giovedì 24 giugno 2021

Iperico di San Giovanni

... Il seme di entrambi i tipi di iperico si prende in pozione
nel vino ..."

Storia Naturale - Libro XXVI
Plinio il Vecchio
Traduzione Paola Cosci

Fiore di San Giovanni
 
L'origine del nome dell'iperico affidata a un'etimologia molto suggestiva fa derivare il termine latino hypericon dal greco ὑπερικόν - iupericon o hipericon composto da ὑπὲρ - iuper o hyper che significa oltre e da εἰκὼν - eikon che significa immagine, sembra quasi un messaggio che spinge lo sguardo dell'osservatore oltre il primo impatto per scoprire in contro luce le vescicole oleose delle sue foglie e dei suoi fiori che schiacciate rilasciano l'ipericina il cui colore rosso caratterizza la storia popolare della pianta che si innesca nel mito:
La nascita dell'hypericum perforatum segue la Pasqua ed è quindi Erba della flagellazione che porta in se le ferite di Cristo, è il Fiore di San Giovanni che per tradizione viene raccolto il giorno della festa del santo decollato, cinge la testa di chi danza intorno ai fuochi sacri e assume anche l'appellativo di cacciadiavoli in quanto è ὑπὲρ - al di sopra dell' εἰκόνος - dell'immagine (del mondo infero) che per protezione si pone sulle icone sacre, si porta sotto i vestiti insieme ad altre erbe che potenziano l'effetto, è appeso dietro le finestre e dietro le porte e sacralizzato dai rituali della festa si pone sui tetti per salvaguardare le case dai fulmini.

Una variante etimologica che vuole riportare al mito greco rimanda al termine Ὑπερίων - Hyperíōn - Iperione - più in alto, epiteto che Omero dedica al sole e che Esiodo usa come nome del Titano dell'est Iperione che osserva e vigila i fenomeni celesti, figlio di Οὐρανός - Ūrānòs - Urano - cielo stellato, firmamento e Γῆ - Ghḕ - Gea - Terra e padre di Ἠώς - Ēṑs l'Aurora, di Σελήνη - Selene la Luna e di Ἥλιος - Elios il Sole. In latino associato a cum costruisce la locuzione cum Hyperione - con Iperione da cui iperico.

Titano è anche

Prometeo da Προμηθεύς - Promethéus - colui che riflette prima, figlio del titano Iapeto e dell'oceanina Climene, ha il dono della preveggenza e la sua storia è raccontata per la prima volta da Esiodo nella Teogonia e nelle Opere e i giorni, ripresa poi da autori come Eschilo e Platone. Prometeo ha cinque coppie di fratelli gemelli tra cui Epimeteo da Ἐπιμηθεύς - Epimetheús - colui che riflette dopo, a cui rivela che entrambi devono schierarsi dalla parte di Zeus perché sarà lui il vincitore nella guerra contro i Τιτάνες - Titánes - Titani próteroi theoí - dei più antichi generati ancor prima degli dei olimpi da Urano e Gea.
Il sostegno dato al re degli dei gli apre le porte dell'Olimpo e assiste alla nascita di Atena che viene partorita dalla testa di Zeus aperta da Efesto con la λάβρυς - labrius o labrys - ascia bipenne.
Il valore che gli viene riconosciuto è tale e tanto che Zeus gli chiede di creare gli esseri viventi; lui li modella con il fango, li vivifica con il fuoco e riscuote dalle divinità le buone qualità da attribuir loro, ma Epimeteo che ha il compito di distribuirle le dispensa oltre misura e non ne rimangono per gli uomini; per porre rimedio allo sbaglio del fratello, Prometeo prende lo scrigno di Atena dove sono contenute l'intelligenza e la memoria e li dona con grande amore al genere umano, il gesto indispettisce molto Zeus che reputa le due qualità pericolose in mano agli uomini e inizia a valutare l'idea di distruggerli. Il suo dissappunto nei loro confronti aumenta quando in un sereno convivio condiviso a Mecone, Prometeo divide in due un toro sacrificato per l'occasione, le parti migliori le avvolge nella pelle dell'animale che non ha un gran bell'aspetto, le ossa invece le immerge in un allettante strato di grasso e chiede a Zeus di scegliere quale parte vuole tenere per se e quale vuole lasciare agli uomini, l'apparenza come previsto inganna il dio che opta per il grasso che cela le ossa, quando si accorge di essere stato raggirato si adira e sottrae il fuoco agli uomini che privi della forza vitale del fuoco sono destinati a morire. Prometeo non vuole che muoiano e per loro preleva dall'Olimpo un seme di fuoco, una scintilla che priva della divinità del fuoco sacro continuerà ad ardere solo se verrà alimentata. Quest'ulteriore affronto diventa imperdonabile e Prometeo viene fatto incatenare a una colonna su un monte della Scizia, dove l'aquila di Zeus gli infligge un supplizio perpetuo divorandogli ogni giorno il fegato che riscresce ogni notte.

" ... Legò indissolubilmente Prometeo? dai disegni complessi con ceppi dolorosi avvincendolo a metà di una colonna; e suscitò contro di lui un’aquila dalle ali spiegate, e questa il fegato immortale gli mangiava, che però ricresceva in tutto e per tutto uguale, di notte, a quello che per tutto il giorno gli aveva consumato l'uccello dalle larghe ali.
Questo il valoroso figlio di Alcemena dalle belle caviglie, Eracle, uccise, allontanò il crudele tormento dal figlio di Iapeto e lo liberò dalle angustie ... "

Teogonia
Esiodo
Traduzione Cesare Cassanmagnago

E qui si inserisce una leggenda popolare che dalle gocce di sangue cadute dal fegato di Prometeo fa nascere l'iperico.

Fiore di San Giovanni

L'iperico originario dell'Europa appartiene alla famiglia delle Hypericaceae e vanta circa 300 specie di cui 21 sono in Italia, ha i rami di un verde intenso, le foglie opposte, oblunge con i margini lisci contengono delle vescichette oleose che le fanno apparire bucherellate in controluce, ha i fiori gialli raggruppati in corimbi e nel dizionario universale economico rustico del 1797 è descritto così:

Iperico, lat. Hypericum, Hypericum vulgare, C. Bauh. Tòurnef. Hypericum perfoliatum, Linn. fr. Millepertuis. Pianta che cresce abbondevolmente nei campi, nei boschi e nei luoghi incolti. La sua radice è vivace, dura, giallastra e fibrosa: produce tronchi che giungono all’ altezza di 2 o 3 piedi, rigidi, legnosi, rotondi, rossastri e ramosi. Le sue foglie nascono a 2 a 2 senza coda, liscie e venate e che paiono perforate in moltissimi siti allorché espostele dinanzi al sole si riguardino attraverso. Ma sì fatti punti trasparenti altra cosa non sono, che certe vescichette d’un succo olioso avente un sapore astringente, alcun poco amaro che lascia della siccità sulla lingua. I suoi fiori nascono in gran numero nell’ estremità dei rami, i quali fiori sono gialli e rosacei. Agli stessi succedono per frutte certe picciole capsule triangolari piene di un sugo rosso, divise in 3 loculi, ripieni di sementi pieciolissime, di un bruno nericcio, di un sapore amaro, resinoso e coll’odore di pece. I fiori e le sommità riempite di semi essendo pestati recano un sugo rosso come il sangue ed esalano un odore assai piacevole; Questa pianta contiene molto olio essenziale simile all’olio di terebinto. L’iperico volgare è di un grand’uso e serve molto ia parecchie malattie: egli tiene il primo posto fra le piante vulnerarie; onde adoperasi , per mondificare e consolidare le piaghe e le ulceri, tanto interne, quanto esterne e segnatamente le contusioni. Guarisce lo sputo e l’ urinamento di sangue, risolve il sangue aggrumato ed eccita i mestrui. Viene grandemente raccomandato per distruggere i vermini, per la passione isterica e per l’alienazione dello spirito. Questa pianta chiamasi pur anche Fuga Damonum. Essa è la base della maggior parte dei balsami per infusione c distillazione. Nelle officine si tiene un olio d’iperico per infusione il cui colore è rossigno. A Mompellieri vengono macerati i fiori di questa pianta in un liquore resinoso tratto dalle vescicule dell’olmo. L’infusione si fa mettendo una porzione di rami e fiori in una caraffa d’olio che poi si fa stare al gran sole d’ estate per qualche tempo . Dai fiori si ricava una bella tintura gialla per la lana e per la seta.

Antica ricetta della Ratafia d'iperico:

" Si mette una pinta d’ acquavite su 4 once di fiori d’iperico in un vaso di vetro ben turato e si lascia esposto al sole per 15 giorni, dopo di che si filtra il liquore e vi si aggiungono 12 once di zucchero. Le proprietà che si attribuiscono a questo liquore sono di rimediare alla debolezza di spirito, alle malattie di reni e di vessica, di facilitare lo scolo delle orine e de’ mestrui ...

Dizionario universale economico rustico

Fiore di San Giovanni

Nel XII secolo, per la dottrina delle segnature, che agli elementi di origine animale, minerale e vegetale, attribuisce funzioni terapeutiche in base alla somiglianza con le parti del corpo, l'iperico nelle Crociate veniva usato dai Cavalieri di San Giovanni per medicare e far cicatrizzare le ferite e le ustioni, e sembra che riuscisse a risollevare lo stato d'animo dei soldati colpiti in battaglia e costretti per lungo tempo all'immobilità. E dal XIII secolo l'iperico è attestato anche con il termine pilatro dal latino pyrĕthrum che si rifà al greco πύρεϑρον che deriva di πῦρ - fuoco

Pilatro: Erba medicinale nota, che ha le foglie tutte ripiene come di buchi sottilissimi, onde perciò è anche detta Perforata. Lat. hympericum.

Vocabolario dell'Accademia della Crusca

Nella medicina popolare è usato per gli arrossamenti, per l'asma e la bronchite, le cicatrici, la couperose, la depressione, la diarrea, per i disturbi della cistifellea, per i dolori articolari e muscolari, per l'emorroidi, l'enuresi notturna, gli eritemi, per le ferite, la gastrite, per le infiammazioni e le macchie della cute, le piaghe da decubito, la parassitosi, la psoriasi, le punture d’insetto, per i reumatismi, le scottature, le smagliature, per le tonsilliti e per le ustioni.

Virtù. Di dentro. Il seme bevuto con vino, caccia fuori le pietre delle reni, e vale contra i veleni, e i morsi degli animali velenosi. Vale nelli sputi, e vomiti del sangue. Il medesimo bevuto al peso di due dramme con brodo di carne caldo fa andar commodamente del corpo purgando la colera. La decottion del seme, e delle frondi bevuta giova a cacciar fuori i veleni, a provocar l'urina e i mestrui fatta in vino, e a cacciarle febri terzane, e quartane. Giova alla sciathica, è agli sputi, e vomiti del sangue.
L'Acqua destillata da tutta la pianta, giova bevuta a coloro che patiscono il mal caduco, e per i paralitici è molto lodata.
Virtù. Di fuori. Applicato disotto, caccia fuori i mestrui. Le frondi impiastrate insieme col seme, giovano alle cotture del fuoco, e alle piaghe delle gambe. L'herba applicata pesta sopra la morsura, giova ai morsi velenosi. Scrivono alcuni esser l'Hipperico tato in odio a diavoli, che abbrusciandosi, e facendosi fomento con esso nelle case, ove si sentono, subito se ne partono via, e però è chiamato da alcuni caccia diauoli, overo fuga demoni L'olio, nel quale sieno lungamente macerati al sole i fiori, e le silique verdi, peste insieme con il seme, sana maravigliosamente, e consolida le ferite, eccetto quelle della testa; il che fa egli tanto più efficacemente, quando si mescola con olio d'abezzo. Unto in su'l corpo, giova alla dissenteria, e bevutone un cucchiaro ammazza i vermini. Fassi l'olio d'Hiperico perfettissimo in questo modo semplice, e composto. Prendonsi per far il semplice le cime dell'Hiperico, che cominciano a maturarsi, oncie tre, si macerano tre giorni in vino odorifero, poi si fan bollire in vaso doppio, atturato ben l'orifitio, poi si spreme, e si rimette altretanto hiperico, Se di nuovo si macera, si cuoce, e si spreme, e così si fa la terza volta, aggiungendovi del vino, se vi bisogna, poi si aggiunge alla colatura di termentina, oncie tre di olio vecchio chiaro oncie sei di zafferano sciopolo uno. Cuocesi di nuovo in vaso doppio alla consumation del vino, poi si preme e fatto chaverà l'olio la residentia si purga, e riserbasi il composto si fa così. Prendonsi di olio vecchio libre quattro, di vino bianco potente libra una, fiori d'Hyperico col seme fresco, manipoli quattro. Si pesta, e macera in vaso di vetro per duo giorni, atturato ben l'orifitio, cuocesi in doppio vaso, e alla colatura fatta forte espressione, si aggiungono altri fiori, è così si fa per tre volte, e ad ogni libra di questa colatura s'aggiungono di termentiva fina libra meza, di olio d'abozzo once tre, di dittamo, gentiana, cardo ſanto, tomentilla, carlina, calamo aromatico, ana dramme due lombrici lavati con vino, più volte oncie due, pestisi ogni cosa, e si mettano al sole per trenta, ò quaranta giorni: poi colato l'olio si serbi in vaso bene atturato. Quest'olio salda come l'altro le ferite grandi, ma molto piu valorosamente. Il seme oltr'a ciò dell'hiperico, dato in polvere, con succo di poligono, giova a gli sputi del sangue.

Herbario nuovo
Castore Durante

Contiene, acidi organici, acil-floroglucinoli, diantrachinoni, fitosteroli, flavonoidi, furanocumarine, procianidine e tannini catechinici, xantoni, e olio essenziale con a e b-pinene, a-terpineolo, andecano, cariofillene, decanale, geraniolo, limonene, metildecano, metilottano, mircene, nonano, ottanale.
È un analgesico, antiasmatico, antibiotico, antidepressivo, antidolorifico, antinfiammatorio, antimicotico, antirughe, astringente, antisettico, antivirale, cicatrizzante, decongestionante, dermorigenerante, digestivo, emolliente, lenitivo, purificante, stimolante.
Per uso esterno l'oleolito si ottiene lasciando macerare per 30 giorni al sole 200 g di boccioli, di fiori e di foglie d'iperico in 1 litro di olio extravergine di oliva o in alternativa di olio di girasole, di mais o di mandorle, per evitare la fermentazione non bisogna chiudere il macerato ermeticamente, passato il tempo di posa si filtra fino a non lasciare alcun residuo solido e si conserva in bottiglie di vetro scuro lontano dalle fonti di calore. Popolarmente è chiamato olio della casalinga per la sua azione emolliente sulla pelle delle mani sciupate dai lavori domestici.
L' iperico è fotosensibilizzante e chi lo usa non deve esporsi al sole, è assolutamente sconsigliato per chi assume anticoncezionali ormonali, per chi è in stato di gravidanza o allatta, per chi usa farmaci antidepressivi anticancerogeni e anticoagulanti.
Nel linguaggio dei fiori rappresenta l'originalità e un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

" ... Con un unguento a base di arnica e iperico cominciò a massaggiarli e li massaggiò a lungo ed energicamente. Poi massaggiò le mani e le braccia, sempre attento a non toccare le medicazioni. Infine riavvolse il ferito nella pelliccia e si chinò di nuovo a osservare quel viso. L'espressione non era più contratta. Il respiro era profondo e regolare ... "
...L'iperico porta la luce, lo sai?»
«No. Ma so altre cose che portano la luce.»

Il grande gladiatore
Gordon Russel
Ovvero Vanna De Angelis e Dario Battaglia

Buona Festa di San Giovanni con uno splendido plenilunio!

Per chi è interessato



lunedì 21 giugno 2021

L'alba del solstizio d'estate

" ... questa sposa è mattutina,
mattutina come la talpa
che si leva all'alba all'alba,
come il ghiro e il tasso cane.
Senti senti la campana! ... "

Sono le 5.31 di lunedì 21 giugno 2021 e a Roma l'alba si sta allineando con il solstizio d'estate, il cosmo annuncia la fase discendente dell'anno e la leggenda racconta che chi guarda il sole riuscirà a vedere il piatto d'oro su cui Erode fece poggiare la testa di san Giovanni Battista chiesta in dono da Salomè. 
Oggi la luce mostra tutta la sua potenza e trionfa sulle tenebre, ma non si tratta di una vittoria definitiva perché dopo aver raggiunto l'apice incomincerà gradualmente a indebolirsi e la tradizione, alla sua forza che con grande generosità ha scaldato la terra, ha sostenuto la maturazione dei frutti e ha colorato d'oro le spighe di grano, aggiunge, per riconoscenza, quella dell'elemento che le è più affine; si accendono i  fuochi sacri di cui si nutrirà e da cui trarrà il coraggio per affrontare il lento declino che la vedrà vinta al solstizio d'inverno.

All'alba sul disco solare Giovanni il Battista decollato

 Salomè con la testa di Giovanni Battista (Particolare) di Guido Reni
 su foto del Sole di Sciarada Sciaranti
 
" ... E domani è San Giovanni,
fratel caro; è San Giovanni.
Su la Plaia me ne vo' gire,
per vedere il capo mozzo
dentro il sole, all'apparire,
per veder nel piatto d'oro
tutto il sangue ribollire ... "

" ... Su, Vienda! Su, capo d'oro!
Guardatura di vinca pervinca!
Or si falcia alla campagna
quella spiga che ti somiglia ...

La figlia di Iorio Atto I - Scena I
Gabriele D’Annunzio

Che sia un'estate meravigliosa per tutti voi!

Per chi è interessato:


venerdì 18 giugno 2021

Contano le streghe le spighe di lavanda

«Che ccrompi?» «Crompo l’acqua de lavanna». 
«Che ddiavolo sce fai?» «Pe ddà l’odore».
«E ppoi dove la porti?» «A la locanna».
«E ppe cchi sserve?» «P’er Commannatore». 

O mmatti come la raggion commanna!
Sciacquatura de culi de signore
ha da esse ’no spirito de manna
da méttete p’er naso un bon fragore!

Ma ssi tte dico, cristo, che ssò ccose
cose da diventacce sticcaleggna,
e ddoppo imminestrà bbôtte fecciose.

Sto monno-novo tanto se l’ingeggna
c’ha ttrovo a ddà ppe bbàrzimo de rose
l’acqua che cce se laveno la freggna.

Per la traduzione automatica Google in modo che chi non parla l'italiano possa capire qualcosa: 

«Che compri?» «Compro l’acqua de lavanda». 
«Che diavolo ci fai?» «Per dare l’odore».
«E poi dove la porti?» «Alla locanda».
«E ppe cchi sserve?» «Per il Commendatore». 

O matti come la ragione comanda!
Sciacquatura di culi di signore
ha da esse uno spirito di manna
da metterti per il naso una buna fraganza!

Ma se ti dico, cristo, che sono cose
cose da diventarci tagliatore di legna da fuoco,
e dopo dispensare botte fecciose.

Questo mondo-nuovo tanto si ingegna
che ha trovato a a dare per balsamo di rose
l’acqua che ci si lavano la fregna.

L'acqua rumatica - L'acqua aromatica
Gioacchino Belli

Il Belli è il Belli

Lavanda dentata

La lavandula che comunemente viene chiamata lavanda deriva il suo nome dal gerundivo lăvandus - a - um del verbo di prima coniugazione lăvor diatesi passiva di lăvo che significa bagnare o lavare e rievoca l'abitudine degli antichi romani di usarla nelle terme per profumare l'acqua con cui si aspergevano. Spighetta di San Giovanni è l'appellativo dovuto all'uso di comprarla alla vigilia della festa di San Giovanni nel mercato davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano per proteggersi dalle streghe che, per avvicinasi a chi la portava con sé, dovevano prima impegnarsi nella conta delle spighe e dei fiori che si protraeva fino all'aurora e svelava la loro presenza costrigendole a fuggire.

L'aspetto protettivo è tramandato anche da alcune leggende:

Una ragazza molto corteggiata per la sua straordinaria bellezza viene un giorno insidiata e inseguita da due uomini fin su le colline, la fanno cadere e le strappano le vesti, lei, piangendo, nel tentativo di coprire la sua nudità si gira verso il suolo, le sue lacrime si uniscono alla terra e germogliano; il suo corpo viene avvolto dai rami su cui spiccano dei bellissimi fiori blu e viola e i due persecutori fuggono via.

La figlia del re di Persia e il suo insegnate dai bellissimi occhi azzurri che le impartisce lezioni di astrologia e di botanica si innamorano e il dio Auramazda - Ahura - essere divino e Mazdā - sapiente, lasciando al loro posto una pianta di lavanda profumata come la principessa e dai fiori azzuri come gli occhi del suo amato, li porta insieme in cielo perché lei per la ragion di Stato avrebbe dovuto sposare un sultano.

La lavanda originaria del Mediterraneo occidentale appartiene alla famiglia delle Lamiaceae e conta circa 40 specie, ha i rami verde chiaro in gioventù e bruno rossiccio corticale in maturità, ha le foglie grigio-verde, leggermente pelose, opposte, sottili e lanceolate e, a seconda della varietà, con i margini lisci o dentati, ha i fiori blu violetti raccolti in spighe e nel dizionario universale economico rustico del 1797 è descritta così:

Spiga, Spigo, Spigo nardo, Lavanda, lat. Spica nardi, Nardus*, Lavandula, fr. Lavande. E' una sorte di arbusto ben noto, che mette tronchi duri, legnosi, quadrati, all’altezza di 2 o 3 piedi. Siffatti tronchi vanno carichi di foglie lunghe, strette, biancastre e terminati da spighe di fiori labiati - Tutte le parti della pianta tanno un odore aromatico e piacevole. La spiga è di circa la lunghezza e grossezza d'un dito assai leggera, coperta di peli lunghi rossicci, di un odor forte, e d’ un sapore amaretto ed acuto. Parecchie di queste spighe nascono dalla stessa radice. Il gambo è piccolo, e la radice è grossa comeo il cannello d’una penna. Questa è la spiga o lavanda volgare. Ve ne sono varie altre specie, fra le quali quella detta spìca celtica i che cresce nei Pirenei e ne’ monti del Tirolo, ed ha quasi le stesse virtù che la valeriana; ma non è stimata come la volgare; v'è una spiga americana con foglie simili al mirto; altra a fìore bianco; altra che nasce nelle Canarie. V. Asaro, Non è delicata questa pianta. Regge alle nostre invernate e in molti luoghi, ne’ montuosi in ispecie, nasce spontanea. Si propagano le mentovate specie di barbatelle, eccettuata l’ultima, che si moltiplica col seme. Nel giugno e luglio che queste piante sono cariche di fiori fanno una bella vista nei giardini, e ne imbalsamano l’aria coll'odore gratissimo delle loro spighe. Si distillano i fiori con vino bianco, acquavite, o spirito di vino, e si fa in questo modo lo spirito di lavanda, che s’impiega per dar odore all’ acqua colla quale uno si lava e per altri usi. Questi fiori rendono assai d’olio essenziale d’un gratissimo odore. Si cava ancor olio distillando il legno, le foglie ed anche le radici; quest’olio però cade in minor quantità ed è meno odoroso. Chi vuol fare un migliore spirito di lavanda, mescoli dell'olio essenziale nello spirito di vino distillato con ì fiori, e per compimento aggiungavi una piccola quantità di storace e di belzuino. Senza distillazione se volete
avere immediatamente un'acqua di lavanda, gettate una goccia o 2 d’olio di spigo nell’acqua pura, e agitatela in boccetta di collo stretto. L’olio di spigo viene raccomandato come un vermifugo. I pittóri da
smalto se ne servono per mischiare i colori che adoprano, e renderli scorrenti. Le pulci, i pidocchi ed
altri insetti abborriscono l'odore di tal olio, d’onde viene che egli vaglia per farli morire. I mazzetti fioriti di questa pianta si mescolano colle biancherie per dar loro buon odore: fra i panni ne caccia le tarle. Questi freschi sono avidamente succhiati dalle api; perciò la spiga dovrebbe coltivarsi nei luoghi vicini agli alveari. In questa maniera si otterrebbe ottimo mele; e l’acuto odore di essa pianta caccierebbe le tignuole, flagello di sì preziosi animali.

Nardus * = Nardo nome con cui vengono chiamate varie piante odorose tra cui le lavande

Lavanda dentata

Per il loro profumo i fiori di lavanda venivano conservati nei cassetti con la biancheria e dalla fine del XVI secolo si inzia a trovare la documntazione sulle tecniche della sua coltivazione, la medicina popolare la usa per la bronchite, le coliche, la flatulenza, l'infiammazione del fegato, l'indigestione, per l'insonnia, il nervosismo, il raffreddore e la tosse.

E' questo spico di due spetie, il maschio e cioè lo spigo e la femina che si chiama lavanda.

La lavanda latifolia o lavanda a foglie larghe, spico o spigo:

Forma. ll maschio produce le foglie più larghe, più grosse, più robuete, e più bianche che la femina. È pianta ramusculosa, e legnosa come il rosmarino, folta di foglie lunghette, strette, e carnose. Dalle cime dei ramucelli nascono i fiori spicati di purpuco colore, con lungo picciolo, quadraro, sottile: i fiori hanno un'odore tanto acuto, ch'offendono il naso fiorisce di Giugno, e Luglio. I fiori stropicciati con foglie di ceci diventano rossi.
Loco. Nasce nei colli, e in luoghi sasosi, e illustrati dal sole, e seminasi; e trapiantasi con i rami negli horti.
Qualità. E lo spigo caldo e secco nel secondo grado completo. è aperitivo, assotigliatiuo, e digestivo, e è composto di parti sottili.
Virtù. Di dentro. Conferisce a tutte le frigide infermità del cervello, e massimamente allo spasimo, à i paralitici, al mal caduco alla apoplesia e ai letargici. Fortificano questi fiori lo stomaco, e disoppilano il fegato, è la milza. Scaldano la madrice. La decottion loro fatta in vino provoca bevuta l'orina, i mestrui, è le seconde. Giova alle passioni del cuore, dissolve le ventosità, giova al trabocco del fiele causatoo dall'oppilatione del fegato, e tanto più coce dovisi insieme, radici di finocchio, di sparigi, e marrobio, e cinamomo, onero garofani, macis cardamomo, cubebe, e foglie di rose secche. Giova la medesima decottione all'apoplesia, e vale a ricuperar la loquela.
L'Acqua distillata dai fiori bevuta alla quantità di duo cucchiari vale a ricuperarla favella perduta alle passioni del cuore, e della madrice.
Virtù. Di fuori. L'Acqua distillata dai fiori tenuta in bocca, mitiga il dolor dei denti, causato dal catarro. Vale nelle sincopi bagnandone il naso, e i polsi. Vale al dolor della testa, e alla vertigine causati dal freddo. Valea i membri intrigiditi, paralitici, e tremuli, e al medesimo vale l'herba fattone fomento, l'olio, fatto dai fiori per destillatione vale alle medesime infermità. E odoriferissimo, ma è di tanto acuto e penetratissimo odore, che suffoga ogn'altro odore, incorporato con esso, o tenuto appresso.

La lavandula angustifolia o officinalis, spica o spiga:

Forma. E pianta simile allo spigo, ma con foglie più sottili, più brevi, e più strette. I fiori parimente ha porporei con più lungo picciuolo, meno coloriti, e più aperti, d'odore molto più grato, quantunque non poco acuto, e la spica loro è più corta.
Loco. Nasce spontaneamente nei colli in luoghi sassosi, aprici, e ritruovasene in tutti gli Horti, e giardini.
Qualità. Ha le medesime facoltà che lo spigo, ma più piacevolmente riccalda, e assottiglia.
Virtù. Tanto la pianta, quanto i fiori, e l'acqua lambiccata da loro hano le medesime virtù che lo spigo,
ma particolarmente questa messa nelle caffè, e negli armarij da buon odore alle vesti, e le preserva dalle tignole.
L'Acqua lambiccata da questi fiori è molto odorata, e giova all'apoplesia, al sonno profondo, e all'epilesia applicata alla fronte, e alle tempie, gioia e ancora nelle sincopi, pur che non vi sia gran copia d'humori. Vale ai membri tremuli, alla vertigine allo spasimo Giova bevuta al peso di due once alle cose medesime, e alla lingua impedita. Tenuta in bocca vale ai dolori de' denti e alle ulcere della bocca, giova ai frigidi dolori della testa applicata.

Herbario nuovo
Castore Durante

Contiene acido caffeico, idrossicumarine, olio essenziale composto da acetato di linalide, canfora, cineolo e linalolo; tannini. È un analgesico, antibatterico, antinffiamatorio, antimicrobico, antispastico, ipocolesterolomizzante, sedativo, stimolante e tonico.
Uso esterno dell'olio essenziale per l'acne giovanile e per la rosacea, per gli eczemi, le ferite e le piaghe, per le nevralgie, per gli strappi, per i reumatismi in soluzione alcolica, per le vertigini.
Nel linguaggio dei fiori rappresenta la serena felicità generata dal ricordo di una persona cara e nel contempo rappresenta la diffidenza perché si credeva che tra i suoi rami si celassero le serpi. Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

Non trasandata ti creò per vero
la cara madre: tal, lungo la via,
3tela albeggia, onde godi in tuo pensiero:

presso è la festa, e ognuno a te domanda
candidi i lini, poi che in tua balìa
6è il cassone odorato di lavanda.

Felici i vecchi tuoi; felici ancora
i tuoi fratelli; e più, quando a te piaccia,
chi sua ti porti nella sua dimora,
10o reginella dalle bianche braccia.

O reginella
Giovanni Pascoli

mercoledì 16 giugno 2021

La sacra verbena


Nell'antica Grecia era σιδηρίτις - sideritis - colei che è fatta di ferro, proteggeva dai sortilegi o περιστειον - peristerion da περιστερά - peristera - colomba in riferimento al fatto che le colombe facevano nascere i loro piccoli in un nido celato dai suoi rami o ἱεροβοτάνη - ierobotane da ἱερός - sacro e βοτάνη - botane - erba in riferimento al fatto che gli antichi romani la consideravano un'erba sacra. La derivazione latina ci porta invece a verbĕr - frusta, sferza, staffile, verga, perchè nei rituali sacri dell' antica Roma con la verbēna, che inizialmente indicava genericamente i fasci delle piante considerate sacre, quali l'alloro, il cipresso, il mirto, la salvia, il timo e l'ulivo, si sferzava la persona o l'oggetto per cui si richiedeva prosperità, purificazione e protezione.
Il collegio sacerdotale dei feziali custodi dello ius sacer - diritto sacro, aveva il compito di chiedere soddisfazione ai popoli di confine che recavano offesa a Roma, l'ambasceria per res repetere - chiedere un risarcimento era gestita dal pater patratus ovvero l'oratore che prestava giuramento come rappresentante del popolo romano e che in loco si cingeva la testa con una benda di lana* e dal verbenarius che come simbolo propiziatorio ed emblema del suolo romano portava, in quanto sagmina - erba pura, una zolla di verbena presa sull'Arx Capitolina:

" ... Il feziale così domandò al re Tullo: «Mi autorizzi, o re, a stringere il patto col padre patrato del popolo albano?» Avuto l’assenso del re soggiunse: «O re, ti chiedo la sacra erba». Il re disse: «Prendila pura». Il feziale portò dalla rocca l’erba pura. Poi così domandò al re: «O re, proclami regi messaggeri del popolo romano dei Quiriti me e i sacri oggetti e i miei compagni?» Il re rispose: «Con l’augurio che ciò sia senza danno mio e del popolo romano dei Quiriti, vi proclamo»... "

Storie - Libro I
Aulo Gellio
Traduzione Luciano Perelli

Oltre la zolla di verbena i feziali portavano con sé la selce, per far scaturire da essa le scintille simbolo del fulmine che punisce i contravventori, e lo scettro simbolo dell’autorità.
Passati trentatré giorni se ottenevano una risposta positiva proseguivano nel foedus ferire - stipulare un patto su cui veniva sferzata la verbena e ringraziavano Giove Feretrio immolandogli un maiale ucciso con un coltello di pietra davanti al lapis silex; se invece la risposta era negativa seguiva l'indictio belli - la dichiarazione di guerra con il lancio sul territorio nemico dell'hasta ferrata aut sanguinea praeusta - asta insanguinata con la punta di ferro bruciata per renderla aguzza.

" ... L'uso era che il feziale portasse al confine (nemico) un'asta con un puntale di ferro, ovvero di corniola rossa, resa aguzza dal fuoco ... "

Ab Urbe Condita
Tito Livio
Traduzione Luciano Perelli

benda di lana* = Alla lana veniva attribuito un potere magico

La verbena come la salvia non poteva essere tagliata con una lama di ferro e Plinio ci spiega come e quando doveva essere raccolta:

" Nessun'erba tuttavia è rinomata presso i Romani quanto la ierobotane. Alcuni la chiamano aristereo; dai nostri autori è detta verbena  È quella che, come abbiamo ricordato, gli ambasciatori
portano ai nemici; è con quest'erba che viene spazzata la mensa di Giove; con essa si puliscono e si purificano le case. Ve ne sono due specie: una ricca di foglie, che considerano femmina, e il maschio, con le foglie piu rade. I ramoscelli di entrambi i tipi sono numerosi, sottili, lunghi un cubito, angolosi; le foglie piu piccole e piu strette di quelle della quercia, con le fenditure piu profonde; il fiore è azzurro; la radice è lunga e sottile. Nasce dappertutto nelle zone pianeggianti ricche d'acqua. Certuni non distinguono le due varietà e le considerano una specie sola, dal momento che entrambe producono i medesimi effetti. Con l'una e con l'altra i Galli tirano le sorti e annunziano i responsi; ma i Magi soprattutto dicono cose folli riguardo a quest'erba: che coloro che se la sono strofinata addosso ottengono quello che vogliono, allontanano le febbri, si conciliano le amicizie, e non c'è malattia che non riescano a curare; poi, che quest'erba va raccolta nel periodo in cui sorge il Cane, facendo in modo che né il sole né la luna vedano l'operazione, avendo prima dato alla terra dei favi e del miele a scopo espiatorio; che essa va estirpata con la mano sinistra dopo averle tracciato attorno un cerchio con un ferro e quindi va sollevata verso l'alto; che le foglie, il gambo e la radice vanno fatti seccare all'ombra separatamente. Dicono che, se si spruzza in un triclinio l'acqua in cui sia stata messa a macerare
quest'erba, i conviti diventino piu lieti. Si usa contro i serpenti tritata nel vino. "

Storia Naturale - Libro 25
Plinio il Vecchio
Traduzione Paola Cosci

La verbena dedicata alle grandi madri ha assunto il nome di Cerealis, Demetria, Persephonion, Herba Veneris in quanto sembra risvegliare i sentimenti d'amore, Lacrime di Giunone perchè nata dal suo pianto provocato da un tradimento di Giove e Lacrime di Iside perché nata dal pianto di dolore della dea per la morte del suo sposo Osiride. E ancora è Sangue di Mercurio, e Erba della Croce o Crocina per la leggenda cristiana in cui si racconta che sia stata trovata sul monte Calvario e che le sue foglie siano state usate per cicratizzare le ferite di Gesù; acquisì così l'attributo della divinità e ne raccoglierla si recitava questa preghiera:

Tu sei santa, Verbena, come cresci sulla terra,
perché in principio sul Calvario fosti trovata,
tu hai guarito il Redentore e hai chiuso le sue piaghe sanguinanti,
in nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo ti colgo.

E il 15 agosto, giorno che festeggia l'Assunzione di Maria, si usa per benedire le chiese.

Appartiene alla famiglia delle verbanaceae e comprende oltre 250 specie, ha i rami verde chiaro in gioventù che si scuriscono in maturità, ha le foglie verde intenso, incise, scabre e con lobi dentati, ha i fiori rosa che virano verso il lilla, tubulari, piccoli, raccolti in una spiga e nel Dizionario universale economico rustico del 1797 è descritta così: 

" Verbena, Vermena, Verbenaca, Verminacola, Berbena, Erba sacra, lat. Verbena, Verbenaca, Verbena officinalis, Linn. vulgaris, fiore ceruleo, C. Bauth. fr, Vervene, Verveine. Erba assai nota e troppo stimata dagli antichi, la di cui radica è lunga e poco fibrosa; il suo tronco alto quasi un braccio, quadrato, talvolta liscio ed alcune volte peloso; le sue foglie sono opposte, frastagliate e dentate, quelle però della cima per lo più bislunghe, lanceolate ed intere, ma tutte più verdi al di sopra che al di sotto; i suoi fiori sono piccoli, di color celeste rossiccio, disposti in forma di spiga, monopetali, quasi labiati, con tubo cilindrico e l'orlo in 5 parti diviso; ei suoi semi sono in numero di 2 o 4 bislunghi e rinchiusi in un calice tubulato angoloso. Le molte cose che si potrebbero dire di questa pianta o sono spettanti alla medicina o puramente fondate sopra vane osservanze ed antichi superstiziosi costumi; onde volentieri da me si tralasciano, e dirò unicamente che suole essa germogliare lungo le strade e ne' luoghi incolti, ma però lontano assai dall'abitato. Quindi un viaggiatore smarrito ovvero un semplicista, che vada in traccia di naturali prodotti, desideroso di ritrovare un qualche asilo, imbattendosi in questa pianta potrà assicurarsi di ritrovare non lungi un abitturo entro di cui si possa ricovrare. Questa pianta dai Greci s'appella Peristereon, che significa colombina o sia erba de' colombi, mentre questi uccelli sogliono in essa volentieri trattenersi; che però consigliano alcuni di porne qualche fascetto alle finestre della colombaja. Io sono di parere che si debba annoverare tra le molte favole raccontate di quest'erba anche ciò che vien riferito da Plinio e Discoride, cioè che l'acqua, in cui sia stata infusa la verbena, sparsa nelle sale renda i convitati più giulivi; effetto che viene più facilmente prodotto dal vino, non però sparso inutilmento sul suolo, ma tracannato. "

Verbena officinalis

Virtù. Di dentro. La decottione della Verbena fatta in vino, giova bevuta, quasi a tutti i difetti interiori del corpo, apre le oppilationi del fegato, delle reni, e del polmone. Le fronde bevnte con vino insieme con la radice, e parimente impiastrato vagliono ai morsi delle serpi. Bevute al peso d'una dramma in una emina di vin vecchio quaranta giorni cotinui a digiuno, vagliono al rrabocco del fiele, Dassi il terzo nodo del suo fusto, numerando da terra in su, con le frondi, che vi sono appresso per la febre terzana, è il quarto per la quartana come il quinto per la febre quintana.
L'Acqua Lambiccata dalla verbena il mese di Giugno, presane tre once mattina, e sera per otto giorni, sana il trabocco del fiele, resiste ai veleni, e alla peste. Giova ancora alla febre terzana, quartana, scaccia i lumbrici del ventre,vale al'asma, ai tisici, e all'ulcere del polmone, fa buon colore, conforta il fegato, lo stomaco, la milza le reni, la vessica e caccia fuor le lor pietre, e mucilagini, altri humori putridi, e viscosi
Virtù. Di fuori. Applicata l'herba pesta con aceto, giova alle erisipile, e con mele salda le ferite, con assogna vecchia porcina trita, mitiga i dolori, e i tumori dei membri genitali delle donne, sana la frenesia, applicata alle tempie, e alla fronte, vale all'ulcere della bocca. Purga le morfee, e altri vitij della pelle, conferisce ai difetti dei luoghi occulti. le frondi mitigano impiastrate le posteme vecchie, e le infiammagioni: mondificano l'ulcere sordide. Rompe la decottione di tutta la pianta, gargarizzata le croste del gorguzzole: e ferma l'ulcere corrosive della bocca. Dicesi che spargendosi della sua infusione nei luoghi, dei conviti, rallegra i convivanti. Facendo corona con la sua herba alla testa, mitiga il suo dolore. Colta nel mese de Marzo, e attaccata al collo con grani di peonia, overo trita, e messa nel naso, ouetobeuuta, ſana il mal caduco. Portando il medico la verbena in mano, e dimandando l'ammalato, come stia, e rispondendo bene, significa che camerà, se dice male, il contrario. La radice sospesa al collo, sana le scrophole e altri tumori della testa.
L'Acqua applicata con pezzette è valorosa per i dolori, e percosse della testa: Messa negli occhi ne leva le caligini, e conforta la vista, vale ai dolori dello stomacho. Giova ai luoghi secreti delle Donne ulcerati, e ai porrifichi. La medeſima conferisce alle piaghe e antiche, massime delle gambe, e all'ulcere maligne, e corrosiue, e giova al membro infiammato, e piagato di piaghe maligne, e cancerose, fattevi bollir dentro rose secche, e galluzza.

Herbario nuovo
Castore Durante

Nel linguaggio dei fiori rappresenta la purezza d' animo e di intenti e un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

Post in allestimento

lunedì 14 giugno 2021

L'artemisia e l'assenzio

Mi riagita Amore,
La non domabil fiera,
Che mesce assenzio e miele, e i membri fiacca.
Or ecco a disamarmi, Attide, prendi,
E ad Andromeda tendi.

Frammenti
Saffo
Traduzione Giuseppe Bustelli

Assenzio

Ἄρτεμής - Artemés - sano e salvo, forte, illeso, vegeto, ci porta verso Ἄρτεμις - Artemide, soprattutto nel suo aspetto di Eilithyia - Ilizia dea del parto, protettrice delle donne, e verso Αρτεμισια - Artemisia - sposa del re di Caria Mausolo per il quale lei fece edificare ad Alicarnasso il Mausoleo, una delle sette meraviglie del mondo distrutta nel XV secolo; questa strada etimologica a più vie ci conduce all'artemisia, erba medicinale che nell'area mediterranea un tempo era chiamata partenide. Mentre ἀψίνθιον - apsínthion di derivazione pre-greca sta per assenzio noto anche come absinthites - abisinite

La tradizione mitologica vuole che la prima pianta di artemisia sia stata scoperta da Artemide e diffusa nell'insegnamento da Chirone per le sue virtù terapeutiche. Nell'antica Roma le feriae Latinae - feriae indictivae e conceptivae erano delle celebrazioni mobili annuali ereditate da Alba Longa che duravano quattro giorni, indette dai consoli nei mesi primaverili di aprile, di maggio o di giugno sul mons Albanus in onore di Iuppiter Latiaris - Giove Laziale protettore del Latium - Lazio a cui veniva immolato un candido toro la cui carne veniva distributa ai rappresentanti delle città affiliate alla lega latina che presenziavano al rito. Alla processione sacra, alle offerte di cibo e agli spettacoli popolari della festa, sul Capitolio a Roma, seguiva la corsa delle quadrighe e l'assenzio, infuso di artemisia absinthĭum mescolato con il miele, era il premio dato ai vincitori come simbolo di buona salute.

Apicio preparava il Vino d'Assenzio Romano per favorire la salute e per aumentare l'appetito:

Il vino d’assenzio Romano così farai. Se ti manchi il condito di Camerino, che suole usarsi per fare il vino di assenzio, in quella vece prendi una oncia* di assenzio Pontico ben netto ed ammaccato, di mastice e malabatro tre scropoli, di costo sei scropoli, di zafferano tre scropoli, di vino vecchio trenta libbre. Non è bisogno di cottura, perchè amaro abbastanza.

oncia* = una oncia tebaica, composta di otto dramme, ogni dramma nel peso corrispondeva all’antico danajo o consolare.

Delle vivande e condimenti ovvero dell'arte della cucina
Marco Gavio Apicio
Traduzione Giambattista Baseggio

I rami di artemisia si attaccavano agli alberi o dietro gli usci delle case o si componevano anche in corone da indossare per proteggersi dalle negatività, si credeva che la notte del solstizio d'estate l'artemisia producesse sotto le radici un carbone che andava raccolto e custodito in casa o tra gli abiti indossati per preservarsi dai fulmini, e dalla peste che nel tempo trova "rimedio" anche nella ricetta dell'Aceto de’ quattro ladri:

" Non sarà fuori di proposito l’aggiungnere qui la ricetta di questo famoso composto perché esso giova particolarmente per fare sei suffumigi e per odorarlo contro la peste, aria cattiva e nei luoghi fetidi, in ospedali ec. Si dice inventato o usato da quattro ladri che mediante l’uso di esso si preservarono dalla peste di Marsiglia, e così rubbavano impunemente, e per salvarsi poi dalla meritata pena ne rivelassero la ricetta. Questo aceto dunque si fa con cime d’assenzio grandi e piccole, con rosmarino, salvia e ruta un’oncia e mezzo per ciascuna, due once di fiori di spiga o lavanda secca e due d’aglio con due dramme tanto di acoro vero come di cannella, di garofoli e di noce moscata. Tutte queste dosi poste in otto libbre di buon aceto si macerano a bagno d’arena in vaso ben chiuso per due giorni, indi dopo una forte spremitura si filtra il descritto composto, e vi si aggiunge per ultimo mezz’oncia di canfora sciolta nello spirito di vino. Ad uso di suffumigi si può fare l’aceto facilmente, chiudendo in una bottiglia di vetro il miglior aceto possibile unito a parti uguali di acquavite, indi turato il vaso esattamente tenerlo per un mese al calore d’una stufa ordinaria. "

Dizionario universale economico rustico

La leggenda cristiana racconta che per tentare di contrastare il serpente l'artemisia prese vita nel paradiso terrestre lungo il percorso che portava a Eva, le sue foglie hanno la caratteristica di rivolgersi sempre a Nord per cui orientandosi verso l'alto si volge al divino e se la si portava con sé proteggeva i viaggiatori dagli incidenti e li salvaguardava dalla stanchezza, per questo motivo venne dipinta sulle portiere delle carrozze pubbliche.
Zzaboudki è il nome ucraino dell'artemisia, deriva dalla parola zaboud che significa oblio ed entra nella leggenda di una ragazza che il 14 settembre, giorno dell'Esaltazione della Croce, va a cercare funghi nel bosco, viene spaventata da dei serpenti, fugge e cade proprio nella loro tana dove conosce la regina dei serpenti dalle corna d'oro che per sfamare i suoi sudditi striscianti gli fa leccare una pietra splendente, la ragazza intrappolata li imita per sopravvivere fin quando in primavera si presenta l'occasione di uscire dalla tana salendo sui serpenti aggrovigliati uno sull'altro, prima di andar via saluta la regina che le dona la capacità di comprendere il linguaggio delle erbe e di conoscere le loro proprietà medicinali, ma per conservare questo sapere non deve mai e poi mai nominare l'artemisia. Un giorno però, lungo un sentiero, incontra un uomo che le chiede come si chiama l'erba che cresce nei campi, lei impulsivamente risponde che si tratta dell'artemisia ed ecco che tutto il suo sapere sulle erbe svanisce. Da quel momento l'artemisia viene chiamata erba dell'oblio.

Nel IX secolo Macer Floridus, pseudonimo di Odo Magdunensis, nel De viridibus herbarum -  definì l'artemisia herbarum matrem - madre delle erbe; era considerata magica e il suo succo veniva unito all'inchiostro per impedire alle tarme di divorare la carta.
Nel 1797 Henri Pernod produsse un distillato di olio essenziale di assenzio ad alta gradazione alcolica che nel secolo successivo fu molto apprezzato dagli artisti; in quantità moderate produceva effetti benefici per lo stomaco, mentre l'abuso - absintismo che a causa dell'alcool provocava allucinazioni, perdita di equilibrio, danni al sistema nervoso e delirium tremens portò a proibirne l'uso. L'effetto di stordimento generato dal liquore d'assenzio è splendidamente espresso nel 1876 da Edgar Degas nel dipinto l'Absinthe - l' Assenzio.

L'Absinthe - L’Assenzio - 1876  -Edgar Degas

L'Absinthe - L’Assenzio
1876
Edgar Degas
Musée d’Orsay - Parigi 

L'artemisia absinthium diffusa nell'area mediterranea e conosciuta comunemente come assenzio romano o maggiore appartiene alla famiglia delle asteracee e conta circa 400 specie, ha i rami verde argenteo e lanuginosi, le foglie grigio verde nella pagina superiore e argentee nell’inferiore, picciolate, tri-pennatifide con i margini arrotondati, i fiori gialli piccoli a forma di capolino, differisce dalla vulgaris che ha i rami rossastri, le foglie verde intenso e glabre nella pagina superiore e argentee e pelose in quella inferiore, bi-pennatifide con i margini appuntiti e nel dizionario universale economico rustico del 1797 è descritta così:

Assenzio, lat Absinthium, fr. Absinthe. Erba notissima per la sua amarezza, il di lei odore benchè spiacevole nulladimeno è aromatico. La pianta è vivace a fiori piccoli, gialli, con foglie ampie dalla base, più sottili in punta, frastagliate, d'un verde pallido o bianchicce. Si solleva all'altezza di 2 in tre piedi. La radice è grossa, legnosa, odorosa, ma priva d'amarezza. L'assenzio cresce naturalmente in Europa in terreni secchi, incolti e un poco caldi. Viene da semina che si semina in febbrajao o in marzo e viene anche da pianticelle abbarbicate o da germogli, e questo è il metodo più comune. Si raccoglie in sul fine di luglio dopo che ha prodotto la sua semente per farlo seccare, e si adoprano soltanto le foglie e le sommita, la radice, i fiori e gli steli non sono in uso, Si coltiva ne' giardini per cingerne e ornarle ajuole non tanto per la sua vivacità quanto per uso della medicina. Adoprasi come cordiale, stomatico, febbrifugo ed emmenagogo, proprietà che riconosce dai suoi principj aromatici ed amari. Una piccola quantità messo in tempo d'estate nella birra impedisce che non acidisca. Il vino d'assenzio facilissimo a farsi è un medicamento interiore che non può che giovare. Si fa in questo modo: s'infondono a freddo in 4 libbre di vino bianco 6 grossi d'assenzio seccato e dopo 24 ore si cava il sugo per espressione. Nelle debolezze di stomaco, per eccitare l'appetito, per facilitare la digestione, per li vermi ec. questo vino è eccellente. Ma l'uso eccessivo dell'assenzio toglie lo stimolo agli atti venerei e può fare del male assai ai nervi come lo producono tutti gli amari usati senza riserva. Tutta volta questa pianta è tra tutti gli amari il più piacevole e ne possiede al tempo stesso tutte le virtù. Ciò che prima era di pura medicina, ora è passato in delizie; si fa appresso a'Tedeschi il Wermet Wein che altro non è che un vino d'assenzio il quale ne conserva il sapore, ma non è spiacevole e non si sdegna frammezzo il pasto alle tavole più delicate. Ecco come si fa. Si togliono daldal graspo primieramente gli acini migliori dell'uva. Con questi si faccia strato sopra strato, cioè si metta prima uno strato di pure foglie d'assenzio, poi uno d'uva, poi di mano in mano fino alla cima che deve essere coperta d'assenzio. Si lasci fermentare il tutto per 10 girni, quindi si sprema l'uva e si riponga con diligenza. Se col sugo d'assenzio o con quello d'aloe bagniate la posata di qualche parasito ogni cosa gli parrà amara, e se intridirete una lama di coltello da una sola parte di questo sugo tagliando con quello un pollo o altro la parte tocca dal coltello intriso sarà amara, e l'altra parte sarà dell'ordinario suo sapore. V. Sciloppo.
L'assenzio di cui si è parlato è l'assenzio maggiore detto anche romano e il più ordinario. Fra le varie altre specie che numerano i botanicivi è anche l'assenzio piccolo o minore detto più comunemente pontico, che sembra più aromatico e meno amaro del suddetto volgare. Si usa come quello per farne il vino d'assenzio e gli si può sostituire anche per gli altri usi medicinali. Ne differisce nell'esser più basso, nell'aver le foglie più piccole, più minute e il loro verde più carico al di sopra, poichè nella parte di sotto sono come coperte da un pelame bianco. Bisogna badar bene di non confonder questa pianta con l'abrotano, da cui però è differentee per l'andamento e per il gambo che è legnoso.

Il gusto amaro dell'artemisia dato dall'artemisina apprezzato nella produzione dei liquori,  nell'espressione letteraria diventa metafora del dolore e della sventura:

il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia,
e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. la stella si chiama assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare.

Giovanni, Apocalisse: 8,10

" ... E io a lui: «Forese, da quel dí
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu’anni non son vòlti infino a qui.
Se prima fu la possa in te finita
di peccar piú, che sorvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
come se’ tu qua su venuto? Ancora
io ti credea trovar lá giú di sotto
84dove tempo per tempo si ristora».
Ond’elli a me: «Sí tosto m’ha condotto
a ber lo dolce assenzio de’ martiri
la Nella mia: con suo pianger dirotto,
con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ha de li altri giri... "

Divina Commedia - Purgatorio - Canto XXIII
Dante Alighieri 

" ... Dono a me solo amaro,
Che mi strugge, pensando,
Ed a me sol crudele,
Che suggo assenzio e fele ... "

Rime d’amore - Piante, frondose piante
Torquato Tasso

Le finte gioie, e i veri
Dolor d’empio Tiranno
Segua chi vuol, ch’io troppo (ohime) conosco
L’amarissimo à l’Alma assenzio, e tosco.

Rime - Canzone V 
Isabella Andreini 

Assenzio

Nella medicina popolare viene usata per l'amenorrea e la dismenorrea, per la bronchite, il catarro, le coliche, la diarrea, la dispepsia, la diuresi, i dolori articolari, muscolari e viscerali, per la febbre, la flatulenza, l'infiammazione e le infezioni respiratorie e urinarie, per l'insonnia, l'ipertensione arteriosa, per la ritenzione idrica, gli spasmi addominali, per lo stress e per la tosse.
In Cina è conosciuta con il nome di qing-hao - erba che brucia e da oltre duemila anni è impiegata nella preparazione della moxa che si ottiene triturando la pianta fino a formare un composto lanuginoso con il quale si producono dei coni o delle palline da posizionare e bruciare sulla pelle; in infuso è usata per la febbre malarica e per l'influenza.

" Numerosi sono i tipi di assenzio: quello santonico, così chiamato da una città della Gallia; quello pontico, dal Ponto, dove con esso si ingrassa il bestiame, che perciò viene trovato senza fiele - ed è il piu efficace di tutti; quello italico, molto piu amaro (invece la midolla di quello pontico è dolce). Tutti sono d'accordo sull'uso di quest'erba, che si trova con estrema facilità ed è utile come poche altre; in particolare poi viene tenuta in grande considerazione nei riti sacri del popolo romano: infatti, durante le ferie Latine, in occasione delle gare tra le quadrighe sul Campidoglio, il vincitore beve dell'assenzio: i nostri antenati, suppongo, hanno ritenuto onorifico dare come premio la salute. L'assenzio rafforza lo stomaco, e per questo si fa prendere ai vini il suo sapore, coine si è detto. Lo si beve anche cotto nell'acqua e poi lasciato raffreddare all'aperto per una notte e un giorno; se ne devono cuocere 6 dracme di foglie con i loro rami in 3 sestari di acqua piovana; è inoltre usanza antichissima aggiungere del sale. Si beve anche l'infuso dell'erba macerata: così infatti 2 deve essere chiamato questo tipo di medicamento. L'infuso si prepara in modo che, qualunque sia la quantità d'acqua, resti coperta per tre giorni. È raro che lo si adoperi tritato, cosi come è raro che si usi il succo che se ne ricava. Comunque, lo si spreme appena il seme comincia a ingrossarsi; lo si fa macerare nell'acqua, se è fresco, per tre giorni, se è secco, per 7, e poi lo si cuoce in un vaso di rame fino a ridurlo a un terzo (la dose è di 10 emine in 45 sestari d'acqua); lo si filtra piu volte, dopo aver tolto l'erba, e lo si fa cuocere fino ad ottenere la densità del miele: lo stesso procedimento con cui si ricava il succo della centaurea minore. Ma questo succo fa male allo stomaco e alla testa, mentre il decotto è quanto mai salutare. Infatti restringe lo stomaco e fa eliminare la bile, stimola la funzione urinaria, ammorbidisce l'intestino e ne fa passare i dolori, scaccia i parassiti intestinali, fa cessare i languori di stomaco e le flatulenze ( unito a seseli 1 e a nardo gallico 2 con l'aggiunta di un po' d'aceto), elimina la nausea, aiuta la digestione e, unito a ruta, pepe e sale, fa passare l'indigestione. Gli antichi somministravano come purgante 6 dracme del suo seme assieme a un sestario di acqua di mare vecchia, con 3 dracme di sale e un ciato di miele; l'azione purgativa è piu energica se si raddoppia la quantità di sale. Bisogna però aver cura nel tritarlo, perché l'operazione non è facile. Alcuni lo hanno somministrato anche in farinata d'orzo nella dose sopra indicata, aggiungendo del puleggia; altri, ai bambini, dentro a un fico secco per mascherare il sapore amaro. Preso con l'iris ripulisce il torace. In caso di itterizia lo si prende in pozione, crudo, con l'apio o con l'adianto. Contro le flatulenze lo si beve a sorsi, caldo, nell'acqua; per il fegato lo si prende col nardo gallico; per la milza con l'aceto, con una farinata o con un fico. Nell'aceto, è un antidoto contro i funghi velenosi e contro il vischio; nel vino, contro la cicuta e i morsi del toporagno, contro il dragone marino e gli scorpioni. Aiuta molto a schiarire la vista; lo si applica, insieme a vino passito, sulle lacrimazioni, e col miele sulle contusioni. Il vapore prodotto dal suo decotto, usato per fumigazioni, guarisce le orecchie; oppure, se queste trasudano umori purulenti, lo si adopera tritato assieme al miele. 3 o 4 ramoscelli di assenzio, con una radice di nardo gallico in 6 ciati d'acqua, sono diuretici e provocano le mestruazioni; queste ultime in particolare vengono stimolate dall'assenzio preso, I col miele e applicato localmente su un panno di lana. Col miele e col nitro è d'aiuto per l'angina. Preso nell'acqua guarisce le epinittidi; risana le ferite fresche applicato localmente prima che esse vengano toccate con l'acqua; inoltre guarisce le piaghe della testa. Lo si applica in particolare sui fianchi, assieme a cera di Cipro o con un fico. Fa passare anche il prurito. Non va somministrato in presenza di febbre. Preso in pozione durante le navigazioni, previene il mal di mare; tenuto nella ventriera, impedisce la formazione dei gonfiori inguinali. Fatto innusare o posto sotto la testa, all'insaputa del paziente, fa venire il sonno. Introdotto nei vestiti tiene lontane le tarme. In unzione assieme all'olio e col suo fumo, se lo si brucia, scaccia i moscerini. L'inchiostro per i libri, mescolato con un infuso di assenzio, protegge lo scritto dall'attacco dei topolini. La cenere di assenzio, mischiata con unguento e con olio di rose, annerisce i capelli. C'è anche l'assenzio marino, che alcuni chiamano serifo: il piu apprezzato si rova a Taposiris in Egitto. I fedeli di Iside seguono l'usanza di portarne in mano un ramo nelle processioni. È piu piccolo del precedente e meno amaro, è dannoso allo stomaco, ammorbidisce il ventre e fa espellere i parassiti intestinali. Lo si prende in pozione con olio e sale, oppure in infuso in un brodo di farina di tre mesi. Se ne cuoce una manciata in un sestario d'acqua fino a ridurlo alla metà. "

Storia naturale - Libro XXVII
Plino il Vecchio
Traduzione Paola Cosci

Contiene artemisinina, azulene, borneolo, canfora, cineolo, eucaliptolo, vulgarolo; flavonoidi, calcio, iodio, fosforo,iodio, magnesio, potassio, zinco, zolfo; inulina, resine, terpeni tannini, tujone. È un analgesico, anoressizzante, antibatterico, antidepressivo, antifungineo, antinffiammatorio, antiparassitario, antispasmodico, coleretico, colagogo, diuretico, espettorante e fluidificante, eupeptico, emmenagogo, febbrifugo, tonico, vermifugo.
Uso esterno in impacchi per le contratture muscolari, flebiti e vene varicose, mal di pancia.
Sconsigliato ai bambini, alle donne in stato di gravidanza, agli epilettici, ai soggetti allergici ai componenti dell'artemisia e a chi soffre di urcela gastrica e duodenale.
Nel linguaggio dei fiori rappresenta, la felicità e la serenità. Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

" ... Usciam fischiando un po’ alla luna un ritornello, d’uno stornello, da cabaret.
In loschi tabarin danziamo al ritmo del bicchier, ebbri noi siam d’amor,
d’assenzio e di piacer. Oh, oh oh, oh. Oh, oh oh! ... !

La danza delle libellule
Carlo Lombardo per le musiche di Fraz Lehar

sabato 12 giugno 2021

Il trionfo dell'alloro

" ... Scesi in breve al lido,
Sopra un’altura non discosta un’ampia
Grotta vedemmo, che guardava il mare,
Ombreggiata da lauri, e sotto ai lauri
Capre, agnelle e montoni accovacciati ...

Odissea Libro IX
Omero
Traduzione Paolo Maspero

Alloro

Δάφνη - Dáphne è il nome del lauro in greco che nell'immediato rimanda al mito di Dafne e Apollo:
Apollo, figlio di Latona e di Giove, gemello di Artemide e dio delle arti, della medicina e del sole, orgoglioso di aver ucciso il serpente Pitone, nel vedere il dio dell'amore Cupido che piega il suo arco per tendere la corda, lo provoca dicendogli che può accontentarsi di infiammare la fiaccola dell'amore mentre lui è impegnato ad assestare colpi mortali, degni di ogni onore e gloria, alle fiere e ai nemici. Cupido estrae due frecce dalla sua faretra, con la prima che ha la punta aguzza, è d'oro e suscita l'amore, colpisce il vanesio Apollo e con la seconda che è spuntata, di piombo e respinge l'amore, colpisce Dafne ninfa dei corsi d'acqua, figlia del fiume Peneo e della Madre Terra Gea*, amata anche da Leucippo* che viene ucciso dalle ninfe quando scoprono che per avvicinarsi a Dafne si è unito a loro travestito da donna. Apollo in preda al suo desiderio lussurioso insegue Dafne nel bosco, lei fugge ma allo stremo delle forze vedendosi raggiunta invoca l'aiuto del padre Peneo che la trasforma in alloro.

" ... «Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,
dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».
Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,
il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici,
il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche così Febo l’ama e, poggiata la mano sul tronco,
sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia
e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,
ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.
E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia,
sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno,
o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra;
e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante
intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei.
Fedelissimo custode della porta d’Augusto,
starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.
E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa,
anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».
Qui Febo39 tacque; e l’alloro annuì con i suoi rami
appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo. "

figlia del fiume Peneo e della Madre Terra Gea* = In una variante del mito i genitori di Dafne sono la naiade Creusa e il dio fluviale Ladone, per il poeta Partenio Dafne è una cacciatrice figlia di Amicla.
Leucippo* =L'episodio è raccontato nella Descrizione della Grecia di Pausania - Libro VIII, tradotto da S. Alfonso Bonacciuoli " ... Ha il Ladone la più bell'acqua di tutti gli altri fiumi della Grecia.Et per altro ancora è molto famoso tra gli huomini, questo per cagione di Dafne et di quello, che di lei hano scritto i poeti. Ma volendo parlare ili Dafne lascierò da parte ciò, che ne dicono i Sortani c'habitano sul fiume Orote, percioche d'altra maniera ne parlano gli Arcadi, et gli EÌei. Era Leucippo figliuolo d'Enomao signore di Pisa. Innamoratosi così lui di Dafne incotanente havrebbe cercalo d'haverla per moglie, ma si difidò di poterla havere, come colei ch’abborriva tutto il sesso maschile. Ond'egli si servì cotra di lei d'uno così fatto ingano. Si coservava Leucippo la chioma lunga per Alfeo, questa accomodadosi egli come fanno le fanciulle, et postosi un habito feminile; andò à trovare Dafne, mostrado d'essere una figlia di Enomao che desiderava di farle copagnia alla caccia. Così tenuto per donzella, avanzando quell'altre vergini per la nobiltà del suo sangue, per la molta pratica del cacciare, oltre all'estrema schiavitù, ch’egli faceva à Dafne; acquistò co esso lei una strettissima amicizia. Ma quei poeti c'hano citato l'amore d'Apolline co lei, dicono, c’havédo Apolline invidia del felice successo dell'amore di Leucippo mise subito in animo a Dafne d'adare in fume co l'altre vergini sue copagne, à nuotare nel Ladone.Onde spogliado Leucippo contra sua voglia, e trovatolo non essere femina; tanto il percossero colle saette co' loro coltellini, che l'uccisero ... "

Metamorfosi - Libro I
Publio Ovidio Nasone
Traduzione Mario Ramous

Apollo è dunque δαϕνηϕόρος - dafneforos - portatore di lauro celebrato nelle Δαϕνηϕόριαι - Daphneforie, feste che  venivano allestite ogni otto, nove anni ad Atene, a Cheronea, a Tebe e a Delfi luogo in cui fu edificato il primo tempio dedicato ad Apollo e in cui la sua sacerdotessa, la Pizia, masticando le foglie di alloro entrava in contatto con l'oracolo ed esponeva i suoi vaticini a chi ne facesse richiesta. In una delle cerimonie delle Δαϕνηϕόριαι un ragazzo, scelto tra le famiglie più in vista delle città, impersonava il δαϕνηϕόρος e portava i rami di lauro al tempio seguito da una processione.
Il potere divinatorio dell'alloro era protagonista anche nelle δαϕνημανζιε dafnomanzie, rituali in cui i rami dell'arbusto venivano gettati nel fuoco, se bruciavano scoppiettando il presagio era fausto e se non si udiva alcun crepitio il presagio era infausto. 

"Il vero io canto, se del sacro alloro
Senza danno io mi pasca, e se di mia
Verginitate ognor salvi il tesoro.ι

E il sacro lauro ne le fiamme ardenti
Ben orepitando ne dia segni buoni,
E porti a l’ anno più felici eventi.

Viva. viva ! allegratevi, o coloni;
Felicissimi segni il lauro diede:
Voi da Cerere avrete immensi doni ..."

Elegie - Libro II - V
Albio Tibullo
Traduzione Antonio Cavalli

" ... e con stridore acuto
L' alloro scoppiettando arda nel foco

Fasti Libro I
Publio Ovidio Nasone
Traduzione Giambatista Bianchi

Laūrūs in latino fino all'inizio del XIV secolo era considerato un termine di genere femminile, alcuni vocabolari riportano entrambi i generi, e preceduto dal pronome dimostrativo illa, con valore di articolo, formava la dicitura illa laurŭs  - quell'alloro da cui, per crasi probabilmente deriva l' alloro laudem - gloria del trionfo che incorona le vittorie.
La querna corona o corona civica la più antica onoreficenza romana formata dall'intreccio di foglie di quercia veniva donata a chi si distingueva per aver salvato la vita a un uomo in combattimento, quella di Augusto era esposta sul suo palazzo incorniciata da due alberi di alloro. Quando si vinceva una guerra per darne notizia in patria si spedivano le laurĕātae, lettere avvolte e decorate con le foglie di alloro.
Nei trionfi i carri dei vincitori trainati dai cavalli erano addobbati con i rami di alloro e le fronde intrecciate con un nastro rosso componevano anche la corona aurea che cingeva la testa dei centurioni che in battaglia avevano ucciso un nemico, la testa del generale vittorioso che veniva salutato con il titolo di Imperator era invece cinta con la corona triumphalis realizzata in foglie d'alloro d'oro e il suo ingresso nella Città Eterna era preceduto da dei soldati che ponevano ramoscelli d'alloro sulla statua di Giove Feretrio in Campidoglio, sulla quale lui stesso poneva poi come trofei le spolia opima ovvero l' armatura e le armi del comandante nemico. La corona di alloro veniva portata in testa anche dai poeti per favorire l'ispirazione e l'imperatore Tiberio la indossava durante i temporali per proteggersi dai fulmini.

" ... Apollo stesso del suo casto alloro
Qualche foglia ti porge, e in un ti vieta
Tuonar parole per l’insano fóro.
Ne le astuzie di Amor sarai poeta,
Ecco il tuo campo; e a te verrà. la schiera,
Cui de le Muse l’almo fonte asseta ... "

Elegie - Libro IV - I
Sesto Properzio
Traduzione Antonio Cavalli

I rami che venivano chiamati strenue perché raccolti nel bosco sacro della dea Strenua erano considerati dei doni da offrire il primo marzo agli amici; per buon auspicio si esponevano sulle porte delle case e le fronde intinte nell'acqua erano usate nella lustratio, cerimonia di purificazione in cui si  aspergevano i mercanti e le merci messe in vendita, i campi da coltivare, le greggi, gli animali scelti per i sacrifici che si facevano girare uno dietro l'altro rigorosamente in cerchio per il valore simbolico di protezione che questa figura geometrica rappresenta. Con il legno dell'albero dell'alloro si costruivano i pali di sostegno per le viti e le assi degli aratri.

" ... Fatti memorabili che riguardano l'alloro sono connessi anche col divino Augusto. Infatti Livia Drusilla, che poi assunse col matrimonio il nome di Augusta, quando ancora era fidanzata a Cesare
Augusto, stando seduta, ricevette in grembo una gallina di notevole bianchezza che un'aquila aveva lasciato cadere dall'alto, illesa; mentre ancora osservava, senza provar paura, un altro prodigio si aggiunse, perché la gallina teneva nel becco un ramo di alloro carico delle sue bacche: gli indovini ordinarono di conservare il volatile e la prole, nonché di piantare quel ramo e di custodirlo religiosamente. La prescrizione fu eseguita nella dimora di campagna dei Cesari, sulle rive del Tevere, sulla via Flaminia a nove miglia da Roma, che è chiamata per questo « Alle galline » , e li attorno
nacque prodigiosamente un boschetto. È l'alloro proveniente da li che Cesare Augusto, da quel momento in poi, tenne in mano mentre celebrava i suoi trionfi e di cui portò sul capo la corona: dopo di lui questa fu consuetudine comune a tutti gli imperatori. È cosi invalso l'uso di piantare i rami di alloro da loro tenuti in mano ed esistono tuttora dei boschi distinti dai nomi dei vari imperatori , motivo per cui, forse, furono sostituiti gli allori da trionfo. 
È il solo albero il cui nome può essere imposto a dei maschi nella lingua latina, il solo di cui la foglia ha un nome speciale: infatti la chiamiamo laurea. Il suo nome persiste in un toponimo di Roma, poiché si chiama Loreto, sull'Aventino, il luogo sul quale sorgeva una selva d'alloro. Questo stesso albero è impiegato nelle purificazioni e, sia detto incidentalmente, si può piantare anche usando un suo ramo ... "

Storia naturale - Libro XV
Plinio il Vecchio
Traduzione Andrea Aragosti

" È dunque vero che Cesare, tornando a noi dalle regioni Iperboree, si
prepara a percorrere le vie Ausonie?1 Manca una prova sicura, ma tutti lo
dicono: io ho fiducia, o Fama, in te, perché tu suoli dire la verità. Le lettere
di vittoria testimoniano la pubblica gioia, le aste dei guerrieri hanno le
punte rivestite di verde lauro. Evviva! Roma acclama di nuovo i tuoi grandi
trionfi, e sei salutato, o Cesare, col nome di Invitto nella tua città. Ma
perché ci sia ormai un motivo più sicuro di gioia, torna tu stesso
annunziatore della vittoria sui Sarmati. "

Epigrammi Libro VII - VI
Marco ValerioMarziale
Traduzione Giuseppe Norcio

Poniamo orchestre anco in pià stretta via,
E di fronzuto alloro e verdeggiante
Bello d’ ogni magion l’ ingresso sia,

Satire - VI
Decimo Giuno Giovenale
Traduzione Zefirino Re

D’ogni altra pianta a lei più caro inoltre
Vera un alloro che pudico il letto
Verginale di grata ombra spargea.
Reciso questo ella mirò da l’ime
Radici, e i rami suoi guasti e d’ immonda
Polve imbrattati.

Il ratto di Proserpina - Libro III
Claudio Claudiano
Traduzione Tommaso Giraldi
395 e il 398 d. C.

L' alloro assunse un ruolo infausto sulle navi dove era considerato laurus insana che genera risse: Polluce uno degli argonauti uccise Amico re dei Bebrici che possedeva una grande forza e che per diletto sfidava gli stranieri costrigendoli a combattere contro di lui. Un ramo di alloro fu portato sulla nave per festeggiare la vittoria, ma non fu una buona idea perché si racconta che i membri dell'equipaggio iniziarono ad azzuffarsi:  

" ... Nel Ponto, al di qua di Eraclea, ci sono gli altari di Giove soprannominato Stratios, e là esistono due querce piantate da Ercole. Nella medesima zona si trova il porto di Amico, famoso per l'uccisione del re Bebrice. Dal giorno della sua morte il suo tumulo è coperto da un alloro che chiamano pazzo, perché se un ramoscello staccato da questa pianta viene portato a bordo di una nave scoppiano risse nell'equipaggio fino a che non lo si butta via ... "

Storia naturale
Plinio il Vecchio
Libro XVI
Traduzione
Francesca Lechi

" ... Or io di questa pianta
ben' augurata, o gloriosa,

O buono Apollo, all’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.

Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m‘è uopo entrar nell’aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tùe
sì come quando Marsia traesti
della vagina delle membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,

venir vedra’mi al tuo diletto legno,
e coronarmi allor di quelle foglie
che la matera e tu mi farai degno.

Divina Commedia - Paradiso - Canto I
Dante Alighieri

Così come Apollo era innamorato di Dafne, Francesco Petrarca lo era di Laura 

Quand’io veggio dal ciel scender l’Aurora
co la fronte di rose et co’ crin’ d’oro,
Amor m’assale, ond’io mi discoloro,
et dico sospirando: Ivi è Laura ora.

O felice Titon, tu sai ben l’ora
da ricovrare il tuo caro tesoro:
ma io che debbo far del dolce alloro?
che se ’l vo’ riveder, conven ch’io mora.

I vostri dipartir’ non son sí duri,
ch’almen di notte suol tornar colei
che non â schifo le tue bianche chiome:

le mie notti fa triste, e i giorni oscuri,
quella che n’à portato i penser’ miei,
né di sè m’à lasciato altro che ’l nome.

Quand'io veggio dal ciel scender l'Aurora
Francesco Petrarca

Alloro

L'alloro - Laurus nobilis appartenente alla famiglia delle Lauraceae originario dell'area mediterranea con i suoi profumatissimi rami verdi in gioventù che virano verso il nero in maturità, con le sue foglie verde chiaro in germoglio e verde scuro in pieno sviluppo, coriacee e ovate, lucide nella pagina superiore e opache in quella inferiore, con i suoi fiori giallo chiaro raggruppati a ombrello, nel Dizionario universale economico rustico del 1797 è descritto così:

Alloro, Lauro, lat. Laurus fr. Laurier. Albero assai noto. Nei paesi caldi l'alloro cresce ad essere albero e conserva anche d'inverno le sue foglie verdi; e perciò è pregiato nei giardini per ornar prospettive e far pergolati. Nasce dal seme il quale sia stato macerato per due giorni nell'acqua. Si propaga eziandio per via delle marcotte o propagini, stendendo un ramo tenero attaccato ancora all'albero in un solco ricoperto di terra ove egli piglia radice in sei mesi. Si alleva in piana terra e nelle cassette come gli augrumi, ama luoghi umidi, serve ottimamente a fare spalliere ed a coprire le pareti del giardino. Si tonde di primavera e mai di autunno per timore che i nuovi getti non soggiacciano al gelo. Se mai la pianta gelasse tagliatene tutto il tronco; essa ripullula dalla radice. Seve in cucina per tramezzarsi ai fegatelli, uccelletti, salciccia ed anguilla. Serve per odore nei marinati di pesce e nella gelatina di animale. Sopra le foglie dell'alloro si pone la cotognata; ed un ramuscello d'alloro acceso messo entro lo strutto bollente gli dà odore e lo toglie dal pericolo di irrancidirsi, e conserva assai bene i fichi secchi ai quali si tramezza. Sulla fede di Tibullo gli antichi cavavano i presagi del lauro. Se abbruciandolo strepitava assai ne auguravano buona raccolta; se poi si udiva poco strepito ne presagivano il contrario. Il decotto d'alloro sparso in terra scaccia i tafani, e le foglie e messe tra i libri li difendono dal tarlo. D'alloro ve ne sono molte specie, alloro regio, alloro imperiale, lauro ceraso, lauro timo, lauro rosa, lauro spinoso, detto anche agrifoglio ...

Alloro

Nella medicina popolare l'alloro è usato per l'alitosi, la bronchite, per le contratture muscolari per la dismenorrea, la flautolenza, i dolori muscolari, l'infiammazione del cavo orale l'influenza e il raffreddore, il nervosismo, i problemi digestivi, lo scarso appetito e la stanchezza.
Dalle bacche di alloro si ottiene l'olio che insieme  a  acqua, idrossido di sodio e olio di oliva, è usato per produrre il sapone di Aleppo. Per realizzarlo è necessario cuocere lentamente l'olio di oliva, aggiungendo poi l'olio di alloro e la soda che è estratta dal sale marino. Il composto ottenuto dalla bollitura si versa negli stampi si lascia raffreddare e essiccare per un anno.  

" L'alloro ha proprietà calorifiche sia nelle foglie che nella scorza che nelle bacche; pertanto il suo decotto, soprattutto di foglie, è concordemente riconosciuto utile per l'utero e la vescica. Le foglie, in applicazione, combattono il veleno delle vespe, dei calabroni e delle api, nonché dei serpenti, specialmente la sepala dipsade e la vipera. Cotte nell'olio giovano anche al flusso mestruale, mentre le piu tenere, pestate con farinata d'orzo, alle infiammazioni oculari, con la ruta a quelle dei testicoli, con olio di rose o d'iris al mal di testa. In piu, tre foglie masticate e deglutite ogni giorno per tre giorni consecutivi, liberano dalla tosse, mentre le medesime, pestate con miele, guariscono dall'asma. Le donne incinte devono evitare la scorza della radice. La radice di per sé sbriciola i calcoli, giova al fegato presa in dose di 3 oboli nel vino profumato. Le foglie, in pozione, provocano il vomito. Le bacche, pestate e applicate in pessario, ovvero prese in pozione, provocano il mestruo. Due bacche, sbucciate e prese in pozione nel vino, guariscono la tosse cronica e l' ortopnea; nel caso vi sia anche febbre, si prendono in acqua o in elettuario nel vino passito o cotte, nell'idromele. Impiegate nello stesso modo, giovano anche alla tisi e ad ogni sorta di catarro del petto; portano infatti a maturazione il muco e lo fanno espellere. Contro gli scorpioni si prendono quattro bacche in pozione nel vino. Una lozione di bacche e olio guarisce le epinittidi, le lentiggini, le ulcere sierose, quelle della bocca e le desquamazioni, mentre il succo delle bacche guarisce la fodora e la ftiriasi 1 Nel caso di mal d'orecchi o di sordità lo si ,, istilla unito a vino stagionato e olio di rose. Tutti gli animali velenosi stanno lontani da chi se ne sia cosparso. Tale succo, anchepreso in pozione, giova contro le morsicature, specialmente il succo ricavato dalle bacche d'alloro a foglie molto strette. Le bacche, col vino, combattono il veleno dei serpenti, degli scorpioni e dei ragni. In olio e aceto se ne fanno applicazioni anche per la milza e il fegato, insieme a miele per la cancrena. Inoltre, nel caso di affaticamento o di raffreddamento, giova farsene delle unzioni con l'aggiunta di nitro. Secondo l'opinione di alcuni la radice, bevuta in acqua nella dose di un acetabolo, accelera di molto il parto ed è piu efficace fresca che secca. Alcuni prescrivono di somministrare in pozione 10 bacche contro le punture degli scorpioni nonché, come rimedio contro il rilasciamento dell'ugola, di far bollire un quadrante di bacche e di foglie in 3 sestari d'acqua finché il liquido si riduca ad un terzo, di gargarizzare calda questa pozione e, nel mal di testa, di pestare con olio e scaldare un numero dispari di bacche. Le foglie di alloro di Delfi, pestate ed odorate di tanto in tanto, preservano dal contagio nel caso di epidemie, tanto piu se fatte anche bruciare. L'olio di alloro delfico si impiega utilmente per fare cerotti e farmaci lenitivi, per vincere i raffreddamenti e, per rilassare i tendini, per la pleurite, per le febbri fredde 3; ed ancora, scaldato nella buccia di una melagrana, giova al mal di orecchie. Le foglie, bollite finché l'acqua si riduca ad un terzo, restringono, in gargarismo, l'ugola; in pozione calmano i dolori del ventre e dell'intestino; le foglie piu tenere, pestate nel vino e applicate durante la notte, eliminano le bolle e il prurito. Le altre specie di alloro hanno proprietà molto simili. L'alloro alessandrino, detto anche alloro ideo 1 , accelera il parto, se si prende in pozione la sua radice nella dose di 3 denari in 3 ciati di vino dolce; causa inoltre l'espulsione della placenta e provoca le mestruazioni. Preso in pozione allo stesso modo, l'alloro selvatico, chiamato dafnoide o con quei nomi che abbiamo indicato è benefico: le foglie fresche o secche, nella dose di 3 dracme con sale nell' idromele, sono lassative. Masticate, fanno espellere il muco; la foglia, che ha anche proprietà emetiche, è nociva allo stomaco. Si prendono anche quindici bacche alla volta per purgarsi. "

Storia naturale - Libro XV
Plinio il Vecchio
Traduzione Andrea Aragosti

Contiene acidi grassi monoinsaturi, acidi grassi polinsaturi, calcio, carboidrati, Colesterolo, ferro, fibre, fosforo, grassi saturi, magnesio, manganese, niacina, olio essenziale: eugenolo e limonene; piridossina, potassio, proteine, rame, riboflavina B2, selenio, sodio, tiamina B1, vitamina A, B9, C, zinco. È un antiossidante, antisettico, antivirale, astrigente, digestivo, diuretico, espettorante, rilassante, , stimola l’appetito,  è anche un repellente per gli insetti.
Uso esterno, olio di alloro per massaggi decontratturanti e il sapone di Aleppo per la crosta lattea dei neonati, per il cuoio capelluto e per lenire gli arrosamenti da depilazione e rasatura.
Nel linguaggio dei fiori l'alloro rappresenta la difesa, la gloria, la perpetuità, la potenza della vittoria, il vaticinio. Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.


Una ninfa gentil, leggiadra e bella,
piú che mai Febo amasse o altro dio,
cresciuto ha co’ suoi pianti il fresco rio,
dove lasciata fu la meschinella.
Lí duolsi e spesso accusa or questa or quella
cagion del viver suo tanto aspro e rio:
poi che lasciò Diana, il suo disio
s’è vòlto ad ubbidir la terza stella.
E nulla altro conforta il suo dolore,
se non che quel che gli ha tanto ben tolto,
gli renda il desiato e car tesoro.
Sol nasce un dubbio, che quel tristo core
che al pianger tanto s’è diritto e vòlto,
pria non diventi un fonte o qualche alloro.

Sonetto fatto di Rimaggio a certi che vi s’erono trovati a far festa
Lorenzo De' Medici
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...