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giovedì 11 giugno 2026

Il barometro del povero nella Lysimachia Arvensis

"L'anagallide è detta da alcuni acoro. Ve ne sono due varietà: il maschio ha il fiore purpureo, la femmina azzurro; non sono piu alte di un palmo, il loro arbusto è fragile, le foglie sono molto piccole, rotonde, adagia te sulla terra. Nascono negli orti e nei terreni umidi. Fiorisce per prima quella azzurra. Il succo di entrambe, unito a miele, risolve gli offuscamenti della vista, le emorragie provocate da un colpo e l'argema. Con piu forza agisce il succo di quella rossa, applicato localmente assieme a miele attico. Esso dilata le pupille e perciò lo si usa per ungerle prima, in caso di paracentesi. Queste erbe curano anche gli occhi degli animali da soma. Il succo, instillato attraverso le narici, ripulisce la testa, purché però dopo si facciano degli sciacqui col vino; viene ingerito anche contro i morsi di serpente, in dose di una dracma presa in pozione nel vino. È sorprendente che il bestiame rifugga dalla varietà femminile; oppure, se viene tratto in inganno dalla somiglianza (infatti la differenza è solo nel fiore) e lo assaggia, subito cerca come antidoto quell'erba che si chiama asila. Dai nostri autori l'anagallide è detta occhio di gatto. Alcuni raccomandano a coloro che stanno per estrarla di rivolgerle un saluto prima che sorga il sole e prima di pronunciare qualunque altra parola; poi di levarla verso l'alto e di farne uscire il succo: in questo modo essa avrebbe un'efficacia particolare. Del succo dell'euforbia si è detto a sufficienza. Per le congiuntiviti, se c'è gonfiore, sarà utile l'assenzio tritato col miele, come pure la farina della betonica."

Storia Naturale - Libro XXV
Plinio il Vecchio
Traduzione Paola Cosci

Tra le erbe che aprono i loro fiori solo se baciate dal sole, che crescono ai bordi delle strade, nei campi coltivati, nei vigneti, negli orti, in suoli sabbiosi e argillosi c'è anche lei che per generazioni è stata conosciuta come Anagallis arvensis e classificata come tale da Carl Linnaeus nel 1753.
Il nome originario, secondo gli autori classici, ἀναγαλλίς/anagallísderiverebbe dal verbo greco ἀναγαλλάω/anagalláō - rallegrare, rendere gioioso, più il genitivo di arvum - campo coltivato, arvensis - dei campi
Nella medicina popolare europea le venivano attribuite proprietà contro malinconia, tristezza e alcuni disturbi mentali, ma, dopo oltre due secoli, gli studi di filogenesi molecolare, eseguiti negli anni 2000, mostrarono che Anagallis, Centunculus, Pelletiera, erano evolutivamente immerse all'interno del genere Lysimachia e per evitare un genere artificiale, i botanici U. Manns e B. Anderberg proposero nel 2009 il trasferimento della specie in Lysimachia arvensis.
Il vecchio nome oggi continua a comparire soprattutto nella letteratura floristica, divulgativa e nelle opere meno recenti.
Il nome Lysimachia da un punto di vista linguistico deriva dal greco antico Λυσιμαχία - Lysimakhía composto da λύσις/lýsis - scioglimento, liberazione, allentamento; e da μάχη/máchē - battaglia, lotta, a indicare colei che scioglie la contesa, che pone fine alla lotta; dal punto di vista botanico la tradizione lega invece il nome a Λυσίμαχος/Lysimachus, uno dei diadochi di Alessandro il Grande che secondo una leggenda avrebbe scoperto o utilizzato una pianta di questo genere per calmare animali ribelli, da cui l'associazione con l'idea di placare e sedare.

Anagallis Arvensis - Lysimachia Arvensis - Mordigallina

"La anagallide è di due spetie, ma differenti però fedamente nel fiore, imperoche la femina il produce celeste: & il maschio, rossò. Sono amendue picciole piante, che giacciono per terra. Le frondi loro son picciole, & alquanto ritonde, di figura simile all'helfine, &procedono da un gambo quadrangolare. Il seme è ritondo. Hanno amendue virtù di mitigare: lpengono le infiammagioni, cavanoi bronconi, & le spine fuor de membri, & fermano l'ulcere che mangiano. Il succo loro gargarizato purga la testa dalla flemma: & tirato su per la narice della parte contraria, leva il dolore de denti. Messo ne gli occhi con mele Attico, ne leva via i fiocchi, &giova alle debolezze della vista. Bevuto con vino, giova contra al morso delle vipere, & contra à ì difetti del fegato, & delle reni. Dicono alcuni, che quella, che fa il fiore celeste ritorna dentro il budello, che escie dal sedere: & che l'altra impiastrata lo fa venir fuori.
L'Anagàllide tanto maschio, quanto femìna, la quale communemente si chiama Morfu sgallina è notissima à ciascuno, quantunque di gran lunga s'ingannino coloro, che si pensano che sia l'Anagallide quella che chiamiamo noi in Toscana Centone, & in Lombardia Pavarina, che produce il fior bianco, imperocbe la vera Anagallide produce il fiore o. celestino, ò rosso: & il fusto quadrangolare, & non ritondo, come fa il Centone Scrisse dcll'Anagallide al VI. delle facultà de semplici Galeno, così dicendo. L'una & l'altra Anagallide, ciò è tanto quella, che fa il fior celestino, quanto quella, che lo fa rosso, è molto astersiva: & oltre à ciò possede alquanto di calore, & di virtù attrattiva, di modo che può tirare a se le cose, che si siccano, & rimangono nelle membra di tutto il corpo. Et per la medesirma ragione purga la testa il succo loro tirato su per il naso. In somma le Anagallidi hanno virtù di diseccare senza mordacità alcuna: & però consolidano le ferite fresche, &giovano alle putride, questo tutto dell'Anagallide disse Galeno. Ma havendomi il Morfus galline, così chiamato da gli spetiali, ridotto hora à memoria il M O R S U S diaboli, & sapend'io di dover sodisfare à molti descrivendone l'historia, & le facultà dico però che il Morfus diaboli è una pianta, che nasce in luoghi inculti, nelle selve, & tra gli spini, con frondi appressò à terra simili à quelle di quella piantagine, che si chiama Lanciuola: ma sono liscie, & polite con un solo nervetto per mezo. Quelle poi, che nascono all'intorno de i fusti, i quali crescono alti due gombiti, sono piu dirette, & piu brevi , & alquanto intagliate. Produce la state simili à quelli della Scabiosa. Fa molte radici, che di colore quasi tendono al nero, tutte corrose, & spuntate: onde trasse ella il nome di Morfus diaboli. Percioche alcuni sciocchi de nostri antecessori scrissero, che havendo il Diavolo invidia grande delle virtù di quella herba, va mangiando, & rodendo le sue radici. Sana, secondo che si dice, pesta così cruda, & applicata in forma d'impiastro i carboni le anthraci, overo bevendosi il vino della sua decottìone, il quale tengono alcuni per sicuro rimedio da preservarsi nella pestilenza, & per li dolori della madrice. Al gusto è ella molto amara: & però si può sicuramente affermare, che sia nelle qualità sue calida, & secca, il perché si dà la radice trita in polvere per ammazzare i vermini, & impiastrasi su le pcrcose per risolvere i lividi, & il sangue stravenato. Chiamano i Greci l'Anagallide, Aναγαλλίς: i Latini, Anagallis: li Tedeschi, Gauch beyl: li Spagnoli, Muruges: li Francesi, Morgelline, & Mouron."

Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli

Anagallis arvensis, Lysimachia arvensis, Anagallide arvense, un'erbacea annuale diffusa in Europa, Asia occidentale, Nord Africa e naturalizzata in molte altre regioni del mondo; appartiene alla famiglia delle Primulaceae; popolarmente conosciuta come barometro del povero per il fatto che i fiori tendono ad aprirsi in presenza della luce solare e a chiudersi con tempo nuvoloso o umido, comportamento che in passato era interpretato come un segnale dell'arrivo della pioggia; bellichina, centonchio dei campi, centonchio rosso, centurelle, erba barometro, erba del tempo, fior del sole, mordigallina, occhio di gallina, muratge vermellmurajes in catalano, muraje rojo, pimpinela escarlata in spagnolo, morrião-vermelho, pimpinela-escarlate in portoghese, poor Man's Weather-glass, red pimpernel, shepherd's clock in inglese; rood guichelheil in olandese; acker-gauchheil in tedesco; mouron des champs e mouron rouge in francese; raggiunge i 5-30, 40 cm di altezza, il fusto è sottile, quadrangolare, ramificato, prostrato o ascendente e glabro; le foglie sono opposte, sessili, ovate e ellittiche, lunghe 5–25 mm e presentano piccoli puntini ghiandolari sulla pagina inferiore; il fiore a forma di stella sboccia da marzo a ottobre, comunemente è rosso scarlatto, ma può avere delle variazioni che virano verso l'arancio, il rosa o l'azzurro intenso, il frutto è una capsula globosa, a maturità si apre con una fessura trasversale e libera un numero elevato di semi triangolari, bruni e rugosi.

Anagallis Arvensis - Lysimachia Arvensis - Mordigallina

"Anagallide, lat. Anagallis, Morsus gallinae, fr. Mouron, Pianta che nasce spontane ne 'campi, vigne e giardini, e sulle rive delle strade e de' fossi. La maschia ha il fiore rosso, la femmina lo ha turchino. Dal fiore spunta il seme, il quale dicesi caldo e che giovi acciò facciano delle uova: ai paperottoli teneri si dà quest'erba a beccare; e sembra che per queste due ragioni abbia preso il nome di mordigallina, o paperina, o anitrina. Quest'erba pistata ed applicata alla ferita fatta dal morso di un cane arrabbiato si pretende che la sani."

Dizionario universale economico rustico

Secondo gli studi fitochimici contiene: cucurbitacine B - D - E - I - L; fitosteroli come β-sitosterolo e stigmasterolo; flavonoidi come rutina e kaempferolo; saponine triterpeniche come anagalligenina, anagalligenone, arvenine I e II; triterpeni come β-amirina. Ha proprietà antimicrobiche, antinfiammatorie, antileishmanie, antiossidanti, antiparassitarie, cicatrizzanti, diuretiche, molluschicide
Tradizionalmente nell'antichità veniva applicata su ferite, foruncoli eulcere cutanee, era considerata espettorante e depurativa ma, poiché contiene cucurbitacine e saponine oggi è ritenuta tossica, l'ingestione in quantità elevate può provocare diarrea, irritazione gastrointestinale, nausea, vomito, ha effetti dannosi su fegato e sistema nervoso.

Anagallis Arvensis - Lysimachia Arvensis - Mordigallina

L'appellativo Scarlet Pimpernel - Primula Rossa, nella cultura letteraria inglese, diventa il titolo di un libro ambientato durante la fase più sanguinosa della Rivoluzione francese, il piccolo fiore scarlatto rappresenta la capacità di apparire insignificanti all'esterno mentre si compiono imprese straordinarie nell'ombra. Nel clima di terrore che vede molti aristocratici arrestati e condannati alla ghigliottina, un misterioso gentiluomo inglese noto come "Scarlet Pimpernel", organizza spettacolari fughe e porta in salvo in Inghilterra i nobili perseguitati; nessuno conosce la sua vera identità e le autorità rivoluzionarie francesi, guidate dall'astuto agente Chauvelin, cercano disperatamente di catturarlo.
La giovane francese Marguerite Blakeney vive una crisi coniugale con il ricco e aristocratico inglese Sir Percy Blakeney, che apparentemente si mostra frivolo, vanitoso e inconcludente. Chauvelin scopre che il fratello di Marguerite, Armand, è coinvolto nelle attività della Primula Rossa e minaccia di farlo arrestare, per salvarlo Marguerite fornisce informazioni utili per smascherare l'eroe misterioso e solo dopo scopre che proprio il marito, che tutti considerano superficiale e poco intelligente, è in realtà il leggendario Scarlet Pimpernel; Sir Percy ha costruito con cura questa maschera di uomo sciocco per nascondere le sue attività segrete; Marguerite si rende conto del pericolo che ha involontariamente contribuito a creare e cerca disperatamente di salvare il marito.
Il romanzo culmina in una serie di inseguimenti, inganni e colpi di scena tra Francia e Inghilterra; grazie alla sua intelligenza e alla sua capacità di travestirsi, Sir Percy riesce ancora una volta a sfuggire ai nemici e a salvare sia i perseguitati sia il proprio matrimonio.
The Scarlet Pimpernel è considerato uno dei primi esempi moderni di eroe mascherato, come questo fiore, anche il protagonista del romanzo nasconde la propria vera natura dietro un aspetto ordinario, trasformando un semplice simbolo botanico nell'emblema di coraggio, astuzia e libertà. Sir Percy, con la sua doppia identità segreta, ha anticipato figure celebri come Zorro e persino Batman.

"... “Perché la Primula rossa agisce nell'oscurità, e solo i più stretti collaboratori possono conoscere la sua identità, e soltanto dopo aver solennemente giurato di non divulgarla.”
“La Primula rossa?” ripeté Suzanne con una risatina. “Che nome buffo! E chi sarebbe questa Primula rossa, monsieur?” La fanciulla stava guardando incuriosita il trasfigurato Sir Andrew, i cui occhi brillavano per l'entusiasmo. L'adorazione e l'ammirazione per il condottiero sembravano illuminargli letteralmente il viso.
“Primula rossa, mademoiselle, è il nome di un umile fiore di campo che cresce ai bordi delle nostre strade, ma è anche il nome scelto per celare l'identità del migliore e più coraggioso uomo al mondo, perché possa svolgere meglio il nobile compito che si è prefisso,” rispose alla fine.
“Sì, ho sentito parlare di Primula rossa,” si intromise il giovane visconte.
“Un fiorellino rosso, sì. A Parigi dicono che, ogni volta un realista scappa in Inghilterra, il diabolico Fouquier-Tinville, la pubblica accusa, riceve foglio con su disegnato in rosso quel fiore. È vero?”
“È vero,” confermò Lord Antony ..."

La Primula rossa - 1905
Emma Magdalena Rosalia Maria Josefa Barbara Orczy
A cura di Giancarlo Carlotti

Nel linguaggio dei fiori l'anagallide rappresenta l'appuntamento, il convegno, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità, senza differenziazione tra metaboliti primari e secondari, perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Per chi è interessato
Brucia con le coccole il legno di ginepro

sabato 6 giugno 2026

Apre la porta dell'orto la portulaca

" Quasi tutti pensano che 'andracle» sia il termine greco che indica la portulaca, che pure è un'erba ed è chiamata andracne con un nome che differisce dal precedente per una sola lettera. Ma l'andracle è in effetti un albero da foresta che non attecchisce in pianura, simile al corbezzolo, ma con foglie piu piccole e persistenti; la corteccia non è certo ruvida, tuttavia sembra stretta tute attorno da una morsa di ghiaccio: tanto è triste il suo aspetto. "

Storia Naturale - Libro XIII
Plinio il Vecchio
Traduzione Roberto Centi

Attestata archeologicamente e storicamente da diversi millenni, i suoi semi sono stati trovati nell'Heraion di Samo risalente al VII secolo a.C., la Portulaca Oleracea apre i suoi piccoli fiori soprattutto nelle ore più luminose e soleggiate, anche lei cresce ai margini dei campi, lungo i sentieri, presso le abitazioni rurali e negli orti, i Greci la chiamavano ἀνδράχνη/andráchnē un termine di origine incerta, probabilmente pre-greco con un'affascinante somiglianza apparente con la parola greca ἀνδρός/andrós genitivo di ἀνήρ/anḗr che significa uomo. A volte veniva confusa con l'ἀνδράχλη/andráchlē che come spiega prima Teofrasto e poi Plinio è in realtà un altro arbusto.
I Latini la conoscevano invece come portulāca, collegata popolarmente a portula - piccola porta diminutivo di porta, in riferimento alla deiscenza della capsula del frutto che si apre come una piccola porta quando matura. Poichè è apprezzata dai maiali, una variante etimologica fa derivare il nome da porcus con un'alterazione della c in t.
L'epiteto specifico oleracea da ŏlŭs, oleris  - verdura, ortaggio

Porcellana

"C'è anche una specie di portulaca che chiamano peplide, non molto piu efficace di quella coltivata, e di essa sono ricordati impieghi degni di menzione. Come alimento annulla l'effetto dei eleni delle frecce, del serpente emorroide e di quello prestere, e li fa uscire dalla ferita, se l'erba è applicata in impacco; il succo ricavato dalla spremitura e bevuto insieme con vino passito combatte nche il veleno del giusquiamo. In mancanza della pianta, i semi assolvono un'azione curativa analoga. Contrasta anche gli effetti delle acque malsane; schiacciata e messa nel vino guarisce, in applicazione, l'emicrania e le piaghe che vengono sulla testa; per altri tipi di ulcere la si usa masticata con miele. Cosi preparata viene anche applicata ai bambini sul cranio e sull'ernia ombelicale; per le epifore invece sulla fronte e sulle tempie, a qualunque età, la si usa in impacco insieme con farinata d'orzo; per le lacrimazioni si aggiungono latte e miele; in caso di occhi sporgenti si usano le foglie tritate insieme alla buccia delle fave; contro le pustole la si mescola con farinata d'orzo, sale e aceto. Masticata cruda
la portulaca guarisce le piaghe della bocca e il gonfiore delle gengive, e anche il mal di denti; il succo della pianta bollita è un rimedio in caso di ulcere alle tonsille; alcuni aggiungevano un goccio di mirra. In effetti masticare della portulaca serve a rinsaldare i denti che tentennano, a ridar vigore alla voce, e a contrastare la sete. Insieme con noce di galla, semi di lino e miele, tutti in pari quantità, calma i dolori cervicali; unita a miele e ad argilla cimolia guarisce le affezioni delle mammelle; i semi, ingeriti con miele, fanno bene anche ai sofferenti d'asma. Come alimento, preparata in insalata rinvigorisce lo stomaco. In caso di febbre alta si fanno impacchi di portulaca unita a farinata d'orzo; del resto, masticarla rinfresca anche l'intestino. Fa cessare il vomito; in caso di dissenteria o di ascessi la si mangia in aceto, oppure la si prende in pozione insieme con cumino; mentre per curare il tenesmo viene usata cotta. Agli epilettici fa bene sia come alimento sia in pozione; per stimolare il flusso mestruale se ne usa un acetabolo in sapa; nei casi di gotta calda e di fuoco sacro la si applica con sale. Il succo di portulaca in pozione fa bene ai reni e alla vescica, e fa espellere i parassiti intestinali. Contro il dolore delle ferite si usa in impacco, in olio con farinata d'orzo. Attenua l'irrigidimento dei tendini. Metrodoro, autore di un Compendio di erboristeria, la riteneva indicata a provocare la fuoriuscita dei lochi. Smorza lo stimolo sessuale e previene i sogni erotici. So del padre di un ex pretore, una personalità di primo piano in Spagna, che a causa di insopportabili disturbi all'ugola porta una radice di portulaca appesa al collo, sempre, tranne che alle terme, e in questo modo si è liberato di ogni inconveniente. Ho anzi trovato nelle mie fonti che con un impacco di portulaca sulla testa non si hanno raffreddori per tutto l'anno. Tuttavia si ritiene che quest'erba indebolisca la vista."

Storia Naturale - Libro XIII
Plinio il Vecchio
Traduzione Francesca Lechi

Nella tradizione popolare mediterranea si pensava che la portulaca allontanasse le influenze negative e la malasorte, proteggeva dai sortilegi, preservava la salute della famiglia; in alcune zone rurali italiane si usava appendere mazzetti di portulaca vicino alla casa o agli orti per tenere lontano il malocchio, circolava l'idea che portare addosso i suoi semi o le foglie potesse calmare la collera, favorire il sonno, proteggere dai cattivi sogni; credenze che probabilmente derivano dall'effetto rinfrescante e sedativo che la medicina umorale attribuiva alla pianta. La sua straordinaria capacità, di sopravvivenza con l'accumulo d'acqua nei tessuti, di rigenerazione anche dopo essere stata strappata dal terreno e di diffusione dovuta alla elevata produzione di semi, l'ha resa simbolo di tenacia, abbondanza, adattabilità, e l'ha definita pianta che si rifiuta di morire per cui sembra che anche i soldati la portassero in battaglia per assicurarsi fortuna e protezione.
Nella medicina tradizionale araba medievale la portulaca, conosciuta come رجلة - Rijla, era molto apprezzata e denominata baqla hamqa - pianta pazza per la carettiristica dei suoi rami di di propagarsi in maniera icontrollata sul terreno. Avicenna la descrive come una pianta dal carattere "freddo e umido", utile per contrastare gli eccessi di calore dell'organismo. Da qui deriva parte della sua reputazione come erba calmante e riequilibrante.

"... arricchiscono l'umore sieroso*: montone, maiale, agnello di un anno, le erbe aromatiche atriplice e portulaca ..."

umore sieroso* = Corrisponde generalmente a una componente acquosa e umida dell'organismo, collegata alla flemma o a fluidi corporei considerati "freddi e umidi".

Canone di Medicina
Avicenna
Liberamente tradotto da Me Medesima

Nella tradizione erboristica cinese, dove è nota come 马齿苋 - Ma Chi Xian, è soprannominata "l'erba della lunga vita", per la reputazione costruita nei secoli grazie alla sua robustezza e al suo impiego.

Porcellana

"La portulaca è costrettiva. Giova applicata con polenta à dolori di testa, all'ifiammagioni degli occhi, & dell'altre parti del corpo, à gli ardori dello stomaco, al fuoco facro, & ài dolori della vescica, Masticata toglie lo stupore de i denti, & mangiata mitiga gli ardori dello stomaco, & delle budella, & similmente i flussi loro. Gioua à rodimenti delle reni, della vescica, & delle parti loro. Prohibisce gli impeti di venere: al che medesimamente giova, & alle febbri anchora il suo succo bevuto. La portulaca benissimo cotta vale contra à i vermi lunghi del corpo à gli sputi del sangue, alla disenteria, all'hemorrhoidi, & à flussi del fangue. Giova al morso della sepa.
Mettesi utilmente nelle medicine de gli occhi: & fansene cristeri ne i flussi delle budella, & corrosioni de i luoghi naturali delle donne. Applicasi con olio commune, & rosado à i dolori di testa causati dal caldo. Sana insieme con vino le brozze, che nascono in sul capo: & applicata con polenta vale à i membri feriti, che si uogliono corrompere, & mortificare.
La portulaca si chiama in Toscana Procacchia, & in altri luoghi d'Italia Porcellana. E herba notissima
à ciascuno quantunque Dioscoride non faccia mentione, se non d''una forte; se ne ritrova però à i tempi nostri ne gli horti una sorte di domestica, che produce il gambo tondo, & elevato, con frondi grasse, come son quelle della Fabaria, lucide, &bianchiccie da rovescio, al gusto insipide, con alquanto d'acidità austera. Praduce il gambo grosso, liscio, diritto, & alle volte rossigno, grasso, & ramoso, & il seme nero serrato in alcuni bottoncini verdi, & la radice ramosa. La altra è la salvatica, la quale nasce senza seminarla nelli horti, nelle vigne, & in altri luoghi incolti, coni i gambi tondi, strati per terra, vencidi, & rossigni. Le foglie ha ella silmili alla domestica, ma minori, & lunghette, & in tutto il resto parimente simile all'altra. Masticata cruda, tanto l'una quanto l'altra, guarisce l'ulcere della bocca, & ferma i denti che vacillano, & tenuta sotto la lingua, estingue la sete. E la Procacchia (secondo che fa memoria a Galeno al VI: delle facultà de semplici) ne temperamenti suoi frigida, & acquea, poco partecipe d'austerità. Il perché ristagna i flussi, & quelli massime,che sono colerici, & calidi: imperoche essendo molto frigida gli altera nelle qualità loro, per esser ella frìgida nel terzo ordine, & humida nel secondo. Per questa ragione giova quanto ogni altra cosa ne i calori messa sopra la bocca dello stomaco, & parimente sopra amendue i fianchi, & massimamente nelle febbri hettiche. Leva oltre à ciò lo stupore de i denti causato da cose acetose, & garbe. Et perché ha anchora del costrettivo, si dà ella utilmente à mangiare à ì difenterici, & ne i flussi delle donne, & ne gli sputi del sangue. Ma per questo effetto è mólto piu valoroso il succo, che l'herba . Et al II. delle facultà dei cibi: V Safì (diceva) la Procacchia ne i cibi: ma al corpo dà debile nutrimento, & quel tanto & poscia humido, & frigido, & viscoso. Leva come medicamento lo stupore dei denti, per esser ella & viscosa, & senza mordacità alcuna. Di questa habbiamo detto assai nel libro di quelle cose, che facilmente si preparano. Impiastrata (secondo che riferisce Plinio al XX. cap. de XX. libro) ristrigne le rotture dell'ombilico, & giova con Cimolia all'infiammagioni delle poppe, & delle podagre. Vale insomma à tutte l'infirmità calide. Chiamano i Greci la Portulaca, Ἀνδράχνη: Latini, Portulaca: gli Arabi, Baklehancha, & Bachele Alhanica: li Tedeschi, Burtzel kraut, & Portzel kraut: li Spagnoli, Verdolagas, & Baldroegas: li francesi, Pourpier, & Pourchaille."

Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli

Appartiene alla famiglia delle Portulacaceae e il suo genere comprende circa 100-150 specie, si pensa originaria dell'Eurasia, con successiva diffusione in quasi tutte le regioni tropicali e temperate del mondo. Andraca, Andrachi, ndràcchia, Porcejane, Porcellana, Porcillina, Purciddana in Calabria; Andracne, Erba da porci, Erba grassa e Erba porcacchia nella Val di Chiana , Erba porcellana, Pocaccia, Porcellana, Porcellana salvatica, Procacchia, Procaccia, Sportellacchia in Toscana; Barzellana, Porceddana in Sardegna, Cagliari; Chiaccunella, Porchiacca, Purchiacchello in Campania; Erba gnagnoa a Cogoleto, Erba pursellana a Genova, Porselana a Mentone, Porsellana a Porto Maurizio, Presulaua a Sarzana, Purselana a Genova in Liguria; Erba grassa, Porselaga e Porselana a Brescia in Lombardia; Erba grassa a ReggioEmilia, Porzlana a Piacenza, Purzlana a Reggio Emilia in Emilia Romagna; Gamaruneddu marinu, Prucciaca a Modica, Purciaca ad Avola, Purciddana zona Etna in Sicilia; Gassule in Friuli; Perchiacca a Potenza in Basilicata; Perchiacchella, Porcellana in Campania; Porcacchia, Precacchia in Abruzzo; Porceddana a Cagliari, Porzelana, Pulsallana ad Alghero in Sardegna; Porcellana salbega a Vicenza in Veneto; Porcellana stellata in Italia; Porcinacchia, Sportelacchia nelle Marche; Porslana, Purslane in Piemonte; Portolaca in Italia; Pricchiazzi a Barletta in Puglia. Verdolaga in spagnolo, Beldroega in portoghese, Purslane, Common purslane in inglese, Portulak in tedesco, Pourpier in francese, Adrákla in greco, Rigla in arabo, Semizotu in turco Ma Chi Xian in cinese, Luni in hindi, Khorfeh in persiano.
Il fusto è carnoso e succulento, liscio, glabro, generalmente rossastro o rossiccio-verde, prostrato o strisciante sul terreno, molto ramificato, può raggiungere 10-40 cm di estensione formando tappeti bassi e densi; Le foglie sono succulente e spesse, lisce e lucide, di forma obovata o spatolata, lunghe generalmente 1-3 cm e disposte in modo alterno o raccolte in piccoli gruppi ai nodi; i fiori sono piccoli, circa 5-10 mm di diametro e con cinque petali che virano verso il giallo vivo; il frutto è una piccola capsula detta pixidio, quando matura la parte superiore si stacca come un coperchio e fuoriescono numerosissimi semi neri o bruno-nerastri, lucidi e a forma di rene, lunghi circa 0,5-1 mm.

Porcellana

Contiene Acidi grassi omega-3 come l'acido α-linolenico (ALA); alcaloidi come dopamina, L-DOPA, noradrenalina, oleraceine (A–E); flavonoidi come apigenina, genisteina, kaempferolo, luteolina, miricetina, quercetina; mucillagini, polisaccaridi, vitamine come vitamina A (e carotenoidi), vitamine del gruppo B, vitamina C, vitamina E, glutatione, melatonina, sali minerali come calcio, ferro, fosforo, magnesio, manganese, potassio, selenio, zinco.
Ha proprietà analgesiche, antidiabetiche, antinfiammatorie, antimicrobiche, antiossidanti, cicatrizzanti, depurative, disetanti, diuretiche, emollienti, neuroprotettive. La portulaca è una delle pochissime erbe spontanee che combina un elevato contenuto di omega-3, notevoli quantità di antiossidanti, buona concentrazione di minerali, facilità di coltivazione anche in terreni poveri e siccitosi, per questo negli ultimi anni è stata rivalutata sia come pianta alimentare funzionale, sia come possibile fonte di ingredienti nutraceutici; è stata utilizzata in diverse culture per disturbi gastrointestinali, infiammazioni cutanee, ustioni, punture di insetti ed altre affezioni; molte delle proprietà terapeutiche attribuite alla pianta (ad esempio nel trattamento di artrite, psoriasi, osteoporosi, malattie epatiche o cardiovascolari) derivano da usi tradizionali o da studi preliminari e non sono state confermate da prove cliniche sufficienti. Consumata in quantità elevate può esercitare un lieve effetto lassativo e l'uso prolungato è sconsigliato per chi ha problemi renali.
In alcune zone del Sud Italia viene aggiunta tradizionalmente nelle insalate estive insieme a pomodori e cipolla conferendo una nota aspra al piatto. I semi possono essere aggiunti ai frullati, agli impasti e allo yougurt. L'uso culinario è ben descritto dal Dizionario universale economico rustico: 

"Portulaca, Porcacchia, Porcellana, lat. Portulaca, fr. Pourpier, Morgelline. Una pianta è questa della quale ve ne hanno 2. specie, dimestica l'una e che si coltiva ne' giardini, selvatica l'altra e che nasce spontanea.
1. La dimestica, Portulaca oleracea, Linn. Portulaca latifolia, sive satina, C. Bauh. fr. Pourpier cultivé, pullula all'altezza di un piede incirca parecchi tronchi teneri, succulenti, che si dividono in ramuscoli che portano delle foglie grosse, carnose, rotonde, lisce, lucide, di un sapore viscoso ed acidetto collocate alternativamente. Dalle ascelle delle foglie escono alcuni piccoli fiori gialli, rosacei, ai quali succedono certe frutte di color erboso. Queste capsule s'aprono orizontalmente e contengono parecchie sementi nere e minute. La portulaca dorata non è che una varietà; le foglie di questa sono più larghe, giallastre, e cariche di piccole macchie dorate.
2. La portulaca selvatica, Portulaca angustifolia, sive sylvestris, C.Bauh. Tourn. fr. Pourpier sauvage, differisce dalla prima nell'essere piccola in tutte le sue parti. Quando la portulaca dimestica resta abbandonata a sè stessa diventa selvatica in 2. annate. V. Seminare. Questa pianta massime la selvatica sembra spregevole; e come quella che nasce spontanea, sembra di poco o niun uso: pure ella siasi la dimestica, sia la selvatica serve di molto in cucina. Ella quand'è tenera entra nelle insalate, e un po' più vecchia si cucina in varie maniere. Si taglia in pezzi, si passa alla padella con del buon butiro dopo che ella abbia resa la sua acqua. Si condisce poi con sale e pepe. Col latte e colla panna si copre o si lega con rosso d'uovo o un po' di farina. Si unisce ancora e cotta e cruda colla carne bollita.
Ragout di costole, o fusti di porcacchia. Tagliate i fusti la lunghezza di 4. dita traverse e fateli bianchire o sobbollire nell'acqua chiara come i cardoni, lasciateli sgocciolare, metteteli nella cazzeruola con brodo in poca quantità, e lasciateli cuocere a fuoco lento; quando essi sieno cotti aggiungetevi alquanto di butiro ed alquanto di farina. Rimescolate il tutto insieme ed aggiungetevi un filo di aceto o di sugo di limone. Questa vivanda e sola, ed accompagnata con carni e pesci non è sgradevole. Si conserva quest'erba per l'inverno facendola seccare. Mettendola a bagno ella riviene e si frigge o si fa in istufato cóme la fresca. Le persone più proprie la salano così: scelgono i ramoscelli più piccoli e più delicati sulla fine dell' autunno: la dorata è migliore a quest'effetto. Tagliatela in piccoli pezzetti che voi spargerete con molto sale e con de' garofoli leggermente rotti. Metteteli in un vaso impiombato, uno strato di sale ed uno d'erba. Riempite poi con buon aceto il vaso e lasciatelo in pace tenendolo ben sigillato. Quando vorrete servirvene adoperate per estrarre la porcellana un cucchiaio di legno, e non mettete le dita nell'aceto. Si può per conservarla lasciarla appassire per uno o 2. giorni, e metterla poscia nella salamoia con una o 2. noci moscate, garofoli e pepe.
Havvi chi per conservarli prescieglie i grossi fusti che montano in seme e li sala per l'inverno come noi usiamo fare de' fagiuoletti. La porcellana è un'erba delle più rinfrescanti, cosicché conviene più alli giovani di temperamento secco e bilioso che alli flemmatici e pallidi, e di stomaco debole; ma corretta con ruchetta o simile cosa giova anche a questi. Si serve la medicina di questa pianta come di rinfrescante ed antiscorbutico, buono anche per le emorragie e contro vermi specialmente contro ìl solitario; perciò le sue foglie e principalmente il sugo spremuto gioveranno per calmare, temperare la sete cagionata da violento moto, dalla febbre e da materie acri e riscaldanti, mitigheranno il calor dei corpo e l'ardor dell'orina, modereranno il vomito bilioso e la diarrea procedente dalla stessa cagione, addolciranno l'acrimonia dello scorbuto, e correggeranno lo stato infiammatorio delle parti orinarie. Chomel soleva praticare l'acqua distillata di questa pianta alla dose di 2. in 4. once per le emorragie e particolarmente uterine con felice successo; ed il medesimo loda assai il sugo per li vermi. L'erba pesta ed applicata giova al dolore violento di testa e calma gli ardori della pelle, e del sugo servesi per correggere l'acrimonia calda e salsugginosa degli umori bagnandone la parte affetta. Il seme è delli 4. detti minori rinfrescanti, quali sono radicchio, lattuga, endivia, e porcellana.
Coltivazione della portulaca. Ama quest'erba la terra grassa e temendo moltissimo il freddo non può seminarsi che in maggio o sulla fine d'aprile. Una esposizione calda é sempre a lei di vantaggio. La dimestica si sarchielli di spesso e di spesso s'adacqui se il secco la molesti. Dalle piante più belle si raccoglie la semente, che si semina poi l'altr'anno in terra grassa e ben mobile."

Dizionario universale economico rustico

Nel linguaggio dei fiori, il genere portulaca è associato alla tenacia e alla forza vitale, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità, senza differenziazione tra metaboliti primari e secondari, perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

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martedì 24 giugno 2025

Erba medica regina delle foraggere

Il Sole al solstizio d’estate ha oltrepassato la soglia per toccare il punto più alto della volta celeste, ha posto un segno impercettibile, e senza posa ha iniziato a retrocedere per celebrare la discesa con la Festa di San Giovanni Battista snodo cosmico tra ciò che è stato e ciò che inizia a essere. Per lui, precursore che non trattiene la gloria, ma la indica oltre sé, il cielo canta con la voce dell'estate e la terra sussurra complice con i lievi riti cristiani e con i gesti familiari, falò purificatori che consumano le erbe vetuste per restituirle ai campi, e rugiada silente sacramento che battezza e benedice le nuove raccolte in mazzetti per suggellare il patto d'amore delle comari e dei compari. (Vedi Il Comparatico di San Giovanni).
Per conoscere l'ultima delle erbe di San Giovanni di quest'anno, attraverso un viaggio immaginario vi porto nella Media del IV secolo a.C., terra del sole alto, dei venti asciutti, degli altopiani fertili e dei cieli immensi; ci troviamo nell'epoca dell’Impero achemenide, le cicale cantano incessanti tra le pietre calde, mentre l’aria porta l’aroma resinoso della salvia selvatica e il profumo lieve di terra riarsa. Le ombre sono corte, l’orizzonte terso, e le vallate aperte si dispiegano in campi ordinati, irrigati con sapienza tramite i canali scavati dagli agricoltori; li raggiungiamo percorrendo una pista polverosa per vedere da vicino la یونجه/Yonjeh che nel suo pieno splendore estivo ondeggia alla luce come un mare silenzioso, resiste alla siccità, rigenera il suolo e dona più di quanto richiede, è la regina delle foraggere coltivata per nutrire i cavalli dell’esercito imperiale, vigorosi e insostituibili in battaglia.

"L'erba medica è straniera anche per i Greci, dal momento che fu portata dalla Media durante le invasioni persiane guidate da Dario. Tuttavia, essa è da citare fra le prime per questa sua notevolissima qualità: da una sola semina si raccoglie il frutto per più di trent'anni. È simile al trifoglio nel gambo e nelle foglie ed è nodosa. Quanto più lo stelo si allunga, tanto più strette sono le foglie. Anfiloco ha scritto un libro sull'erba medica e il citiso. Il terreno in cui si vuole seminarla, liberato da pietre e da erbacce, viene smosso in autunno, poi, quando è stato arato ed erpicato, viene ripassato con l'erpice altre due volte a distanza di cinque giorni e dopo che si è concimata la terra. Infatti l'erba medica ha bisogno di un terreno asciutto e pieno di succhi, oppure irriguo. Dopo aver così preparato il terreno, si semina a maggio, perché altrimenti patisce le gelate. Bisogna seminare fitto, in modo che tutto il terreno sia coperto e non vi sia spazio per le erbe che nascono in mezzo. Questo risultato si ottiene con 3 moggi per iugero. Bisogna preoccuparsi che il sole non la bruci, e deve essere immediatamente coperta di terra. Se il suolo è umido ed erboso, viene vinta e degenera trasformandosi in prato. Pertanto, appena raggiunge l'altezza di un pollice, bisogna liberarla di tutte le erbe, a mano piuttosto che con un sarchiello. La si taglia quando comincia a fiorire e tutte le volte che rifà il fiore: ciò accade sei volte l'anno e, in ogni caso, non meno di quattro. Bisogna impedirle di maturare fino a dar seme, dal momento che fino a tre anni essa è più utile come erba da pascolo. Di primavera va sarchiata e liberata dalle altre erbe; dopo tre anni bisogna raderla al suolo con le marre. In questo modo le altre erbe muoiono, senza che essa ne risenta danno, poiché ha radici profonde. Se le erbe avessero il sopravvento, l'unico rimedio è arare rivoltando spesso le zolle, finché tutte le altre radici non muoiono. Non bisogna saziare il bestiame d’erba medica, perché non si debba poi ricorrere ai salassi. È più utile verde; quando secca si fa legnosa e da ultimo si riduce ad una inutile polvere. Del citiso, cui pure si dà il primo posto fra le piante da foraggio, abbiamo parlato dettagliatamente a proposito degli arbusti. Adesso dovremo concludere l'esame di tutte le granaglie, dedicando anche una sezione ai mali da cui sono affette."

Storia Naturale – Libro XVIII
Plinio il Vecchio
Traduzione Franca Ela Consolino

Medicago Sativa - Erba Medica

Con la conquista di Alessandro Magno della Persia nel IV secolo a.C. la Yonjeh raggiunge la Grecia dove viene chiamata μηδική/mediké - pianta della Media, i romani latinizzano il nome greco in medica e nel 1753 Carl Linnaeus lo traduce in Medicago per indicare il genere a cui aggiunge l’epiteto specifico sativa dal latino satum - seminato.

"È la medica nel suo nascere, nelle frondi, & nel fusto simile al trifoglio de i prati, ma nel crescere si gli ritirano le frondi, & diventano più strette, restando però i fusti simili à quelle del trifoglio. Produce i baccelli à modo di cornetti; ne i quali è il seme di grandezza d’una lenticchia.
Seccasi questo, & per la soavità del suo sapore li mescola co'l sale, che cotidianamente s’adopera nei condimenti. Applicato verde sopra à quelle cose, che hanno di bisogno d’essere infrigidite, vi giova. Usasi l’herba per cibo del bestiame in luogo di gramigna.
 
La Medica (secondo che riferisce Plinio al XVI. capitoli del XVIII. libro) fu così chiamata per essere ella già stata portata in Italia di Media. Et come che ella fusse già volgare, & si seminasse per tutta Italia per li bestiami; nondimeno à tempi nostri par che si fa ella del tutto fuggita da noi, quantunque sieno alcuni moderni semplicisti, che pensino d'haverla rintracciata. Fummene gli anni passati da alcuni miei amici mandato il seme, ma seminato non nacque, anchora che vi ponessi molta diligenza. & però noti ne posso per hora fare altrimenti giuditio & se ben dipoi me ne sono fatte mandare diverse piante dalli amici, poscia che mi pareva che in poche note si rassomigliassero alla medica non l’ho hauto ardire di meter qui le figure loro. Questa (secondo che riferisce pur Plinio, et de gli altri de gli antichi) seminata una sola volta, dura di rigermogliare fino à trenta anni. Enne copiosa (per quanto riferiscono alcuni) à i tempi nostri molto la Spegna, dove con grande arte la coltivano per il bestiame: & chiamala gli Spagnuoli Afalfa, ritenendone quasi il vocabolo Arabico, quantunque corrotto. Imperoche, come si vede in Avicenna al capit. Cot, si chiama questa herba anchora dagli Arabi Alfafafat. Il Buello dice, che quantunque ella non nasca in Italia, che nasce nondimeno per se stessa copiosamente in Francia, & che la chiamano i lavoratori Trifoglio maggiore. Chiamano i Greci la Medica, μηδική: i Latini, Medica: gl’Arabi (come di sopra s'è detto) Cot, & Al-fáṣfaṣa: li Spagnoli, Afalfe, Eruaye, e Alfalfa."

Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli

Medicago Sativa - Erba Medica

Con la caduta dell’Impero Romano la coltivazione dell’erba medica viene quasi dimenticata in gran parte dell’Europa occidentale.
Solo nel Medioevo, a partire dal 711 d.C., con la dominazione araba della Spagna, il suo uso è reintrodotto e valorizzato, nel IX secolo trova spazio nei giardini dei monasteri dove i monaci, custodi della sapienza botanica medievale, l'affiancano alle erbe officinali; nel X secolo Ibn Sīnā - Avicenna inizia a studiarne le proprietà depurative, nutritive e toniche, nel suo Canone della medicina la consiglia per rinforzare l’organismo, stimolare l’appetito e favorire la convalescenza, utile per riequilibrare i fluidi corporei. Attraverso di lui l'uso si diffonde nella Scuola Salernitana ed ecco che si afferma come rimedio fitoterapico, i fiori e le foglie in infuso o in impacchi contro i dolori articolari, le irritazioni cutanee e per le cicatrizzazioni.

"Nomi. Gre. medika. Lat. Medica. Faenum burgun diense. Ital. Medica.Forma. È la medica nel suo nascere, nelle frondi, & nel fusto simile al trifoglio de i prati, ma nel crescere si gli ritirano le frondi, & diventano più strette, restando però i fusti simili à quelle del trifoglio. Produce i baccelli à modo di cornetti; ne i quali è il seme di grandezza d’una lenticchia, ma tondo. Il Molto Illustre & Reverendissimo Monsignor Carlo Arcivescovo Montigli Vescovo di Viterbo mio Compare, & benefattore, ha portato questo seme, nel territorio di Roma, come il Signor Conte Fabio Nipote di S.S. Molto Illustre & Reverendissimo. l’introdusse in Parigi, indi fi lparse per la Lombardia.
Loco. È cominciata la medica, à ritrovarsi in Italia, dove si semina per il bestiame.' Ama luoghi umidi, & netti, & seminasi d’Aprile, & di Maggio.
Qualità. L’herba verde è rifregerativa.
Virtù. Ingrassa pascendola il bestiame: Ma non è da darla in troppa quantità, percioche generando sangue soverchio strangola il bestiame. Ad ingrassare i cavalli non si ritruova cosa migliore della Medica. L’herba applicata fresca mitiga l’infìammagioni. Fatti del seme un’olio, il qual giova al tremore de i nervi, & del seme si mette nelle bevande, che le fà saporite."

Herbario Novo
Castore Durante

Medicago sativa - Erba medica

L'erba medica raggiunge un'altezza che varia dai 30 ai 100 centimetri, è originaria della Media, appartiene alla famiglia delle Fabaceae e il suo genere è composto da circa 80 specie; alfalfa in spagnolo e in inglese, luzerne in tedesco e in francese, conosciuta popolarmente come erba Spagna, fieno di Borgogna, regina delle foraggere; ha gli steli eretti, sottili e cavi all'interno, le foglie verde intenso, ellittiche o oblunghe con i margini dentati, sono trifogliate, la centrale è picciolata e le laterali sessili; i fiori blu violacei virano verso il lilla o il porpora, sono contenuti da 10 a 20 in infiorescenze a racemo; i frutti sono dei legumi spiralati che contengono dai due ai sei semi giallo-bruno, piccoli e lisci.

"Erta medica, Medica, Erba Spagna, Fieno di Borgogna, Herba Medica major, erectior, J. Bauh. Tourn.
Medicago saliva, Linn. fr . Luzerne, Tresle, ou Foin de Bourgogne.
L’erba medica, di cui si numerano fino a 240. specie, ha i fiori leguminosi disposti in spiga, ai quali succede un frutto o siliqua composta di due lame da una parte incavate e divise in molte cellule. Il totale di questa siliqua gira in una come spirale simigliante ad una scala a lumaca o ad un cava stracci. I semi sono fatti a foggia d’un rognone; il colore dei fieri varia secondo le specie: havvene di porporini, dei violacei, 'dei gialli e dei mischi; le foglie sono dentate ovali e disposte a 3. a 3. sovra il medesimo picciuolo. Noi non parleremo d’altra specie che di quella che serve usualmente per pascolo dei bestiami. Questa è l’erba medica maggiore più diritta, coi fiori purpurea o violacei; produce per ordinario una dura e grossa radica vivacissima la quale profondasi nella terra e caccia ben poche radici laterali, alla sommità superiore della radice formasi come un capo d’onde ne sortono 2. o più tronchi che s’innalzano a ragione della grassezza del suolo 22. 3. o 4. piedi; tondi son questi tronchi i quali si dividono in vari rami all’ origine dei quali e per tutto il lungo nascono le foglie le quali sono il pascolo più delicato dei bestiami. Questa pianta ha un gusto erbaceo e alquanto di gusto di crescione e talora ha un sapor ferruginoso. La premura che si ha di seminare quest’erba si è perchè essa è un eccellente foraggio per li bestiami, il quale però deve usarsi con precauzione mercecchè egli diventerebbe nocivo agli animali. Il dare l’erba medica solitaria ai buoi o alle vacche spezialmente digiuni è un metterli a pericolo di restar soffocati in pochi minuti. Il troppo uso di questo foraggio talora cagiona ad essi de’dolori e li fa gonfiare. Dunque per servirsene con profitto e senza pericolo per le bestie a corno deve mescolarsi con egual dose di paglia. Verde si dà alle bestie di primavera quanto prima si possa: questa le purga naturalmente e le dispone ad ingrassarsi. Contuttociò deve aversi attenzione di non abbandonare il prato alla discrezione delle bestie, massimamente ne’ primi giorni, perocché troppo avidamente mangiandone corrono pericolo di gonfiarsi ed ammalarsi. Conviene dunque di mettere questo foraggio nella rastrelliera piuttostochè lasciarle pascolare sul prato. Con questo metodo si risparmiano anche le piante stesse risparmiando alle medesime Tessere calpestate. Nell’inverno questo foraggio secco contribuisce moltissimo a ristabilire il bestiame stracco, ad ingrassare il magro ed a promovcre il latte alle vacche. Per esperienza si sa che elleno ben si mantengono tatto l’inverno con erba medica mescolata di paglia, onde alla primavera non hanno bisogno d’altro rimedio che di questa pianta verde, purché s’inviino al campo subito che egli è spogliato di neve. In tal tempo si danno ad essi delle foglie di vite secca raccolte sul finir della vendemmia prima che ingialliscano o messe ben calcate in vasi riempiti poscia di acqua calda. Queste così accomodate si conservano l'inverno intere. Vi son di quelli che conservano alla foggia stessa i teneri getti dell'olmo per darsi poi alle vacche in tempo d’inverno. Quanto ai cavalli l’erba medica supplisce loro per fieno ed anche per avena. Quella del primo taglio in 8. o 10. giorni basta per rimettere un cavallo quando ne mangi in abbondanza. Si è notato che un cavallo dopo aver mangiato una certa quantità d’erba medica piglia circa una mezz’ora di riposo; quindi ritorna, con un ardor tutto nuovo a mangiarne. Se ad un cavallo pascolato di fieno o mantenuto a fieno volete togliere l’avena somministrateli una buona misura di quest’erba. Calcoli assai vcrisimili stabiliscono come cosa certa che un solo jugero d’erba medica rende più di foraggio che non ne rendono sei jugeri di prato buono. Se crediamo a Columella gran partitante dell’erba medica e che ne trattò bene, un jugero di terreno messo a erba medica è più che sufficiente a nudrir 3. cavalli per un anno intero. In questo fatto sembravi un poco di esagerazione. Ciò che è vero ed accertato da un numero d’esperienze, un jugero di erba medica ben tenuto può produrne egualmente da 6. a 10. carri di fieno, che è quanto un cavallo può consumare in un anno; quando per l’ordinario 3. jugeri o siano 12. pertiche si assegnano per mantenimento d’un cavallo' sì in grano che in fieno. E Miller attesta di aver sentito da persone degne di fede che tre aere di erba medica sole aveano nodrito dal fin d’aprile fino al cominciamento d’ottobre 10. cavalli che lavoravano abitualmente. Se vogliasi aumentare la ricolta dell’erba medica deve adacquarsi ogni inverno con Sgocciolo di letamaio ed ogni 3. anni ingrassarsi come i prati. L’erba medica è ancora assai buona per allevare poliedri, vitelli, agnelli e capretti, essa fortifica considerabilmente i giovani animali, li rende vivaci e li mette in istato di ben resistere ad un freddo rigoroso. Il nascere in abbondanza quest’ erba e lo spuntare prima d’ogn’altra fa comprendere quanto sia utile la di lei cultura. Può essa servire di cibo anche agli uomini. Le cime di erba medica tagliate la primavera ed accomodate come gli spinaci sono una vivanda non ispregievole.

Dizionario universale economico rustico
 
Contiene alcaloidi come stachidrina; aminoacidi come arginina, lisina, metionina; carboidrati come amido, cellulosa, glucosio; cumarine come melilotoside; flavonoidi come apigenina e quercetina; lipidi come acidi grassi omega-3 e omega-6; proteine come legumina e RuBisCO; sali minerali come calcio, ferro, magnesio, potassio; saponine come medicosaponine; terpenoidi come beta-carotene; vitamine A - gruppo B - C - D - E - K; ha proprietà antibatteriche, antiemorragiche, antinfiammatorie antiossidanti, antipiretiche, antireumatiche, antispasmodiche, antivirali, cardiotoniche, depurative, digestive, emetiche, funghicide, ipocolesterolemizzanti, rimineralizzantei toniche, vitaminizzanti.
Sconsigliato l'uso ai diabetici, alle donne in gravidanza e in allattamento, a chi soffre di problemi gastrintestinali, e a chi segue una terapia con anticoagulanti orali, con farmaci immunosoppressori, con ormoni.

Nel linguaggio dei fiori, l'erba medica rappresenta il nutrimento, la prosperità, e il sostegno, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

Lieta Festa di San Giovanni e grazie a tutti coloro che ancora una volta mi hanno seguito in questo cammino erboristico!

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.


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