Vi è mai capitato di puntare gli occhi al cielo di notte e di rifugiarvi con lo sguardo in una stella? A me sì...
Aldebaran - 29 febbraio 2020
E a volte una stella salva la vita:
" Sognavo a occhi aperti. Mai a occhi chiusi. Non ho mai sognato di notte ad Auschwitz. Di giorno sì, immaginavo di correre su un prato che ricordavo, in mezzo ai fiori, nel sole; mi raccontavo i film che avevo visto, i libri che avevo letto, le mie canzoni preferite, le commedie ascoltate alla radio con nonno Pippo. In questo modo non permettevo al cervello di vedere quello che accadeva davanti a me, la realtà quotidiana della mia nuova vita all’inferno. Avevo un mondo di fantasia e di ricordi che mi trascinava lontano da lì. Ritornavo con la mente a una festa con le amiche, a una vacanza, a una gita in campagna… Ma niente che riguardasse la mia famiglia, la mia casa, i visi più cari, dei miei nonni e di mio papà. Quelli erano ricordi proibiti. Perché non potevo sopportarli, mi avrebbero fatto troppo male. Filtravo le cose che potevo ricordare e scartavo quelle che non avrei avuto la forza di sopportare. Non lo facevo consapevolmente, era un modo per sopravvivere. Usavo tutte le mie forze per restare lontana dal lager, almeno con la mente. Se sono sopravvissuta è anche per l’intensità con la quale esercitavo questa volontà.
Alla fine della giornata, il mio mondo di fantasia, al quale mi aggrappavo per “fuggire” dal campo, era diventato una piccola stella che vedevo in cielo. Sempre la stessa. L’avevo notata una sera di cielo terso, quando i nostri aguzzini ci davano pochi minuti di tregua.
Da quella sera, ogni giorno quando arrivava il buio la cercavo, le parlavo.
Ero felice di ritrovarla, significava che un altro giorno era passato ed ero ancora viva. Mi identificavo con quella stella. Vedendola, dentro di me, le dicevo: «Finché io sarò viva, tu, stellina, continuerai a brillare nel cielo. Stai tranquilla, io non morirò. Io sarò sempre con te».
Da allora la stella è diventata un simbolo importante nella mia vita. La mia famiglia mi regala stelline d’argento e i miei nipoti disegnano per me cieli brillanti di stelle.
Eravamo tre ragazze italiane a lavorare nella fabbrica di munizioni. Il resto erano di altre nazionalità. Tutte le mattine i nazisti ci portavano fuori dal campo e ci facevano fare circa tre chilometri per raggiungere la fabbrica.
Eravamo costrette a cantare le loro canzoni, in marcia. Era l’ennesima cattiveria, farci cantare come se fossimo state allegre. Eravamo degli scheletri invece, camminavamo a fatica, i corpi stremati dalla fame, dalle fatiche e dalle botte. Eppure dovevamo cantare come se stessimo andando a fare una gita in campagna.
In quel tratto di strada, ritrovavamo i rumori familiari. La campana di una chiesa, le grida dei bambini a scuola, un treno. I ricordi ti assalivano, ma era un attimo, i giorni cari non potevamo permetterceli. Ci avrebbero resi deboli e vulnerabili. E io non volevo diventare vulnerabile, volevo vivere. E cantavo, obbedivo e marciavo. In quel tragitto, la cosa più terribile era incontrare la Hitlerjugend, la gioventù hitleriana. Erano ragazzi fra i quattordici e i vent’anni, biondi e con la divisa nera. Erano belli, non erano scheletrici come noi, anzi. La croce uncinata sul braccio, correvano sulle loro biciclette sicuri di essere i vincitori, certi di appartenere alla razza superiore. Quando ci incontravano si fermavano e cominciavano a sputarci addosso, a insultarci con le volgarità più orribili. Avevo imparato a riconoscere le parolacce in tedesco. Erano le stesse che con il medesimo disprezzo ci sentivamo scaraventare addosso dalle guardie.
Eppure quelli erano ragazzi come me o poco più grandi, mi sembrava incredibile che potessero odiare in quel modo delle derelitte, senza più corpo, come noi. Così deboli che non avevamo neppure la forza di scansare i loro sputi. Eppure erano così, il disprezzo mortificava i loro bei visi e i loro corpi perfetti. All’epoca li odiavo, con il tempo ho imparato a guardarli per quello che erano: povere ombre nere che non sarebbero mai state sfiorate dall’umanità né dalla pietà. "
Fino a quando la mia stella brillerà
Liliana Segre con Daniela Palumbo
Poesia di un grande amico dedicata alla giornata della memoria:
Auschwitz
In quel campo
grigio e freddo,
nel filo spinato
rosso ruggine,
aggrovigliato.
Muti pianti
nel silenzio minacciato.
Piedi nudi
nel fetido fango.
Non un filo d’erba verde,
non un uccellino
da invidiare.
Andrea Audino
