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giovedì 12 febbraio 2026

In scena per il Giovedì Grasso

Giovedì Grasso, il primo dei sei giorni che precedono l'inizio della Quaresima; Roma si sveglia con un'aria frizzante di festa che percorre vicoli e piazze; l'odore del fritto delle castagnole e delle chiacchiere si mescola a quello del vino, mentre il brusio della folla e i primi canti improvvisati riempiono l'aria. Maschere colorate sbucano da ogni angolo, cappelli piumati, mantelli svolazzanti, stracci rattoppati sopra vestiti eleganti, e sorrisi nascosti dietro parrucche e volti dipinti. I passi rimbombano sui sampietrini umidi di rugiada, le risate si rincorrono tra i palazzi antichi, e dai cortili qualcuno strimpella un violino, qualcun altro batte un tamburello, inventando melodie che si intrecciano con la voce dei bambini e il chiacchiericcio degli adulti. Si gira di casa in casa, si bussa ai portoni, si cantano brevi versi che chiedono un dono o suscitano una risata, e la città intera diventa un palcoscenico improvvisato. Si respira la libertà del travestimento, la leggerezza dei gesti teatrali e l'allegria che nasce dall'inganno gioioso. Ogni gesto è spettacolo, ogni sguardo parte di una recita collettiva, e il gioco tra apparente miseria e splendore nascosto fa sorridere chi osserva e chi partecipa. Il sole bacia i marmi delle chiese, le bandiere dei palazzi, e i coriandoli e le stelle filanti cadono leggeri, trasportati dal vento che sa di alito primaverile. È un giorno di piccole follie, di musica e chiasso, di profumi dolci e speziati, di gioia che si fa contagiosa. Il Giovedì Grasso è l’anteprima di un'orgia di colori e suoni, la promessa di una città che per qualche giorno si lascia alle regole alle spalle e si abbandona al Carnevale nella sua forma più viva e teatrale.

Giovedì Grasso in via del Corso - Roma

"Il carnevale di Questo scatenamento del carnevale non mi divertì un pezzo; a 23 o 24 anni già m'ero sazio e seccato, ed in quei giorni di pazzie fuggivo al polo opposto di Roma. M'accadde però nei primi tempi di prender anche parte a mascherate, e ad una fra 1'altre che voglio ricordare. Erano a Roma Paganini e Rossini; cantava la Liparini a Tor di Nona, e la sera mi trovavo spesse volte con loro e con altri matti coetanei. S'avvicinava il carnevale, e si disse una sera: - Combiniamo una mascherata. - Che cosa si fa? che cosa non si fa? - si decide alla fine di mascherarsi da ciechi, e cantare, come usano, per domandare 1'elemosina. Si misero insieme quattro versacci che dicevano:

« Siamo ciechi,
Siamo nati
Per campar
Di cortesia,
In giornata d'allegria
Non si nega carità. »

Rossini li mette subito in musica, ce li fa provare o riprovare, e finalmente si fissa d'andar in scena il giovedì grasso. Fu deciso che il vestiario al disotto fosse di tutta eleganza, e disopra coperto di poveri panni rappezzati. Insomma una miseria apparente e pulita. Rossini e Paganini doveano poi figurare 1'orchestra, strimpellando due chitarre, e pensarono vestirsi da donna. Rossini ampliò con molto gusto le sue già abbondanti forme con viluppi di stoppa, ed era una cosa inumana! Paganini poi secco come un uscio, e con quel suo viso che pareva il manico del violino, vestito da donna, compariva secco e sgroppato il doppio. Non so per dire, ma si fece furore; prima in due o tre case dove s'andò a cantare, poi al corso, poi la notte al festino. Ma io ne' divertimenti fui sempre amante del bel gioco dura poco, ed il festino lo feci a letto."

I miei ricordi - 1899
Massimo d'Azeglio
Lieto Giovedì Grasso!

giovedì 8 febbraio 2024

Giovedì Grasso sullo scalino di Palazzo Ruspoli

Tra il '700' e l'800 in una Roma ammantata dall'atmosfera festosa della settimana carnascialesca, al numero 418 di via del Corso, le donne in maschera si accomodavano su delle sedie di paglia posizionate sullo scalino di Palazzo Ruspoli, qui, intrattenevano delle interessanti conversazioni amorose, non concesse durante il resto dell'anno, con i giovani cavalieri che passeggiavano nelle vicinanze. Se solo avesse avuto il dono della parola, quante cose avrebbe potuto raccontare quello scalino:

Chi desidera scoprire un segreto, sciogliere od annodare un intrigo, domandare una spiegazione, far una dichiarazione, ec, e non trova tempo né luogo nelle condizioni ordinarie della vita, fa i suoi calcoli sul carnevale. La consuetudine, in quella settimana, concede al sesso, cui si unisce quell'ipocrita aggettivo di debole, una libertà ed un'indipendenza assoluta. Le dico io, che a stare a Roma in quei giorni, si vede se è debole. Le donne, le amiche si riuniscono fra loro, e non vogliono né assistenti né sorveglianti. Non parlo dei mariti, nemmeno a nominarli; ma neppure gli amanti. I primi si rassegnano completamente; e ne ho visti buttarsi sul letto nelle ore del corso, e passarle dormendo. Per i secondi è il momento invece di non dormire, e star con tanto d'occhi. Ma non è da scordarsi il poco usato secondo titolo del Barbiere di Siviglia. Le precauzioni più sono giustificate e più sono inutili. Stante il modo col quale sono fatte le mascherate, è quasi impossibile sapere quello che v'accade. Generalmente s'ha l'idea che una donna mettendosi in maschera, non trascuri per questo di aggiustarsi meglio che può. Per non essere conosciuta non occorre avere né la gobba né un piede da mandarino.
Ma a Roma in carnevalo si pensa altrimenti. Una donna si trasforma in un fagotto, in uno scalda-panni, e non deve aver più forma umana quando va (o andava) a sedere durante il corso sullo scalino del palazzo Ruspoli.

Palazzo Ruspoli - Il quarto libro del nuovo Teatro dei palazzi in prospettiva di Roma moderna 1699 - Alessandro Specchi

Palazzo Ruspoli, già Gaetani
Il quarto libro del nuovo Teatro dei palazzi in prospettiva di Roma moderna
1699
Alessandro Specchi

Questo scalino, ora scomparso, era un marciapiede lungo il Caffè Nuovo, alto circa 70 centimetri dal piano del Corso. Su di esso stava una fila di sedie di paglia, che venivano ad occupare le signore mascherate. La gente che passeggiava davanti allo scalino, si trovava così ad averle ad un'altezza infinitamente comoda, per far conversazione più o meno intima e segreta, secondo le disposizioni delle parti. È chiaro che v'era un solo ostacolo da superare, a chi desiderasse aver un colloquio con una signora invisibile il resto dell'anno; riconoscerla allo scalino. Mi ricordo in questo genere aver eseguito in certa occasione un vero tour de force di diplomazia. Mi trovavo appunto con un gran desiderio di parlare, un po' con comodo con una signora, alla quale non ero presentato. Riuscii ad essere informato che volendo essa il giovedì grasso andare al famoso scalino, cercava un mantello da uomo, tondo, senza maniche come usavano allora; e tanto m'andai ingegnando, che riuscii a farle giungere nelle mani e scegliere il mio, senza che sapesse di chi fosse. Così la difficoltà d'incontrarla cadde da sé. Questo scalino è dunque il terreno neutro sul quale s'incontrano, s'imbrogliano, o s'accomodano i mille interessi della vita amorosa. Ma per terminare 1'esposizione dei suoi statuti, aggiungerò che non sempre è permesso agli amanti godere di questo scalino, come di nessun altro divertimento carnevalesco. Se la diva, o per puerperio, o per incomodo, o per altro motivo di qualsiasi genere, è costretta a star in casa, neppure il suo fedele deve divertirsi. Mentre il chiasso è al culmine da piazza del Popolo a quella di Venezia, gli è permesso andare a spasso a Campo Vaccino, o a San Pietro o a villa Borghese. E la sera in società, se si vien a sapere che X*** il quale ha la dama a letto con un po' di raffreddore, è stato veduto a ora del corso, solo, a cavallo, fuor di porta Angelica, verbigrazia, le donne dicono: - Che caro giovane quel 1'X***, quello davvero è un buon amico! - E se è presente il loro proprio, e che abbia una coscienza un po' meno illibata, riceve a titolo di rappresaglia un'occhiata nella quale sta scritto: Imparate! 
Altro degli statuti è poi che in caso di disgrazia di qualunque specie caduta sulla famiglia di lei come del marito, lui deve sacrificar tutto, la vita, se occorresse, per ripararla. Quest'insieme pare ed è certamente strano, ed altrettanto lontano mille miglia dagli usi del mondo presente; ma nessuno potrà, credo io, preferire il modo attuale a quello d'allora. L'amore che cercando soddisfazioni accetta però i sacrifici; che sostiene indicibili dolori per 1'ineffabile felicità d'un minuto, è bello e nobile; ha in sé, sto per dire, qualche cosa di virtuoso, come ogni dolore volontario virilmente portato. L'amore, invece, al quale si vuol tolta ogni spina, che cosa è? Un'ignobile decadenza morale, ed un più ignobile istinto animalesco. La conseguenza estrema e più comoda di quest' istinto è la mantenuta.... Parlar di mantenute fra noi in quel tempo, era parlar dell'assurdo, dell'incredibile. E quei pochi forestieri che capitavano a Roma con simili compagnie, o che si sapevano aspirare a tali negozi con donne di teatro, ci parevano tipi di stupidità, e non si finiva di riderne e di canzonarli. A poter sollevare il velo che cuopriva i misteri dello scalino, se ne sarebber vedute delle belle. Qualche segno esterno ne traspariva in qua e in là. Mi ricordo d'un giovane (fui presente al fatto) che s'era trattenuto durante tutto il tempo del corso con due di questi fagotti; fattosi sera, venne pregato da loro di accompagnarli a casa: e s'avviarono per San Lorenzo. Traversando lo il palazzo Fiano, a metà del cortile, una delle due mascherine cominciò a suonar a doppio sul giovane; e l'accompagnò a pugni e scappellotti fino a piazza di Pietra. Doveva averla fatta grossa costui.

I miei ricordi - 1899
Massimo d'Azeglio

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