I tedeschi ogni tanto prendevano uno di noi per mandarlo a sbucciare patate. Anche in questo caso eravamo tenuti d’occhio da un soldato e non da un Kapo. I nazisti sapevano benissimo che quando si trattava di cibo non ci si poteva fidare di un Kapo: era sicuro che ne avrebbe «organizzato» un bel po’ e quelle patate erano per i soldati, mica per noi prigionieri. Con quel cibo non c’era da scherzare. Guai a mettersi una buccia in bocca mentre si era lì a pelare! La guardia ti avrebbe riempito di botte, o forse peggio.
Quando capitò a me, a fine giornata mi ordinarono di prendere tutte le bucce e di buttarle in un bidone fuori dalla cucina. Per me era come sputare su un tesoro. Con quelle bucce avrei sfamato un’intera baracca, però «organizzarle» lì davanti a loro era fuori discussione. Alzai il coperchio e buttai via tutto.
Tornato alla baracca non pensavo ad altro: non riuscivo a togliermi dalla testa quel bidone pieno di bucce di patata. Stavo male al pensiero di aver gettato quel ben di Dio. La fame era un’ossessione e capii che non avevo scelta: dovevo provare a recuperarle. Il rischio era enorme, perché i tedeschi controllavano tutti i nostri movimenti dalle torrette, ma ormai la decisione era presa. Afferrai la mia gavetta e partii.
All’inizio strisciai pian piano lungo le baracche con molta prudenza, e mi nascosi dietro l’angolo di una di queste. Da lì vedevo il bidone, era a pochi metri, sul retro della cucina, ma non c’era più nessuna parete dietro la quale nascondermi, l’ultimo tratto era tutto allo scoperto.
Feci un bel respiro e schizzai verso la cucina, a rischio di essere falciato da una scarica di mitra. Sollevai il coperchio, affondai la mano nelle bucce, riempii la gavetta che mi ero portato e poi via di corsa. Il cuore mi batteva a mille, ma il più era fatto. Strinsi quella gavetta di bucce come se fosse la cosa più preziosa al mondo e mi diressi verso le latrine.
Lì sciacquai per bene il mio bottino, cercando di togliere tutta la terra, e finalmente tornai alla camerata. Gli altri dormivano, io mi avvicinai alla stufetta e ci posai sopra la gavetta per cuocere le bucce. Siccome non avevamo le posate, usai un pezzo di legno per macinarle ben bene fino a quando le trasformai in una specie di purea color caffè. Vista con i miei occhi di piccolo affamato, quella sbobba era una delizia da grande chef e la mangiai con un gusto che non so descrivere. Erano buonissime!
Lo feci qualche altra volta, fino a quando mi resi conto che il rischio era troppo alto e non sarei stato sempre così fortunato. Se mi avessero scoperto mi sarei beccato venticinque frustate, se non cinquanta. E te le davano davanti a tutti: ti portavano in un punto verso l’ingresso del campo, chiamavano i prigionieri a raccolta e ti frustavano a sangue. Le punizioni dovevano essere pubbliche, tutti erano costretti ad assistervi, dovevano servire da esempio.
Ma quando mangiavo la mia purea le frustate erano l’ultimo dei miei pensieri. Ero il ragazzino più felice del mondo ... "
" ... Mio padre e io non eravamo alloggiati nella stessa baracca, e nemmeno lavoravamo nella stessa squadra di prigionieri. Al mattino, quando ci chiamavano per il lavoro, si partiva in gruppi per direzioni e mansioni diverse; purtroppo non capitai mai nello stesso gruppo di mio padre: uno di qua, l’altro di là. Ma alle sei di sera, quando si rientrava, dopo aver preso la razione di pane, correvo nella sua baracca. Ricordo che dormiva al primo piano.
Ogni sera o quasi avevo una conversazione con lui, e questa era una grande soddisfazione, una fortuna immensa che non aveva quasi nessuno. Avere una persona della famiglia accanto, là dentro… Durante i nostri incontri parlavo quasi sempre io, lui stava a sentire, e alle volte mi faceva delle domandine. «Come è andata oggi?» mi chiedeva. «Dove sei stato? Sei stanco? Hai fame?» E io gli parlavo, gli raccontavo, e a mia volta gli chiedevo cosa fosse successo a lui. A volte mi spiegava i lavori che faceva, per esempio che l’avevano messo a scavare quei canali che più avanti avrei conosciuto anche io, un compito terribile. Ma non raccontava molto altro. Aveva più voglia di sapere cosa succedeva a me che non di raccontare quello che faceva lui. Mi diceva di cercare di tener duro, mi incoraggiava dicendomi che ce l’avrei fatta.
Una volta mi offrì la sua fetta di pane, mi disse di prenderla perché lui non aveva fame. E più io protestavo, più mi diceva di mangiare.
Poi mi pregava di andare a coricarmi, di riposare ... "
" ... Accanto al nostro campo di quarantena, il Lager A, c’era il Lager B. Era pieno di donne ebree di diverse nazionalità: lì erano finite tutte le ebree di Rodi selezionate per il lavoro. Forse era il loro campo di quarantena. Lo sapevamo tutti, perché di tanto in tanto riuscivamo anche a intravederle, c’era solo un filo spinato che ci divideva.
Allora ho deciso di cercarla. Quando tornavo dal lavoro, dopo essere stato da mio padre, invece di riposarmi, invece di cercare di recuperare le forze, mi mettevo a fare su e giù di fianco al reticolato tra i Lager A e B. Ero sicuro che fosse viva e sentivo anche che non era stata selezionata per andare a lavorare in un altro posto. Dovevo aver pazienza e insistere ... "
" ... E una sera, grazie a Dio, mentre guardavo, vidi una sagoma che ebbi difficoltà a riconoscere. Erano già due mesi che eravamo là.
Avevo un’immagine precisa di mia sorella. Me la ricordavo come una bella ragazza, con i vestiti colorati e i capelli lunghi. Quella sera invece mi ritrovai davanti, a una distanza di circa trenta metri, una sagoma irriconoscibile. In poco tempo era diventata completamente diversa, non credevo fosse possibile un simile cambiamento. Lucia era irriconoscibile, dimagrita al massimo, con un pigiama a righe, rasata a zero, però era lei, era lei. E anche lei mi stava cercando. Non riuscivamo a parlarci, ma comunicavamo con i segni, ci facevamo gesti di abbraccio, come a dire: «Forza, ce la faremo!». E tanti sguardi, sguardi che parlavano. Fu così che riuscii a far capire a mia sorella che nostro padre era ancora vivo.
Il Padre Eterno mi aveva dato il piacere di vederla prima che morisse. In quell’ambiente di morte questo ci dava la forza di continuare a sopravvivere.
Concordammo una specie di appuntamento: ogni volta che ci fosse stata la possibilità, ci saremmo incontrati in quel posto. Ma i nostri incontri non proseguirono per molto tempo.
Ogni volta che arrivavo nella sua baracca, mio padre mi chiedeva se avessi incontrato mia sorella: «L’hai incontrata, l’hai vista?». Gli rispondevo sempre di no, finché quel giorno: «Sì, papà, l’ho vista ieri sera!».
«L’hai riconosciuta?»
«Sì, con difficoltà…»
Da allora lui non mi parlò più. Cercai di spiegargli che avevo avuto difficoltà perché era molto dimagrita, mentre io immaginavo di trovarla in migliori condizioni. Ma lui da quel momento rimase in silenzio, ascoltava solamente. Poi, nei giorni successivi, osai chiedergli: «Papà, vieni pure te. È tua figlia!». Era la figlia che adorava, ma lui scuoteva la testa, e io in quei momenti mi arrabbiavo.
Non capivo il motivo per cui si rifiutava di vederla. Solo adesso comprendo: sapeva molto bene che da quel campo non si usciva vivi, che saremmo rimasti tutti là. Voleva ricordarsela com’era, la sua Lucia. Molte cose le ho capite con il senno di poi, ma in quel momento non riuscivo ad accettare questo cambiamento nel suo carattere, lo vedevo solo in modo negativo. Lui però sapeva molto bene che quel posto sarebbe stato la nostra tomba, l’aveva capito immediatamente. Io non l’avevo intuito subito, ero ancora un bambino, ci vuole tempo per capire… Forse non voleva dirmelo, non voleva farmi soffrire ancora di più, e quindi decise di rimanere in silenzio. Non era più quel padre che avevo conosciuto, quello di quando ero piccolo, e questo mi faceva soffrire.
Quando io gli dicevo di venire a vedere sua figlia, che stava là vicino, di vederla per l’ultima volta, lui non mi rispondeva né sì né no. Muoveva solo la testa… e questo mi procurava delusione e dolore immensi.
Com’era possibile un simile cambiamento? All’arrivo a Birkenau aveva difeso Lucia con i denti, facendosi gonfiare di botte dai tedeschi prima di lasciarla, e ora si rifiutava di venire a vederla. Può darsi che volesse ricordarsela così, sapendo che era ormai alla fine.
Una volta, preoccupato dalla magrezza di Lucia, mi presentai all’appuntamento con un fagottino. Avevo messo da parte la mia razione di pane e l’avevo avvolta in un panno. Vidi Lucia e le feci capire a gesti che le avrei lanciato qualcosa.
Feci volare il pane oltre il filo spinato e lei lo raccolse. Non appena vide di che si trattava, fece come per abbracciarmi. Poi tirò fuori anche lei un pezzo di pane, lo avvolse nel panno insieme al mio e mi rilanciò il fagotto. Aveva avuto la mia stessa idea. Anche in quelle condizioni drammatiche, volle continuare a essermi sorella e madre. In quel momento capii fino in fondo, come forse mai avevo fatto prima, l’amore che ci legava e l’affetto che lei aveva per me. Fu una delle ultime volte che la vidi.
Questi incontri non andarono avanti per molto tempo. Un giorno non la vidi più, e c’è voluto del tempo per capire che mia sorella non ce l’aveva fatta, che se n’era andata per sempre. Non volevo ammetterlo, ma poi ho dovuto arrendermi. Ho dovuto dire a me stesso di averla persa, di aver perso la cosa più cara, la cosa che adoravo di più.
A mio padre lo dissi chiaro e tondo: se non era più venuta, voleva dire che non ce l’aveva fatta. Ma lui aveva già capito tutto. E da quel momento decise di farla finita, perché tanto non ci sarebbe stata alcuna via d’uscita, nessuna.
Una sera, durante uno dei nostri incontri nella sua baracca, non mi chiese di andare a riposarmi, come faceva sempre, ma mi pregò dolcemente: «Sami, puoi fermarti ancora un po’ con me? Ho bisogno di parlarti». Non me l’aveva mai chiesto fino ad allora. Io mi sedetti accanto e lui, tenendomi stretto, mi disse che il giorno seguente non l’avrei trovato lì, ma che sarebbe andato all’ambulatorio. Sapevo benissimo cosa significava andare all’ambulatorio: voleva dire andare dritti alla camera a gas. Nessuno di quelli che erano andati lì dentro avevano fatto ritorno al campo, non li avevamo più visti. Ma lui, con un tono quasi convincente, ribadì: «Ma Sami, cosa pensi, a me non succederà. Non preoccuparti, mi cureranno. Vedrai!». Ma tutti e due sapevamo che non era così. Mi accarezzò e mi baciò più volte. Infine mi posò le mani sulla testa e mi diede la sua Berachah*.
Aveva deciso di farla finita. Lo pregai un’ultima volta di non andare, ma lui mi disse solo: «Sami, non ti devi preoccupare per me. Sami, tu mi devi promettere di tener duro, perché tu ce la farai».
Se ne andò anche lui. Erano i primi di ottobre. Mia sorella Lucia e mio padre se n’erano andati quasi insieme. Non avevo più nessuno.
Per questo ho vissuto
Sami Modiano