ne gli horti per se stessa, e così copiosa, che malagevolmente se ne può respirare. Ma la Buglossa volgare produce le foglie più lunghe della Borragine, pelose, e ruvide, e minutamente spinose, il gambo alto più di un gòmbito, tondo, e parimente spinoso, dal quale escono più, rami che rimirano alla cima, nelle cui sommità nascono i fiori porporei minori che di Borragine, la radice fa ella come di Borragine, ma con più grossa corteccia. Trovansene di tre spetie una di domestica e due di silvatica. La domestica ha le foglie ben grandi e maggiori di quelle della Borragine. La prima delle salvatiche più volgare, che nasce per tutto ha le foglie maggiori della seconda, e i fiori porporei, i quali nell'altra sono neri, e le foglie minori. Hanno tutte le Buglosse insieme con la Borragine virtù mirabile in tutti i difetti del cuore, e ne i morbi malinconici, spetialmente le loro decottioni fatte così nell'acqua come nel vino. La radice della Buglossa vuolgare trita con aceto guarisce ungendosene la rogna. ll succhio cavato da tutta la pianta bevuto, vale contra li veleni, econtra le morsure di tutti gl'animali velenosi . L'acqua distillata data à bere, vale à coloro che vaneggiano nelle febbri, e giova, e mitiga l'infiammagioni de gl'occhi applicata tanto di dentro quanto di fuori. Commemorò la Buglossa Galeno al VI. delle facultà de semplici, così dicendo. La Buglossa è nel temperamento suo calida, e humida: e però si crede, che messa ne vino, faccia rallegrare, Cotta nell'acqua melata, giova alla tosse causata dall'asprezza delle fauci . Chiamano i Greci la Buglosa Beglooson: i Latini, Buglossum, e Lingua bubula: gli Arabi, Lifen althaur, e Lefan althaur: i Tedeschi, Burretsch: li Spagnoli, Borraia, e Borraiens: i Francesi , Borrache. "

Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli

Nepente - Anchusa azurea

Nepente - Anchusa azurea

Sorella dell'anchusa officinalis appartenente alla stessa famiglia e dello stesso genere stabilito da Linneo è l'Anchusa azurea Mill., Anchusa angustifolia L. dal greco ἄγχουσα/ánchousa participio presente attivo del verbo ἄγχω/angchō - stringere, premere, riferito alle donne che dalla radice rossa di questa pianta ricavavano un belletto per truccarsi; più azurea dal latino medievale lazur, lazulum riferito al persiano läžwärd attraverso l'arabo lāzwardī che adatta il sanscrito rājāvarta - lapislazzuli, pietra azzurra che ricorda il colore dei fiori. Per la conformazione delle foglie è definita Buglossa azzurra dal greco βούγλωσσον composto da βοῦς/bous - bue e γλῶσσα/glossa - lingua.
Popolarmente conosciuta come anchusa italica - borai salvadegh, buglossa azzurra, erba perla azzurra, fior di Cervia, lingua bubula, lingua di bue; lingua di manzo, lingua di vacca; italienische Ochsenzunge in tedesco; italiensk oxtunga in svedese; buglosse d'Italie in francese; può raggiungere l'altezza di un metro, il fusto eretto è irsuto, ispido e ramifica nella parte alta, le foglie opposte alterne, verdi nella pagina superiore e più argentee in quella inferiore sono lineari, oblanceolate, oblunghe, irsute e ispide con i margini interi e ondulati, più grandi alla base del fusto, ridotte nella parte superiore, tendono a seccarsi durante la fioritura; i fiori tubulosi e stellati, melliferi e scorpioidi, riuniti in corimbi, sono a cinque petali azzurro violacei, si sviluppano alle ascelle e in cima alla pianta, il frutto è una tretanucola con semi bianchi o grigi, più lunghi che larghi, ovoidali e crestati con un anello basale liscio o ondulato. 
L'anchusa nel dizionario universale economico rustico del 1897 è descritta così: 

" Buglossa, lat. Buglossum, fr. Bouglose. Questa pianta si semina negli orti per le proprietà medicinali che contengonsi nella foglia e nella radice. Serve in economia per medicare i cavalli. Tagliata minuta è di pascolo ai piccoli gallinacci; coi fiori si guarniscono le insalate e col sugo si dà la tempra all’acciajo o al ferro. La sua radice è vivace, della grossezza d’un dito mignolo: gli steli si alzano a due piedi circa, ramosi, cilindrici, carichi di peli ruvidi e sparsi. Le foglie sono alterne, lanceolate, assai puntute non increspate come quelle della borraggine, ma guarnite come queste di peli da ambe le parti: ne differisce essenzialmente per li fiori che sono d’un sol pezzo, infundibuliformi, d’un azzurro porporino. Quando è in fiore fa un bel vedere. Le foglie bollite nell’acqua con dell’ allume danno un bel color verde. Si trova comunemente anche nelle campagne, nelle sponde delle strade e a prima vista si crede borraggine, alla famiglia della quale appartiene e con essa si adopra nella medicina o le si sostituisce avendone le stesse proprietà. La sua decozione nel latte è utile nella dissenteria. Se ne distinguono più specie o varietà. "

Dizionario universale economico rustico

Nepente - Anchusa azurea

Nepente - Anchusa azurea

I giovani fiori delle anchuse hanno il succo cellulare acido che colora i petali di rosa, i fiori più maturi se il succo cellulare è neutro assumono una colorazione che vira verso il viola mentre se è alcalino vira verso l'azzurro. Nel linguaggio dei fiori rappresenta le bugie e le menzogne perché quel belletto rosso, che si ricava dalle sue radici e che ricopre i visi delle donne, nasconde la verità.
Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

" Nel paese degli aranci, nell’ora in cui il giorno di Dio declina, quando i pescatori, avendo tese le loro reti, tirano le barche al ricovero delle rocce, e che lasciando di spogliare i rami, sulla testa o sul fianco le giovani, aiutandosi, caricano le loro ceste piene. Dalle rive ove l’Argens serpeggia, dai piani, dalle
colline, dai sentieri, nelle lontananze s’innalza un lungo coro di canzoni. A\a belati di capre, canti d’amore, arie di zampogne, a poco a poco nelle montagne brune si perdono e regna l’ombra e la malinconia. Delle Marie che sparivano così si spegnevano le parole. si spegnevano a poco a poco, di nube d’oro in nube d’oro, simili a un’eco di cantico, simili a una musica lontana che al disopra della
chiesa antica, se ne sarebbe andata colla brezza...
...O Sante, belle marinare, che avete scelte le nostre paludi per innalzarvi in aria la torre ed i merli Della vostra chiesa bionda, come farà nella sua barca il marinaio quando il mare s’agita, se prontamente voi non gli mandate la vostra buona brezza? Come farà la povera cieca? Ah! non vi è né salvia né buglossa che possano guarirla dalla sua sorte lacrimevole, e senza dire una parola ella resta tutto il giorno a
ripassare la sua triste vita. O Sante, rendetele la vista, perché l’ombra, e sempre l’ombra, è peggiore della morte ... "

La morte di Mirella - 1911
Anonimo
Traduzione dall'occitano di Emanuele Portal

Nepente - Anchusa azurea

Nepente - Anchusa azurea

Oltre a quelle già elencate si è provato a identificare il nepente anche con la borragine, il caffè, la cannabis, la datura, il giusquiamo, l'oppio e lo zafferano ma i pro e i contro non giocano a loro favore, per cui credo che il suo fascino misterioso rimarrà tale per sempre.

Lieta Festa di San Giovanni!

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Per chi è interessato
Brucia con le coccole il legno di ginepro

sabato 24 giugno 2023

La saggezza dell'erba moly

" ... Essa, sgomenta, invito allor ti farà nel suo letto;
né rifiutare tu dovrai della Diva l’amplesso,
se i tuoi compagni vuoi che sciolga, e che bene ti tratti.
Chiedile prima però che il gran giuramento dei Numi
ella ti presti, che contro di te non disegna alcun danno;
ché, disarmato e fiacco, non debba poi farti del male».
Quando ebbe detto cosí, un’erba mi die’ l’Argicida,
che la divelse dal suolo, mi disse qual n’era il potere.
Negra essa avea la radice, sembravano latte i suoi fiori:
moli la chiamano i Numi: né facile cosa è sbarbarla
per i mortali; ma tutto concesso è ai signori del cielo.
Quindi, per mezzo a le selve dell’isola, Ermète a l’Olimpo
fece ritorno; ed io mi volsi alla casa di Circe; ... "

Odissea - Canto X
Omero
Traduzine Ettore Romagnoli

Erba Moli con Omero, L'ἀρχιατρός -Il capo-medico e Mercurio - miniatura del Codex Medicina Antiqua - Copia del 1250 di un originale del VI secolo

Erba Moli con Omero, L'ἀρχιατρός/archiatros -  capo-medico e Mercurio
miniatura del Codex Medicina Antiqua
Copia del 1250 di un originale del VI secolo

Omero introduce l'ultima erba che ho scelto quest'anno per completare il mazzetto di San Giovanni: la Moly, ammantata dal mistero, sospesa tra realtà e immaginazione, dal greco μῶλυ/moliu o moly probabilmente dalla radice mal/mol - essere morbido, tenero che condivide con il termine μαλάχη/malache - malva e con mollis - molle, morbido, languido; un'erba prodigiosa dai fiori bianchi e dalla nera radice che Mercurio porge a Ulisse affinchè lo renda immune dai veleni sciolti nel Ciceone ( Vedi Fragrante è il puleggio ) che gli offrirà la maga Circe.

Per Teofrasto esiste e ne descrive anche il luogo d'origine:

Presso Psofl, in luoghi sassosi, nasce la panacea in gran copia e di qualità eccellente: il moli si trova intorno a Fenco e in Cillene; e dicono che sia come quello di cui parla Omero, con radice tonda come una cipolla e con foglie di scilla. Se ne servono contro i veleni e gl' incanti: non è vero che sia cosi malagevole a cavarsi come vorrebbe Omero.

Historia Plantarum - Libro IX
Teofrasto
Traduzione Filippo Ferri Mancini

Plinio crede che possa essere l'Alicacabo:

" ... Esiste un'altra specie, chiamata alicacabo; è soporifera e capace di provocare la morte addirittura più rapidamente dell'oppio. Alcuni la chiamano morion, altri moly ... "

Storia naturale - Libro XXI
Plinio il Vecchio
Anna Maria Cotrozzi

E che:

" L'erba piu famosa di tutte, in base alla testimonianza di Omero, è quella che, secondo lui, gli dèi chiamano moli: egli ne attribuisce a Mercurio la scoperta e la spiegazione dell'uso contro i peggiori avvelenamenti. Dicono che oggi nasca nei pressi del Feneo e sul Cillene, in Arcadia; e pare sia quel tipo descritto da Omero, con la radice arrotondata e nera, grossa come una cipolla, e con le foglie della scilla; si estrae però senza difficoltà. Gli autori greci hanno disegnato il suo fiore di colore giallo, mentre secondo Omero era bianco. Ho trovato, tra i medici esperti di erbe, uno il quale sosteneva che essa nasce anche in Italia, e che lui me la poteva portare dalla Campania nel giro di qualche giorno, dopo averla raccolta in zone sassose e disagiate; la radice sarebbe lunga 30 piedi, e neppure nella sua interezza ma strappata. "

Storia Naturale - Libro XXV
Plinio il Vecchio
Traduzione Paola Cosci

Ruta salvatica harmola - Dioscoride  - Pietro Andrea Mattioli

Ruta salvatica harmola - Dioscoride  - Pietro Andrea Mattioli


Dioscoride prova a identificarla con una specie di Ruta selvatica la Peganum harmala:

" Chiaman o parimente Ruta salvatica quella, che in Cappadocia, e in Galatia d'Asia si chiama moli, È pianta, che da una sola radice produce molti sottili fusti con frondi molto piu lunghe, e piu tenere dell’altra ruta, di grave odore. Fa il fiore bianco, con certi bottoni in cima commessi di tre parti, poco maggiori di quelle della ruta domestica: ne i quali è dentro il seme triangolare, rossgno di colore, e al gusto amaro, e quello s’adopera: maturasi l’autunno.
Tritali con mele, vino, zafferano, fucco di finocchio, e fiele di gallina cont'ra gli impedimenti de gli occhi. Sono alcuni, che la chiamano harmala: i Siri la chiamano besasa: e i Cappadoci moli, per haver ella co il moli alcuna sìmilitudine, di radice nera, e di fiore bianco. Nasce nelle colline e nei terreni grassi ... "

Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli

E il Mattioli spiega:

" Il Moli ha frondi di gramigna, ma più larghe, e sparse per terra. Produce fiori bianchi, simili à quelli delle viole bianche, ma minori, uguali a quelli delle porporee. Il fusto è bianco, alto quattro gombiti: nelle cui fommita è alcuna similitudine d'aglio. Ha la radice picciola, e bulbosa utile maravigliolamente per la madrice aperta, mettendosi trita con unguento irino ne i pessoli.
Fece del Moli mentione Theophrasto al XV.cap. del IX. libro dell'Historia delle piante, così dicendo. Il Moli nasce appresso à Pheneo, e parimente ( come scrisse Homero ) appresso a Cillene: con radice tonda, simile, alla cipolla, e frondi simili alla scilla. Vale il suo uso contra i potentissimi incanti: ma non è così managevole da cavarsi, come dice Homero. Scrissene parimente Plinio al IIII. cap. del XXV. libro, in questo modo. Lodatissima tra tutte le herbe è quella, che pensa Homero esser chiamata Moli dagli Dei, di cui si dice esser stato l’inventore Mercurio, odorosissma contro, le grandi incantationi. Dicono, che nasce attorno Pheneo, e in Cillene d'Arcadia. Ha quella spetie, che scrive Homero, la radice tonda, e nera, come una cipolla, e le frondi di scilla: ma è malagevole da cavare. I Greci scrittorì la dipingono con rosso fiore, quantunque con bianco la facesse Homero. Ho ritrovato alcuni medici valenti nella scienza de i semplici, che dicono nascere anchora il Moli in Campagna d'Italia, donde me ne fu portata di quella con gran fatica in più giorni cavata tra sassi: le cui radici erano lunghe trenta piedi, come che in più pezzi fussero rotte. Questo o tutto del Moli disse Plinio. Per le cui parole si vede essere questo ultimo Moli assai differente dal primo, il quale è questo istesso di Dioscoride. Questo fin hora non so io, che nasca in Italia, ne manco l'ho veduto portatovi d'altronde, la pianta del Moli di cui è qui la figura mi fu mandata dal gentilissimo, e virtuosissimo Signor Iacomo Antonio Cortuso gentilhomo Padovano, la quale in vero si rassomiglia del tutto al vero, e legìtimo Moli, oltre à ciò credo veramente, che questa pianta chiamata da Dioscoride Molisia quella istessa, che chiama Galeno nel VII. libro nelle facultà de semplici Mile, così dicendo. Il Mile fa una radice picciola, e bulbosa: in cui è veramente facultà costrettiva. Et però scrive Dioscoride, che applicata con farina Erina (ciò è di loglio) serra la madrìce aperta. Dal che si può agevolmente conietturare, che il testo di Dioscoride sia in questo luogo scorretto: percioche dove si legge nel testo Greco di Dioscoride in questo capitolo μετά ιρινον μιρον, cio è, con unguento irino si deve leggere ( come scrive Galeno) μετά αιρινον αλειρον, ciò è, con farina Erina. che noi chiamiamo di loglio. Imperoche l’unguento irino apre valorosamente la madrice serrata, e non serra l'aperta. Il che m'induce à concludere, che l’analogia, de i vocabolì molto simili hahbia agevolmente fatto errare gli inconsiderati scrittori. Chiamano i Greci il Moli, Μῶλυ: i Latini, Moly. "

Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli

Moli - Dioscoride - Pietro Andrea Mattioli

Moli - Dioscoride - Pietro Andrea Mattioli

Castore Durante segue dicendo che:

Nomi. Gre. Μῶλυ. Lat. C Moly. Ital. Moli.
Forma. Ha le frondi di gramigna, ma più larghe, e scarse per terra. Produce i fiori bianchi simili a quelli delle viole bianche; ma minori. Il fusto è bianco alto quattro gombiti: nella cui sommità è alcuna similitudi ne d'aglio. Ha la radice picciola, e bullosa.
Loco. Nasce attorno Pheneo, e in cillen d'arcadia.
Qualità, e Virtù. La radice vale maravigliosamente per la madrice aperta, mettendosi trita ounguento irino nei pessoli, oneramente con farina di loglio, come meglio dice Galeno: imperoche l'unguento
irino apre valorosamente la madrice serrata, é non serra l'aperta.

Herbario Novo
Castore Durante

Linneo parla di Allium moly e Allium magicum e nel dizionario universale economico rustico del 1797 la Moly viene descritta così:

" Moly, Molis, lat. Moly, fr. Moly. Non è già questa la famosa pianta e simbolica della sapienza, della quale Ulisse si servi per eludere le forze della incantatrice Circe; ma un fiore, dal Linneo posto sotto il genere dell’aglio. Tre specie hannovi di moly. Il bianco, il porporino ed il giallo. Fioriscono queste in maggio ed in giugno, e la specie odorifera fiorisce in agosto. Per propagarle basta staccarne uno spicchio e trasportarlo in un vaso. Il Ferrari dà il nome di gran molis indiano al narciso sferico. "

Dizionario universale economico rustico

C'è anche chi sostiene che si tratti dell'atriplex halimus, della buglossa o della mandragora, ma in realtà nessuno sa se la Moly sia realmente un'erba o la splendida allegoria dell'antidoto per eccellenza, la φρόνησις/phronesis - la saggezza perspicace che pensa e sente, e rende gli esseri umani liberi.

" ... Lontana da me, tu, caverna
tenebrosa di Circe: son nato progenie celeste,
ed è per me vergogna le ghiande mangiar come un bruto.
Dei Lotofàgi il cibo soave, che dà della patria
l’oblivione, esecro: nemica è per me la canzone
lusingatrice delle Sirene. Concedermi il Nume
voglia del moly il fiore che scaccia i cattivi pensieri ... "

La vita serena
I Poeti Della Antologia Palatina - Leone il Filosofo 1953

Lieta Festa di San Giovanni e auguri a chi compie l'onomastico!

Brucia con le coccole il legno di ginepro

domenica 18 dicembre 2022

Il dono

Diciottesima finestra del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - IX Edizione Natale 2022

Diciottesima finestra del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - IX Edizione Natale 2022

Giacobbe disse:
«No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito.
Accetta il dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto!». Così egli insistette e quegli accettò.
Esaù disse: «Partiamo e mettiamoci in viaggio: io camminerò davanti a te».

Genesi 33, 10 -12

Riconciliazione di Giacobbe ed Esaù  1628 - Peter Paul Rbens - Palazzo di Schleisheim, Monaco di Baviera Germania

Riconciliazione di Giacobbe ed Esaù  
1628
Peter Paul Rbens
Palazzo di Schleisheim -  Monaco di Baviera Germania

Il dono, compagno dell'ospitalità, in ebraico מתנה/mţnh, in greco δῶρον/doron, in latino donum, ha la stessa radice indoeuropea del verbo dare *deh₃ che indica il δος/dôs - l'idea del dono che si esprime nella δωρεά/dôreá - l'azione del dare spontaneamente senza pretendere nulla in cambio.

Una luce splendida brillerà sino ai confini della terra:
nazioni numerose verranno a te da lontano,
gli abitanti di tutti i confini della terra
verranno verso la dimora del tuo santo nome,
portando in mano i doni per il re del cielo.
Generazioni e generazioni esprimeranno in te l’esultanza
e il nome della città eletta durerà per le generazioni future.

Tobia 13, 13

Il dono rinsalda i vincoli di appartenenza e tende a crearne di nuovi, trova le sue radici nella storia dell'uomo che appena nasce lo riceve gratuitamente come nutrimento attraverso il latte che sugge dal seno materno, ma il δόσις/dósis dono o veleno in potenza può attualizzare se stesso come portatore di pace o come portatore di veleno che rompe i vincoli.
Nel VI canto dell'Iliade, sul campo di battaglia, Glauco, guerriero troiano, e Diomede, guerriero greco, scoprono di aver ereditato dai loro padri il vincolo di ospitalità e per non romperlo depongono le armi, Diomede offre le sue di bronzo e Glauco ricambia con le sue d'oro, offrendo così come prevede la consuetudine un bene superiore a quello ricevuto ma poiché Giove lo ritiene impari toglie la ragione a Glauco:

" ... Glauco, d’Ippòloco figlio, nel mezzo, e il figliuol di Tidèo,
d’ambe le parti convennero, entrambi bramosi di pugna.
Or quando l’un contro l’altro movendo, già eran vicini,
primo a parlare prese l’ardito guerrier Dïomede:
«Da quale umana stirpe provieni tu mai, valoroso,
ch’io prima d’ora non t’ho visto mai nella nobile zuffa?... 
... «Ospite dunque antico per parte di padre a me sei.
Sappi che accolse Enèo magnanimo sotto il suo tetto,
per venti giorni, Bellerofonte, l’eroe senza pecca.
Fecero poi, l’uno e l’altro, ricambio di doni ospitali.
Enèo diede una fascia di porpora bella, fulgente,
Bellerofonte una coppa di gemina faüce, d’oro,
ch’io custodita in casa lasciai quando venni alla guerra.
Non mi ricordo Tidèo: ché quando ero piccolo tanto,
ei mi lasciò; ché quel sire d’Achivi spirò sotto Tebe.
Ospite dunque io sono per te, se tu in Argo venissi,
tu ne la Licia a me, se tra il popolo io giungo dei Lici.
Anche per ciò nella pugna le lancie evitiam l’un dell’altro.
Molti a me restano sempre Troiani e valenti alleati
da sterminare, se un Dio me li offre, se al corso li aggiungo:
restano molti Achivi per te, se ad ucciderli vali.
Su via, dunque, tu ed io scambiamoci l’arme: ché tutti
veggano quale ci stringe dagli avi legame ospitale».
Dette queste parole, balzati dai cocchi giú a terra,
strinser la mano l’uno dell’altro, scambiaron la fede.
Ed il Croníde Giove del senno qui Glauco fe’ privo,
che col figliuol di Tidèo scambiò l’armi sue: queste d’oro,
quelle di bronzo; e die’ cento giovenchi per nove giovenchi ... "

Iliade - Canto VI
Omero
Traduzione Ettore Romagnoli

Lo scambio di doni tra Glauco e Diomede - Pelike attico a figure rosse 420 a.C. circa - Gela - Museo Archeologico Regionale

Lo scambio di doni tra Glauco e Diomede - Pelike attico a figure rosse
420 a.C. circa
Gela - Museo Archeologico Regionale

Nel VII canto il combattimento tra Ettore e Aiace non produce alcun vincitore, il sangue non viene versato e per tradizione le loro armi diventano dono l'uno dell'altro.

" ... Aiace, un dio t'ha dato forza e grandezza
e sapienza; con l'asta sei il primo degli Achei;
mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta
per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio
ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria;
ormai scende la notte, buono è obbedire alla notte.
... E diamo entrambi nobili doni all'altro,
che possa dir qualcuno fra i Troiani e gli Achei
"Han lottato quei due nella lotta che il cuore divora,
ma si son separati riconciliati e amici"».
Parlando così gli diede la spada a borchie d'argento,
col fodero gliela donò e la cinghia tagliata con arte;
Aiace gli diede la fascia splendente di porpora ... "

Iliade - Canto VII
Omero
Traduzione Rosa Calzecchi Onesti

Nel XXIV canto dell'Iliade il dono esprime tutto il suo potere distruttivo generato dal giudizio di Paride:
Al banchetto delle nozze di Teti e Peleo non viene invitata la dea della discordia Eris che per vendicarsi getta tra gli invitati una mela d'oro su cui è incisa la frase "alla più bella", Era, Atena e Afrodite se la contendono litigando e poiché Giove non vuole decidere a chi darla incarica Ermes di portare le tre dee da Paride principe di Troia, il più bello dei mortali prediletto da Ares. Era in cambio del dono gli promette la ricchezza, il potere e la gloria, Atena la sapienza e l'imbattibilità in guerra, Afrodite l'amore di Elena, la donna più bella del mondo che è sposa di Menelao. Paride dona la mela ad Afrodite attirandosi l'ira delle altre due dee che diventa l'antefatto per cui si scatena la guerra di Troia.

" ... Fu tale avviso a tutti gradito; ma spiacque alla sposadi Giove, 
e all’occhiazzurra Fanciulla, e al Signore del ponto:
serbavano essi l’ira concetta contro Ilio, ed il sire
Príamo, e la gente d’Ilio, per colpa di Pàride, quando
egli le Dive offese, venute a cercarlo all’ovile,
e quella esso prescelse che offerta gli fe’ del piacere ... "

Iliade - Canto XXIV
Omero
Traduzione Ettore Romagnoli

Il giudizio di Paride 1632 - 1635 - Peter Paul Rubens - National Gallery - Londra

Il giudizio di Paride
 1632 - 1635 
Peter Paul Rubens 
National Gallery - Londra

Nell'Odissea il dono come elemento integrante dell'ospilità lo troviamo nel canto primo offerto da Telemaco ad Atena:

" ... «Ospite, tu mi rivolgi parole che ispira l’affetto,
come a suo figlio un padre; né mai m’usciranno di mente.
Ma su, rimani adesso, per grande che sia la tua fretta,
sí che tu faccia un bagno, che possa allegrare il tuo cuore,
ed alla nave lieto ritorni, recandovi un dono,
bello, d’eccelso pregio, che tu per ricordo mio serbi,
come l’usanza vuole che l’ospite all’ospite porga».
E gli rispose cosí la Diva dagli occhi azzurrini:
«Non trattenermi, ché assai del viaggio mi spinge la brama;
e il dono che l’amico tuo cuor ti consiglia di darmi,
me lo darai, che a casa lo porti, quando io qui ritorno.
Sceglilo bello assai, ché n’avrai ben degno ricambio» ... "

Nel canto ottavo, undicesimo e tredicesimo i feaci i doni li offrono a Ulisse:

" ... Taccia Demòdoco, dunque, ché tutti vogliamo esser lieti,
l’ospite, e noi che ospizio gli diamo: ché questo è pel meglio.
Ché noi per reverenza di lui tutto abbiamo apprestato,
la scorta, e i cari doni che a lui con affetto porgiamo.
Un peregrino, un ospite, al par d’un fratello è diletto
all’uom che in seno accolga barlume, anche poco, di senno.
Ma non volermi anche tu celare con scaltri artifizi
quanto io chieder ti voglio. Per te meglio val favellare.
Dimmi il tuo nome, come solevano in patria chiamarti,
la madre, il padre, i tuoi cittadini, le genti vicine:
ché non c’è uomo al mondo, sia nobile, sia della plebe,
che senza nome affatto rimanga, una volta ch’ei nacque;
ma, quanti nascono, a tutti lo pongono i lor genitori.
Dimmi la patria tua, la città, la tribú: ché le navi
possano a quella mèta rivolger la mente, e condurti.

Odissea - Libro Ottavo
Omero
Traduzione Ettore Romagnoli

" ... Or l’ospite, per quanto gli tardi tornare alla patria,
sino al novello giorno s’induca a restare, ch’io tutti’
abbia raccolti i doni. Si lasci il pensier del viaggio
alle mie genti, e a me, che sono del popol signore».
E gli ripose Ulisse, i’accorto, con queste parole:
«Alcinoo re, che insigne sei tanto fra gli uomini tutti,
anche se voi mi diceste che un anno io restassi, e frattanto
in’apparecchiaste voi la scorta, e m’offriste presenti,
contento io ben sarei: ché certo sarebbe pel meglio
ch’io con le mani colme tornassi alla terra materna:
piú mi farebbero onore, piú allora diletto sarei
a quanti me tornato vedessero in Itaca alpestre» ... "

Odissea - Libro Undicesimo
Omero
Traduzione Ettore Romagnoli

" ... Ed a ciascuno di voi propongo e fo invito, o signori,
che nella casa mia solete il purpureo vino
bevere annoso, e udire le dolci canzoni del vate:
l’ospite nel forziere lucente già vesti possiede,
l’oro foggiato in vari lavori possiede, e i regali
tutti che gli hanno qui recati i signori Feaci;
ma via, ciascuno adesso doniamogli un tripode grande,
ed un lebete: ché poi, chiamate a raccolta le turbe,
ci rivarremo: che è duro largir senza avere compenso» ... "

Odissea - Libro Tredicesimo
Omero
Traduzione  Ettore Romagnoli

Ulisse alla corte di Alcinoo re dei Feaci - 1813 circa - Francesco Hayez - Collezione d’Arte della Banca d’talia - Roma

Ulisse alla corte di Alcinoo re dei Feaci 
1813 circa 
Francesco Hayez 
Collezione d’Arte della Banca d’talia - Roma

Nel canto quindicesimo i doni ospitali Menelao li offre a Telemaco che è alla ricerca del padre:

" ... «O Menelao, figliuolo d’Atrèo conduttore di genti,
stirpe di Numi, dammi congedo ch’io torni alla patria;
perché l’animo mio già brama la casa paterna».
E Menelao, maestro dell’arte di guerra, rispose:
«Piú lungo tempo non vo’, Telemaco, qui trattenerti,
se ritornare tu brami. Ch’io biasimo ad altri darei
che verso l’ospite suo mostrasse fervore eccessivo,
od eccessiva freddezza; ché in tutto val meglio misura.
Mal si comporta, cosí chi l’ospite contro sua voglia
spinge a partire, come chi vuol trattenerlo se ha fretta.
Resta però, sin ch’io bei doni ti rechi, e sul carro
li abbia disposti, che tu li vegga; e comandi a le ancelle
che ne la casa bene provvista preparino il pranzo.
Gloria fiorita, e ristoro, sono esse due cose che gode
chi ben pasciuto viaggia sovressa la terra infinita. 
E se tu vuoi far viaggio per l’Ellade, e in mezzo al paese
d’Argo, i cavalli aggiungo, che súbito vengano teco, 
e nelle varie città ti guidino. E niun rimandarti 
a mani vuote vorrà, ma farti ciascuno un presente, 
sceltolo dai lebèti, dai tripodi fusi nel bronzo, 
od una coppia di muli, o qualche bel calice d’oro». 
Stiamo, sinché Menelao, l’insigne figliuolo d’Atrèo
giunga, e i doni ospitali ci rechi, e li ponga sul cocchio,
e, favellando parole soavi, il congedo ci dia.
Chi l’ospitalità riceve, per tutta la vita
l’uomo ricorda che a lui l’offerse con cuore amoroso».
Disse; e ben presto spuntò l’Aurora dall’aureo trono ... "

Odissea - Libro Quindicesimo
Omero
Ettore Romagnoli

Il dono come strumento che avvelena i rapporti e li rompe attraverso l'inganno è ben ravvisabile in vari miti:

Giove inganna Πανδώρα/Pandora, il cui nome da πᾶv/pân - tutto e δῶρον/dôron - dono significa tutti i doni; sfrutta la sua curiosità che la indurrà ad aprire il vaso da cui usciranno tutti i mali destinati ad affligere il genere umano

" ... chiamò questa donna
Pandòra; perché quanti Celesti han soggiorno in Olimpo,
a lei diedero un dono che fosse cordoglio ai mortali.
Compiuto or questo inganno sottil, senza scampo, il Croníde
mandò l’araldo pronto dei Numi, l’insigne Argicída,
a Epimetèo, ché il dono gli offrisse; né quegli ricordo
ebbe che Prometèo predetto gli aveva che doni
non accettasse mai dal Sire d’Olimpo, ma invece
li respingesse: ché poi, non toccassero danni ai mortali:
l’accolse; e poi comprese che aveva accattato il malanno.
Ché pria vivean le stirpi degli uomini sopra la terra,
dai mali immuni, senza gravosi travagli, lontano
dai tormentosi morbi che gli uomini adducono a morte:
ché, tra i malanni, presto vecchiaia colpisce i mortali.
Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse,
con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.
Solo il Timor del futuro restò sotto l’orlo del doglio,
nell’infrangibile casa, né fuori volò dalla porta,
perché prima Pandora del vaso il coperchio rinchiuse,
come l’egíoco Giove, che i nuvoli aduna, le impose ... "

Le opere e i giorni
Esiodo
Taduzione Ettore Romagnoli

Pandora 1896 - John William Waterhouse - Collezione privata - Melbourne

Pandora 
1896 
John William Waterhouse 
Collezione privata - Melbourne

Il centauro Nesso in punto di morte dona a Deianira il suo sangue facendole credere che le sarà utile come filtro d'amore, lei lo spargerà su quella veste che donata a Ercole ne provocherà la morte tra dolori atroci.

" ... «O figlia del vecchio Eneo, se presti ascolto alle mie
parole
ricaverai un grande guadagno da questo mio guado,
perché è l’ultimo.
Raccogli nelle tue mani il sangue che si rapprende sulle
mie ferite,
proprio nel punto in cui l’Idra di Lerna
ha intriso il dardo con la sua bile scura, velenosa:
sarà per te un incantesimo sul cuore di Eracle
e qualunque donna egli veda non la amerà più di te».
E io mi sono ricordata di questo, mie care,
e ho imbevuto questa tunica con il sangue di Nesso
che avevo conservato ben nascosto dentro casa, dopo la
sua morte,
seguendo anche tutte le istruzioni che mi aveva dato da
vivo.
Tutto è stato compiuto.
Io non vorrei sapere, e neanche apprendere, sacrilegi
rischiosi,
e detesto le donne che si azzardano a compierne.
Ma se incatenando Eracle con filtri e incantesimi potessi
spuntarla su questa ragazza,
l’inganno è pronto ... "

Trachinie
Sofocle
Traduzione Angelo Tonelli

Ratto di Deianira 1620-1621 - Guido Reni -  Museo del Louvre - Parigi - Francia

Ratto di Deianira 
1620-1621
Guido Reni
Museo del Louvre - Parigi - Francia

Medea, come dono di nozze, offre a Glauce, promessa sposa del suo Giasone, un peplo che una volta indossato la ucciderà prendendo fuoco.

" ... Medea - Ti aiuterò in questo tentativo.
Le manderò i doni, lo so bene,
di gran lunga più belli che ci siano:
un peplo sottile e una corona d’oro,
e saranno i nostri figli a consegnarglieli.
Che un’ancella me li porti qui, al più presto!
Sarà felice non una, ma diecimila volte,
perché ha sposato un uomo eccellente come te,
ed entra in possesso di quei beni preziosi
che il Sole, padre di mio padre,
aveva donato ai suoi discendenti.
Su, bambini, prendete questi regali di nozze,
e offriteli alla principessa, alla sposa felice!
Non sono certo da disprezzare, i doni che riceverà...
...Medea Piantala!
Si dice che i doni riescano a persuadere anche gli dei.
L’oro vale più di infinite chiacchiere, per i mortali.
La buona sorte è con lei, il dio la fa prosperare,
è così giovane ed è già una regina.
Io darei la mia vita, non solo l’oro,
per risparmiare l’esilio ai miei bambini.
Forza, figli miei, entrate nel palazzo sontuoso
e scongiurate la nuova sposa di vostro padre, e mia padrona,
offritele peplo e corona, imploratela
che non vi bandisca da questo paese!
Bisogna che riceva questi doni
proprio nelle sue mani, al più presto.
Presto, andate! Fate tutto per bene!
E poi tornate, riportando a vostra madre
il lieto annuncio che ha raggiunto il suo scopo.

Messaggero - Quando i tuoi due figli arrivarono con il padre
ed entrarono nelle stanze della sposa,
noi servi che soffrivamo per le tue disgrazie ne fummo felici.
E subito correva di orecchio in orecchio l’annuncio
che tu e tuo marito avevate fatto la pace.
C’era chi baciava le mani dei bimbi, chi la testolina bionda.
Anch’io ero contento di accompagnare i tuoi figli
negli appartamenti delle donne.
La padrona, a cui adesso vanno gli onori che un tempo
tributavamo a te,
prima di vedere i tuoi due bambini,
volge su Giasone il suo sguardo innamorato.
Ma poi si coprì gli occhi e girò dall’altra parte il suo viso
candido,
disgustata per l’arrivo dei tuoi figli.
E tuo marito placava lo sdegno e la rabbia della giovinetta con
queste parole:
«Non odiare chi amo, deponi la tua collera e voltati,
considera tuoi cari coloro che lo sono per il tuo sposo.
Accetta i doni e chiedi a tuo padre di liberarli dall’esilio, per
amor mio».
E lei, a vedere il peplo e il diadema, non seppe resistere
e cedette a tutte le richieste dello sposo.
E prima che il padre e i tuoi figli fossero lontani dalla casa
prende il peplo multicolore e lo indossa;
e dopo essersi messa sui riccioli il diadema d’oro
si acconcia i capelli davanti allo specchio fulgido,
sorridendo all’immagine inanimata del suo corpo.
Poi si alza dal seggio e attraversa le stanze,
incedendo con eleganza sul candido piede,
e gioisce fin troppo dei doni, e più di una volta
si volta indietro, sulla punta dei piedi, per rimirarsi tutta
quanta.
Quello che accadde dopo fu spettacolo tremendo a vedersi:
muta colore, arretra sghemba, è tutta un tremito,
e a stento riesce a rovesciarsi su un seggio, a non cadere per
terra.

Medea
Euripide
Traduzione Angelo Tonelli

Medea offre i suoi doni a Glauce - Cratere a campana a figure rosse - 390 a.C. circa - Louvre - Parigi - Francia

Medea offre i suoi doni a Glauce
Cratere a campana a figure rosse - 390 a.C. circa 
Louvre - Parigi - Francia

Il Cavallo di Troia dono funesto dei greci è percepito come tale da Laocoonte che, con la famosissima frase Timeo Danaos et dona ferentes, tenta di avvertire i suoi compagni troiani e paga con la vita, sua e dei suoi figli, l'opposizione alla volontà degli dei.

" ... Qui avanti a tutti, alla testa di una grande folla che lo accompagna,
Laocoonte con ardore corre giù dall’alta rocca
e da lontano: “O sventurati, che follia è la vostra, cittadini?
Credete i nemici lontani o pensate che mai
un dono dei Danai manchi d’inganni? Così vi è noto Ulisse?
O chiusi in questo legno si celano gli Achivi,
o questa è una macchina eretta contro i nostri muri,
per guardare nelle case e per scendere dall’alto nella città;
o qualche altra trama si nasconde: a un cavallo non credete, o Teucri.
Ma sia che sia, temo i Danai, anche se doni essi portano” ... "

Eneide
Virgilio Marone
Traduzione Carlo Carena

Laocoonte e i suoi due figli morsi da serpenti - Pieter Claesz Soutman - 17 secolo - Museo di Belle Arti - Bordeaux

Laocoonte e i suoi due figli morsi da serpenti 
17 secolo
Pieter Claesz Soutman 
Museo di Belle Arti - Bordeaux 

Bene e male dunque nella dualità del dono che è anche δοτινε/dôtínê - controdono, do ut des, alleanza, patto, reciprocità, scambio che unisce ma, divide se degenera nell'obbligo che genera debitori e creditori, padroni e servitori e uccide la libertà. Il dono in questa prospettiva diventa regalo, diritto prerogativa del re che può usufruirne per concederlo a quei sottoposti che gli rendono dei servigi.
Nell’antica Roma il dono per assicurarsi il favore del popolo, mostrare la propria munificenza e conquistare un'elevazione spirituale e l'autocompiacimento, si manifesta attraverso la largitio, l'elargizione di beni durante le feste con l'allestimento dei banchetti pubblici, la concessione di terre, la distribuzione di grano, denaro, olio e vino e con la sparsio, il lancio dei beni quali cibo e denaro sulla folla radunata in occasione dei giochi popolari.
Per Cicerone il rapporto di reciprocità tra colui che riceve un beneficium e colui che lo offre si deve fondare sull'utilitas communis* e implica l'officium, il dovere morale di ricambiare mentre per Seneca il rapporto tra donatore e ricevente si fonda sull'amor e sulla benevolentia per cui controdoni auspicabili sono la sapienza e la virtù che derivano dal gesto in se stesso che non ha lo scopo di mettere in difficoltà chi si trova nelle condizioni di non poter restituire.

communis* = Composto da cum e mūnŭs che dalla radice *mei-, la stessa di communitas - comunità e di communĭco - comunicare, che indica lo scambio reciproco e il condividere, si traduce con-obbligo, con-dovere, ma anche con-favorecon-dono, e contiene la dicotomia insita nella relazione sociale.

Il taonga, nome con cui i maori indicano il dono, ha in sé un hau - un potere spirituale che sente il desiderio di ritornare nel suo luogo di nascita e spinge chi lo riceve a un utu - una compensazione che può assumere qualsiasi forma purchè produca un valore dello stesso peso o addirittura superiore rispetto a quello accettato che renderà il ricevente, donatore e lo porterà ad acquisire potere su colui che da donatore diventerà ricevente. Anche le karakia - formule magiche della loro tradizione dedicate a un singolo soggetto erano considerate degli amuleti cedibili ad altri. Autorità, competizione, agonismo e potere portano il dono a entrare anche nel rito del potlàc, che significa sia nutrire che consumare nella lingua dei chinook, era praticato dalle tribù delle Montagne Rocciose e della costa nel Nord-ovest americano, i Tlingit e gli Haida nelle assemblee invernali, caratterizzate da feste banchetti, fiere e mercati o in occasione di assunzioni di cariche, matrimoni e nascite, facevano un grande sfoggio di ricchezza per esaltare il loro rango sociale elargendo, in più giorni, agli ospiti, cibo in abbondanza e doni in cui rientravano prodotti manufatturieri di grande valore artistico come bassorilievi in rame, pregiate coperte di lana di capra intrecciata con fibre di corteccia, cucchiai, scodelle, statue e vari oggetti in legno o in osso, decorati, incisi e intarsiati con frammenti di conchiglia. Gli ospiti così ben pasciuti non stavano certo a guardare e realizzando a loro volta il potlàc si adoperavano per donare un bene equivalente o maggiore rispetto a quello ricevuto. L'apice della competizione tra i vari clan rivali si raggiungeva quando i doni venivano distrutti per mostrare alla controparte la propria superiorità e il proprio disinteresse per i beni materiali.
Nelle isole Trobriand invece, al largo della costa orientale della Nuova Guinea, i vaygu'a - oggetti di prestigio si dividevano in mwali - braccialetti di conchiglie bianche e in soulava collane di conchiglie rosse, entrambi venivano assemblati per girare in senso orario e per essere usati nel kula, un rituale di scambio doni che garantiva un'alleanza a vita tra le persone che prendevano parte alla cerimonia; per attualizzare il principio di reciprocità patrilineare che doveva essere obbligatoriamente perpetuato dalla propria discendenza i trobriandesi si spostavano tra un'isola e l'altra percorrendo centinaia di chilometri e se offrivano mwali ricevevano come controdono i soulava mentre se offrivano i soulava ricevevano in contraccambio mwali.

La massima espressione del dono nella sua essenza originale si esplica nell'offerta di oro incenso e mirra dei Re Magi per il Re dei Re Gesù Cristo che fa di se stesso un dono per l'umanità.

I Tre Magi  - Mosaico seconda metà del IV secolo - Sant'Apollinare Nuovo - Ravenna

I Tre Magi  
Mosaico seconda metà del IV secolo
Sant'Apollinare Nuovo - Ravenna

Continua ... A domani 

P.S. Sono un tantino in ritardo, avrei dovuto pubblicare la finestra del calendario questa mattina e nel pomeriggio, per la prima volta nella storia di Anima Mundi, un secondo post con l'accensione della candela della Quarta Domenica D'Avvento, ma ho avuto un imprevisto, mi dispiace. Più tardi il post sull'accensione della candela e la diciannovesima finestra del calendario domani nel pomeriggio. Vi abbraccio. 

Per ulteriori informazioni:

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