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martedì 17 febbraio 2026

La corsa delle Bufale - Martedì di Carnevale

CARNEVALONE. Propriamente Accrescit. di Carnevale: ma si adopera particolarmente per indicare I primi quattro giorni di quaresima, che in Milano sogliono aggiungersi al Carnevale.

Accademia della Crusca Dizionario 5 edizione 1863

Nel rito ambrosiano il Carnevalone prolunga la festa oltre il Mercoledì delle Ceneri, mentre nel rito romano il culmine cade nel Martedì Grasso.
Siamo nel fervore del Carnevale romano del 1519, suoni, colori e allegria rivestono le strade; la pompa cortigiana si intreccia al riso popolare; e il giorno conclusivo cede lentamente il passo alla Quaresima.
A piazza San Pietro, dopo la corsa dei tori del lunedì, parte essenziale del programma carnevalesco è quella delle bufale. La sua origine affonda nelle corse animali medievali, nate come esercizi di destrezza e ardimento; nel Rinascimento si trasformano in spettacolo pubblico, dove la forza delle bestie si unisce alla letizia della folla. Le cronache del Costabili e del Paolucci ne conservano memoria viva, come se ancora si potesse udire il frastuono della piazza tra polvere e clamore.
Le cronache del Costabili e del Paolucci ce ne conservano memoria viva, come se ancora potessimo udire il frastuono della piazza e il riso della folla, tra polvere e clamore, le bufale corrono, si arrestano, tornano indietro, quasi animate da capriccio proprio, mentre la gente ride e il Papa osserva dalle finestre del Palazzo Apostolico. E quando la festa si scioglie nella sera, i cortigiani si ritirano alle loro conversazioni piacevoli, come lo stesso Paolucci che, recatosi da Bembo, trova " lo episcopo Baiosa", Lodovico Canossa vescovo di Bayeux, con cui parla di maschere e cose piacevoli. Così si chiude il Carnevale del 1519, tra risa, conversazioni e quella “cianciaria” che che oggi, a distanza di secoli, ci permette di rivivere un frammento della Roma rinascimentale.
La corsa delle bufale fiorisce soprattutto tra il 1520 e il 1550, quando Roma, Ferrara, Firenze e Venezia gareggiano nello splendore delle feste. Con il mutare dei tempi, l'avvento delle armi da fuoco, la trasformazione dei tornei in apparati scenografici, la ridefinizione delle forme spettacolari urbane, l'antico gioco declina fino a scomparire nel XVII secolo, lasciando dietro di sé cronache, miniature e memorie.
Nel primo Cinquecento l'animale non era percepito come soggetto da tutelare, ma come parte integrante dell'ordine simbolico, economico e festivo delle città. Forza da lavoro, emblema araldico, elemento scenico, la sua presenza nello spazio pubblico non suscitava scandalo morale, bensì partecipazione e meraviglia. L'idea moderna di benessere animale e di sensibilità etica nei suoi confronti maturerà solo secoli più tardi.
Resta così il ricordo di un Carnevale che fu insieme virtù d'arme, diletto del popolo e magnificenza di corte, in un Rinascimento vivo, festoso, umano, e lontano dalla nostra sensibilità, in cui anche le "bestiacie" correvano per la gioia di Roma, e la città intera si faceva teatro di meraviglia.

Incisione immaginata della corsa delle Bufale il Martedì di Carnevale a piazza San Pietro su parte di un incisione anonima del XVI secolo

Incisione immaginata della corsa delle Bufale il Martedì di Carnevale a piazza San Pietro su parte di un incisione anonima del XVI secolo

"Hozi (Martedì) veramente si è corso a l'Anelo denanti la porta del Palazo, stante el papa a quelle finestre, et con li presii già scripti, adiunctoli urinali, et poi si sono corse le bufale, che è grani piacere a vedere quelle bestiacie corere; che per un podio vano inaliti, et poi tornano adrieto et quando giongeno al palio, inanti lo possano toccare li voi del tempo assai, che mo vano un passo inanti et quatro indrieto, et de modo sterno in contrasto a quella asesa che l’ultima vi gionse fu quella che andò inanti et have il palio, et forno in numero diece, et per mia fe, che fu gran solazo. Me retirai poi a casa de Bembo, et visitai sua Signoria, che vi era lo episcopo Baiosa, et non si parlò se non de mascare, et cose piacevole. Il buon Paolucci finisce la relazione al suo Duca scrivendo: — «Et per essere la sera di Carnevale son stato in questa cianciaria.» — Se non lo ringraziò il Duca ringraziamolo noi, trecentosessantasette anni dopo, della sua cianciaria, per la quale abbiamo potuto assistere ad un Carnevale di Leone X."

Alessandro VI, Giulio II e Leone X nel carnevale di Roma; documenti inediti (1499-1520)
Alessandro Ademollo1826-1891 - 1886

Lieto Martedì Grasso!

La corsa dei Tori - Lunedì di Carnevale

martedì 13 febbraio 2024

Le frittelle del Martedì Grasso

Burro, farina, latte e uova nelle frittelle del Martedì Grasso.  Elaborazione da un disegno di L. Gallina per il settimanale Cenerentola

Burro, farina, latte e uova nelle frittelle del Martedì Grasso. 
Elaborazione da un disegno di L. Gallina per il settimanale Cenerentola

" ... Prese la vacca per la cavezza e le parlò, dolcemente. " Su bella, vieni, vieni."
Rossina non oppose più resistenza e seguì il mercante che, giunto sulla strada, l'attaccò al suo calesse, costrigendola così a tenere il passo con il cavallo.
Rientrammo in casa, ma per molto tempo udimmo ancora, sempre più flebili, i suoi muggiti.
Niente più latte, niente più burro. La mattina a colazione, solo un pezzo di pane. La sera, a cena, solo patate e sale.
Il martedì grasso arrivò poco dopo la vendita della vacca.
L'anno prima, per quel giorno di festa, mamma Barberin mi aveva preparato un gran piatto di frittelle e io, con sua grande soddisfazione, ne avevo mangiate tantissime. Ma allora avevamo Rossina che ci dava latte e burro in abbondanza.
Scomparsa lei, scomparsi latte e burro, sarebbero scomparse anche le frittelle del martedì grasso, pensavo, rattristato.
Ma mamma Barberin aveva in serbo una sorpresa per me. Vincendo la sua riservatezza, aveva chiesto una tazza di latte a una vicina, un po' di burro a un'altra e quando tornai a casa, verso mezzogiorno, la trovai affaccendata a versare della farina in una grande ciotola di terracotta.
"Oh, guarda... farina!" esclamai, avvicinandomi.
"Sì, è proprio farina" confermò lei, con un sorriso. "E' proprio farina, mio caro Remì, ottima farina di grano. Senti che buon profumo?"
Se ne avessi avuto il coraggio, avrei chiesto a che cosa doveva servire, quella farina, ma proprio perché avevo una gran voglia di saperlo non osavo fare la domanda. E poi, volevo fingere di non ricordare che quello era il giorno del martedì grasso, per non mortificare mamma Barberin.
Fu lei a chiedermi, sempre sorridendo: "Che cosa si fa, con la farina?"
"Il pane" risposi.
"Epoi?"
"La farinata."
"E che altro?"
"Mah... non saprei."
"Oh, lo sai benissimo. Ma siccome sei un bravo ragazzo, non osi dirlo. Sai bene che oggi è martedì grasso, giorno di frittelle ma, siccome sai anche che non abbiamo né burro né latte, non osi parlare . E' cos', vero?"
"Oh, mamma Barberin..."
"Ma io ho letto nei tuoi pensieri e ho fatto in modo che tu non avessi un cattivo ricordo di questo martedì grasso. Guarda nella credenza."
Alzai cautamente il ripiano e vidi il latte, il burro, le uova e tre patate.
"Ora dammi le uova e, mentre le sbatto, sbuccia le patate."
Mentre tagliavo a fette le patate, lei ruppe le uova nella farina e si mise a impastare, aggiungendo di tanto in tanto una cucchiaiata di latte.
Quando la pasta fu pronta, mamma Barberin mise la ciotola nella cenere calda. Ora non ci restava che aspettare, le frittelle sarebbero state pronte giusto per l'ora di cena.
Mi sembrava che le ore non passassero mai e confesso che più di una volta sollevai il tovagliolo che copriva la ciotola.
"Farai prendere freddo alla pasta e rovinerai la lievitazione" mi rimproverava dolcemente mamma Barberin.
Ma la pasta lievitava magnificamente; sulla superficie si erano formate delle bolle e il profumo delle uova e del latte era delizioso.
" Spezza una fascina" mi disse, alla fine. "Ci serve un fuoco vivace, senza fumo."
E quando il fuoco divampò, alto e chiaro, mamma Barberin staccò dal muro la padella e la mise sulle braci.
"Ora, il burro."
Con la punta del coltello ne prese un pezzetto grosso come una noce e lo fece scivolare nella padella dove si fuse, crepitando. Com'era delicato e stuzzicante, il profumo del burro fuso che non sentivamo oramai da tempo, e com'era allegro il suo sfrigolio!
Sebbene concentrato sulla musica che saliva dalla padella, non mi sfuggì un rumore di passi che proveniva dal cortile. Chi poteva venire a disturbarci a quell'ora? Forse una vicina che aveva bisogno di un po' di fuoco, pensai.
Ma subito mi distrassi perché mamma Barberin, che aveva immerso il mestolo nella ciotola, ne faceva cadere il contenuto, chiaro e soffice, nella padella e quello non era certo il momento di concedersi distrazioni ... "

Senza famiglia
Hector Malot
Traduzione Rossana Guarnieri

martedì 21 febbraio 2023

Martedì Grasso in piazza San Carlo

 

Festa di carnevale sul terrazzo del Circolo degli Artisti - litografia 1858 Casimiro Teja

Festa di Carnevale sul terrazzo del Circolo degli Artisti - litografia 1858 Casimiro Teja

21, martedì

Che triste scena vedemmo oggi al corso delle maschere! Finì bene; ma poteva seguire una grande disgrazia. In piazza San Carlo, tutta decorata di festoni gialli, rossi e bianchi, s’accalcava una grande moltitudine; giravan maschere d’ogni colore; passavano carri dorati e imbandierati, della forma di padiglioni di teatrini e di barche, pieni d’arlecchini e di guerrieri, di cuochi, di marinai e di pastorelle; era una confusione da non saper dove guardare; un frastuono di trombette, di corni e di piatti turchi che lacerava le orecchie; e le maschere dei carri trincavano e cantavano, apostrofando la gente a piedi e la gente alle finestre, che rispondevano a squarciagola, e si tiravano a furia arancie e confetti; e al di sopra delle carrozze e della calca, fin dove arrivava l’occhio, si vedevano sventolar bandierine, scintillar caschi, tremolare pennacchi, agitarsi testoni di cartapesta, gigantesche cuffie, tube enormi, armi stravaganti, tamburelli, cròtali, berrettini rossi e bottiglie: parevan tutti pazzi. Quando la nostra carrozza entrò nella piazza, andava dinanzi a noi un carro magnifico, tirato da quattro cavalli coperti di gualdrappe ricamate d’oro, e tutto inghirlandato di rose finte, sul quale c’erano quattordici o quindici signori, mascherati da gentiluomini della corte di Francia, tutti luccicanti di seta, col parruccone bianco, un cappello piumato sotto il braccio e lo spadino, e un arruffio di nastri e di trine sul petto; bellissimi. Cantavano tutti insieme una canzonetta francese, e gettavan dolci alla gente, e la gente batteva le mani e gridava. Quando a un tratto, sulla nostra sinistra, vedemmo un uomo sollevare sopra le teste della folla una bambina di cinque o sei anni, una poverella che piangeva disperatamente, agitando le braccia, come presa dalle convulsioni. L’uomo si fece largo verso il carro dei signori, uno di questi si chinò, e quell’altro disse forte: - Prenda questa bimba, ha perduto sua madre nella folla, la tenga in braccio; la madre non può essere lontana, e la vedrà, non c’è altra maniera. - Il signore prese la bimba in braccio; tutti gli altri cessarono di cantare, la bimba urlava e si dibatteva, il signore si tolse la maschera; il carro continuò a andare lentamente. In quel mentre, come ci fu detto poi, all’estremità opposta della piazza, una povera donna mezzo impazzita rompeva la calca a gomitate e a spintoni, urlando: - Maria! Maria! Maria! Ho perduto la mia figliuola! Me l’hanno rubata! Mi hanno soffocato la mia bambina! - E da un quarto d’ora smaniava, si disperava a quel modo, andando un po’ di qua e un po’ di là, oppressa dalla folla, che stentava ad aprirle il passo. Il signore del carro, intanto, si teneva la bimba stretta contro i nastri e le trine del petto, girando lo sguardo per la piazza, e cercando di quietare la povera creatura, che si copriva il viso con le mani, non sapendo dove fosse, e singhiozzava da schiantarsi il cuore. Il signore era commosso, si vedeva che quelle grida gli andavano all’anima; tutti gli altri offrivano alla bimba arancie e confetti; ma quella respingeva tutto, sempre più spaventata e convulsa. - Cercate la madre! gridava il signore alla folla, - cercate la madre! - E tutti si voltavano a destra e a sinistra; ma la madre non si trovava. Finalmente, a pochi passi dall’imboccatura di via Roma, si vide una donna slanciarsi verso il carro... Ah! mai più la dimenticherò! Non pareva più una creatura umana, aveva i capelli sciolti, la faccia sformata, le vesti lacere, si slanciò avanti mettendo un rantolo che non si capì se fosse di gioia, d’angoscia o di rabbia, e avventò le mani come due artigli per afferrar la figliuola. Il carro si fermò. - Eccola qui -, disse il signore, porgendo la bimba, dopo averla baciata, e la mise tra le braccia di sua madre, che se la strinse al seno come una furia... Ma una delle due manine restò un minuto secondo tra le mani del signore, e questi strappatosi dalla destra un anello d’oro con un grosso diamante, e infilatolo con un rapido movimento in un dito della piccina: - Prendi, - le disse, - sarà la tua dote di sposa. - La madre restò lì come incantata, la folla proruppe in applausi, il signore si rimise la maschera, i suoi compagni ripresero il canto, e il carro ripartì lentamente in mezzo a una tempesta di battimani e d’evviva.

Cuore - Febbraio - L'ultimo giorno di carnevale - 1886
Edmondo De Amicis

Lieto Martedì Grasso!

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sabato 19 febbraio 2011

Carnevale

"Semel in anno licet insanire" - “Una volta all'anno è lecito non avere freni"



Il Carnevale, in cui l'ordine costituito cede il passo alla trasgressione, è la festa che delinea la massima espressione del motto su scritto e racchiude la ritualità del mangiar di grasso a cui segue con la Quaresima il mangiar di magro. 
 


Rugantino

La parola Carnevale è attestata per la prima volta nel Medioevo e i tentativi che provano a spiegarne l'etimologia,alcuni privi di prove documentarie e di fonti storiche concrete, considerati oggi davvero inverosimili, procedono su varie vie:  

1 " Carnalia "  altro nome dei Saturnali

2 " Currus Navalis - Carro Navale ", carro a forma di battello sul quale i romani ponevano il simulacro della dea Iside, protettrice dei marinai, preceduto in processione da personaggi travestiti atti a danzare e a recitare canti liturgici. 

3 " Carmen Levare - Intonare un Canto " 

Sono invece documentate le locuzioni del più recente latino medievale che rimandano al banchetto del Martedì Grasso che concludeva la festa e apriva le porte al digiuno quaresimale,

" Carnem levare 
La prima attestazione tradizionalmente indicata del termine carnelevare risalirebbe a un documento redatto a Subiaco nel 965, nel quale la parola designerebbe una scadenza calendaria per il pagamento di censi tra coloni e proprietari: a partire dal XII secolo, la stessa radice latina comincia a comparire in fonti diverse e assume progressivamente un senso collegato alle ricorrenze festive pre-quaresimali, fino a stabilizzarsi come termine carnevale nel XIV secolo.
Più due forme latine cheindicano il periodo penitenziale di astinenza dalla carne della Quaresima, che segue immediatamente il Carnevale per i successivi quaranta giorni.

Carnem laxare - lasciare la carne è attestata già nell’XI secolo ed è la forma più antica; compare in documenti civili e liturgici come alternativa a carnelevare e da qui evolve nel volgare carne lasciare, carnelasciale, carnasciale/carnevale.

3 Carnis privium Privazione della Carne è attestata più tardi, a partire dal XII secolo, ed è la forma tecnica e liturgica più codificata per indicare le norme di astinenza quaresimale. Forme correlate come privatio carnis o carnis abstinentia hanno lo stesso significato più generale e teologico.

Il nome "Carnevale" si stabilizza gradualmente nel volgare dal XIII secolo in poi, associandosi alle celebrazioni e tradizioni popolari che precedono la Quaresima.



Meo Patacca

L'inizio del Carnevale seguiva un tempo il giorno di Santo Stefano e in un continuo crescendo attraversava " l'Epifania " fino a giungere, superando il "Giovedì Grasso", all'apice conclusivo della festa che si svolgeva il "Martedì Grasso" che precedeva e precede tutt'ora il primo giorno di " Quaresima " ovvero il " Mercoledì delle Ceneri ". L'avvio della festa fu poi affidato al giorno successivo all'Epifania, al 17 gennaio festa di Sant'Antonio Abate e ancora alla prima domenica delle nove che precedono la Pasqua che prende il nome di Settuagesima e con la domenica di Sessagesima e di Quinquagesima forma il tempo di Settuagesima, tempo liturgico del Carnevale fino alla riforma di Paolo VI. 




Pulcinella

A Venezia i festeggiamenti inizialmente trovarono spazio dalla prima domenica di ottobre, e nel Settecento dal giorno dopo Santo Stefano.

 


Gianduja


È necessario precisare che nel rito ambrosiano la Quaresima inizia la prima domenica di Quaresima pertanto il Carnevale si conclude Sabato e non il Martedì Grasso.



Arlecchino

Or dunque il Carnevale è la festa degli eccessi, delle debolezze umane, connotata dall'euforia, dall'allegria, dalla baldoria, dalle danze, dalla voglia di allentare le tensioni sociali, la festa in cui le maschere diventano travestimenti che permettono di prendersi gioco dei potenti, delle alte gerarchie e di chi comanda senza essere riconosciuti, la festa in cui nel Medioevo si cerca di mangiare abbondantemente di grasso nell'attesa che venga la Quaresima che prescrive di mangiare assolutamente di magro, la festa che nel XV secolo trova il suo massimo splendore alla corte di Lorenzo de' Medici e che nel XVI secolo getta le fondamenta della Commedia dell'Arte con le maschere di:
Arlecchino, Balanzone, Beltrame, Brighella, Capitan Matamoros, Capitan Spaventa, Cassandro, Colombina, Coviello, Dosseno,Facanapa, Flaminia, Flavio, Gianduja, Giangurgolo,Gioppino, Isabella, Leandro, Macco, Meneghino, Meo Patacca, Mezzettino, Pantalone, Peppe, Nappa, Pierrot, Punch, Polichinelle, Pulcinella, Ragonda, Rugantino, Ruzante, Sandrone, Scapino, Scaramouche, Stenterello, Tabarrino, Tartaglia, Trivellino, Uomo selvatico, Zanni.



Colombina

" Quant'è bella giovinezza,
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto, sia:
Di doman non c'è certezza "

Canzona di Bacco

tratto dai Canti Carnascialeschi
di Lorenzo de' Medici.




I festeggiamenti di Carnevale richiamavano una grande folla che doveva essere sfamata velocemente e a basso costo, pertanto nacque la tradizione dei dolci fritti, quali ciambelle, castagnole, chiacchiere, frittelle e tortelli. 


" ... Le donne si allineano nella piazza del paese, tutte hanno con sè una padella con dentro una frittella calda, e devono voltare la frittella almeno tre volte prima di giungere alla porta della chiesa, all’altra estremità della piazza. Pronte…via! Le frittelle saltano, i piedi volano. Una donna vestita di blu è quasi arrivata alla chiesa, sta per voltare la frittella per la terza volta e… sì! Ce l’ha fatta! Ha vinto! Ora riceve il premio: un bacio dal campanaro. E la frittella? La mangia il campanaro, ma se glielo chiedi, può darsi che te ne dia un pezzetto ..."

Francesco Chiesa

Per una sorta di condivisione ancestrale, che spinge gli uomini di epoche diverse a dare risposte universali alle necessità sociali, alcuni elementi dei festeggiamenti carnascialeschi trovano analogie nella Zagmuk mesopotamica in onore dell’inizio del nuovo anno, nei Saturnali e nei Lupercali romani in onore di Saturno e Luperco, nelle Antesterie greche in onore di Dionioso e nella Navigium Isidis egiziana in onore di Iside, tali somiglianze sono parallelismi antropologici e non indicano un rapporto sincretico o una continuità storica diretta.

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