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martedì 27 gennaio 2026

Il Fatebenefratelli e il Morbo di K

Era l'autunno del 1943. Dopo l'armistizio dell'8 settembre, Roma cadde sotto l'occupazione tedesca, e la città visse settimane di incertezza e paura costante. I tedeschi, subentrati al controllo delle forze fasciste, avviarono subito rastrellamenti e arresti, in particolare contro la popolazione ebraica. Il 16 ottobre 1943, nel cosiddetto grande rastrellamento del Ghetto, oltre mille ebrei romani furono deportati ad Auschwitz e pochissimi fecero ritorno; un tragico evento che segnò l'inizio di una persecuzione sistematica e metodica.
Con il rafforzamento dei controlli, anche gli ospedali iniziarono a essere perquisiti dalle autorità tedesche alla ricerca di ebrei nascosti. Come proteggere i pazienti ebrei senza attirare l'attenzione dei nazisti? La risposta fu tanto rischiosa quanto ingegnosa, inventare una malattia che non esisteva.

Ospedale Fatebenefratelli, gestito dall'Ordine dei Frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio,

Ospedale Fatebenefratelli

Sull'Isola Tiberina, l'Ospedale Fatebenefratelli, gestito dall'Ordine dei Frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio, offrì il contesto ideale. Grazie alla combinazione di personale religioso e laico, alla certa autonomia gestionale e alla storica reputazione dell'istituzione, era possibile orchestrare un stratagemma difficile da contestare. I medici dell'ospedale inventarono il cosiddetto "Morbo di K", una malattia fittizia descritta come altamente contagiosa e potenzialmente mortale, con sintomi respiratori e neurologici gravi; bastavano una cartella clinica convincente e il timore del contagio a rendere credibile l'inganno.
La scelta della lettera K, secondo alcune testimonianze, era un riferimento ironico e silenzioso a comandanti tedeschi come Albert Kesselring o Herbert Kappler, figure centrali nell'occupazione di Roma. Un gesto di beffa sottilissimo, invisibile ai più, ma carico di significato morale, una forma di resistenza silenziosa nascosta dietro il linguaggio della medicina.
Durante le ispezioni, i soldati tedeschi venivano avvertiti del pericolo di contagio. I pazienti classificati come affetti dal Morbo di K simulavano tosse, difficoltà respiratorie e stati di agitazione. Di fronte a una malattia sconosciuta e apparentemente letale, i militari preferivano allontanarsi rapidamente, evitando quei reparti. Così l'ospedale divenne un rifugio sicuro, inaccessibile ai controlli più aggressivi.
Tra i protagonisti dell'operazione, spiccano tre figure chiave, Giovanni Borromeo, Direttore sanitario dell'ospedale, coordinò l'accoglienza degli ebrei nascosti e avallò l'invenzione del Morbo di K, assumendosi una responsabilità enorme. Per il suo coraggio, è stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni. Morì il 24 agosto del 1961 a 62 anni.
Adriano Ossicini, medico e giovane antifascista, partecipò attivamente alla simulazione della malattia e al contatto con i pazienti nascosti. La sua esperienza lo segnò profondamente, e in seguito intraprese anche una lunga carriera politica. Morì il 15 febbraio del 2019 a 98 anni.
Vittorio Sacerdoti, medico ebreo costretto a vivere sotto falsa identità per evitare l’arresto, continuò a lavorare al Fatebenefratelli grazie alla protezione di Borromeo. La sua presenza aumentava il rischio, ma allo stesso tempo rendeva ancora più significativo il gesto di salvare vite mentre la propria era in pericolo. Morì nel 2005 a 88 anni.
Questa era l'Italia della Resistenza e il Morbo di K, ne rappresenta un esempio morale e pratico straordinario che si manifestò nella discrezione, nell'ingegno e nella scelta quotidiana di dire "no" all'ingiustizia con i mezzi disponibili. L'operazione del Fatebenefratelli dimostra come la solidarietà, il coraggio e l'intelligenza possano diventare armi potenti per proteggere la vita con astuzia e umanità contro la persecuzione, la violenza e la stupidità.

P.S. È importante ricordare che, oltre a Roma, simili forme di protezione si svilupparono in altri contesti ospedalieri e religiosi in Italia, contribuendo a costruire una memoria di resistenza che va oltre le armi e le barricate.
Se vi va e avete tempo, questa sera sintonizzatevi su RAI 1 per seguire "Morbo K" la storia di un incredibile atto di genio.

Aggiornamento 29 gennaio 2026

Il Morbo di K fu un punto luce in un tragedia umana, meritava un racconto più fedele alla realtà dei fatti. 

lunedì 27 gennaio 2025

Verso la libertà

Istituiamo i giorni del ricordo, ma di memoria sembra che ce ne sia poca in giro.

Nel bosco - Giorno della Memoria

" Ormai il Lager era lontano. Nemmeno piú ci pensava, anche se erano passati pochi giorni. Ora stava risalendo le montagne verso il confine; camminava di notte, e di gior­no se ne stava rintanato lungo il fiume come un animale notturno. Nascosto dentro i cespugli, ogni tanto chiude­va gli occhi e si lasciava prendere da un sonno leggero e bastava il frullo di un'ala a risvegliarlo. Per nutrirsi stac­cava dai rami degli alberi del bosco germogli di peccio, fo­glie tenerissime di faggio e di acero appena nate, racco­glieva e portava alla bocca i germogli di mirtillo, di lam­pone e di rosa canina. Masticava lentamente assaporando i diversi gusti che erano pur sempre piú buoni e graditi del­la brodaglia che passava il Terzo Reich... "

Sentieri sotto la neve 
Mario Rigoni Stern

sabato 27 gennaio 2024

Abbiamo lasciato il campo cantando

Esther Hillesum detta Etty nasce un giovedì del 15 gennaio 1914 a Middelburg in Olanda, la sua famiglia è formata dal padre Levie detto Louis, nato ad Amsterdam nel 1880, professore di lingue classiche; dalla madre Rebecca Bernstein detta Riva nata a Potcheb in Russia che nel 1881, per sfuggire a un pogrom, travestita da soldato, arriva ad Amsterdam l'8 febbraio del 1907; dal fratello Jacob detto Jaap, nato a Hilversum il 27 gennaio 1916, medico dell''ospedale israelitico di Amsterdam, e dall'altro fratello Michael detto Mischa, nato a Winschoten il 22 settembre 1920, pianista di grande talento.
Nel 1926 Etty si iscrive al liceo classico di Deventer e nel 1937 alla facoltà di legge di Amsterdam dove alloggia in via Gabriël Metsu 6, nella casa di Hendrik Wegerif detto Han con cui instaura una relazione sentimentale nonostante i 21anni di differenza. Nel 1939 si laurea e si iscrive alla facoltà di lingue slave, ma a causa della guerra deve interrompere il suo percorso di studio.
Il 3 febbraio 1941 Bernard Meylink, studente che vive nella casa di Han, gli presenta Julius Spier psicologo e psicoterapeuta, allievo di Carl Gustav Jung, a cui si deve l'invenzione della psicochirologia che studia il carattere e la personalità delle persone attraverso l'analisi delle mani. Etty diventa inizialmente una paziente di Spier e l'otto marzo del 1941 su suo suggerimento inizia a scrivere un diario, Etty in seguito diviene segretaria dello psicologo e infine l'allieva, l'attrazione tra i due è reciproca nonostante lui abbia il doppio della sua età e nonostante entrambi siano impegnati in una relazione.
Nel 1942 tra maggio e giugno in Olanda vengono emanate le leggi di Norimberga che vietano agli ebrei l'uso dei telefoni, dei trasporti pubblici e la possibilità di contrarre matrimonio con chi ebreo non è.
Il 1 luglio 1942 il campo di Westerbork, creato nel 1939 dal governo olandese con la comunità ebraica per accogliere gli apolidi e i rifugiati ebrei, sotto il comando delle SS., diviene Campo di transito di pubblica sicurezza, dove si selezionano i prigionieri ebrei da mandare ad Auschwitz.
Il 16 luglio, grazie al fratello Jaap e a un membro del Consiglio Ebraico di Amsterdam, Etty viene assunta nel campo di Westerbork come dattilografa nella sezione assistenza alle partenze, ciò le concede una certa libertà che le permette di essere ricoverata presso l'ospedale israelitico a causa di un calcolo biliare, di passare del tempo ad Amsterdam con Julius Spier che muore il 15 settembre 1942 a causa di un tumore al polmone e di partecipare al suo funerale.
Nel giugno 1943 i genitori di Etty e il fratello Mischa vengono internati a Westerbork e il 5 giugno, dopo aver lasciato a Maria Tuinzing gli 11 quaderni del suo diario per consegnarli allo scrittore Klaas Smelik che si sarebbe impegnato a farli pubblicare a fine guerra se lei non fosse sopravvissuta, a Westerbork vi ritorna spontaneamente anche Etty che per seguire il suo destino rifiuta il sostegno degli amici che vogliono nasconderla.
Dal luglio 1943 nessuno può più uscire dal campo di Westerbork e nell'autunno dello stesso anno due lettere di Etty vengono portate fuori clandestinamente e sono pubblicate ad Amsterdam, la prima è datata dicembre 1942 e la seconda 24 agosto 1943.
Il 7 settembre 1943 la famiglia Hillesum, tranne Jaap, sale su un treno diretto ad Auschwitz, Etty riesce a gettare una cartolina dal convoglio che viene ritrovata da dei contadini lungo la linea ferroviaria, la spediscono all'amica a cui è indirizzata e su vi sono scritte le sue ultime parole: « Abbiamo lasciato il campo cantando ».
Tre giorni dopo Levie e Riva muoiono gasati appena arrivati ad Auschwitz, Etty muore il 30 novembre 1943 e suo fratello Mischa il 31 marzo 1944. Jaap deportato a Bergen Belsen nel febbraio 1944, muore il 27 gennaio 1945, dopo la liberazione dell'Armata Russa, sul treno che lo sta portando in salvo.

Etty Hillesum - 1939

Etty Hillesum - 1939

Gli undici quaderni del diario di Etty vengono pubblicati solo nel 1981 dall'editore Gaarlandt ed ecco cosa scrive Etty il 3 luglio del 1942 nel nono e decimo quaderno:

Quaderno 9

3 luglio 1942, venerdì sera, le otto e mezzo. Sono sempre seduta alla medesima scrivania, ma a questo punto dovrei tirare una riga e proseguire su un tono diverso. Dobbiamo trovare posto per una nuova certezza: vogliono la nostra fine e il nostro annientamento, non possiamo più farci nessuna illusione al riguardo, dobbiamo accettare la realtà per continuare a vivere. Oggi, per la prima volta, sono stata presa da un gran scoraggiamento, mi toccherà fare i conti anche con questo, d'ora in poi. E se dobbiamo andare all'inferno, che sia con la maggior grazia possibile! Però, non avevo mai voluto parlarne in modo così esplicito: perché questo stato d'animo, proprio ora? Perché ho una vescica al piede a forza di camminare per la città così calda - perché tanti hanno i piedi distrutti da quando gli è stato proibito di prendere il tram? Per il pallido visetto di Renate che deve andare a scuola a piedi con le sue gambette corte, un'ora all'andata e un'ora al ritorno, nel caldo? Perché Liesl fa la coda e non riesce, ugualmente, a procurarsi le verdure? Per tante e tante ragioni, piccole in sé, ma tutte parti della gran campagna che è in atto per sterminarci. E tutto il resto appare semplicemente grottesco e inconcepibile, per ora - ad esempio il fatto che S. non possa più visitare questa casa, col suo pianoforte e coi suoi libri; o che io non possa più andare a casa di Tide, ecc.
Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos'è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall'altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia. La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio - così, per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov'essa è rimasta interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all'ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica. Non è anche questa un'azione per i posteri? L'amico ebreo di Bernard mi aveva fatto chiedere dopo le ultime ordinanze: se non trovavo ancora che dovessero essere ammazzati tutti e preferibilmente tagliati a pezzetti, uno per uno.


Quaderno 10

3 luglio 1942. È vero, ci portiamo dentro proprio tutto, Dio e il cielo e l'inferno e la terra e la vita e la morte e i secoli, tanti secoli. Uno scenario, una rappresentazione mutevole delle circostanze esteriori. Ma abbiamo tutto in noi stessi e queste circostanze non possono essere mai così determinanti, perché
esisteranno sempre delle circostanze - buone e cattive - che dovranno essere accettate, il che non impedisce poi che uno si dedichi a migliorare quelle cattive. Però si deve sapere per quali motivi si lotta, e si deve cominciare da noi stessi, ogni giorno da capo. Una volta mi sentivo in dovere di concepire molti pensieri geniali al giorno, ora mi sento non di rado come una terra incolta su cui non cresce assolutamente niente, ma su cui si stende un cielo alto e tranquillo. Meglio così: in questo momento non mi fiderei di troppi pensieri brillanti, a volte preferisco lasciar riposare la testa, e attendere. Tante cose sono successe dentro di me, in questi ultimi giorni: ora, finalmente, qualcosa s'è cristallizzato. Ho guardato in faccia la nostra misera fine, che è già cominciata nei piccoli fatti quotidiani; e la coscienza di questa possibilità fa ormai parte del mio modo di sentire la vita, senza fiaccarlo. Non sono amareggiata o in rivolta, non sono neppure più scoraggiata o tanto meno rassegnata. Continuo indisturbata a crescere, di giorno in giorno, pur avendo quella possibilità dinanzi agli occhi. Non giocherò più con le parole che creano soltanto malintesi - per esempio: ho chiuso i conti con la vita, non può più succedermi niente, non si tratta di me e della mia distruzione ma del fatto che si distrugga. Così dico qualche volta agli altri, ma non ha molto senso, né riesco a spiegarmi - né importa, del resto. Con « aver chiuso i conti con la vita » voglio dire che la possibilità della morte si è perfettamente integrata nella mia vita; questa è come resa più ampia da quella, dall'affrontare ed accettare la fine come parte di sé. E dunque non si tratta, per così dire, di offrire un pezzetto di vita alla morte perché si teme e si rifiuta quest'ultima, la vita che ci rimarrebbe allora sarebbe ridotta a un ben misero frammento. Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest'ultima. È la prima volta che ho da confrontarmi con la morte. Non ho mai saputo bene come comportarmi con lei, sono vergine nei suoi confronti. Non ho mai visto una persona morta. Che strano: in questo mondo disseminato di milioni di cadaveri io, a ventotto anni, non ne ho ancora visto uno. Qualche volta mi sono chiesta quale fosse il mio atteggiamento nei confronti della morte; in realtà, non me ne sono mai preoccupata per me stessa, non era ancora il momento. E ora la morte è qui, in tutta la sua grandezza - e già è come una vecchia conoscenza che fa parte della vita e che si deve accettare. È tutto cosi semplice. Non c'è bisogno di fare profonde considerazioni. D'un tratto la morte - grande, semplice, e naturale - è entrata quasi tacitamente a far parte della mia vita. E adesso io so che appartiene alla vita.
Ecco, ora posso dormire in pace. Sono le dieci di sera. Oggi non ho combinato molto, ma avevo da fare i conti con i miei piedi pieni di vesciche, dopo quei lunghi giri per la città tanto calda, e con altre piccole miserie simili: ogni cosa doveva essere sofferta e accettata. A un certo punto mi ha preso un
gran scoraggiamento e insicurezza, e sono passata un momento da lui. Aveva mal di testa ed era preoccupato, in genere tutto funziona alla perfezione in quel corpo robusto. Sono stata un momento fra le sue braccia ed era così dolce e caro, quasi malinconico. Credo che per noi incominci una fase nuova, ancora più seria, intensa, e concentrata sulle cose essenziali. Ogni giorno ci si libera di qualche piccolezza. « Il nostro annientamento è vicino, non possiamo più illuderci ». Domani notte dormirò nel letto di Dicky,* S. dormirà al piano di sotto e alla mattina verrà su a svegliarmi. Tutto questo è ancora
possibile. E sapremo ben trovare il modo di aiutarci reciprocamente, nei tempi difficili che verranno.
Un po' più tardi. E se anche non avessi avuto niente da questa giornata - neppure, da ultimo, questo positivo e aperto confrontarmi con la morte -, non dovrei dimenticare quel soldato tedesco kasher* che si trovava al chiosco col suo sacco di carote e cavolfiori. Prima, sul tram, le aveva messo in mano un biglietto, e poi c'era stata quella lettera che dovrò ben leggere una volta: gli ricordava tanto la figlia di un rabbino che lui aveva potuto ancora assistere giorno e notte, sul suo letto di morte. E stasera è andato a farle visita. E quando Liesl me l'ha raccontato, ho saputo all'istante che stasera avrei dovuto pregare anche per quel soldato tedesco. Una delle tante uniformi ha ora un volto. Ci saranno ancora
altri volti su cui potremo leggere e capire qualcosa. E questo soldato soffre anche lui. Non ci sono confini tra gli uomini sofferenti, si patisce sempre da una parte e dall'altra e si deve pregare per tutti. Buona notte.
Da ieri, di colpo, ho molti anni di più, so che la mia vita ha un termine. Non sono più scoraggiata, mi sento più forte. Si diventa più forti se si impara a conoscere e ad accettare le proprie forze e le proprie insufficienze. E tutto così semplice e sempre più evidente per me, vorrei vivere abbastanza a lungo
per farlo capire anche agli altri. E ora, per davvero, buona notte.

Dicky* = Dicky de Jonge. Uno degli amici di Etty
kasher* = « Ritualmente puro » (di cibo), ma nell'uso comune, detto di persona, e come si deve », « per bene ».

Diario 1941‐1943
Etty Hillesum
Traduzione Chiara Passanti

venerdì 27 gennaio 2023

Custodi della memoria

" Sono nato a Rodi nel 1930. La chiamavano «l’isola delle rose», perché l’aria è pervasa dal loro profumo. Sono uno dei pochi fortunati a essere nato in questo bellissimo posto ...... Da quando, nel 1912, l’isola era finita sotto l’amministrazione di un governatore italiano, la situazione degli ebrei locali non era cambiata di molto. Rodi e l’intero arcipelago del Dodecaneso, un gruppetto di dodici isole greche a largo della Turchia, erano diventate parte dell’allora Regno d’Italia in seguito alla guerra italo-turca ...
... La comunità ebraica di Rodi aveva ottimi rapporti con gli italiani. Fra di loro, del resto, c’erano persone squisite con le quali andar d’accordo era la cosa più naturale al mondo. Qualcuno, soprattutto fra gli anziani, vedeva con un po’ di sospetto la nuova amministrazione, ma era solo un pregiudizio dell’età. Invecchiando diventa sempre più difficile digerire il cambiamento, anche quando è nettamente positivo.
Per tutta la durata del controllo turco, Rodi era rimasta molto indietro. La rete viaria era malandata e i sistemi elettrici e di fornitura dell’acqua erano quasi del tutto assenti. L’occupazione italiana, invece, portò molti vantaggi all’intera isola, trasformandola in un paradiso. Le strade presero una forma e divennero praticabili, corrente elettrica e acqua potabile non furono più una cosa di pochi. Venne istituita una prima rete di trasporti pubblici, mentre la città cambiava completamente profilo.
Gli italiani furono promotori di una serie di opere pubbliche che ancora oggi sono un vanto dell’isola: la ristrutturazione del castello dei cavalieri di Malta (che ormai era ridotto a un rudere), il Grande Albergo delle Rose (convertito in un casinò), le terme di Kalithea, l’ex teatro Puccini (oggi Nazionale), la Casa del Fascio (attualmente utilizzata come municipio), il Palazzo del Governo, la caserma dei carabinieri Principe di Piemonte (poi passata alla polizia greca) e tanto altro.
Prima che arrivassero gli italiani, tutte queste cose non c’erano ed è sotto la loro guida che Rodi si è definitivamente guadagnata il nome di «isola delle rose»... "

Per questo ho vissuto
Sami Modiano

Sami Modiano

Samuel detto Sami nasce da Diana e Giacobbe Modiano il 18 luglio del 1930 sull'isola di Rodi che a quel tempo era una provincia italiana in cui ebrei, cristiani e musulmani convivevano in pace.
Nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziali viene espulso dalla terza elementare, la madre muore a causa di una malattia e il padre perde il lavoro.
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 i tedeschi invadono Rodi e il 23 luglio del 1944 deportano tutti gli ebrei dell'isola, li imbarcano su un mercantile che raggiunge il Pireo; il 3 agosto del 1944 vengono ammassati sul treno per Birkenau e 13 giorni dopo, il 16 agosto del 1944, Sami, la sorella Lucia, tre anni più grande di lui e il padre entrano nel campo di sterminio, qui gli uomini vengono separati dalle donne: 

" ... Mio papà aveva capito subito che ci stavano separando, allora ci teneva stretti stretti. Ma i tedeschi vennero e cercarono subito di strappare mia sorella Lucia dalle mani di mio padre, che la difendeva con tutte le sue forze. Lo presero a calci e a pugni, finché, poverino, dovette cederla. Non poteva fare altrimenti, non c’era altra possibilità. Io non riuscii a dire niente a Lucia, l’abbracciai, mi abbracciava… Fu uno strappo, un dolore vedere mio papà, poverino… fare tutto quel che poteva, ma invano ... "

Segue la selezione di Josef Mengele, prima quella delle donne; Lucia risulta idonea al lavoro e nella sua fila c'è:

" ... Una giovane donna ebrea di Rodi, avrà avuto venti, ventidue anni, che stringeva un neonato fra le braccia, era stata giudicata adatta al lavoro. Le strapparono quella creatura per buttarla dall’altra parte, con le vecchie. Noi non capivamo il perché, e nemmeno quella mamma sapeva che il suo piccolo sarebbe subito finito nelle camere a gas, mentre lei era stata scelta per andare a lavorare. Non capivamo, ma la crudeltà di ciò che stavano facendo a quelle donne era una tortura per tutti. Ancora oggi, quando ritorno sulla Rampa di Birkenau, questa scena la vedo davanti agli occhi ... "

Per questo ho vissuto
Sami Modiano

Viene il turno degli uomini e Sami non è idoneo al lavoro, se, nella confusione generale, il padre non l'avesse tratto a se sarebbe finito nelle camere a gas, invece diventa il numero B7456 ed è assegnato alla baracca 11 mentre il padre B7455 è assegnato alla 15.

Sami Modiano - B7456

" ... Cominciai a rischiare la vita per il cibo, spesso per andare a rubare le bucce di patate presso la cucina, di notte.
I tedeschi ogni tanto prendevano uno di noi per mandarlo a sbucciare patate. Anche in questo caso eravamo tenuti d’occhio da un soldato e non da un Kapo. I nazisti sapevano benissimo che quando si trattava di cibo non ci si poteva fidare di un Kapo: era sicuro che ne avrebbe «organizzato» un bel po’ e quelle patate erano per i soldati, mica per noi prigionieri. Con quel cibo non c’era da scherzare. Guai a mettersi una buccia in bocca mentre si era lì a pelare! La guardia ti avrebbe riempito di botte, o forse peggio.
Quando capitò a me, a fine giornata mi ordinarono di prendere tutte le bucce e di buttarle in un bidone fuori dalla cucina. Per me era come sputare su un tesoro. Con quelle bucce avrei sfamato un’intera baracca, però «organizzarle» lì davanti a loro era fuori discussione. Alzai il coperchio e buttai via tutto.
Tornato alla baracca non pensavo ad altro: non riuscivo a togliermi dalla testa quel bidone pieno di bucce di patata. Stavo male al pensiero di aver gettato quel ben di Dio. La fame era un’ossessione e capii che non avevo scelta: dovevo provare a recuperarle. Il rischio era enorme, perché i tedeschi controllavano tutti i nostri movimenti dalle torrette, ma ormai la decisione era presa. Afferrai la mia gavetta e partii.
All’inizio strisciai pian piano lungo le baracche con molta prudenza, e mi nascosi dietro l’angolo di una di queste. Da lì vedevo il bidone, era a pochi metri, sul retro della cucina, ma non c’era più nessuna parete dietro la quale nascondermi, l’ultimo tratto era tutto allo scoperto.
Feci un bel respiro e schizzai verso la cucina, a rischio di essere falciato da una scarica di mitra. Sollevai il coperchio, affondai la mano nelle bucce, riempii la gavetta che mi ero portato e poi via di corsa. Il cuore mi batteva a mille, ma il più era fatto. Strinsi quella gavetta di bucce come se fosse la cosa più preziosa al mondo e mi diressi verso le latrine.
Lì sciacquai per bene il mio bottino, cercando di togliere tutta la terra, e finalmente tornai alla camerata. Gli altri dormivano, io mi avvicinai alla stufetta e ci posai sopra la gavetta per cuocere le bucce. Siccome non avevamo le posate, usai un pezzo di legno per macinarle ben bene fino a quando le trasformai in una specie di purea color caffè. Vista con i miei occhi di piccolo affamato, quella sbobba era una delizia da grande chef e la mangiai con un gusto che non so descrivere. Erano buonissime!
Lo feci qualche altra volta, fino a quando mi resi conto che il rischio era troppo alto e non sarei stato sempre così fortunato. Se mi avessero scoperto mi sarei beccato venticinque frustate, se non cinquanta. E te le davano davanti a tutti: ti portavano in un punto verso l’ingresso del campo, chiamavano i prigionieri a raccolta e ti frustavano a sangue. Le punizioni dovevano essere pubbliche, tutti erano costretti ad assistervi, dovevano servire da esempio.
Ma quando mangiavo la mia purea le frustate erano l’ultimo dei miei pensieri. Ero il ragazzino più felice del mondo ... "

" ... Mio padre e io non eravamo alloggiati nella stessa baracca, e nemmeno lavoravamo nella stessa squadra di prigionieri. Al mattino, quando ci chiamavano per il lavoro, si partiva in gruppi per direzioni e mansioni diverse; purtroppo non capitai mai nello stesso gruppo di mio padre: uno di qua, l’altro di là. Ma alle sei di sera, quando si rientrava, dopo aver preso la razione di pane, correvo nella sua baracca. Ricordo che dormiva al primo piano.
Ogni sera o quasi avevo una conversazione con lui, e questa era una grande soddisfazione, una fortuna immensa che non aveva quasi nessuno. Avere una persona della famiglia accanto, là dentro… Durante i nostri incontri parlavo quasi sempre io, lui stava a sentire, e alle volte mi faceva delle domandine. «Come è andata oggi?» mi chiedeva. «Dove sei stato? Sei stanco? Hai fame?» E io gli parlavo, gli raccontavo, e a mia volta gli chiedevo cosa fosse successo a lui. A volte mi spiegava i lavori che faceva, per esempio che l’avevano messo a scavare quei canali che più avanti avrei conosciuto anche io, un compito terribile. Ma non raccontava molto altro. Aveva più voglia di sapere cosa succedeva a me che non di raccontare quello che faceva lui. Mi diceva di cercare di tener duro, mi incoraggiava dicendomi che ce l’avrei fatta.
Una volta mi offrì la sua fetta di pane, mi disse di prenderla perché lui non aveva fame. E più io protestavo, più mi diceva di mangiare.
Poi mi pregava di andare a coricarmi, di riposare ... "

" ... Accanto al nostro campo di quarantena, il Lager A, c’era il Lager B. Era pieno di donne ebree di diverse nazionalità: lì erano finite tutte le ebree di Rodi selezionate per il lavoro. Forse era il loro campo di quarantena. Lo sapevamo tutti, perché di tanto in tanto riuscivamo anche a intravederle, c’era solo un filo spinato che ci divideva.
Allora ho deciso di cercarla. Quando tornavo dal lavoro, dopo essere stato da mio padre, invece di riposarmi, invece di cercare di recuperare le forze, mi mettevo a fare su e giù di fianco al reticolato tra i Lager A e B. Ero sicuro che fosse viva e sentivo anche che non era stata selezionata per andare a lavorare in un altro posto. Dovevo aver pazienza e insistere ... "

" ... E una sera, grazie a Dio, mentre guardavo, vidi una sagoma che ebbi difficoltà a riconoscere. Erano già due mesi che eravamo là.
Avevo un’immagine precisa di mia sorella. Me la ricordavo come una bella ragazza, con i vestiti colorati e i capelli lunghi. Quella sera invece mi ritrovai davanti, a una distanza di circa trenta metri, una sagoma irriconoscibile. In poco tempo era diventata completamente diversa, non credevo fosse possibile un simile cambiamento. Lucia era irriconoscibile, dimagrita al massimo, con un pigiama a righe, rasata a zero, però era lei, era lei. E anche lei mi stava cercando. Non riuscivamo a parlarci, ma comunicavamo con i segni, ci facevamo gesti di abbraccio, come a dire: «Forza, ce la faremo!». E tanti sguardi, sguardi che parlavano. Fu così che riuscii a far capire a mia sorella che nostro padre era ancora vivo.
Il Padre Eterno mi aveva dato il piacere di vederla prima che morisse. In quell’ambiente di morte questo ci dava la forza di continuare a sopravvivere.
Concordammo una specie di appuntamento: ogni volta che ci fosse stata la possibilità, ci saremmo incontrati in quel posto. Ma i nostri incontri non proseguirono per molto tempo.
Ogni volta che arrivavo nella sua baracca, mio padre mi chiedeva se avessi incontrato mia sorella: «L’hai incontrata, l’hai vista?». Gli rispondevo sempre di no, finché quel giorno: «Sì, papà, l’ho vista ieri sera!».
«L’hai riconosciuta?»
«Sì, con difficoltà…»
Da allora lui non mi parlò più. Cercai di spiegargli che avevo avuto difficoltà perché era molto dimagrita, mentre io immaginavo di trovarla in migliori condizioni. Ma lui da quel momento rimase in silenzio, ascoltava solamente. Poi, nei giorni successivi, osai chiedergli: «Papà, vieni pure te. È tua figlia!». Era la figlia che adorava, ma lui scuoteva la testa, e io in quei momenti mi arrabbiavo.
Non capivo il motivo per cui si rifiutava di vederla. Solo adesso comprendo: sapeva molto bene che da quel campo non si usciva vivi, che saremmo rimasti tutti là. Voleva ricordarsela com’era, la sua Lucia. Molte cose le ho capite con il senno di poi, ma in quel momento non riuscivo ad accettare questo cambiamento nel suo carattere, lo vedevo solo in modo negativo. Lui però sapeva molto bene che quel posto sarebbe stato la nostra tomba, l’aveva capito immediatamente. Io non l’avevo intuito subito, ero ancora un bambino, ci vuole tempo per capire… Forse non voleva dirmelo, non voleva farmi soffrire ancora di più, e quindi decise di rimanere in silenzio. Non era più quel padre che avevo conosciuto, quello di quando ero piccolo, e questo mi faceva soffrire.
Quando io gli dicevo di venire a vedere sua figlia, che stava là vicino, di vederla per l’ultima volta, lui non mi rispondeva né sì né no. Muoveva solo la testa… e questo mi procurava delusione e dolore immensi.
Com’era possibile un simile cambiamento? All’arrivo a Birkenau aveva difeso Lucia con i denti, facendosi gonfiare di botte dai tedeschi prima di lasciarla, e ora si rifiutava di venire a vederla. Può darsi che volesse ricordarsela così, sapendo che era ormai alla fine.
Una volta, preoccupato dalla magrezza di Lucia, mi presentai all’appuntamento con un fagottino. Avevo messo da parte la mia razione di pane e l’avevo avvolta in un panno. Vidi Lucia e le feci capire a gesti che le avrei lanciato qualcosa.
Feci volare il pane oltre il filo spinato e lei lo raccolse. Non appena vide di che si trattava, fece come per abbracciarmi. Poi tirò fuori anche lei un pezzo di pane, lo avvolse nel panno insieme al mio e mi rilanciò il fagotto. Aveva avuto la mia stessa idea. Anche in quelle condizioni drammatiche, volle continuare a essermi sorella e madre. In quel momento capii fino in fondo, come forse mai avevo fatto prima, l’amore che ci legava e l’affetto che lei aveva per me. Fu una delle ultime volte che la vidi.
Questi incontri non andarono avanti per molto tempo. Un giorno non la vidi più, e c’è voluto del tempo per capire che mia sorella non ce l’aveva fatta, che se n’era andata per sempre. Non volevo ammetterlo, ma poi ho dovuto arrendermi. Ho dovuto dire a me stesso di averla persa, di aver perso la cosa più cara, la cosa che adoravo di più.
A mio padre lo dissi chiaro e tondo: se non era più venuta, voleva dire che non ce l’aveva fatta. Ma lui aveva già capito tutto. E da quel momento decise di farla finita, perché tanto non ci sarebbe stata alcuna via d’uscita, nessuna.
Una sera, durante uno dei nostri incontri nella sua baracca, non mi chiese di andare a riposarmi, come faceva sempre, ma mi pregò dolcemente: «Sami, puoi fermarti ancora un po’ con me? Ho bisogno di parlarti». Non me l’aveva mai chiesto fino ad allora. Io mi sedetti accanto e lui, tenendomi stretto, mi disse che il giorno seguente non l’avrei trovato lì, ma che sarebbe andato all’ambulatorio. Sapevo benissimo cosa significava andare all’ambulatorio: voleva dire andare dritti alla camera a gas. Nessuno di quelli che erano andati lì dentro avevano fatto ritorno al campo, non li avevamo più visti. Ma lui, con un tono quasi convincente, ribadì: «Ma Sami, cosa pensi, a me non succederà. Non preoccuparti, mi cureranno. Vedrai!». Ma tutti e due sapevamo che non era così. Mi accarezzò e mi baciò più volte. Infine mi posò le mani sulla testa e mi diede la sua Berachah*.
Aveva deciso di farla finita. Lo pregai un’ultima volta di non andare, ma lui mi disse solo: «Sami, non ti devi preoccupare per me. Sami, tu mi devi promettere di tener duro, perché tu ce la farai».
Se ne andò anche lui. Erano i primi di ottobre. Mia sorella Lucia e mio padre se n’erano andati quasi insieme. Non avevo più nessuno.

Per questo ho vissuto
Sami Modiano

Berachah* = Benedizione

Dopo la morte di Lucia e del padre, Sami fa amicizia con un romano più grande di lui di due anni, Piero Terracina, entrambi si sostengono per riuscire ad andare avanti:

" ... Dopo la morte di mio padre e di mia sorella Lucia mi sentivo del tutto solo. Non avevo più avuto la possibilità di confrontarmi con una persona cara e ne sentivo un forte bisogno. Pregavo Dio perché questa situazione cambiasse in qualche modo, e la risposta alle mie preghiere fu l’incontro con Piero Terracina. Piero era un ebreo romano di due anni più grande di me; non eravamo nella stessa baracca, ma spesso capitava che lavorassimo insieme e poi la sera ci incontravamo per scambiare due parole, ci tenevamo compagnia. I miei rapporti con lui sono stati veramente fantastici: con Piero potevo parlare finalmente una lingua di casa, l’italiano, e cercavamo di farci coraggio a vicenda. Tra di noi si era creato quel contatto umano che era unico. Ci dicevamo parole di speranza, anche se poi, quando ci guardavamo in faccia, vedevamo che pian piano ci stavamo consumando come si consumano le candele
Insieme a Piero ho fatto anche uno dei lavori più angoscianti che ti potessero capitare: togliere i cadaveri dai fili spinati. La mattina i tedeschi staccavano la corrente per un po’ e sceglievano tre o quattro persone che dovevano recuperare i cadaveri, adagiarli a terra, denudarli, prenderli per la testa e per i piedi, metterli su un carretto e portarli via. Ogni giorno erano circa venti le persone che facevano quella fine, quasi tutte ridotte a scheletri. Poi su questi carretti si aggiungevano quelli che erano morti di morte naturale e si portavano davanti all’entrata dei crematori. Li lasciavamo là, per terra... "

Per questo ho vissuto
Sami Modiano

Il 17 gennaio del 1945 poiché l'Armata Rossa si stava avvicinando a Birkenau, i tedeschi decidono di spostare i deportati ad Auschwitz:

Quella sera a Birkenau venne formata una grande colonna. Me la ritrovai davanti, in piena notte. Mi fecero allineare insieme agli altri prigionieri: eravamo una massa che non riuscivo a quantificare, migliaia e migliaia di persone. Ci dovevano spostare verso Auschwitz.
Ricordo che c’erano almeno trenta centimetri di neve.
Ci incamminammo di notte, al freddo, con addosso i nostri laceri pigiami a righe.
Formavamo una lunga colonna di scheletri.
Avanzavamo in trenta centimetri di neve, con ai piedi i nostri zoccoli consumati da mesi e mesi di lavori forzati. A destra e a sinistra ci scortavano delle guardie con i loro cani pastore, mentre in coda eravamo sotto il tiro di una squadra di tedeschi con i fucili mitragliatori che facevano immediatamente piazza pulita di quelli che restavano indietro. Se il prigioniero non si rimetteva in marcia, finiva in coda alla colonna. Lì veniva falciato da una scarica di mitra.
Le chiamavano marce della morte. Non ci si poteva fermare.
Quella notte ho dato fondo a tutte le mie forze, ho marciato fino allo stremo, ma non ce l’ho fatta. Avrò camminato per due chilometri o poco più, poi mi sono arreso. Mi sono lasciato cadere. Non mi tenevo più in piedi. Feci qualche tentativo per rialzarmi, ma era inutile. Da un momento all’altro sarei arrivato in coda.
Mi fermai per terra, con le mani in testa, aspettando il colpo di grazia.
Ma poi è successo qualcosa che ancora oggi non mi spiego. Due prigionieri, anche loro con un pigiama a righe, ma forse con qualche anno e un po’ di forza in più di me, compirono un gesto che non ha una spiegazione, ma che mi salvò la vita.
In momenti come quelli ognuno di noi pensava a se stesso. La cattiveria e l’egoismo non c’entravano nulla: non aiutavi il prossimo non perché non lo volevi fare, ma perché non ne avevi le forze. Invece questi due prigionieri – che non avevo mai visto prima, due perfetti sconosciuti – si chinarono, mi sollevarono, mi presero sotto braccio e mi trascinarono per gli ultimi metri fino ad Auschwitz.
Avevo quasi perso conoscenza, non capivo nulla di quello che stava accadendo. Oltre al corpo, anche il mio cervello era partito. L’ultimo mio pensiero cosciente era stato quello di abbandonarmi, di arrendermi alla morte, e l’ultimo ricordo era quello di aver sentito che avevano smesso di trascinarmi.
Mi risvegliai da solo.
Non ho idea di quanto tempo sia rimasto incosciente. Mi ridestai su una montagna di cadaveri congelati e mi guardai intorno. Non c’era più nessuno, né prigionieri né tedeschi, né cani né Kapo. Erano partiti tutti quanti.
Intorno a me, dove mi avevano abbandonato quei due angeli, non vedevo che cadaveri dappertutto, cadaveri congelati, erano diventati duri. Realizzai subito che non potevo rimanere là, perché mi sarei congelato anch’io.
Notai a un centinaio di metri delle costruzioni di mattoni. In qualche modo ero arrivato ad Auschwitz.
Mi trascinai a quattro zampe verso quei blocchi, cercando di mettermi al riparo. Arrivato lì, mi accucciai, sfinito, su un giaciglio.
Questa fu l’ultima occasione che la morte ebbe per portarmi via così giovane. Avrei dovuto ricevere il colpo di grazia mentre ero in ginocchio nella neve, a metà strada fra Birkenau e Auschwitz. In appena tre chilometri avevano perso la vita centinaia di persone e io avrei dovuto essere uno di loro. Invece qualcosa aveva spinto questi due sconosciuti a inginocchiarsi nella neve e a trascinarmi di peso fino al campo, salvandomi la vita. Perché l’avevano fatto? Continuavo a chiedermelo. Se oggi sono qui a raccontarvi la mia storia lo devo a questi due angeli custodi ...

" ... Era la mattina del 27 gennaio 1945, nevicava. Qualcuno dentro il blocco cominciò a dire che i russi erano arrivati. Poi, finalmente, li vedemmo per la prima volta in faccia. Io li vidi dalla finestra. Un carro di legno trainato da due cavalli e un russo con il fucile mitragliatore a tamburo. Dietro al conducente, sdraiata sulla paglia, c’era una donna, una soldatessa russa. Portavano tutti il colbacco.
Arrivati ad Auschwitz non riuscivano a credere ai loro occhi. Si trovavano in difficoltà perché davanti a loro si presentava una scena che non si aspettavano.
Dappertutto era pieno di cadaveri, di scheletri e loro rimasero là impalati. Guardavano e non capivano.
Se avessero tardato anche di una settimana, credo che non ce l’avrei fatta. Ero letteralmente pelle e ossa. Il fatto che fossi ancora in grado di respirare era un miracolo.
Appena mi videro, mi portarono immediatamente all’ospedale che avevano allestito in alcuni blocchi del campo. In questo ospedale i letti erano singoli, e non eravamo in molti. La maggior parte di noi morì in pochi giorni.
Lì ritrovai Piero Terracina. Apparteneva all’ultimo gruppo di prigionieri rimasti a Birkenau ed era arrivato ad Auschwitz pochi giorni dopo di me, si era incamminato con l’ultima marcia. Mi raccontò che dopo la partenza dei prigionieri, i tedeschi avevano via via abbandonato il campo e avevano distrutto le torrette di guardia per farne legna da ardere, ma anche quello non bastava. Inoltre non c’era più nulla da mangiare. Si beveva la neve e si strappava qualche radice per fermare lo stomaco. Poi il 21 gennaio si era presentata al campo una colonna tedesca per radunare gli ultimi prigionieri e portarli chissà dove. Molti di quelli non più in grado di camminare vennero falciati sul posto.
Piero riusciva ancora a stare in piedi ed era stato inserito nella marcia della morte partita da Birkenau, ma subito dopo aveva tentato la fuga insieme a un gruppetto di suoi giovani amici italiani e greci. Approfittando del buio pesto e della distrazione dei tedeschi – ormai erano nel pieno della disfatta – si erano buttati fuori strada. Erano rimasti immobili nella neve per ore, fino a quando furono certi che i soldati non li stessero cercando. Poi si erano incamminati senza meta, vagando a vuoto per ore nella neve. A un tratto avevano scorto in lontananza il profilo di alcuni edifici. Non sapevano cosa avrebbero trovato, ma era troppo freddo per girovagare ancora. Arrivati a destinazione capirono di essere ad Auschwitz: avevano impiegato non so quante ore per coprire una distanza di tre chilometri ... "

" Da Auschwitz ci inviarono direttamente al fronte, sul territorio della Germania, dove l’esercito sovietico stava per sfondare. Il genio militare doveva lavorare proprio dietro la prima linea dell’Armata Rossa. In previsione di un contrattacco da parte dei tedeschi, noi dovevamo scavare delle trincee.
Il lavoro era duro, ma equamente distribuito. Noi mille italiani eravamo suddivisi in squadre da dieci, ciascuna capeggiata da un geniere sovietico. Ognuno doveva scavare quindici metri di trincea al giorno, un metro e dieci di profondità per un metro e dieci di larghezza.
Tutti dovevano fare la propria parte: il geniere russo che guidava la nostra squadra, dopo aver controllato che noi svolgessimo il nostro compito, doveva scavare esattamente quanto noialtri ...

" ... Ho scavato trincee per due mesi. L’8 maggio la guerra era finita.
A quel punto noi italiani eravamo pronti per mollare le vanghe, ma dopo un paio di giorni di riposo totale, ci arrivò un nuovo ordine. Dovevano trasportarci tutti sul fiume Oder.
I tedeschi avevano fatto saltare i ponti e l’Armata Rossa non poteva far ritorno.
Ci mettemmo al lavoro e creammo due ponti provvisori in legno. Da lì facevano passare anche materiale bellico che volevano far arrivare in Russia ... "

Per questo ho vissuto
Sami Modiano

Sami e l'amico Settimio vengono poi spostati in Polonia nella caserma di Opole e qui decidono di scappare:

" ... Partimmo una notte di fine agosto. Settimio aveva studiato attentamente le mappe rubate nella caserma dei polacchi e aveva disegnato il percorso con una cura estrema. Il suo piano era perfetto, ma allora non potevo certo saperlo. Anzi, sulle prime ero convinto del contrario. Anche a viaggio iniziato, l’idea di lasciare Opole e le comodità della caserma continuava a sembrarmi davvero folle. A mettermi a disagio non era la paura di essere scoperti o l’eccitazione della fuga. Ero semplicemente stupito dalla decisione di Settimio: lasciare la tranquillità della caserma e la sicurezza di un pasto caldo per fare un vero e proprio salto nel buio.
Eppure qualcosa mi diceva che la convinzione di quel ragazzo mi avrebbe portato lontano: a casa, al sicuro. La sua voglia di scappare e la sua determinazione erano contagiose. Anche se non comprendevo le sue ragioni, sentivo di doverlo seguire. Mi ero completamente abbandonato alla sua volontà: lui decideva e io gli andavo dietro. Aveva detto «Andiamo!» e io, quasi senza rendermene conto, raccolsi un po’ di cibo in scatola e mi misi in marcia ... "

Per questo ho vissuto
Sami Modiano

Con grande fatica riescono a raggiungere Roma e qui inizia quella nuova fase della vita che porterà Sami a essere uno dei custodi della memoria:

" ... Io ho avuto tante sfortune nella vita, ma anche la buona sorte di trovare una compagna che mi ha capito sin dall’inizio. Una ragazza giovane e bella come Selma avrebbe potuto stancarsi di me e rifarsi una vita. E invece, dopo oltre cinquant’anni di matrimonio, è ancora qui con me.
Grazie alla sua insistenza ho trovato la forza e la voglia di aprirmi. Sulle prime ho cominciato a parlare timidamente con chi mi era vicino, non tanto per rivelare la mia storia quanto per cercare risposte alle mie domande. Ho raccolto le testimonianze dei miei parenti più stretti e sono venuto a sapere tutto quello che ad Auschwitz non avevo visto o voluto vedere ... "

" ... La mia testimonianza serve a questo. A coltivare la memoria e a ricordare chi non è più con noi: tutte quelle persone che sono finite nelle camere a gas o che non hanno resistito al gelo delle notti di Auschwitz. Io oggi parlo per loro ... "

Per questo ho vissuto
Sami Modiano

Io non sono uscito da Birkenau, io sono ancora là... 

Sami Modiano

giovedì 27 gennaio 2022

La strada del perdono

Il primo compleanno di Miriam e Eva Mozes

Il primo compleanno di Miriam e Eva Mozes
Foto dall’archivio di Eva Mozes e dal Museo dell’Olocausto e centro educativo CANDLES

Eva e Miriam Mozes, nascono nel 1934 a Portz in Romania, vengono deportate ad Auschwitz nel maggio del 1944, con loro i genitori e due sorelle che moriranno nelle camere a gas.
Eva e Miriam hanno 10 anni e si salvano perché sono gemelle e come cavie possono essere sottoposte agli esperimenti eseguiti da Josef Mengele.
Nonostante le atrocità subite riescono a sopravvivere e il 12 gennaio 1945 vengono liberate, raggiungono Israele quando hanno 16 anni, dieci anni dopo si trasfericono in America e si stabiliscono a Terre Haute nell'Indiana, qui nel 1985, con lo scopo di ritrovare i bambini sopravvissuti ai lager nazisti, fondano il Candles Holocaust Museum and Education Center.
Miriam a causa degli esperimenti fatti su di lei muore di cancro alla vescica il 6 giugno del 1993, Eva continua a essere testimone dell'Olocausto e nel 2015 stringe la mano a Oskar Gröning che viene processato come ragioniere di Auschwitz, nello stesso anno adotta Rainer Höß nipote del membro delle SS Rudolf Höß perché sceglie la strada del perdono che le permette di liberarsi del passato; muore il 4 luglio del 2019 durante il viaggio annuale in Polonia organizzato dal Candles Holocaust Museum and Education Center.

Miriam e Eva Mozes, la prima a destra e la seconda vicina seminascosta - 1945 - USA Holocaust Memorial Museum, Courtesy of Belarusian State Archive of Documentary Film and Photography

Miriam e Eva Mozes, la prima a destra e la seconda vicina seminascosta - 1945 
USA Holocaust Memorial Museum, Courtesy of Belarusian State Archive of Documentary Film and Photography

" CONOSCO l’odio. So bene che sapore ha, in tutte le sue sfumature. So come si diffonde nello stomaco e, poco per volta, condiziona anche il modo di pensare. E so che cosa vuol dire desiderare la vendetta.
Cosa accadrà?
Conosco l’odio e ancora oggi riesco a vedermi mentre percorro l’Alta Baviera per raggiungere la casa di un uomo, Hans Münch, un medico che lavorava ad Auschwitz, il lager dove ho perso la famiglia e l’infanzia; un «collega» del dottor Mengele, di colui che mi ha umiliata, seviziata e mi ha costretta a guardare in faccia la morte. Mi vedo diretta in Algovia, precisamente a Roßhaupten, un pittoresco paesino di duemila abitanti circondato da prati e montagne, che si sviluppa in modo concentrico intorno a una chiesa barocca con il caratteristico campanile a bulbo, lambendo le sponde di un altrettanto pittoresco lago di montagna.
Porto con me – lo ricordo bene – la mia inquietudine e la mia rabbia contro il mondo e soprattutto contro i tedeschi. Nel mio vocabolario la parola «perdono» non esiste, non è nemmeno lontanamente presente nei miei pensieri, e la sola idea di incontrare un nazista di Auschwitz mi sembra una follia.
Prima di affrontare il viaggio mi ero documentata in modo molto dettagliato, leggendo tutto quello che ero riuscita a trovare riguardo a quell’uomo. Sapevo che il dottor Hans Münch era un vero nazista, mi faceva paura e il mio nervosismo cresceva di chilometro in chilometro, ma non potevo tornare indietro. Avevo affrontato molte notti insonni e, nonostante tutti gli scrupoli e i dubbi sull’esito di quell’incontro, dovevo sapere quali virus e batteri erano stati iniettati a me e a mia sorella Miriam, morta da un anno, dopo che i medici si erano arresi di fronte a insoliti effetti collaterali.

Miriam e Eva Mozes  ad Auschwitz in prima fila - 1945 - Wytwornia Filmow Dokumentalnych I Fabularnych

Miriam e Eva Mozes  ad Auschwitz in prima fila - 1945
Wytwornia Filmow Dokumentalnych I Fabularnych

Miriam e Eva Mozes, ritorno ad  Auschwitz  - Dicembre del 1991

Miriam e Eva Mozes, ritorno ad  Auschwitz nello stesso posto della foto precedente - Dicembre del 1991
Foto dall’archivio di Eva Mozes e dal Museo dell’Olocausto e centro educativo CANDLES
 
Dovevo incontrare quell’ex medico nazista! E non solo perché quando decido di fare una cosa vado fino in fondo, rispettando la parola data come una regola, ma anche perché volevo sapere… Volevo sapere che cosa fosse successo a quell’uomo, come aveva potuto lavorare in un campo di sterminio, come aveva potuto vivere immerso in quell’orrore, come aveva potuto continuare a vivere dopo Auschwitz…
Ricordo una bella casa, circondata da un giardino alberato, e il dottor Münch che mi apre la porta con un sorriso amichevole e mi stringe la mano. Non avevo pensato che potesse succedere. Nella mia mente quell’individuo era solo uno spietato nazista che, dall’alto della propria arroganza, aveva concesso udienza a una povera sopravvissuta come me. Ero partita con l’idea di vedere non solo un tedesco serio che non sorride mai (così immaginavo più o meno tutti i tedeschi), ma un vero e proprio mostro: il sottotenente delle SS Hans Münch, medico di Auschwitz, seguace di Hitler e complice di uno dei peggiori crimini dell’umanità. Quello che mi stringe la mano è però un uomo anziano e gentile con la barba bianca, alto e di bella presenza (anche a ottantadue anni) che assomiglia un po’ a Laurence Olivier nel film Il maratoneta. Il nostro incontro viene documentato da una troupe televisiva che si muove timidamente intorno a noi. La presenza di cameraman e tecnici del suono rende piuttosto anomala l’atmosfera di un momento così intenso. Se pongo domande critiche un produttore olandese mi zittisce con fermezza e il dottor Münch interrompe subito la conversazione. Un addetto si lamenta della cattiva illuminazione. Nel frattempo Münch lascia più volte la stanza per procurarmi dei cuscini. Tutto questo non corrisponde a quanto mi aspettavo.
La notte prima non avevo dormito. Perdo il controllo. «Perché mi porta così tanti cuscini?» «Voglio essere sicuro che stia comoda.»
Un nazista che si preoccupa di queste cose! Non ha alcun senso! Mi sento impaurita e quasi non riesco a parlare; proprio ora che devo cominciare a interrogarlo. Mi sento del tutto impreparata e inizio a fare domande stupide. Un po’ di convenevoli con un medico di Auschwitz che ha visto morire migliaia di persone! Eppure non posso fare diversamente, sia per la presenza del produttore olandese, sia perché avevo già stabilito di cominciare in modo innocuo e di fare soltanto alla fine domande scomode, come: «Cosa sa degli esperimenti che venivano fatti ad Auschwitz?» oppure: «Cosa ha fatto alla fine della guerra?»
Intanto, però, gli chiedo quali sono i suoi hobby… Perché diavolo mi interessano i passatempi di uno sgherro delle SS? Eppure voglio provare a capire la sua mentalità, svelarne il meccanismo. Faccia a faccia.
«Mi piace leggere», risponde, «e cercare funghi!»
Il tono è molto gentile; io sono incredula, non capisco… Dov’è il mostro?
Il diavolo?
«Come ha vissuto ad Auschwitz?» gli chiedo con la bocca asciutta
«Ad Auschwitz», dice sottovoce, «la sera tutte le guardie erano ubriache. L’unica persona vicina a me che rimanesse sobria era Mengele. Era anche l’unico con cui potevo parlare, però non mi ha raccontato niente degli esperimenti. Era tutto top secret.»
Secondo lui, io e Miriam presto o tardi saremmo state uccise e, anzi, gli esperimenti ci avevano preservate da una morte immediata. Mengele gli aveva detto che i gemelli dovevano essergli grati per questo.
Non posso più aspettare.
«Lei era ad Auschwitz, dottor Münch: sapeva dov’erano le camere a gas? Le ha viste? Ne sapeva qualcosa?»
L’uomo deglutisce e china la testa. Poi la rialza e i suoi occhi, che prima mi guardavano in modo così dolce e gentile, improvvisamente sembrano attraversarmi e fissare il nulla. Deglutisce un’altra volta e la parola lascia il posto a un sospiro. «Questo è il mio problema…» deglutisce di nuovo, «è un incubo con cui devo vivere ogni giorno da circa cinquant’anni.» E aggiunge: «A causa dei ricordi di Auschwitz, nella mia vita non ho più avuto un momento di gioia». Poi si chiude in sé per la vergogna e l’orrore. Di fronte a me c’è un uomo distrutto. 
Taccio. "

Ad Auschwitz ho imparato il perdono
Eva Mozes Kor e Guido Eckert
Traduzione di Anna Maria Foli

Eva e Miriam Mozes al tempo del liceo a Kluj - Romania - 1949 Foto dall’archivio di Eva Mozes e dal Museo dell’Olocausto e centro educativo CANDLES

Eva e Miriam Mozes al tempo del liceo a Kluj - Romania - 1949
Foto dall’archivio di Eva Mozes e dal Museo dell’Olocausto e centro educativo CANDLES

mercoledì 27 gennaio 2021

La mia stella

Vi è mai capitato di puntare gli occhi al cielo di notte e di rifugiarvi con lo sguardo in una stella? A me sì... 

Aldebaran, l'occhio della Costellazione del Toro

Aldebaran - 29 febbraio 2020

E a volte una stella salva la vita:

" Sognavo a occhi aperti. Mai a occhi chiusi. Non ho mai sognato di notte ad Auschwitz. Di giorno sì, immaginavo di correre su un prato che ricordavo, in mezzo ai fiori, nel sole; mi raccontavo i film che avevo visto, i libri che avevo letto, le mie canzoni preferite, le commedie ascoltate alla radio con nonno Pippo. In questo modo non permettevo al cervello di vedere quello che accadeva davanti a me, la realtà quotidiana della mia nuova vita all’inferno. Avevo un mondo di fantasia e di ricordi che mi trascinava lontano da lì. Ritornavo con la mente a una festa con le amiche, a una vacanza, a una gita in campagna… Ma niente che riguardasse la mia famiglia, la mia casa, i visi più cari, dei miei nonni e di mio papà. Quelli erano ricordi proibiti. Perché non potevo sopportarli, mi avrebbero fatto troppo male. Filtravo le cose che potevo ricordare e scartavo quelle che non avrei avuto la forza di sopportare. Non lo facevo consapevolmente, era un modo per sopravvivere. Usavo tutte le mie forze per restare lontana dal lager,  almeno con la mente. Se sono sopravvissuta è anche per l’intensità con la quale esercitavo questa volontà. 
Alla fine della giornata, il mio mondo di fantasia, al quale mi aggrappavo per “fuggire” dal campo, era diventato una piccola stella che vedevo in cielo. Sempre la stessa. L’avevo notata una sera di cielo terso, quando i nostri  aguzzini ci davano pochi minuti di tregua. 
Da quella sera, ogni giorno quando arrivava il buio la cercavo, le parlavo. 
Ero felice di ritrovarla, significava che un altro giorno era passato ed ero ancora viva. Mi identificavo con quella stella. Vedendola, dentro di me, le dicevo: «Finché io sarò viva, tu, stellina, continuerai a brillare nel cielo. Stai tranquilla, io non morirò. Io sarò sempre con te».

Da allora la stella è diventata un simbolo importante nella mia vita. La mia famiglia mi regala stelline d’argento e i miei nipoti disegnano per me cieli brillanti di stelle.

Eravamo tre ragazze italiane a lavorare nella fabbrica di munizioni. Il resto erano di altre nazionalità. Tutte le mattine i nazisti ci portavano fuori dal campo e ci facevano fare circa tre chilometri per raggiungere la fabbrica.
Eravamo costrette a cantare le loro canzoni, in marcia. Era l’ennesima cattiveria, farci cantare come se fossimo state allegre. Eravamo degli scheletri invece, camminavamo a fatica, i corpi stremati dalla fame, dalle fatiche e dalle botte. Eppure dovevamo cantare come se stessimo andando a fare una gita in campagna.
In quel tratto di strada, ritrovavamo i rumori familiari. La campana di una chiesa, le grida dei bambini a scuola, un treno. I ricordi ti assalivano, ma era un attimo, i giorni cari non potevamo permetterceli. Ci avrebbero resi deboli e vulnerabili. E io non volevo diventare vulnerabile, volevo vivere. E cantavo, obbedivo e marciavo. In quel tragitto, la cosa più terribile era incontrare la Hitlerjugend, la gioventù hitleriana. Erano ragazzi fra i quattordici e i vent’anni, biondi e con la divisa nera. Erano belli, non erano scheletrici come noi, anzi. La croce uncinata sul braccio, correvano sulle loro biciclette sicuri di essere i vincitori, certi di appartenere alla razza superiore. Quando ci incontravano si fermavano e cominciavano a sputarci addosso, a insultarci con le volgarità più orribili. Avevo imparato a riconoscere le parolacce in tedesco. Erano le stesse che con il medesimo disprezzo ci sentivamo scaraventare addosso dalle guardie. 

Eppure quelli erano ragazzi come me o poco più grandi, mi sembrava incredibile che potessero odiare in quel modo delle derelitte, senza più corpo, come noi. Così deboli che non avevamo neppure la forza di scansare i loro sputi. Eppure erano così, il disprezzo mortificava i loro bei visi e i loro corpi perfetti. All’epoca li odiavo, con il tempo ho imparato a guardarli per quello che erano: povere ombre nere che non sarebbero mai state sfiorate dall’umanità né dalla pietà. "

Fino a quando la mia stella brillerà
Liliana Segre con Daniela Palumbo

Poesia di un grande amico dedicata alla giornata della memoria:

Auschwitz

In quel campo
grigio e freddo,
nel filo spinato
rosso ruggine,
aggrovigliato.
Muti pianti
nel silenzio minacciato.
Piedi nudi
nel fetido fango.
Non un filo d’erba verde,
non un uccellino
da invidiare.

Andrea Audino

lunedì 27 gennaio 2020

Montagne azzurre

" Quanto distano quelle montagne velate d’azzurro? Quanto è ampia la pianura che si estende sotto la radiosa luce primaverile? È un giorno di marcia, per chi può camminare libero. Un’ora a cavallo, di buon trotto. Per noi sono più lontane, lontanissime, è una distanza infinita. Quei monti non appartengono a questo mondo, al nostro mondo. Perché fra noi e quei monti c’è il filo spinato.
Il desiderio ardente, il battito feroce dei nostri cuori, il sangue che affluisce alla testa, è tutto inutile. Fra noi e la pianura, del resto, c’è il reticolato. Due serie di filo elettrificato, sopra le quali sono poste piccole lampade di un rosso pallido, per indicare che la morte è in agguato su tutti noi, imprigionati in questo rettangolo delimitato da un doppio reticolato e un alto muro bianco. Sempre quella stessa immagine, sempre quella stessa sensazione. Stiamo davanti alle finestre dei nostri blocchi e aneliamo a quella distesa lontana e tentatrice, e il petto ansima per l’ansia e per il senso di impotenza.
Fra me e lei ci sono dieci metri. Mi sporgo fuori dalla finestra, quando provo desiderio per la libertà lontana. Friedel non può fare nemmeno quello, è prigioniera di grado superiore. Io posso ancora muovermi liberamente nel Lager. Lei non può fare nemmeno quello. Abito nel Block a 9, un normale blocco per infermi. Friedel nel 10. Anche nel suo ci sono persone malate, ma non come nel mio. Chi è ricoverato da noi si è ammalato a causa di crudeltà, fame ed eccessivo lavoro. Cause ancora naturali, che portano a malattie naturali, definibili con una diagnosi. Il 10 è il Blocco degli esperimenti. Ci vivono donne che sono state violate da sadici che si autodefiniscono professori, in modi in cui nessuna donna è mai stata violata prima, in ciò che di più prezioso possiedono: la loro essenza di donna, la capacità di diventare madre. Anche una ragazza costretta a subire la feroce lussuria di un bruto soffre, tuttavia l’atto a cui viene sottoposta contro la sua volontà ha origine dalla vita, da una pulsione vivente. Nel Block 10 non sono mossi da un accesso di passione, ma da un delirio politico, un interesse economico.
Siamo consapevoli di tutto ciò, quando guardiamo questa pianura della Polonia meridionale, desiderando di correre sui prati e sui terreni paludosi che ci separano da quei monti Beschidi bluastri all’orizzonte. Ma sappiamo anche altro. Sappiamo che ci attende un’unica fine, un’unica liberazione da questo inferno di filo spinato: la morte ... "

Ultima fermata Auschwitz
Eliazar de Wind
detto Eddy
Traduzione
Dafna Fiano


P.S. 
Sono senza P.C. - appena possibile in questo stesso post racconterò qualcosa in più su Eddy e Friedel

domenica 27 gennaio 2019

L'orrore dello sterminio

Non esiste una parola che possa rendere giustizia a ciò che è stato ed è impensabile che un giorno esisterà un vocabolo adeguato alla capacità di contenere l'orrore dello sterminio sistematico di esseri umani messo in atto dal nazismo in nome della " razza pura ". Per indicarlo usiamo alcune voci di un passato che non poteva certo immaginare quello che sarebbe successo. 
Nella Septuaginta* troviamo il termine ὁλόκαυστος - holòkaustos - bruciato interamente, composto da ὅλος - hòlos - tutto intero e καίω - kàiō - brucio, che diventa holocaustum nella Vulgata*, olocausto in italiano e traduce la parola del testo masoretico* עלה - olah che deriva dal verbo alah - far salire - innalzare - far ascendere. E per quanto l'olocausto, prima attraverso la letteratura, nell'accezione di distruzione di massa e dopo attraverso la stampa, nell'accezione di distruzione di massa della Seconda Guerra Mondiale, abbia avuto un'evoluzione che lo ha trasformato in Olocausto con l'iniziale maiuscola distaccandolo dal suo significato originale di sacrificio in cui la vittima veniva distrutta e bruciata nei culti greci ed ebraici ( Il korban olah - קָרְבַּן עוֹלָה - ciò che va in alto con la radice korbàn - קרב - accostare - avvicinare a Dio era il rito ebraico che sacrificava un animale, bruciandolo totalmente, sull'altare del Tempio di Gerusalemme ), non è ritenuto idoneo da alcune comunità ebraiche che riconoscono solo la matrice originaria del termine. 
Shoah invece dall’ebraico השואה - HaShoah - catastrofe, distruzione, desolazione e tempesta devastante in  Isaia 47, 11, è un termine usato più recentemente, si riferisce all'uccisione di 5,9 milioni di ebrei e per la sua connotazione prettamente ebraica non comprende quella di 2 - 3 milioni di prigionieri di guerra sovietici, 1 - 2,5 milioni di slavi, 1,8 - 2 milioni di polacchi non ebrei, 1 - 1,5 milioni di dissidenti politici, 220.000 - 500.000 rom e sinti ( i rom utilizzano la parola porajmos- porrajmos - grande divoramento e anche samudarpien - genocidio ), 200.000 - 250.000 disabili e pentecostali, 80.000 - 200.000 massoni, 5.000 - 15.000 omosessuali, 2.500 - 5.000 testimoni di Geova.

Septuaginta* = La versione greca della Bibbia
Vulgata* = La versione latina della Bibbia
testo masoretico* = La versione ebraica della Bibbia



" ... Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga ... "

Se questo è un uomo
Primo Levi
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