sabato 28 luglio 2018

La luna rossa in eclissi

Per voi la splendida eclissi di luna del 27 luglio 2018 che richiama culti ancestrali 
presenti nel cuore degli uomini che conversano con l'universo.


" ... L'eclissi di luna è cagionata dal passaggio del corpo della Terra, direttamente tra il sole e la luna. La Terra in questa circostanza intercetta i raggi del sole, e la luna rimane qualche tempo dentro l'ombra della Terra, e priva della luce ... "


Nuova Geografia Universale Antica e Moderna - Volume I
W. Guthrie - Società Geografi 
a cura di Domenico Raggi 


Nel mondo antico già dalla metà del V secolo a.C. erano state formulate delle teorie scientifiche riguardo alla manifestazione delle eclissi, ma la divulgazione che si evince dai testi che seguono non fece presa su quella gente che con la fantasia preferiva rafforzare la tradizione delle credenze folcloristiche che avevano il pregio di salvaguardare una comune identità collettiva. 


" ... Dopo aver fortificato gli accampamenti C. Sulpicio Gallo, tribuno militare della seconda legione, che era stato pretore l'anno precedente, dopo aver radunato i soldati con permesso del console, annunciò che la prossima notte, perchè la cosa non fosse presa per un fatto soprannaturale, la Luna si sarebbe eclissata dalla seconda alla quarta ora, cosa che si può predire e conoscere in anticipo in base all'ordine naturale dei tempi passati.
E come non ci si stupisce, essendo certi sia il sorgere sia il tramontare del Sole e della Luna, del fatto che la Luna ora splenda a disco pieno, ora con esigua falcetta, così non si deve considerare un prodigio il fatto che venga oscurata dall'ombra della Terra.
E nella notte che precede le None di Settembre, quando all'ora annunciata la Luna si oscurò, la sapienza di Gallo apparve ai soldati romani quasi divina ... "

Scrive in Ab Urbe Condita Libro XXXXIV Tito Livio. Sulpicio Gallo, seguendo le leggi fisiche dell'universo che non hanno nulla di  soprannaturale, il giorno prima della battaglia di Pidna contro il re macedone Perseo,  prevede l'eclissi di luna nella notte tra  21 e il 22 giugno del 168 a.C., 


una previsione che troviamo anche nella Naturalis Historia - Libro II di Plinio il Vecchio riportata insieme a quella precedente del 585 a.C, di Talete di Mileto:


" ... E, primo tra i Romani, illustrò la ragione dell'eclissi di entrambi Sulpicio Gallo, che fu console con M.Marcello ma poi tribuno militare, liberando l'esercito dall'ansietà il giorno prima che Perseo fosse sconfitto da Paolo, con un discorso nel quale, invitato dal comandante, prediceva l'eclissi in base ad una sovrapposizione dell'orbita.
Tra i Greci le studiò primo di tutti Talete di Mileto che predisse l'eclissi di sole dell'anno quarto della XLVIII (48) Olimpiade, che accadde sotto il regno di Aliatte nell'anno CLXX (170) ab urbe condita.
Dopo di loro Ipparco predisse il corso di entrambi gli astri per seicento anni, specificando mesi, giorni, ore, e riassumendo la posizione dei luoghi e l'aspetto visto dalla gente, testimoniando l'eternità in nessun altro modo che secondo le leggi della natura ... "


Mentre negli Annales di Tacito che fa riferimento all'eclissi di Luna in Pannonia nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 14 d.C., non si trova alcun superamento delle superstizioni, ma al contrario una persistenza dei rituali necessari a contrastare l'aspetto nefasto dell'evento: 


" ... si vide infatti oscurarsi improvvisamente la Luna nel cielo sereno. I soldati, ignari della causa di tale fenomeno, interpretarono l'avvenimento come presagio della sorte presente, paragonando l'impallidire dell'astro ai propri travagli e ritenendo che avrebbero conseguito il successo nell'azione intrapresa se la dea fosse riapparsa nel suo fulgido splendore. Fanno dunque strepito con cimbali, tube e corni, presi dal giubilo e dall'angoscia a seconda che la Luna diviene più luminosa o più oscura; e quando infine le nubi levatesi ne impedirono la vista e fu creduta sepolta nelle tenebre, facili come sono le menti alla superstizione, quando siano a un tratto colte dal timore, scoppiano in lamenti pronosticando eterni travagli e l'ostilità degli dei ai loro misfatti ..."


Ed ecco le cause delle eclissi viste da diverse culture antiche:

" Eclissi. I pagani gli attribuivano alle visite che Diana, ossia la Luna, faceva al suo amante Endimione nelle montagne di Caria; ma siccome gli amori di lei non durarono sempre, così convenne cercarne un'altra cagione. Si finse allora che le Maghe, e specialmente quelle di Tessaglia, paese ove le erbe velenose più comunemente allignavano, avessero la presenza per mezzo del loro incantamenti di attirare in terra la Luna, e che per impedir ciò convenisse fare grandissimo strepito con dei vasi di rame ed altri strumenti affinché la Luna non potesse sentire le grida delle incantatrici. Giovenale fa allusione a tal costumanza, allorché parlando di una cotal donna cianciera, dice ch'ella può fare tanto rumore che basti a soccorrere la Luna assalita dalle streghe. E cotesta costumanza fu tolta dagli Egizj che onoravano Iside, simbolo della luna, con somigliante strepito di caldaia, di timpani, e di tamburi.
Plutarco afferma che in Roma a suoi di non si osava per anco spiegare, fuorché in segreto, la causa naturale delle eclissi, poiché tal conoscenza avrebbe privati del loro impiego gl' indovini. 
Anassagora contemporaneo di Pericle, e che morì il primo anno della sessagesima ottava Olimpiade, fu il primo che chiaramente scrisse sulle diverse fasi e le eclissi della luna, la quale impresa, secondo Plutarco, riputata audacissima perocché il popolo soffriva i fisici mal volentieri; e diffatti i nemici di Socrate riuscirono ad opprimerlo con accusarlo ch'ei tentasse con empia curiosità d'indagare i segreti del Cielo.
I generali romani si servirono qualche volta delle eclissi per mettere freno ai soldati o per incoraggiarli in alcune occasioni gravissime. Tacito ne' suoi Annali parla di un'eclessi di cui Druso si giovò per sedare una sommossa violentissima insorta nell'esercito ch'ei comandava. Tito Livio riferisce che Sulpicio Gallo, luogo tenente di Paolo Emilio, nella guerra contro Perseo predisse ai soldati un eclissi che il giorno dopo seguì, e prevenne in tal guisa lo scompiglio che avrebbe recato. Plutarco racconta che Paolo Emilio in quell'occasione sacrificò undici vitelli alla luna, e il giorno seguente immolò ad Ercole venti e un bue, l'ultimo de' quali soltanto li promise la vittoria a condizione pur anco ch'egli non proponesse la pugna, ma solamente si stasse sulle difese.
Nicia, generale degli Ateniesi, avea risoluto di sgombrar la Sicilia; ma sbigottito da un'eclissi di luna perdette il momento favorevole; il che fu cagione non solo della sua morte e dello sterminio della sua armata, ma l'epoca eziandio della decadenza d'Atene. Alessandro medesimo prima della battaglia di Arbella fu spaventato da un'eclissi di luna ed ordinò dei sacrifizi al Sole, alla Luna e alla Terra come a deità che produceano l'eclissi.
In tal guisa l'ignorar la cagione di questo naturale fenomeno fu lungamente soggetto di terrore per la volgare credulità: nulla di meno si videro talvolta dei generali che si giovarono dell'astronomia. Mentre Pericle conduceva la flotta degli Ateniesi, sopravvenne un'eclissi di sole che spaventò marinari e soldati: lo stesso pilota tremava. Pericle lo rassicurò con un paragone famigliarissimo: prese un lembo del suo manto e ponendoglielo dinanzi agli occhi gli disse:  credi tu ciò ch'io faccio sia segno di qualche disgrazia?
No, certamente, rispose il Pilota: tuttavia, soggiunse Pericle, ella è questa un'eclissi per te: e non è differente da quella che hai veduto se non in questo che la luna essendo più grande del mio mantello nasconde  il sole a maggior quantità di persone.
Agata, re di Siracusa, guerreggiando in Affrica vide anch'egli in un giorno per lui decisivo spargersi il terrore nella sua armata nel momento di un'eclissi, e presentandosi a soldati ne spiegò ad essi il fenomeno e dissipò in tal guisa il loro spavento. Molti tratti a questi somiglianti riferiscono le storie dei popoli antichi, dei quali taceremo per raccontare con Noél le opinioni di alcuni popoli moderni.
I Messicani, spaventati, digiunavano nel tempo degli eclissi  le donne si maltrattavano, e le zitelle si facevano escir del sangue dalle braccia. Credevano che la luna fosse stata ferita dal Sole per qualche domestica questione.
In Persia anche presentemente si crede che durante gli eclissi la Luna stia combattendo contro un gran drago, che cade sentendo del fracasso, e prende la fuga.
Nelle Indie, quando si eclissa il sole e la luna, avvi opinione che un certo demonio con neri artigli stenda questi sopra gli astri per impadronirsene; in tali occasioni veggonsi i fiumi ricoperti di teste d'Indiani, che stanno nell'acqua fino al collo.
I Lapponi sono persuasi che gli eclissi della luna siano cagionati dai demoni che divorano quest'astro. Con tale idea tirano in cielo dei colpi di fucile, colla mira di spaventare i demoni, e di soccorrere la Luna. 
Iddio, dicono i Persiani, tiene il sole entro di un tubo, che si apre e si chiude all'estremità con uno sportello Questo bell'occhio del mondo illumina l'universo, e lo riscalda da quel buco; quando Dio vuol castigare gli uomini colla privazione della luce, manda l'angelo Gabriele a chiudere lo sportello: quindi, nella preghiera composta per gli eclissi, pregano Dio di calmare la sua collera, e di riaprire la porta a questo grand'astro Chardin.
Ven-Ti, imperatore della China, in occasione d'un eclissi del sole seguito a tempi suoi, pubblicò una dichiarazione che si conserva ancora al presente, nella quale riconosce che il cielo annunzia con tale fenomeno qualche calamità vicina a cadere sopra di lui, o sopra il suo popolo. Aggiunge che Iddio, castigando talvolta i popoli pei delitti dei loro principi, ordina che tutti senza riguardo alcuno lo avvertano di qualunque fallo che ha commesso, o che commette giornalmente nell'amministrazione dello Stato, onde poter calmare con una regolare condotta l'ira celeste. Quando comincia l'eclissi, i Chinesi si prostrano tutti, e battono la fronte sul suolo; nel tempo stesso rimbomba tutta la città del suono di tamburi e di timballi. Ora questa non è più che una vana cerimonia conservata dall'abitudine; ma prima che andassero fra loro i missionari, s'immaginavano che gli eclissi fossero causati da un genio maligno che colla destra mano nascondesse il sole, e colla sinistra la luna. Alcuni attribuivano l'eclissi della luna ad una causa non meno stravagante. Secondo loro il sole ha un gran buco nel mezzo, e quando la luna vi si ritrova di rimpetto, essa deve restare naturalmente priva di luce.
I Siamesi pensano che gli eclissi di sole o di luna siano cagionati da un enorme drago che divora l'astro eclissato. Per liberarlo dalle fauci di quel tremendo animale urtano insieme delle caldaie e dei bacini di rame, per cui risuona l'aria d'un orribile fracasso. 
Il re di Tonchino nel tempo di qualche eclisse fa prender le armi alle sue truppe, e le campane e i tamburi fanno un rumore spaventoso.
I Mandinghi, negri maomettani che abitano nell'interno dell'Affrica, attribuiscono gli eclissi della luna ad un gatto che mette la sua zampa tra la luna e la terra, e per tutto il tempo che dura l'eclissi, essi non fanno altro che cantare e ballare in onore di Maometto.  
Quando gli abitanti del Malabar si accorgono che si è eclissato il sole o la luna escono precipitosamente dalle lor case, urlando orrendamente, colla speranza di spaventare colle loro grida il drago che, secondo le loro idee, vuol divorare il pianeta oscurato. 
I Peruviani riguardavano l'eclissi del sole come un contrassegno che quest'astro fosse irritato contro di essi; ed allora nulla omettevano onde pacificare il suo sdegno. Non erano essi meno impauriti da quello della luna, e s'immaginavano che la stessa fosse ammalata, e che svenisse per l'atrocità de' suoi dolori. Tremavano per la paura che morisse, persuasi che allora cadrebbe dal cielo, sconvolgerebbe il mondo e ne distruggerebbe gli abitanti. Per rianimarla e renderle di nuovo le sue forze avevano ideato di attaccare a certi alberi una quantità di cani, e di flagellarli, affinché gli urli di questi animali suoi prediletti giungessero a risvegliarla, e a farla riavere dal suo svenimento. "

Dizionario d'ogni mitologia e antichità Volume II - 1820
Girolamo Pozzoli
Felice Romani
Antonio Peracchi


" ... Se comprassi una maga
tessala, e poi di notte mi pigliassi
la luna, la chiudessi in un astuccio
tondo, come uno specchio, e la guardassi
a vista? ... "

Le Nuvole
Aristofane
Traduzione Ettore Romagnoli





mercoledì 25 luglio 2018

Valdrada, la città riflessa

Valdrada la città riflessa è la prima delle città e gli occhi, è legata dunque indissolubilmente all'immagine, all'apparire consono che si spinge in ogni suo angolo per proiettarne all'esterno anche gli aspetti più intimi, sorge sulle rive di un lago in cui si specchia e trova il suo doppio speculare, i suoi abitanti assumono un atteggiamento guardingo e inquietante che li incatena al controllo, la spontaneità non può lasciarsi andare, si irrigidisce e viene mortificata dalla consapevolezza di essere su un palcoscenico dove la manifestazione delle emozioni si deve educare per lasciar spazio alla " dignità speciale " di quel riflesso che vive nell'acqua con la sua instabilità, che nulla nasconde, che predomina, che diventa asimmetrico ed erige una valenza paradossale, che sottoposta al giudizio di chi osserva, confonde e muta l'originale cogliendone l'esatto contrario. Valdrada si contiene e nell'essere innaturale traccia la sua natura necessaria che ignora i bisogni di chi la abita; c'è da chiedersi se ne senta il peso; lei si impone un modus vivendi per rispondere all'altra sé che nel bene o nel male, nel positivo o nel negativo la dipinge sottosopra, le due si scrutano, non si riconoscono l'una nell'altra e non si amano.


Sciarada Sciaranti


Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive d’un lago con case tutte verande una sopra l’altra e vie alte che affacciano sull’acqua i parapetti a balaustra. Così il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta.
Non esiste o avviene cosa nell’una Valdrada che l’altra Valdrada non ripeta, perché la città fu costruita in modo che ogni suo punto fosse riflesso dal suo specchio, e la Valdrada giù nell’acqua contiene non solo tutte le scanalature e gli sbalzi delle facciate che s’elevano sopra il lago ma anche l’interno delle stanze con i soffitti e i pavimenti, la prospettiva dei corridoi, gli specchi degli armadi.
Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell’atto e la sua immagine speculare, cui appartiene la speciale dignità delle immagini, e questa loro coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all’oblio.
Anche quando gli amanti danno volta ai corpi nudi pelle contro pelle cercando come mettersi per prendere l’uno dall’altro più piacere, anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo e più sangue grumoso trabocca più affondano la lama che scivola tra i tendini, non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quanto l’accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio.
Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto.
Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano.

Le città invisibili
Italo Calvino

lunedì 16 luglio 2018

domenica 1 luglio 2018

Sogno di una sera di luglio

" ... La sera del primo luglio, verso le dieci, stavo leggendo nella mia camera colle finestre aperte quando udii suonare sul cattivo piano della sala di conversazione la Gran scena patetica di Clementi, che ho udita da Lei tante volte. La mano mi parve eccellente, e discesi. Suonava una signora inglese e c’erano in sala, credo, tutti gli ospiti dell’albergo. La sala è a pian terreno; ha una porta e due finestre sulla fronte della casa. Andai a sedermi fuori nel buio.


La notte era tempestosa. Un balenar continuo senza tuono batteva, di là dal lago, le nuvole nere e le creste selvagge, che, in quei sùbiti bagliori, parevano vivere. 


Sul nostro capo il cielo restava buio, restava buio l’abisso a’ nostri piedi; e, quando il piano tacque, si udirono giù nelle valli profonde tutte le campane dei paeselli. Due signore uscirono e sedettero poco discosto da me. Non le potevo vedere, ma sentii il profumo di rose della mia vicina. «Molto bene, non è vero?» disse questa, in inglese. Era la sola voce femminile che conoscessi lassù.
Non vi fu risposta. Dopo brevi momenti udii un’altra voce dir piano:
- The bells (Le campane).


Ho sempre pensato, e non so come questo strano pensiero sia nato in me, che l’odore dell'olea fragrans possa dare un’idea della dolcezza di quella voce. Trasalii e mi domandai dove l’avessi udita. La signora dall’essenza di rose disse ancora qualche cosa che non intesi e la voce dolce rispose:
- Yes, there is hope (Sì, vi è speranza).
Ebbi come un baleno interno; era la voce del mio sogno. Mi misi a tremare, a tremare senza saper perché senza capir più niente, sebbene le due voci parlassero ancora. Tre o quattro altre signore uscirono dalla sala e tutta la compagnia s’avviò poi verso gli alberi. Io non pensai a seguirla, avevo una indicibile avidità di esser solo. Corsi nella mia camera e là mi sfogai.
Ero come pazzo, m’inginocchiavo a ridere e piangere, balzavo in piedi a pregare, sentendo Iddio infinito e me niente, stendevo dalle finestre le braccia verso il nero scoglio sovrano battuto dai lampi, gli dicevo con trionfante gioia di volermi bene ancora perché ne tornavo degno. Parlavo così a voce alta e poi ridevo di me stesso, ridevo di esaltarmi per una persona di cui non conoscevo ancora il viso; ma era un ridere felice, pieno di fede, senza la menoma ironia. «There is hope, there is hope» ripetevo «vi è speranza.» E poi mi coprivo il viso colle mani, pensavo; e lei? e lei? Chi sa se aspetti anche lei, chi sa se abbia avuto sogni, presentimenti? Che viso, che nome avrà? Poi non pensavo più a nulla, mi riprendeva il fremito di prima. In un’ora triste dell’adolescenza, vagando per le colline in fiore della mia patria, mi ero veduto nell’avvenire una scura e fredda giovinezza e, sul cader di questa, uno splendido fior di passione, improvviso come il fiore dell’agave. Ora il mio cuore batteva «l’agave, l’agave!» Vi strinsi ambo le mani su, ansando. Credetti in quel punto che gli occhi miei mandassero veramente luce ... "

Il mistero del poeta
Antonio Fogazzaro

Regalatevi il sogno, accendete la luce dei vostri occhi e buon luglio!
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