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domenica 24 maggio 2026

24 maggio - Domenica di Pentecoste

Pentecoste - Almanacco Italiano 1896

Pentecoste - Almanacco Italiano 1896


S. Vincenzo da Lerino conf.

Nacque in Francia nel secolo V. Fece
Prima grandi progressi in letteratura, poi diedesi
al mestiere delle armi e finalmente pensò
di ritirarsi nell'isola di Lerino, ove esisteva un
monastero di religiosi. Colà trovò quella pace,
che non potè trovare nel secolo. Morì verso il
450. Scrisse circa l'anno 434 un'operetta intitolata
Commonitorium.

Ricordi. __________________________________

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Effemeride storica. — 1849. Incomincia l’investimento
di Venezia; le batterie austriache
con oltre 20 pezzi d'artiglieria aprono il fuoco
contro le fortificazioni della città. — 1860. Finta
ritirata di Garibaldi su Piana dei Greci e Corleone.
Garibaldi invece piega a Marineo.

Un pensiero al giorno. — Non può chiamarsi
cattiva quella morte che suggella una
buona vita.                                                (Sant'Agostino).

24 maggio Domenica
Pentecoste

Nel 1896 la Pentecoste cadeva il 24 maggio come quest'anno; centotrent’anni sembrano un abisso, ma certe domeniche ritornano identiche nel calendario, quasi a voler ricordare che il tempo degli uomini corre veloce, mentre quello dello spirito continua a camminare con passo antico. L'Italia era una nazione giovane e stanca, l'eco della sconfitta di Adua non si era ancora spenta, nei caffè e nelle piazze si parlava dei soldati morti in Africa, dei figli partiti, delle tasse, del pane che costava troppo, molti contadini non avevano mai visto una città grande; molti cittadini non avevano mai visto il mare e quasi tutti sapevano quando fosse Pentecoste, mentre il mondo cambiava con l'elettricità nelle città, con i primi tram, con le invenzioni moderne, rimaneva il gesto antico del segno della croce fatto dai fedeli alzando gli occhi verso il cielo. La domenica mattina le campane suonavano sopra i tetti bassi dei paesi, le donne indossavano il vestito buono custodito nella cassapanca; gli uomini si fermavano davanti alla chiesa parlando piano col cappello in mano, il più recalcitrante, arrivato a piedi percorrento le lunghe strade di pietra sporche di polvere o di fango, borbottando diceva che il parroco parlava troppo e i bambini, ancora irrequieti, venivano richiamati dalle madri prima della messa grande.
Sul tavolo di qualche bottega o nella casa del farmacista c'era l'Almanacco Italiano del 1896 che  diceva:

 "24 maggio Domenica
(Pentecoste)" 

e sotto riportava il santo del giorno, San Vincenzo da Lerino, uomo d'armi diventato monaco in cerca di pace, una vita, la sua, che allora sembrava comprensibile a tutti, il mondo ferisce, e l'anima cerca rifugio. Più sotto ancora l'almanacco ricordava Venezia bombardata dagli austriaci nel 1849 e Garibaldi che ingannava i Borboni piegando verso Marineo; la storia nazionale era ancora memoria viva, c’erano uomini che avevano visto davvero i garibaldini passare sulle strade polverose del Sud. Seguiva poi la frase del giorno, di Sant'Agostino:

"Non può chiamarsi cattiva quella morte che suggella una buona vita."

Nessuno trovava quella frase esagerata, la morte era vicina nel 1896, entrava nelle case con la febbre, con la miseria, con i parti difficili, con il lavoro nei campi e nelle miniere. All'epoca c'era poca filosofia e molta vita vera, fame, lavoro, sudore e qualche speranza ben piegata dentro il taschino, la religione non eliminava il dolore, dava alle persone la forza di attraversarlo. Dopo la messa si tornava lentamente a casa, il pranzo aveva qualcosa di festivo anche nella povertà, il vino migliore, il pane più bianco, forse un pezzo di carne se la stagione era stata buona, il pomeriggio scorreva lento, qualcuno sonnecchiava all'ombra, qualcuno recitava il rosario, qualcuno guardava il cielo di maggio pensando ai parenti emigrati in America. 
La Pentecoste era questo, una tregua dell'anima.
Anche oggi è il 24 maggio, anche oggi è Pentecoste, ma il mattino non comincia più col suono delle campane, comincia con la luce fredda di uno schermo, le persone si svegliano controllando messaggi, follower aumentati o diminuiti, notizie, mercati, guerre lontane mostrate in tempo reale; le parole che riempiono il presente sono diverse, crisi climatica, intelligenza artificiale, inflazione, algoritmi, conflitti permanenti, ma l'inquietudine somiglia molto a quella di allora.
Nel 1896 si aveva paura della fame, oggi si ha paura del vuoto, anche noi viviamo circondati da bollettini di guerra, cambiano le divise, cambiano le frontiere, ma il mondo continua a raccontare assedi, fughe, bombardamenti, popoli che sperano e popoli che temono, solo che oggi tutto entra nelle case senza bussare, attraverso uno schermo acceso sul tavolo.
La Pentecoste, per molti, passa quasi inosservata, non scandisce più la vita collettiva come un tempo, ma nelle chiese resistono ancora i drappi rossi, i canti antichi, le letture sul fuoco dello Spirito Santo disceso sugli uomini impauriti.
Oggi fermarsi è diventato difficile, il silenzio quasi spaventa, ma entrando in una chiesa di paese nel pomeriggio della Pentecoste, capita ancora di sentire qualcosa che attraversa il tempo, l'odore della pietra fresca, una candela accesa, una vecchia che recita piano il Vieni, Santo Spirito, il canto lontano di un coro, allora si capisce che centotrent’anni non hanno cambiato tutto perché il bisogno umano di pace è identico, identico il desiderio di essere consolati, identica la speranza che esista qualcosa capace di salvare l'uomo dalla durezza della storia. Sotto parole diverse resta la stessa domanda " come si fa a vivere senza perdere l'anima?" e la Pentecoste ritorna ancora ogni anno e ricorda agli uomini, distratti dalle epoche e dagli avvenimenti, che nessun progresso basta se il cuore rimane senza fuoco.

Lieta Pentecoste!

domenica 8 giugno 2025

Si posa lo Spirito Santo in Pentecoste

"... Hor odi madre dell'onipotente,
quel che nel petto mio entro si posa,
una cupidità mi fa dolente,
la qual considro sopr'ogn'altra cosa,
quando in Cielo salì tuo fìgliuol santo,
disse mandarci lo Spirito Santo.
Di questo il prego, ben che sia impossibile
che sua promission non babbi effetto,
essendo egli Signor magno, e virile
non abbandona alcuno à lui suggetto,
poi che nel mondo ci lassò fallibile ...."

Rappresentatione dello Spirito Santo - 1579
Luca Bonetti

Pentecoste - 1585 - 1587 - Nicolò Circignani detto il Pomarancio - Cappella di S. Francesco Borgia - Chiesa del SS. Nome di Gesù all'Argentina - Roma

Pentecoste - 1585 - 1587 
Nicolò Circignani detto il Pomarancio 
Cappella di S. Francesco Borgia - Chiesa del SS. Nome di Gesù all'Argentina - Roma

domenica 19 maggio 2024

Lo di de Pentecoste

" In queli di. Como se conpì li iorni de Pentecoste, li disipori si eran tuti inseme in un logo congregai, e subitamenti un son si vegne da cé, così como vegnise un spirito cum grande exforgo, e si inpì tuta la chasa, unde elli seçean; e si aparvì co lengue de fogo, partie l'unna da l'atra e seçè sovra cascaun de lor, e fon tuti pin de Spirito Sainto, et incomençàn a parlar tuti lenguagi e diversi, segondo che lo Spirito Sainto li faxea parlar. O in Ierusalen habitavan Çué e homi relegioxi d'ogni generacion chi è sota da lo cé. Et divulgá questa cosa per tuto Ierusalen, e si se amasan una grande gente de tute menne a li apostori, e fon quaxi tuti confuxi in lo lor chor, inperçochè cascaun si li odiva parlar la soa lengua perfetamenti, in la quar ello era nao. Et eran tuti stupefaiti, et si se maraveiavan digando: "No sum tuti questi, chi parlan, Galilé? E como po eser questo, che noi li avemo oý parlar cascaun la nostra lengua, in la qua noi semo nai? Parti et Medi et Elamite, e chi habiten in Mesopotamia e in Çuea, e in Capadocia e in Ponto, e in Asia, e in Frigia, e in Panfilia e in Egyto, e in le parte de Libia che e dapè Cirenea, e li stranier roman, li Çué e proseleti, queli de Creti e de Arabia. Si li avemo odio parlar in nostra lengua le maraveiose cose de Deo. "

Lo di de Pentecoste - li faiti de li apostori [II 1- 11]
Prose religiose genovesi del sec. XIV
AA. VV.

La discesa dello Spirito Santo - La predicazione di Pietro e Paolo pannelli laterali - XVII secolo - Lucas Franchoys il Giovane - Chiesa di San Giovanni a Mechelen - Belgio

La discesa dello Spirito Santo - La predicazione di Pietro e Paolo pannelli laterali - XVII secolo - Lucas Franchoys il Giovane - Chiesa di San Giovanni a Mechelen - Belgio

Lieta Pentecoste!

Per ulteriori informazioni:

domenica 28 maggio 2023

Un campanello per la Pentecoste

" ... Alle dieci e mezzo di quella domenica, il sagrestano della parrocchia dei SS. Apostoli uscì sulla porta dell'antica chiesa napoletana e cominciò ad agitare vivamente un grosso e stridulo campanello di argento. Il sagrestano, appoggiato allo stipite della pesante vecchia porta di quercia, scrollava il campanello a trilli, a distesa, continuamente: serviva per avvertire i fedeli di via Gerolomini, del vico Grotta della Marra in Vertecoeli, della piazza SS. Apostoli, delle Gradelle, che fra poco sarebbe cominciata nella chiesa dei SS. Apostoli la messa cantata, la funzione grande di Pentecoste. Ad un tratto, il campanello si chetò: ma il sagrestano rimase accanto alla porta, ritto sugli scalini, ripetendo ogni due minuti innanzi alla piazza deserta:
- Avanzate il piede, che ora esce la messa.
Pure le bottegaie che passavano e ripassavano innanzi agli sportelli socchiusi delle loro botteghe, le massaie che andavano a dare un’occhiata ancora alla cucina, dove il grosso pezzo di carne bolliva nel sugo di pomodoro, le signore borghesi che ancora erano nelle mani della pettinatrice, non si affrettavano ancora: perchè uscisse la messa cantata, il sagrestano doveva aver suonato tre volte. Solo qualche popolana giungeva, col nuovo vestito di percalle e la pettinessa di argento ficcata nel lucido mazzocchio dei capelli, tirandosi dietro dei bambini. Il sagrestano, assai sdegnoso di questa minuta gente, andava ripetendo, agli echi della piazza, monotonamente:
- Avanzate il piede, che ora esce la messa.
Nel palazzo numero due di piazza SS. Apostoli, in quella mattinata festiva, il movimento si accentuava. Era un grande palazzo giallo, con un cortile largo, mal lastricato, che i cocchieri e i mozzi di stalla della principessa di Santobuono, strigliando i cavalli, lavando le carrozze e strofinando i finimenti, riempivano di pozze di acqua sudicia: e dalle botteghe interne spalancate del cortile un acuto puzzo di stalla si diffondeva dappertutto. Giusto, in quell’ora, la due mantici della principessa di Santobuono era quasi in ordine, fra un gran chiasso di cocchieri e di mozzi, fra lo scalpitare dei cavalli che dovevano uscire di là, scendere a venti passi, per andare nella strada San Giovanni a Carbonara, a prendere la principessa che abitava un palazzo simile a una fortezza e condurla a messa. La scala del palazzo numero due, ai SS. Apostoli, era assai sporca: poichè, non essendovi portiere, la pulizia era affidata agli inquilini, piano per piano. Giusto, donna Orsolina che abitava al primo piano, era ancora incinta, quell’anno, di cinque mesi, e i suoi altri quattro piccoli figli non le davano un minuto di pace, non davano pace alla serva Mariagrazia: quella domenica, specialmente, donna Orsolina non arrivava più ad abbottonarsi il vestito di lana nera, assai consumato, orribilmente corto innanzi, e rossa, e pallida, volta a volta, con le lagrime agli occhi, malediva il momento in cui invece di farsi monaca di casa, aveva preso un amore pazzo e stupido per Ciccio, l’impiegato postale... "

O Giovannino o la morte - 1896
Matilde Serao

La Pentecoste - Giovanni 20, 19-23

La Pentecoste - Giovanni 20, 19-23

Lieta Pentecoste


domenica 5 giugno 2022

Un nonno per Pentecoste

" ... A Pentecoste, poi, l’orzo è quasi maturo e le greggie danno il loro maggior prodotto. È tempo di tosar le pecore, e di marcare, cioè segnare con impronta a fuoco le giovenche e i tori d’un anno. Questa ed altre semplici funzioni pastorali assumono un vero carattere di festa: le famiglie del pastore e del padrone delle greggie passano assieme la giornata, accumunate da uno stesso sentimento di gioia, e dal piacere sano che dà a tutte le anime semplici e primitive il contatto con la sacra natura.


⁂

Io ricordo sempre con nostalgia queste feste semplici e caratteristiche, queste scene idilliache alle quali mi pare d’aver assistito in un’epoca remota, quasi in una vita anteriore, tanto sono lontane, tanto sono diverse dalle feste e dalle scene campestri che ci offre la civiltà continentale. Quante di queste scene ho raccontato! Ma ne rimangono sempre in fondo alla mia memoria, come qualche canzone non ancora cantata rimane in fondo alla memoria del rapsodo errante. Ricordo, fra le altre, un scena un po’ drammatica, un po’ sentimentale, che si svolse durante una di queste feste campestri. La mia famiglia possedeva un armento, guardato da zio Andria, un vecchio pastore che non ritornava quasi mai in paese.

La vigilia di Pentecoste ci recammo all’ovile per marcare le giovenche e i tori giovani. Con noi erano lo nostre persone di servizio, e Nannedda, una nostra vecchia ex-serva, che conduceva con sè un bellissimo bambino di cinque anni, già vestito in costume.
Nannedda era una donna pietosa; una di quelle figure che s’incontrano ovunque ci sia un dolore da confortare. Io non posso figurarmi Nannedda senza vederla intenta a fasciare una piaga, a rivestire un cadavere, a confortare una donna tradita, a rappacificare due amanti. Tuttavia era una donna di carattere gaio, che spesso e volentieri trovava il lato ridicolo delle cose e delle persone.

- È un povero orfanello senza padre: sua madre è malata, - ci disse, parlandoci del bambino che conduceva con sè. - Molto malata, e per di più poverissima.

Il bambino, seduto in fondo al carro preistorico che ci trasportava, non pareva preoccupato della sua misera sorte. Con una fronda aizzava i buoi, rideva, gridava. Solo di tanto in tanto rivolgeva i suoi luminosi occhi neri verso Nannedda, la guardava fisso, poi scoppiava a ridere e nascondeva fra le manine il visetto rosso pieno di fossette. Era intelligentissimo. Il carro, sul quale sedevano solo le donne, mentre gli uomini precedevano a cavallo, proseguiva il suo lento viaggio attraverso le campagne verdi, incolte, deserte. La giornata era bellissima, un po’ velata: le montagne verdi o azzurre sembravano vicine, sotto la linea bianchiccia dell’orizzonte. In lontananza si vedevano come dei fuochi pallidi, fiammeggianti tra il verde della brughiera: erano macchie di ginestra fiorite.
Il conduttore del carro, un piccolo contadino che pareva un etiope, additava col pungolo questo o quell’altro campo, e ne nominava i proprietari, dei quali raccontava vita e miracoli.

- Questa è la tanca di Prededdu Caria, - disse, mentre attraversavamo un pascolo popolato di piccole vacche nere. - Quel giovine e ricco paesano ha sedotto la figlia di ziu Andria, quando questi, parecchi anni or sono, era suo pastore. La donna non era più tanto giovine, anzi era piuttosto anziana. Il suo errore fu dunque più grave: e ziu Andria non perdonò. Non volle più sentirla nominare.

Fra Nannedda e il conduttore del carro cominciò allora una discussione molto interessante, ma troppo lunga per esser riferita. La donna affermava che il peccato d’amore è meno grave in una donna anziana che in una giovinetta. La giovinetta ha tempo di aspettare, di sperare: la donna anziana... non ne può più! Il conduttore diceva il contrario: le altre donne ridevano maliziosamente.
Intanto, dopo circa due ore di viaggio, si arrivò sotto un bosco ancora profumato dai ciclamini. Ziu Andria ci venne incontro, ci ululò, scherzò con le donne. Non era poi così burbero e selvatico come lo descrivevano: sembrava anzi un ometto allegro, ancora svelto per i suoi settant’anni, piccolo, scarno, nero, con una corta barba bianca, e due occhi neri vivacissimi sotto due folte sopracciglia bianche.

- Oh, oh, eravate poi accompagnale bene! - esclamò, vedendo il bambino che lo fissava. - Non c’era pericolo che vi assalissero i ladri. C’era questo giovinotto. E il fucile, giovinotto? Neanche uno di canna, ne hai? È tuo figlio Nannedda?
-Per oggi sì, - ella disse. - È figlio della tale.

E nominò la donna inferma. Il vecchio e il bambino fecero subito amicizia.

- Io voglio mungere le vacche, - disse il bambino. - Io voglio vedere i tori: non ho paura, io: sono forte, io! Zia Nannedda mi ha detto che ci sono anche cinghiali, qui: voglio vederli: non ho paura, io.
- Bè, abbiamo capito! - disse il vecchietto, battendo le mani. - Tu vuoi combattere con qualche cosa: ti daremo un pezzo di formaggio col miele, e tu lo distruggerai subito!
- Eh, quello me lo mangio subito! - rispose serio serio il bambino.

E cominciò a correre di qua e di là, ed a frugare per tutti i buchi della capanna. Ogni tanto si avvicinava a ziu Andria, ed io li vedevo ridere e chiacchierare assieme.
Mentre le donne preparavano il pranzo, i pastori legavano le giovenche e i tori e li chiudevano uno per volta entro una specie di gabbia di tronchi. Ziu Andria arroventava la marca, specie di sigillo con le iniziali del padrone, e la imprimeva rapidamente sul fianco delle povere bestie che al contatto rovente muggivano, si contorcevano, e appena slegate fuggivano leccandosi il pelo bruciato sul quale era rimasto impresso il nome del loro proprietario.
Il bambino guardava coi begli occhioni avidi spalancati, e quando le giovenche e i tori muggivano troppo forte, e spaventati fuggivano dalla loro gabbia di tortura, anch’egli si spaventava e si tirava indietro tremante.

- Come? - diceva ziu Andria, - tu vuoi vedere i cinghiali selvaggi, e ti spaventi per cosi poco? L’ho detto io: tu devi combattere con la pappa, o col formaggio e col miele! E dicevi che volevi restare con me nell’ovile e vigilare la notte contro i ladri!
- Sì, sì, voglio restare con voi, - gridò il bambino. - Ma mi darete il fucile, il coltello, il bastone: ammazzerò tutta la gente cattiva!
- Pochi allora resteranno vivi! - disse il vecchio, rattristandosi.

Di tanto in tanto Nannedda chiamava il bambino nella capanna, facendogli vedere qualche pezzetto di carne o di formaggio fresco.
L’omettino in costume correva dalla donna, ed io lo vedevo mangiare e ascoltare attentamente quanto ella gli diceva. Egli faceva cenno di sì, di sì; poi ritornava presso il pastore e ricominciava a chiacchierare. Quando ziu Andria andava a prendere le giovenche dal prato, il bambino gli correva appresso. Il vecchio fingeva di stizzirsi, e gridava:

- Tu mi fai perdere troppo tempo, giovinotto coraggioso! - ma lo prendeva per mano e lo conduceva con sè.

Durante il pranzo il bambino sedette presso il vecchio: e ad un tratto chinò la testina sulla gamba di ziu Andria e si addormentò.
Nannedda s’alzò, dicendo che voleva portare nella capanna l’omettino addormentato, ma il pastore disse:

- Lascialo qui. non svegliarlo. Quanto è bello!

E ogni tanto, mentre continuava a chiacchierare con la donna e con gli altri pastori, egli passava una mano sulla testina del bimbo e lo guardava con ammirazione affettuosa.

- Poichè vi piace tanto, tenetevelo per figlio! - disse Nannedda. - È orfano di padre e fra poco lo sarà anche di madre!
- Son vecchio e son povero per potermi permettere tanto, - rispose ziu Andria.
- Per nipote, allora... - insinuò la donna.

Il vecchio corrugò le folte sopracciglia bianche; e la donna comprese i segreti pensieri che lo turbavano, e non insistè nel suo scherzo.
Dopo il pranzo i pastori ripresero le loro faccende e le donne si sdraiarono sull’erba e si addormentarono. Anch’io feci lo stesso. Quando mi svegliai vidi il bambino, nuovamente vispo e allegro, in confabulazione con Nannedda. Ella gli diceva:

- Senti bene: fra poco ziu Andria avrà finito, e verrà a sedersi ancora sull’erba. Tu devi gettargli le braccia al collo e tenerlo stretto forte: poi devi dirgli: - Nonno, sono vostro nipote, voglio restare con voi! - Hai capito?
- Sì, - rispose l’omettino.

Anch’io avevo indovinato tutta la commedia.

- Ma è possibile che il vecchio non conosca ancora il bambino? Non lo ha mai veduto? - domandai alla donna.

Non lo ha mai voluto vedere, - ella rispose. - Eppoi fino a ieri il bambino aveva ancora le sottanine: così vestito in costume sembra un altro.

- Il vecchio e il bimbo si rassomigliano, - osservò un’altra donna. - Io credo che ziu Andria abbia notato questo e dubiti di qualche cosa.
- Tanto meglio, - rispose Nannedda.

E aspettammo, quasi ansiose. Gli uomini finivano di marcare le giovenche: ogni tanto ziu Andria chiamava il bambino.

- Non ti avvicini più, ometto?
- No, venite voi; ho da dirvi una cosa - rispondeva il bambino.

E finalmente il vecchio s’avvicinò.

 - Ecco fatto, - disse, sedendosi sull’erba. - Ora all’anno venturo! Beviamo, augurando salute a tutti.

Bevettero: poi il vecchio domandò al bambino:

 - Dunque, che facciamo? Rimani o no? I ladri son già tutti scappati da questi dintorni, sapendo che ci sei tu. Rimani?

Il bambino corse a lui: si volse, guardò fisso Nannedda, poi abbracciò forte il vecchio e gli disse qualche parola all’orecchio.

- Parla forte: son sordo.
- Nonno, sono vostro nipote e voglio restare con voi!

Ziu Andria diventò rosso, quasi livido; poi impallidì. E cercò di respingere il bambino; ma questo lo teneva stretto e rideva, rideva.

- Ah! me l’hai fatta, vecchia strega! - gridò il vecchio, minacciando Nannedda con una mano, e con l’altra stringendo a sè il nipotino.

La donna si mise a piangere, cosa che del resto le accadeva molto spesso. Anche gli occhi del vecchio si riempirono di lagrime.

- Perchè piangete, ora? - domandò il bambino. - Avete paura dei ladri, ancora?
- Sì, ho veduto un cinghiale, là, lontano: ho paura, ho paura! - disse ziu Andria, stringendolo a sè.
- Aspettate, ora vado e l’ammazzo; non piangete più!
- Eccolo, eccolo davvero, il cinghiale: eccolo che viene qui! Corri, ammazzalo, Boborèddu! - gridò un pastore; ma l’omettino spavaldo cominciò a strillare spaventato, stringendosi al vecchio che oramai non lo lasciava più. "

Il nonno - 1908
Grazia Deledda 

Pentecoste

Buona Pentecoste!

domenica 23 maggio 2021

Viburno in Pentecoste

" Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi ... "

Atti 2, 1-4

Durante la festa delle primizie offerte a Dio, lo Spirito Santo discende sugli apostoli sotto forma di lingue di fuoco e nel simbolismo, che si muove tra i doni elargiti dalla primavera, queste lingue di fuoco sono contenute nelle spirali tessute dai petali che convergono nel cuore della rosa. 

" ... Nella visione centrale della rosa la coccarda dei petali si presta a simboleggiare la gamma degli archetipi, la cui convergenza sull’Unità è anche simboleggiata dal turbine abbagliante d’un mare di luce o di fiamma, ovvero da un incastro di sfere concentriche rotanti ... "

Archetipi
Elémire Zolla

La Pentecoste è inghirlandata da un tripudio di fiori ed erbe in cui oltre la rosa si distingue la peonia, la caltha, il botton d'oro, la mandragora e il viburno opulus che popolarmente viene chiamato palla di neve, oppiono o  pallone di maggio per la forma sferica e per il colore bianco dei suoi fiori;  come simbolo che consacra i trionfi possiamo incontrarlo nella Casa del bracciale d'oro di Pompei in uno splendido affresco romano risalente alla prima metà del I secolo d.C. 

Viburno - Affresco romano della Casa del bracciale d'oro di Pompei - Prima metà del I secolo d. C. - Particolare

Viburno - Affresco romano della Casa del bracciale d'oro di Pompei - Prima metà del I secolo d. C. - Particolare

Il viburno deriva il suo nome dal verbo latino vĭĕo vĭes, vietum, vĭēre - intrecciare, legare, per la peculiare flessibilità dei suoi rami che si prestano a essere lavorati in intreccio o a essere usati come scudisci. Si distingue in circa 200 specie e appartiene alla famiglia delle Caprifoliaceae; Adoxaceae per l' AGP( Gruppo Filogenetica molecolare delle Angiosperme ).
Nel Dizionario universale economico rustico del 1797 viene descritto così:

" Viburno, lat. Viburnum, fr. Viorne. La clematide, la catuara, la brionia ed altre piante delle quali si è parlato ai propri articoli, si hanno presso di alcuni usurpato il nome di viburno. Ciò non ostante il vero viburno è un arboscello che nasce tra le siepi e nei luoghi sassosi ed incolti colla radice stesa per ogni parte a fiore di terra c s’innalza fino a 6 o 7 braccia con un tronco fungoso c picn di midolla, circondato da molte vermene bianchiccie al di fuori, grosse come il dito e lunghe circa un braccio e mezzo. Le sue foglia somigliano a quelle dell’ olmo, ma sono vellutate da ambe le faccie, opposte, larghe, ovali, crasse, finamente dentate, con nervi rilevati al di sotto ed incavati al di sopra, quasi bianche mentre sono in vigore e rossiccie quando stanno per cadere. Dalle cime dei rami vengon fuori di giugno delle masse di piccoli fiori bianchi, di un odore quasi simile a quei del sambuco: ciascheduno di essi ha la corolla di un solo pezzo, ma divisa nel contorno in 5 parti, con 5 stami terminanti in apice rotondo; ed il calice si cambia in un frutto molle, quasi ovoidale, verde, poi rosso e finalmente nero nella sua maturità, cioè nell’autunno, di un sapore spiacevole , dolciccio , stitico e viscoso; e contiene un seme della stessa figura , ma schiacciato, largo, duro e scannellato. Questo arboscello quando è fiorito riesce grato alla vista , onde trova luogo opportuno fra i deliziosi boschetti e per i suoi frutti agli uccelli gratissimi si colloca nei luoghi destinati alla caccia. Questi nella Svizzera servono a far inchiostro. In olirci suoi rami gentili c pieghevoli porgono materia adattata alla tessitura dei canestri ... "

Viburno opulus - Palla di neve - Oppiono - Pallone di maggio

Viburno opulus 

" ... Che tu ponga coi rovi io non consento
L'appio odoralo, onor delle ghirlande,
Ed il viburno umil col salcio lento ... "

Idilii 
1817
Luigi Ciampolini 

Il viburno opulus con i suoi rami grigi e lisci, con le sue foglie verdi nella parte superiore e chiare in quella inferiore, trilobate a margine seghettato e con i suoi bianchi fiori sferici che sbocciano tra aprile e maggio e maturano in drupe rosse; il viburno lantana con i suoi rami cadenti, gialli in gioventù che a maturità virano verso il rosa e in vecchiaia verso il grigio e il bruno, con le sue foglie lanceolate, dentellate, semplici e opposte, reticolate e pelose, con i suoi fiori profumati a forma di ombrello che sbocciano tra aprile e maggio e maturano in drupe ovali inizialmente verdi che volgono poi al rosso e infine al nero; e il viburnum prunifolium tipico del Nord America con i suoi rami rossi e lisci in gioventù, verdi in maturità e marrone scuro e rugosi in vecchiaia, con le sue foglie ovate, opposte a margine seghettato, verdi in primavera e rosse in autunno, con i suoi fiori bianco crema tondi e piuttosto appiattiti che sbocciano tra aprile e maggio, che non profumano e maturano in drupe ellittiche, inizialmente rosa che volge al blu scuro in maturità; offrono le loro proprieta medicinali alla fitoterpia. Contengono salicina che ha proprietà antidolorifiche, antinfiammatorie e antipiretiche.
La corteccia verde contiene: acido formico e valerianico, acido salicilico in piccole quantità, acqua, alcaloide amorfo in piccole quantità, amido, ceneri, destrina, eptacosano, fitosterolina, olio grasso con acido acetico, caprifico, capronico, formico, linoleico, miristico, oleico e palmitico; pentosano, potassio, protidi, saccarosio, sitosterina, tannino e resina acida da cui, attraverso la saponificazione, si ottiene acido valerianico.
La corteccia secca contiene: olio volatile e viburnina.
L' azione sedativa del viburno riduce gli spasmi delle allergie, dell'asma, della bronchite, della dispnea e di altre forme di disagio respiratorio e migliora la capacità polmonare. Riequilibra le funzioni della tiroide; è utilizzato per calmare il sistema nervoso, per i disturbi ginecologici come la dimenorrea o per alleviare i dolori del parto, è utilizzato anche per disturbi gastointestinali come la gastrite, le coliche e la diarrea. L'uso esterno in forma di impacchi per il trattamento dell'alopecia, dei duroni dei foruncoli e delle ulcere.

Sottolineo che questa pianta medicinale contiene dei PRINCIPI TOSSICI e va usata esclusivamente sotto prescrizione medica.

Viburno opulus - Palla di neve - Oppiono - Pallone di maggio

Viburno opulus

La canzone più famosa del panorama russo scritta nel 1860 dal compositore Ivan Petrovič Larënov per una rappresentazione teatrale tenutasi nella città di Saratov è Kalinka, nome che indica proprio il viburno:

O viburno rosso di casa mia,
dove in giardino fioriscono i lamponi.
Ah, sotto i pini, a sotto il verde,
E voi fate piano
Ah, ljuli, ljuli, ah, ljuli, ljuli
E voi fate piano
O viburno rosso di casa mia,
dove in giardino fioriscono i lamponi.
Ah, il piccolo pino verde,
Non stormire sopra di me!
Ah, ljuli, ljuli, ah, ljuli, ljuli
Non stormire sopra di me!
O viburno rosso di casa mia,
dove in giardino fioriscono i lamponi.
Ah, bella ragazza di cuore,
Amami invece!
Ah, ljuli, ljuli, ah, ljuli, ljuli
Amami invece!
O viburno rosso di casa mia,
dove in giardino fioriscono i lamponi.

Una leggenda boema racconta la storia del giovane Lucindo che vuole diventare re. Per inseguire il suo sogno intraprende un viaggio insieme a un monaco ebreo in pellegrinaggio. Lungo il cammino Lucindo costruisce la tomba per dei defunti non seppelliti ponendo fine al tormento della loro anima; per ringraziarlo gli spiriti fanno sbocciare sulla tomba dei fiori bianchi di viburno e un pettirosso spiega al ragazzo che si tratta di una pianta che rende invincibili. Raggiunto un regno governato da 12 saggi, Lucindo, forte dell' invulnerabilità acquisita, si offre per affrontare il drago dalle 10 teste che ogni anno chiede in sacrificio 10 fanciulli; con un semplice bastone Lucindo riesce a decapitare tutte le teste del drago e viene acclamato dal popolo che lo elegge re. Da allora, re Lucindo insieme al monaco ebreo diventato suo consigliere e amico prende le decisioni che riguardano il regno passeggiando nel giardino in cui una distesa cespugliosa di viburno dona loro una fioritura di nuvole bianche in primavera e di bacche vermiglie in autunno.

" ... E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari ... "

Il gelsomino notturno
Giovanni Pascoli -
Pubblicata inizialmente nel luglio del 1901 in un opuscolo
 e successivamente nel 1903 nei Canti di Castelvecchio

Nel linguaggio dei fiori il viburno vuol dire muoio se mi trascuri e nel folclore se un pezzo della sua corteccia viene portata con sé, o se viene macerata in soluzione alcolica per poi essere strofinata sul corpo o sulle mani, assume il potere di protezione in ogni situazione o di amuleto porta fortuna nel gioco.
Un rametto odoroso può, infine, andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Buona Pentecoste!

Brucia con le coccole il legno di ginepro

domenica 12 giugno 2011

La Pentecoste

Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane; poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto.

Deuteronomio 16, 9-10

Il termine Pentecoste deriva dal greco antico "ἡμὲρα - heméra πεντηκοστή - pentekostè" che significa "cinquantesima giornata" e nella religione ebraica fa riferimento alla "Shavuot - settimane" la solennità che sette settimane a partire dal secondo giorno di Pasqua (gli ebrei festeggiano la Pasqua per otto giorni), celebra nel mese di Sivan*, "la festa delle settimane - la festa della mietitura e delle primizie", il tempo del raccolto in cui si conclude la stagione che segue la Pasqua e  in cui si ricorda la rivelazione sul monte Sinai e il dono della Torah al popolo ebraico da parte di Dio.

" ... Conterete cinquanta giorni fino all’indomani della settima settimana ed allora presenterete al Signore un’offerta farinacea nuova (di frumento nuovo) ... "

Esodo 23,16

In tempi antichi le celebrazioni prevedevano delle offerte a Dio che consistevano in:
1 due pani lievitati preparati con il grano dell'ultima mietitura, i pani non potevano toccare l'altare perciò venivano sollevati davanti a esso e donati, uno era per il Sommo sacerdote e il secondo per gli altri sacerdoti che lo consumavano dentro i recinti sacri
2 due agnelli nati entro l'anno come simbolo di pace,
3 un capro per espiare i peccati 
4 sette agnelli perfetti, un vitello e due arieti.
I 49 giorni che precedono la Pentecoste fanno parte dell' Omer, in cui si osserva il lutto per gli eventi nefasti accaduti al popolo ebraico, lutto che si conclude il 33° giorno dell'Omer con la festa del "Lag Ba' Omer". La Pentecoste ebraica, conosciuta anche come "asereth o asartha - assemblea solenne", fa parte delle "Shalosh regalim - tre pellegrinaggi", tre feste caratterizzate per l'appunto dai pellegrinaggi.

Sivan* = Il nono mese del calendario ordinario ebraico che comprende i giorni che vanno dal 15 maggio al 15 giugno 

Discesa dello Spirito Santo 1545 - 1546 Tiziano Vecellio Basilica di Santa Maria della Salute - Venezia

Discesa dello Spirito Santo
1545 - 1546
Tiziano Vecellio
Basilica di Santa Maria della Salute
Venezia

Sulle fondamenta della Pentecoste ebraica nasce e cresce la Pentecoste cristiana che assume un significato diverso festeggiando la discesa dello Spirito Santo sugli uomini. Il termine Spirito dall' ebraico " רוח - ruach" che significa "aria - respiro - soffio - vento", rappresenta lo Spirito Santo di Dio che è la Terza Persona della Trinità.

La Pentecoste - Giotto - Cappella degli Scrovegni - Padova

La Pentecoste
di Giotto
1303 - 1305
Cappella degli Scrovegni - Padova


Nell'Antico Testamento lo Spirito Santo è:
funzione creante, perché partecipe alla Creazione
funzione generante, perché partecipe al rinnovo continuo del Creato
funzione conducente, perché partecipe alla guida del popolo

Per Isaia è portatore di sette doni:
Sapienza
Intelletto
Consiglio
Fortezza
Scienza
Pietà
Timore di Dio

Isaia 11, 2

Nel Nuovo Testamento per San Paolo è portatore di nove frutti:
"Il frutto dello Spirito invece è: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo. "

Galati 5, 22
Miniatura della Pentecoste - Beato Angelico

Miniatura della Pentecoste
del Beato Angelico
su un diurno domenicale
fine IV secolo - inizio V
Biblioteca Miceo Laurenziana - Firenze

Lo Spirito Santo è detto "Paràclito" dal termine giuridico dell'antico greco "παρα κλητος - paracletos" che significa "chiamato appresso" e corrisponde al latino "ad-vocatus - avvocato" difensore, che soccorre e consola; viene simbolizzato generalmente da una colomba che emana lingue di fuoco,


ma anche da:
Acqua, il popolo ebraico fu salvato dall'acqua fuoriuscita da una roccia e attraverso l'acqua battesimale lo Spirito Santo dona nuova vita
Dito di Dio, che scrisse i dieci comandamenti e che Gesù usò per scacciare i demoni
Fuoco, attraverso il quale lo Spirito Santo trasforma le cose,si trova nel racconto della Pentecoste nei Vangeli
Mano, rievoca l'immagine dell 'imposizione della mano su un fedele che accoglie la discesa dello Spirito Santo su di sé
Nube luminosa, è come appare lo Spirito Santo nei racconti, di Mosè sul monte Sinai, dell'Annunciazione, dell'Ascensione e della Trasfigurazione
Vento, negli Atti 2, il giorno della Pentecoste, il vento dello Spirito Santo investì la casa dove erano riuniti gli apostoli
Sigillo, come unzione che rappresenta il valore definitivo dell'alleanza
Nella messa di Pentecoste, in chiesa dopo l'omelia, al Venit Creator Spiritus, per rappresentare la discesa dello Spirito Santo che si era manifestato agli apostoli con le lingue di fuoco, si fanno cadere dall'alto dei petali di rose sui fedeli ed è per questo che la Pentecoste è conosciuta come "Pascha rosatum - Pasqua rosata".

" ... Quando si riconosce che l’esperienza metafisica è al cuore dell’essere, i vari archetipi gravitano su di essa, e la fantasia tende a vederli nei petali delle rose, nelle corolle che forma la limatura di ferro intorno a un magnete, nella sabbia che i turbini di vento aggrumano in una «rosa del deserto». Un istinto intramontabile dalla Persia alle terre romanze e germaniche connette l’idea di perfezione alla forma della rosa; ne testimoniano le coccarde, i rosari, la corona dantesca dei beati, e nelle cattedrali le costolature convergenti sulla pietra di volta, che spesso è una rosa, nonché il gran rosone sopra il pronao ... "

Archetipi
Elémire Zolla

I paramenti sacri di colore rosso usati durante questa solennità, che simboleggiano l'amore dello Spirito Santo, l'hanno fatta conoscere come "Pasqua rossa" mentre le vesti bianche indossate
catecumeni che si facevano battezzare la vigilia di Pentecoste perchè non erano riusciti a Pasqua l'hanno identificata come "Domenica in bianco".

" ... Su
presto, qui, ora, sempre -
Una condizione di completa
semplicità (che costa
non meno di ogni cosa) e tutto
sarà bene e ogni genere di cose
sarà bene, quando le lingue di fuoco si incurvino
nel nodo di fuoco incoronato
e il fuoco e la rosa siano uno. "

La terra desolata - Quattro quartetti
Thomas Stearns Eliot
Traduzione Angelo Tonelli

© Sciarada Sciaranti



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