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venerdì 16 giugno 2023

Nere le coccole dell'ebbio

" ... Pan, il Nume d’ Arcadia, anch’ei sen venne,
E vedemmo noi stessi il rubicondo
Tinto volto di minio, e di sanguigne
Coccole d’ebbio ... "

Egloga X – Bucoliche
Virgilio Marone
Traduzione Antonio Ambrogi

Sambucus ebulus, ebbio, ebulo, lebbio, nebbio, sambuchella, sambuchello, sambuco nanao

Il minio è un ossido composto da idrossido di piombo e da diossido di piombo, nei tempi antichi era usato per dipingere i simulacri di Giove e degli altri dei, il minerale rilasciava una tonalità tra l'arancio e il rosso vivo ed era unito alle coccole dell'ĕbŭlus.
Sambucus ebulus, dal greco σαμβύκη/sambúke - sambuca, strumento musicale, che probabilmente veniva costruito con il legno di sambuco e aveva corde somiglianti ai suoi germogli epicormici, ebulus invece deriva dal latino ĕbŭlus nome con cui, scrittori del calibro di Virgilio e di Plinio, chiamavano l'erba officinale perenne e tossica che noi in italiano chiamiamo comunemente ebbio.

Nomi. Greci, καμαιακτη. Lat. Ebulus. Ital. Ebulo e nebbio e podagraria per giovare alle podagre. Kameastis.Ted. Attich, e Niderel holler Spag. Fyezguos, e subugo pecquenno, Franz, Hyeble.
Forma. L'ebulo, ch' è la seconda spetie del sambuco chiamato chameaete, è molto più picciolo del sambuco, e è più presto da esser messo tra le spetie dell'herbe; che degli arbori, produce il fusto quadrangolare, e nodoso, le frondi sono di mandorle, ma più lunghe, le quali escono compartite per intervalli da a ogni modo, pennuee, e di spiaceuole odore, é intaccate per intorno. Ha l'ombrella simile a quella del sambuco; e parimente il fiore, e il frutto, ha lunga radice grossa un dito.
Loco. Nasce nelle piazze, e nei chiostri delle Chiesie, e intorno alle muraglie dei castelli, e lungo le vie.
Qualità. E caldo e ſecco, e ha tutte l'altre facultà del sambuco.
Virtù. Di dentro. Solve per il corpo gli humori aquosi, ma nuoce allo stomacho; cuoconsi le sue frondi tenere, e mangiansi per solvere la collera, e la flemma. La radice cotta nel vino, e quando si beve nel modo medesimo. Le bacche dell'ebulo cotte, e condite col zuccaro preso al peso d'una dramma ò due, ogni terzo giorno, tiran fuori l'acqua degli hidropici, è il medesimo fa una dramma del - suo seme pesto con cinnamomo dato con vino, con decottion d'iva, che così giova ancora alle podagre, à dolori artetici, alla sciatica, e al mal Francese: e il medesimo fa la polvere della radice.
Virtù. Di fuori. La decottion delle foglie giova facendone fomento a quelli che per lunghe febri son diventati bolzi, ongendo poi lo stomaco, e il fegato con appropriati unguenti. Sedendosi nella sua decottion si mollificano le durezze della milza, e s'aprono l'opilationi, e correggonsi parimente gli altri suoi difetti. Il succo secco al Sole, e fattone trocisci, massime della radice messo nei cristieri giova alla sciatica, e dolori colici, e messo nella natura delle donne provoca i mestrui. L'empiastro fatto di frondi d'ebulo, e d'ortica peste, è mirabil rimedio per le podagre, e per la sciatica. Col succo delle bacche dell'ebulo si tingono setole, e penne bollite prima in acqua d'alume. Il succo cavato dalle radici, e dalle foglie bolliti in vino, co butiro ungendo le podagre è mirabile, mettesi anche il secco nei cannelli verdi i quali coperti di pasta si cuocono in forno come il pane, e dentro vi si truova un liquor mirabile alle cose sudette. L'ebulo ammazza le cimici messo nel letto.

Herbario Novo
Castore Durante

Sambucus ebulus, ebbio, ebulo, lebbio, nebbio, sambuchella, sambuchello, sambuco nano

Sambucus ebulus, popolarmente ebbio, ebulo, gebio, lebbio, lebu, levulo, nebbio*, podagrara, sambuch, sambuchella, sambuchello, sambuch femina, sambuco nano, samucu burdu, in inglese dane weed*, danesblood*, danewort*, dwarf elder, walewort o walwort*; in spagnolo saúco menor, in tedesco zwerg-holunder, in francese petit sureau; appartiene alla famiglia delle Viburnaceae, originaria dell'Europa meridionale e dell'Asia sud-occidentale si è diffusa anche nel Nord-America; può raggiungere il metro e mezzo di altezza, il fusto è eretto e non ramificato, le foglie sono opposte, imparipennate con singoli elementi verdi sulla lamina superiore e più chiari e pubescenti su quella inferiore, brevemente picciolati, lanceolati, oblunghi e seghettati al margine, i fiori, peduncolati a cinque petali bianchi con leggere sfumature rosa, sono raccolti in corimbi all'apice del fusto e il frutto è una drupa nera e lucida in maturità, glabra e globosa piriforme.

nebbio= affine a nebbia ricorda le bianche infiorescenze del Sambucus ebulus
dane weed*, danesblood*, danewort* = questi appellativi derivano dalla credenza che questa weed/wort - erba/pianta cresca lì dove si è versato il blood - sangue durante i combattimenti contro i dane - danesi
walewort o walwort* = pianta straniera

Nel dizionario universale economico rustico del 1797 è descritta così:

Ebbio, o Ebulo, Sambuco nano, o minore, Lat. Ebulum, fr. Yeole, Hiable. Specie di sambuco. Quest’erba o piuttosto fruttice puzzolente ritrovasi frequentemente lungo le strade maestre e nelle terre lavorate; rassomiglia al sambuco ma è assai più basso, mentre non s’erge oltre l’altezza di 3 in 4. piedi. I suoi fiori si trovano disposti a ombrella, piccoli, numerosi e d’un odore che accostasi a quello della pasta di amandole dolci, bianchi ed in rosetta. A così fatti fiori succedono bacche rotonde le quali maturando diventan nere, amare e d’un sugo che tinge le mani d’un colore purpureo: racchiudono elleno alcuni semi lunghetti ed oleosi. Le foglie sono dentate in modo di sega, più lunghe e più aguzze che le foglie del sambuco e sono amare: mescolate nella minestra cotta nel brodo o nell’insalata purgano il corpo quanto una medicina; anche le coccole e i semi purgano blandamente. La radica ha un sapore amaro, un poco acre e nauseante: la scorza di mezzo è solutiva, la sostanzi interiore è più astringente di tutto il resto della pianta. Tutta la pianta esala un odore acuto e disgustoso. Per gli oggetti di medicina è meglio per tutti i riguardi di far uso del sambuco comune. Le donne che non vogliono comparire canute si bagnino la testa col sugo delle coccole .d’ebbio che sari differita per qualche anno la molesta testimonianza della loro età. Col vago porporino del sugo della coccola si dà il colore al vino e coi fiori secchi dell’ ebbio mescolati nel mosto si dà un sapore di moscato al vino, ma non è sano: serve anche questo colore per caricar le tinture. I calzolai e i sellai se ne servono a tinger di nero le pelli. Si sono molto vantate le foglie per discacciare le cimici da una stanza: il suo odore acuto e puzzolente le fa fuggire. Questa ricetta si trova in tutte le raccolte de’ segreti, ma ecco l’effetto che produce. Le cimici discacciate dalla puzza se ne fuggono e si nascondono nelle crepaccie de’ muri, nel solaio di legno ec. e cessata la puzza col seccarsi delle frondi ritornano. Non torneranno più se dalla primavera in cui fiorisce la pianta fino all’autunno in cui si secca si copra il letto ogni 8. giorni di nuove foglie e rami, ma la camera non potrà abitarsi per la gran puzza. . Lo stesso deve dirsi de’ gorgoglioni del grano che sono messi in fuga dalla puzza dell’ ebulo e di tutte le altre erbe d’odore acuto. Essi fuggono per qualche giorno, ma ritornano subito che l’odore è dissipato. Quest’ arboscello perde tutti gli anni i suoi fusti che sono erbacei, scanalati, angolosi e pieni di midolla. Quando si vede vegetare felicemente in un campo, esso può comprarsi ad occhi chiusi. Ciò dimostra infallibilmente che il terreno è sostanzioso ed ha fondo e che in conseguenza deve produrre molto grano; ma nel tempo stesso ciò dimostra la negligenza del coltivatore che ha dato il comodo a questa pianta ingorda di moltiplicarsi nel suo terreno. Si sono proposti diversi segreti e irrigazioni per distruggerla, ma affatto inutili. E’ inutile di vangare il terreno colla maggior diligenza ed è impossibile di sterminare questa pianta con una sola operazione; ciascun capelletto delle sue radiche sfuggito all’ occhio del coltivatore basta alla sua riproduzione. Si sono vedute piccole particelle di queste radiche seppellire in una fossa di 3. piedi di pròfondità, sopra la quale era stato fabricato un muro ricomparire dalle parti laterali del muro coll’ istesso vigore di prima. Il solo mezzo per distruggerla veramente è di arare il campo o vangarlo tutte le volte che si vedrà ripullulare 10. volte ed anche 2o. all’anno conviene rinnovare questa operazione se fa di bisogno: ogni volta che si ara debbono andare dietro all’ aratro donne e fanciulli per raccogliere le radiche e gettarle fuori del campo. Questa pianta non si distrugge che con farla spossare coi nuovi germogli.

Dizionario universale economico rustico

Sambucus ebulus, ebbio, ebulo, lebbio, nebbio, sambuchella, sambuchello, sambuco nano

Contiene un alcaloide chiamato sambucina, acidi fenolici, acido ursolico, enzimi, flavonoidi come i 
tannini; glucidi, lectine, olio essenziale, pigmenti antocianici, saponine. 
Ha proprietà antiedematose, antinffiamatorie, antireumatiche, colagoghe, diaforetiche, diuretiche, espettoranti, lassative, sudorifere.
La medicina popolare usava la corteccia e i fiori essiccati per le affezioni bronchiali e per alleviare i dolori articolari, i reumatismi e per aumentare la secrezione lattea; le foglie, che secondo una credenza allontanano talpe e topi contengono ebulina 1, una proteina poco assorbita dal corpo, essiccate si aggiungevano al té per curare l'idropisia e favorivano la sudorazione, le coccole in impiastro servivano per le contusioni, le infiammazioni, le scottature o per la preparazione dell'inchiosto, dei coloranti e dei repellenti, la radice come diuretico, lassativo e in un uso esterno per tingere i capelli di nero, ma ATTENZIONE, poichè durante la digestione dell'ebbio alcuni enzimi attivano la scissione dei suoi glucosidi cianogenetici in zuccheri semplici, e acido cianidrico che in dosi elevate è LETALE, non vi venga in mente di sperimentare l'uso interno dell'ebbio, soprattutto delle coccole non cotte, se non supportati da una prescrizione medica.

Sambucus ebulus, ebbio, ebulo, lebbio, nebbio, sambuchella, sambuchello, sambuco nano

Nel linguaggio dei fiori l'ebbio rappresenta l'umiltà; un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri. 

Si adopra questa pianta come la precedente; la radica e il seme di essa purgano più di quelle del Sambuco ( sambucus nigra ): due grossi di semi di Ebbio infusi in un mezzo sestiere di vino bianco, senza aggiungervi altro purgante, evacuano abbondantemente le serosità, e convengono nel reumatismo, nella gotta, e nell'idropisia.
Le foglie di Ebbio, cotte nell’acqua comune; applicate sull’emorroidi, fra due panni lini, calde quanto l’infermo può sopportarle, le ammorza, e ne calma il dolore. La radica di Ebbio, tagliata a pezzetti, spianata col martello, poi bollita colla feccia di vino bianco per due ore, fa passare la gotta in due o tre giorni. La si lascia un poco raffreddare, e vi s’inzuppano de’ panni lini, co’ quali si avvolgono le membra del gottoso, caldi quanto questi può sopportarlo, e si replicano matina e sera. Questo rimedio mi è stato comunicato da un curato caritatevole, che lo ha sovente impiegato con buon esito negli infermi poveri. Le radiche e i semi di questa pianta entrano nelle composizioni idragoghe di Charas e di Renou.
OSS. I bestiami non mangiano nè le foglie ne le bacche dell' Ebbio. (Questa pianta trovasi per le ripe e lungo i fossi, ed e incoinoda per le sue radici, che gettano nuovi polloni, ond'è difficile estirparla.
Le foglie hanno un odor fetido come di ricotta putrida e quest'odore fa fuggire i topi dai granari, dove sparge questa pianta. Targioni.)

Storia compendiosa delle piante usuali -1809
Pierre Jean Baptiste Chomel
 
N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

domenica 18 dicembre 2022

Il dono

Diciottesima finestra del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - IX Edizione Natale 2022

Diciottesima finestra del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - IX Edizione Natale 2022

Giacobbe disse:
«No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito.
Accetta il dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto!». Così egli insistette e quegli accettò.
Esaù disse: «Partiamo e mettiamoci in viaggio: io camminerò davanti a te».

Genesi 33, 10 -12

Riconciliazione di Giacobbe ed Esaù  1628 - Peter Paul Rbens - Palazzo di Schleisheim, Monaco di Baviera Germania

Riconciliazione di Giacobbe ed Esaù  
1628
Peter Paul Rbens
Palazzo di Schleisheim -  Monaco di Baviera Germania

Il dono, compagno dell'ospitalità, in ebraico מתנה/mţnh, in greco δῶρον/doron, in latino donum, ha la stessa radice indoeuropea del verbo dare *deh₃ che indica il δος/dôs - l'idea del dono che si esprime nella δωρεά/dôreá - l'azione del dare spontaneamente senza pretendere nulla in cambio.

Una luce splendida brillerà sino ai confini della terra:
nazioni numerose verranno a te da lontano,
gli abitanti di tutti i confini della terra
verranno verso la dimora del tuo santo nome,
portando in mano i doni per il re del cielo.
Generazioni e generazioni esprimeranno in te l’esultanza
e il nome della città eletta durerà per le generazioni future.

Tobia 13, 13

Il dono rinsalda i vincoli di appartenenza e tende a crearne di nuovi, trova le sue radici nella storia dell'uomo che appena nasce lo riceve gratuitamente come nutrimento attraverso il latte che sugge dal seno materno, ma il δόσις/dósis dono o veleno in potenza può attualizzare se stesso come portatore di pace o come portatore di veleno che rompe i vincoli.
Nel VI canto dell'Iliade, sul campo di battaglia, Glauco, guerriero troiano, e Diomede, guerriero greco, scoprono di aver ereditato dai loro padri il vincolo di ospitalità e per non romperlo depongono le armi, Diomede offre le sue di bronzo e Glauco ricambia con le sue d'oro, offrendo così come prevede la consuetudine un bene superiore a quello ricevuto ma poiché Giove lo ritiene impari toglie la ragione a Glauco:

" ... Glauco, d’Ippòloco figlio, nel mezzo, e il figliuol di Tidèo,
d’ambe le parti convennero, entrambi bramosi di pugna.
Or quando l’un contro l’altro movendo, già eran vicini,
primo a parlare prese l’ardito guerrier Dïomede:
«Da quale umana stirpe provieni tu mai, valoroso,
ch’io prima d’ora non t’ho visto mai nella nobile zuffa?... 
... «Ospite dunque antico per parte di padre a me sei.
Sappi che accolse Enèo magnanimo sotto il suo tetto,
per venti giorni, Bellerofonte, l’eroe senza pecca.
Fecero poi, l’uno e l’altro, ricambio di doni ospitali.
Enèo diede una fascia di porpora bella, fulgente,
Bellerofonte una coppa di gemina faüce, d’oro,
ch’io custodita in casa lasciai quando venni alla guerra.
Non mi ricordo Tidèo: ché quando ero piccolo tanto,
ei mi lasciò; ché quel sire d’Achivi spirò sotto Tebe.
Ospite dunque io sono per te, se tu in Argo venissi,
tu ne la Licia a me, se tra il popolo io giungo dei Lici.
Anche per ciò nella pugna le lancie evitiam l’un dell’altro.
Molti a me restano sempre Troiani e valenti alleati
da sterminare, se un Dio me li offre, se al corso li aggiungo:
restano molti Achivi per te, se ad ucciderli vali.
Su via, dunque, tu ed io scambiamoci l’arme: ché tutti
veggano quale ci stringe dagli avi legame ospitale».
Dette queste parole, balzati dai cocchi giú a terra,
strinser la mano l’uno dell’altro, scambiaron la fede.
Ed il Croníde Giove del senno qui Glauco fe’ privo,
che col figliuol di Tidèo scambiò l’armi sue: queste d’oro,
quelle di bronzo; e die’ cento giovenchi per nove giovenchi ... "

Iliade - Canto VI
Omero
Traduzione Ettore Romagnoli

Lo scambio di doni tra Glauco e Diomede - Pelike attico a figure rosse 420 a.C. circa - Gela - Museo Archeologico Regionale

Lo scambio di doni tra Glauco e Diomede - Pelike attico a figure rosse
420 a.C. circa
Gela - Museo Archeologico Regionale

Nel VII canto il combattimento tra Ettore e Aiace non produce alcun vincitore, il sangue non viene versato e per tradizione le loro armi diventano dono l'uno dell'altro.

" ... Aiace, un dio t'ha dato forza e grandezza
e sapienza; con l'asta sei il primo degli Achei;
mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta
per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio
ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria;
ormai scende la notte, buono è obbedire alla notte.
... E diamo entrambi nobili doni all'altro,
che possa dir qualcuno fra i Troiani e gli Achei
"Han lottato quei due nella lotta che il cuore divora,
ma si son separati riconciliati e amici"».
Parlando così gli diede la spada a borchie d'argento,
col fodero gliela donò e la cinghia tagliata con arte;
Aiace gli diede la fascia splendente di porpora ... "

Iliade - Canto VII
Omero
Traduzione Rosa Calzecchi Onesti

Nel XXIV canto dell'Iliade il dono esprime tutto il suo potere distruttivo generato dal giudizio di Paride:
Al banchetto delle nozze di Teti e Peleo non viene invitata la dea della discordia Eris che per vendicarsi getta tra gli invitati una mela d'oro su cui è incisa la frase "alla più bella", Era, Atena e Afrodite se la contendono litigando e poiché Giove non vuole decidere a chi darla incarica Ermes di portare le tre dee da Paride principe di Troia, il più bello dei mortali prediletto da Ares. Era in cambio del dono gli promette la ricchezza, il potere e la gloria, Atena la sapienza e l'imbattibilità in guerra, Afrodite l'amore di Elena, la donna più bella del mondo che è sposa di Menelao. Paride dona la mela ad Afrodite attirandosi l'ira delle altre due dee che diventa l'antefatto per cui si scatena la guerra di Troia.

" ... Fu tale avviso a tutti gradito; ma spiacque alla sposadi Giove, 
e all’occhiazzurra Fanciulla, e al Signore del ponto:
serbavano essi l’ira concetta contro Ilio, ed il sire
Príamo, e la gente d’Ilio, per colpa di Pàride, quando
egli le Dive offese, venute a cercarlo all’ovile,
e quella esso prescelse che offerta gli fe’ del piacere ... "

Iliade - Canto XXIV
Omero
Traduzione Ettore Romagnoli

Il giudizio di Paride 1632 - 1635 - Peter Paul Rubens - National Gallery - Londra

Il giudizio di Paride
 1632 - 1635 
Peter Paul Rubens 
National Gallery - Londra

Nell'Odissea il dono come elemento integrante dell'ospilità lo troviamo nel canto primo offerto da Telemaco ad Atena:

" ... «Ospite, tu mi rivolgi parole che ispira l’affetto,
come a suo figlio un padre; né mai m’usciranno di mente.
Ma su, rimani adesso, per grande che sia la tua fretta,
sí che tu faccia un bagno, che possa allegrare il tuo cuore,
ed alla nave lieto ritorni, recandovi un dono,
bello, d’eccelso pregio, che tu per ricordo mio serbi,
come l’usanza vuole che l’ospite all’ospite porga».
E gli rispose cosí la Diva dagli occhi azzurrini:
«Non trattenermi, ché assai del viaggio mi spinge la brama;
e il dono che l’amico tuo cuor ti consiglia di darmi,
me lo darai, che a casa lo porti, quando io qui ritorno.
Sceglilo bello assai, ché n’avrai ben degno ricambio» ... "

Nel canto ottavo, undicesimo e tredicesimo i feaci i doni li offrono a Ulisse:

" ... Taccia Demòdoco, dunque, ché tutti vogliamo esser lieti,
l’ospite, e noi che ospizio gli diamo: ché questo è pel meglio.
Ché noi per reverenza di lui tutto abbiamo apprestato,
la scorta, e i cari doni che a lui con affetto porgiamo.
Un peregrino, un ospite, al par d’un fratello è diletto
all’uom che in seno accolga barlume, anche poco, di senno.
Ma non volermi anche tu celare con scaltri artifizi
quanto io chieder ti voglio. Per te meglio val favellare.
Dimmi il tuo nome, come solevano in patria chiamarti,
la madre, il padre, i tuoi cittadini, le genti vicine:
ché non c’è uomo al mondo, sia nobile, sia della plebe,
che senza nome affatto rimanga, una volta ch’ei nacque;
ma, quanti nascono, a tutti lo pongono i lor genitori.
Dimmi la patria tua, la città, la tribú: ché le navi
possano a quella mèta rivolger la mente, e condurti.

Odissea - Libro Ottavo
Omero
Traduzione Ettore Romagnoli

" ... Or l’ospite, per quanto gli tardi tornare alla patria,
sino al novello giorno s’induca a restare, ch’io tutti’
abbia raccolti i doni. Si lasci il pensier del viaggio
alle mie genti, e a me, che sono del popol signore».
E gli ripose Ulisse, i’accorto, con queste parole:
«Alcinoo re, che insigne sei tanto fra gli uomini tutti,
anche se voi mi diceste che un anno io restassi, e frattanto
in’apparecchiaste voi la scorta, e m’offriste presenti,
contento io ben sarei: ché certo sarebbe pel meglio
ch’io con le mani colme tornassi alla terra materna:
piú mi farebbero onore, piú allora diletto sarei
a quanti me tornato vedessero in Itaca alpestre» ... "

Odissea - Libro Undicesimo
Omero
Traduzione Ettore Romagnoli

" ... Ed a ciascuno di voi propongo e fo invito, o signori,
che nella casa mia solete il purpureo vino
bevere annoso, e udire le dolci canzoni del vate:
l’ospite nel forziere lucente già vesti possiede,
l’oro foggiato in vari lavori possiede, e i regali
tutti che gli hanno qui recati i signori Feaci;
ma via, ciascuno adesso doniamogli un tripode grande,
ed un lebete: ché poi, chiamate a raccolta le turbe,
ci rivarremo: che è duro largir senza avere compenso» ... "

Odissea - Libro Tredicesimo
Omero
Traduzione  Ettore Romagnoli

Ulisse alla corte di Alcinoo re dei Feaci - 1813 circa - Francesco Hayez - Collezione d’Arte della Banca d’talia - Roma

Ulisse alla corte di Alcinoo re dei Feaci 
1813 circa 
Francesco Hayez 
Collezione d’Arte della Banca d’talia - Roma

Nel canto quindicesimo i doni ospitali Menelao li offre a Telemaco che è alla ricerca del padre:

" ... «O Menelao, figliuolo d’Atrèo conduttore di genti,
stirpe di Numi, dammi congedo ch’io torni alla patria;
perché l’animo mio già brama la casa paterna».
E Menelao, maestro dell’arte di guerra, rispose:
«Piú lungo tempo non vo’, Telemaco, qui trattenerti,
se ritornare tu brami. Ch’io biasimo ad altri darei
che verso l’ospite suo mostrasse fervore eccessivo,
od eccessiva freddezza; ché in tutto val meglio misura.
Mal si comporta, cosí chi l’ospite contro sua voglia
spinge a partire, come chi vuol trattenerlo se ha fretta.
Resta però, sin ch’io bei doni ti rechi, e sul carro
li abbia disposti, che tu li vegga; e comandi a le ancelle
che ne la casa bene provvista preparino il pranzo.
Gloria fiorita, e ristoro, sono esse due cose che gode
chi ben pasciuto viaggia sovressa la terra infinita. 
E se tu vuoi far viaggio per l’Ellade, e in mezzo al paese
d’Argo, i cavalli aggiungo, che súbito vengano teco, 
e nelle varie città ti guidino. E niun rimandarti 
a mani vuote vorrà, ma farti ciascuno un presente, 
sceltolo dai lebèti, dai tripodi fusi nel bronzo, 
od una coppia di muli, o qualche bel calice d’oro». 
Stiamo, sinché Menelao, l’insigne figliuolo d’Atrèo
giunga, e i doni ospitali ci rechi, e li ponga sul cocchio,
e, favellando parole soavi, il congedo ci dia.
Chi l’ospitalità riceve, per tutta la vita
l’uomo ricorda che a lui l’offerse con cuore amoroso».
Disse; e ben presto spuntò l’Aurora dall’aureo trono ... "

Odissea - Libro Quindicesimo
Omero
Ettore Romagnoli

Il dono come strumento che avvelena i rapporti e li rompe attraverso l'inganno è ben ravvisabile in vari miti:

Giove inganna Πανδώρα/Pandora, il cui nome da πᾶv/pân - tutto e δῶρον/dôron - dono significa tutti i doni; sfrutta la sua curiosità che la indurrà ad aprire il vaso da cui usciranno tutti i mali destinati ad affligere il genere umano

" ... chiamò questa donna
Pandòra; perché quanti Celesti han soggiorno in Olimpo,
a lei diedero un dono che fosse cordoglio ai mortali.
Compiuto or questo inganno sottil, senza scampo, il Croníde
mandò l’araldo pronto dei Numi, l’insigne Argicída,
a Epimetèo, ché il dono gli offrisse; né quegli ricordo
ebbe che Prometèo predetto gli aveva che doni
non accettasse mai dal Sire d’Olimpo, ma invece
li respingesse: ché poi, non toccassero danni ai mortali:
l’accolse; e poi comprese che aveva accattato il malanno.
Ché pria vivean le stirpi degli uomini sopra la terra,
dai mali immuni, senza gravosi travagli, lontano
dai tormentosi morbi che gli uomini adducono a morte:
ché, tra i malanni, presto vecchiaia colpisce i mortali.
Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse,
con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.
Solo il Timor del futuro restò sotto l’orlo del doglio,
nell’infrangibile casa, né fuori volò dalla porta,
perché prima Pandora del vaso il coperchio rinchiuse,
come l’egíoco Giove, che i nuvoli aduna, le impose ... "

Le opere e i giorni
Esiodo
Taduzione Ettore Romagnoli

Pandora 1896 - John William Waterhouse - Collezione privata - Melbourne

Pandora 
1896 
John William Waterhouse 
Collezione privata - Melbourne

Il centauro Nesso in punto di morte dona a Deianira il suo sangue facendole credere che le sarà utile come filtro d'amore, lei lo spargerà su quella veste che donata a Ercole ne provocherà la morte tra dolori atroci.

" ... «O figlia del vecchio Eneo, se presti ascolto alle mie
parole
ricaverai un grande guadagno da questo mio guado,
perché è l’ultimo.
Raccogli nelle tue mani il sangue che si rapprende sulle
mie ferite,
proprio nel punto in cui l’Idra di Lerna
ha intriso il dardo con la sua bile scura, velenosa:
sarà per te un incantesimo sul cuore di Eracle
e qualunque donna egli veda non la amerà più di te».
E io mi sono ricordata di questo, mie care,
e ho imbevuto questa tunica con il sangue di Nesso
che avevo conservato ben nascosto dentro casa, dopo la
sua morte,
seguendo anche tutte le istruzioni che mi aveva dato da
vivo.
Tutto è stato compiuto.
Io non vorrei sapere, e neanche apprendere, sacrilegi
rischiosi,
e detesto le donne che si azzardano a compierne.
Ma se incatenando Eracle con filtri e incantesimi potessi
spuntarla su questa ragazza,
l’inganno è pronto ... "

Trachinie
Sofocle
Traduzione Angelo Tonelli

Ratto di Deianira 1620-1621 - Guido Reni -  Museo del Louvre - Parigi - Francia

Ratto di Deianira 
1620-1621
Guido Reni
Museo del Louvre - Parigi - Francia

Medea, come dono di nozze, offre a Glauce, promessa sposa del suo Giasone, un peplo che una volta indossato la ucciderà prendendo fuoco.

" ... Medea - Ti aiuterò in questo tentativo.
Le manderò i doni, lo so bene,
di gran lunga più belli che ci siano:
un peplo sottile e una corona d’oro,
e saranno i nostri figli a consegnarglieli.
Che un’ancella me li porti qui, al più presto!
Sarà felice non una, ma diecimila volte,
perché ha sposato un uomo eccellente come te,
ed entra in possesso di quei beni preziosi
che il Sole, padre di mio padre,
aveva donato ai suoi discendenti.
Su, bambini, prendete questi regali di nozze,
e offriteli alla principessa, alla sposa felice!
Non sono certo da disprezzare, i doni che riceverà...
...Medea Piantala!
Si dice che i doni riescano a persuadere anche gli dei.
L’oro vale più di infinite chiacchiere, per i mortali.
La buona sorte è con lei, il dio la fa prosperare,
è così giovane ed è già una regina.
Io darei la mia vita, non solo l’oro,
per risparmiare l’esilio ai miei bambini.
Forza, figli miei, entrate nel palazzo sontuoso
e scongiurate la nuova sposa di vostro padre, e mia padrona,
offritele peplo e corona, imploratela
che non vi bandisca da questo paese!
Bisogna che riceva questi doni
proprio nelle sue mani, al più presto.
Presto, andate! Fate tutto per bene!
E poi tornate, riportando a vostra madre
il lieto annuncio che ha raggiunto il suo scopo.

Messaggero - Quando i tuoi due figli arrivarono con il padre
ed entrarono nelle stanze della sposa,
noi servi che soffrivamo per le tue disgrazie ne fummo felici.
E subito correva di orecchio in orecchio l’annuncio
che tu e tuo marito avevate fatto la pace.
C’era chi baciava le mani dei bimbi, chi la testolina bionda.
Anch’io ero contento di accompagnare i tuoi figli
negli appartamenti delle donne.
La padrona, a cui adesso vanno gli onori che un tempo
tributavamo a te,
prima di vedere i tuoi due bambini,
volge su Giasone il suo sguardo innamorato.
Ma poi si coprì gli occhi e girò dall’altra parte il suo viso
candido,
disgustata per l’arrivo dei tuoi figli.
E tuo marito placava lo sdegno e la rabbia della giovinetta con
queste parole:
«Non odiare chi amo, deponi la tua collera e voltati,
considera tuoi cari coloro che lo sono per il tuo sposo.
Accetta i doni e chiedi a tuo padre di liberarli dall’esilio, per
amor mio».
E lei, a vedere il peplo e il diadema, non seppe resistere
e cedette a tutte le richieste dello sposo.
E prima che il padre e i tuoi figli fossero lontani dalla casa
prende il peplo multicolore e lo indossa;
e dopo essersi messa sui riccioli il diadema d’oro
si acconcia i capelli davanti allo specchio fulgido,
sorridendo all’immagine inanimata del suo corpo.
Poi si alza dal seggio e attraversa le stanze,
incedendo con eleganza sul candido piede,
e gioisce fin troppo dei doni, e più di una volta
si volta indietro, sulla punta dei piedi, per rimirarsi tutta
quanta.
Quello che accadde dopo fu spettacolo tremendo a vedersi:
muta colore, arretra sghemba, è tutta un tremito,
e a stento riesce a rovesciarsi su un seggio, a non cadere per
terra.

Medea
Euripide
Traduzione Angelo Tonelli

Medea offre i suoi doni a Glauce - Cratere a campana a figure rosse - 390 a.C. circa - Louvre - Parigi - Francia

Medea offre i suoi doni a Glauce
Cratere a campana a figure rosse - 390 a.C. circa 
Louvre - Parigi - Francia

Il Cavallo di Troia dono funesto dei greci è percepito come tale da Laocoonte che, con la famosissima frase Timeo Danaos et dona ferentes, tenta di avvertire i suoi compagni troiani e paga con la vita, sua e dei suoi figli, l'opposizione alla volontà degli dei.

" ... Qui avanti a tutti, alla testa di una grande folla che lo accompagna,
Laocoonte con ardore corre giù dall’alta rocca
e da lontano: “O sventurati, che follia è la vostra, cittadini?
Credete i nemici lontani o pensate che mai
un dono dei Danai manchi d’inganni? Così vi è noto Ulisse?
O chiusi in questo legno si celano gli Achivi,
o questa è una macchina eretta contro i nostri muri,
per guardare nelle case e per scendere dall’alto nella città;
o qualche altra trama si nasconde: a un cavallo non credete, o Teucri.
Ma sia che sia, temo i Danai, anche se doni essi portano” ... "

Eneide
Virgilio Marone
Traduzione Carlo Carena

Laocoonte e i suoi due figli morsi da serpenti - Pieter Claesz Soutman - 17 secolo - Museo di Belle Arti - Bordeaux

Laocoonte e i suoi due figli morsi da serpenti 
17 secolo
Pieter Claesz Soutman 
Museo di Belle Arti - Bordeaux 

Bene e male dunque nella dualità del dono che è anche δοτινε/dôtínê - controdono, do ut des, alleanza, patto, reciprocità, scambio che unisce ma, divide se degenera nell'obbligo che genera debitori e creditori, padroni e servitori e uccide la libertà. Il dono in questa prospettiva diventa regalo, diritto prerogativa del re che può usufruirne per concederlo a quei sottoposti che gli rendono dei servigi.
Nell’antica Roma il dono per assicurarsi il favore del popolo, mostrare la propria munificenza e conquistare un'elevazione spirituale e l'autocompiacimento, si manifesta attraverso la largitio, l'elargizione di beni durante le feste con l'allestimento dei banchetti pubblici, la concessione di terre, la distribuzione di grano, denaro, olio e vino e con la sparsio, il lancio dei beni quali cibo e denaro sulla folla radunata in occasione dei giochi popolari.
Per Cicerone il rapporto di reciprocità tra colui che riceve un beneficium e colui che lo offre si deve fondare sull'utilitas communis* e implica l'officium, il dovere morale di ricambiare mentre per Seneca il rapporto tra donatore e ricevente si fonda sull'amor e sulla benevolentia per cui controdoni auspicabili sono la sapienza e la virtù che derivano dal gesto in se stesso che non ha lo scopo di mettere in difficoltà chi si trova nelle condizioni di non poter restituire.

communis* = Composto da cum e mūnŭs che dalla radice *mei-, la stessa di communitas - comunità e di communĭco - comunicare, che indica lo scambio reciproco e il condividere, si traduce con-obbligo, con-dovere, ma anche con-favorecon-dono, e contiene la dicotomia insita nella relazione sociale.

Il taonga, nome con cui i maori indicano il dono, ha in sé un hau - un potere spirituale che sente il desiderio di ritornare nel suo luogo di nascita e spinge chi lo riceve a un utu - una compensazione che può assumere qualsiasi forma purchè produca un valore dello stesso peso o addirittura superiore rispetto a quello accettato che renderà il ricevente, donatore e lo porterà ad acquisire potere su colui che da donatore diventerà ricevente. Anche le karakia - formule magiche della loro tradizione dedicate a un singolo soggetto erano considerate degli amuleti cedibili ad altri. Autorità, competizione, agonismo e potere portano il dono a entrare anche nel rito del potlàc, che significa sia nutrire che consumare nella lingua dei chinook, era praticato dalle tribù delle Montagne Rocciose e della costa nel Nord-ovest americano, i Tlingit e gli Haida nelle assemblee invernali, caratterizzate da feste banchetti, fiere e mercati o in occasione di assunzioni di cariche, matrimoni e nascite, facevano un grande sfoggio di ricchezza per esaltare il loro rango sociale elargendo, in più giorni, agli ospiti, cibo in abbondanza e doni in cui rientravano prodotti manufatturieri di grande valore artistico come bassorilievi in rame, pregiate coperte di lana di capra intrecciata con fibre di corteccia, cucchiai, scodelle, statue e vari oggetti in legno o in osso, decorati, incisi e intarsiati con frammenti di conchiglia. Gli ospiti così ben pasciuti non stavano certo a guardare e realizzando a loro volta il potlàc si adoperavano per donare un bene equivalente o maggiore rispetto a quello ricevuto. L'apice della competizione tra i vari clan rivali si raggiungeva quando i doni venivano distrutti per mostrare alla controparte la propria superiorità e il proprio disinteresse per i beni materiali.
Nelle isole Trobriand invece, al largo della costa orientale della Nuova Guinea, i vaygu'a - oggetti di prestigio si dividevano in mwali - braccialetti di conchiglie bianche e in soulava collane di conchiglie rosse, entrambi venivano assemblati per girare in senso orario e per essere usati nel kula, un rituale di scambio doni che garantiva un'alleanza a vita tra le persone che prendevano parte alla cerimonia; per attualizzare il principio di reciprocità patrilineare che doveva essere obbligatoriamente perpetuato dalla propria discendenza i trobriandesi si spostavano tra un'isola e l'altra percorrendo centinaia di chilometri e se offrivano mwali ricevevano come controdono i soulava mentre se offrivano i soulava ricevevano in contraccambio mwali.

La massima espressione del dono nella sua essenza originale si esplica nell'offerta di oro incenso e mirra dei Re Magi per il Re dei Re Gesù Cristo che fa di se stesso un dono per l'umanità.

I Tre Magi  - Mosaico seconda metà del IV secolo - Sant'Apollinare Nuovo - Ravenna

I Tre Magi  
Mosaico seconda metà del IV secolo
Sant'Apollinare Nuovo - Ravenna

Continua ... A domani 

P.S. Sono un tantino in ritardo, avrei dovuto pubblicare la finestra del calendario questa mattina e nel pomeriggio, per la prima volta nella storia di Anima Mundi, un secondo post con l'accensione della candela della Quarta Domenica D'Avvento, ma ho avuto un imprevisto, mi dispiace. Più tardi il post sull'accensione della candela e la diciannovesima finestra del calendario domani nel pomeriggio. Vi abbraccio. 

Per ulteriori informazioni:

lunedì 31 maggio 2021

La rugiada del mare in un cespuglio di rosmarino

" Se innalzerai al cielo le mani supine, o Fidile villanella, nel primo giorno del novilunio, se placherai i Lari con l’incenso e col frumento dell'ultimo anno e con una porcellina ingorda, la vigna tua piena di grappoli non risentirà l’afoso libeccio, né la tua messe la ruggine che rende sterili le spighe, né i teneri agnelli il tempo inclemente fin dalla stagione autunnale. In verità la vitella, nutrita per il sacrifizio sul nevoso Algido, fra le querce e i lecci, o cresciuta nei prati albani, colorirà del proprio sangue le scuri dei pontefici; ma a te non s’addice méttere alla prova, immolando molte pecore, le statuette dei Lari, che tu coroni di rosmarino e di fragile mirto. Se la tua mano, essendo pura, si appressa all’altare, nessuna vittima di gran prezzo giungerà, a rendere miti i Penati non propizi, più accetta del farro sacro, con un granello di sale scoppiettante. - "

Le Odi
Libro III XXIII
Quinto Orazio Flacco
A cura di Tito Colamarino e Domenico Bo

Rosmarino officinalis - La rosa del mare

Nell'antica Grecia conosciuto come λιβανωτίς - libanotis, probabilmente per la sua somiglianza con l'albero del libano, il rosmarino era sacro al dio della guerra Ares, ad Atena dea della sapienza, e alle nove Muse figlie di Mnemosine personificazione della memoria.

" ... la libanotide si coltiva per semina in terreni friabili, magri e bagnati spesso dalla rugiada. Ha la radice dell'olusatro, del tutto simile a quella dell'incenso; si utilizza un anno dopo la semina ed è molto salutare per lo stomaco. Alcuni le dànno un nome diverso, cioè quello di « rosmarino » ... "

Storia Naturale - Libro XIX
Plinio il Vecchio
Traduzione Francesca Lechi 

La derivazione latina del suo nome invece si orienta verso ros - marinus - rugiada marina o rosa maris - rosa del mare probabilmente per i fiori che ricordano il colore cangiante del mare nelle sue varie gradazioni d'azzurro. Nei templi greci e romani veniva usato nei riti propiziatori, i sacerdoti lo portavato su di sé  per allontanare le negatività e il suolo dove avveniva il rito veniva lustrato e purificato con dei rami che  poi erano bruciati, il rosmarino sostituiva l'incenso arabo e prendeva il nome di pianta dell'incenso. Nei riti funebri si poneva un rametto tra le braccia dei morti per pertuarne il ricordo e per proteggerli durante il passaggio nell'aldilà, si piantava vicino alle tombe e si creava una corona per adornare la testa dei Lari, dei del focolare domestico; le ghirlande usate anche per celebrare la dea dell'amore Afrodite furono in seguito realizzate con i rami del mirto.

" ... Piangono intanto i Teucri sulla spiaggia
il povero Miseno, tributando
alle sue tristi ceneri gli onori
supremi, e prima innalzano un enorme
rogo ricco di pini resinosi
e di tronchi di roveri, intrecciati
lateralmente di fogliame scuro,
poi davanti vi piantano un boschetto
di funerei cipressi, inghirlandati
di splendide armature. E c’è chi scalda
acque lustrali in bronzei recipienti
ondeggianti sul fuoco, chi deterge
e chi unge il cadavere. Si leva
un pianto generale. Poi, disposto
sul letto il corpo, vi gettano sopra
i consueti drappi porporini
e le sue vesti. Intanto altri si spingono
sotto l’enorme catafalco e tendono
le torce accese (doloroso ufficio!),
guardando indietro, come vuole l’uso
dei loro padri. Bruciano le offerte
ammonticchiate, l’incenso, le carni,
l’olio versato dalle tazze. Infine,
spente le fiamme e cadute le ceneri,
bagnano le reliquie ed i tizzoni
assetati di liquido col vino,
quindi, raccolti i resti, Corinèo
li sistema, li chiude e li sigilla
in un’urna di bronzo. Poi lui stesso,
girando per tre volte fra i compagni,
li spruzza lievemente con un ramo
d’olivo intriso d’acqua cristallina,
segno di buon augurio, li purifica
e pronuncia le ultime parole ... "

Eneide Libro VI,334 - 367
Publio Virgilio Marone
Traduzione Mario Scaffidi Abbate

Una leggenda andalusa racconta che durante la fuga in Egitto un cespuglio di rosmarino avvolse la Vergine Maria per proteggerla, lei poi vi stese sopra il suo manto e i candidi fiori dell'arbusto si colorarono di azzurro e sembra che da allora il rosmarino fiorisca il giorno della Passione, mentre una leggenda siciliana, che si legge in Favole, novelle e racconti siciliani di Giuseppe Pitrè, riferisce di una regina sterile che passeggiando in giardino si rammaricò nel vedere le rigogliose propaggini della rosamarina e poco tempo dopo rimase incinta, partorì una pianta di rosamarina e decise di porla in un vaso sul tavolo e di nutrirla quattro volte al giorno con il suo latte, quando suo nipote figlio del re di Spagna andò a trovarla, prese la rosamarina e la portò nel giardino del regno dove suo padre si dilettava a suonare lo zufolo. Un giorno, al suono dello strumento, dalla rosamarina uscì fuori una fanciulla di cui il re si innamorò, ma la dovette lasciare subito per andare in guerra e l'affidò alle cure del giardiniere, che, per paura di essere incolpato, scappò quando le tre sorelle del re scoprirono la presenza della fanciulla nella rosamarina e la fecero sfiorire trattandola male. Il giardiniere si rifugiò su un albero sotto il quale si incontrarono due draghi, uno maschio e una femmina che si misero a parlare dell'accaduto svelando involontariamente che la fanciulla poteva essere salvata strofinando il sangue di un drago maschio e il grasso di un drago femmina sul tronco della pianta. Il giardiniere uccise i due draghi e fece rifiorire Rosamarina che sposò il re quando tornò dalla guerrà.

Il rosmarinus officinalis, o anche salvia rosmarinus, originario dell'area mediterranea è un sempreverde aromatico che appartiene alla famiglia delle Lamiaceae. Un arbusto con i rami grigio-verde e pelosi in gioventù che diventano marrone chiaro nella maturità e con le foglie, ricche di olio essenziale, verde scuro nella pagina superiore e bianche in quella inferiore, lanceolate e opposte con i margini revoluti.
Il rosmarino da quando Galeno scoprì le sue virtù digestive fu molto usato anche in cucina; il suo fiore nelle ricette medievali era riconosciuto semplicemente con il termine generico ἄνθος - anthos che vuol dire fiore e se veniva mangiato insieme alle foglie ogni mattina con il pane per tutta la durata della fioritura, acuiva la vista. 
Nel Dizionario universale economico rustico del 1797 questa pianta profumatissima è descritta così: 

" Ramerino, Rosmarino, lat. rosmarinus, rosmarìnus hortensis, angustiare folio, C. Bauh. I Rosmarinus officinalis, Lin. fr. Romarin, Encensier. E’ un arbusto che nasce abbondevolmente e senza coltura nei paesi caldi e secchi, come nella Spagna, Italia, Linguadoca, Provenza ec. e si coltiva nei vasi e ne’ giardini. La sua radice è sottile e fibrosa; pullula un tronco in arbusto all’altezza di 3. o 4. piedi, diviso in parecchi rami, lunghi, sottili, cenerognoli, corredati di foglie strette, di verde bruno al di sopra e bianche al di sotto, poco succolenti, di odore acuto, aromatico, grato e di un sapore acre; i suoi fiori che compariscono in aprile, in maggio e giugno, sono in forma ai gola, piccioli, ma assai numerosi, meschiati tra le foglie. Ciascuno d’essi è un tubolo trinciato in cima in due labbri di color turchino pallido o tirante al bianco di odore più dilicato di quello delle foglie. A cotesti fiori succedono delle semenze minute, rotonde, unite 4 insieme e racchiuse in una capsula che ha servito di calice al fiore. V’hanno parecchie altre sorta di ramerino, una delle quali ha le foglie simili al finocchio e la semente bianca che ha l’odore di resina; un’altra, che cresce su le roccie e quasi sempre sterile. Il ramerino selvatico di Boemia ha il legno de’ suoi rami rosso, le sue foglie verdi al di sopra e rosse al di sotto; ed il suo odore si acccosta a quello del cedro. Tutte le parti di questa pianta hanno un po' di odore di canfora o d’incenso, fragrante, grato, cefalico ed un sapore simile, aromatico, cefalico. Il rosmarino è stato noto in tutti i tempi a motivo della sua abilità e perchè si adoperava in addietro nel formare le corone di fiori. Ei nasce dai rami tagliati e in ogni sito brama soltanto una buona terra e prende qualunque forma che si desidera, massime quando sia stato moltiplicato da barbatelle colle radici. I gran freddi gli sono contrarie Io fanno perire, in quella guisa che perisce, se vi si metta al piede del letame. Si ha cura di accelerare il suo accrescimento, e di renderlo più forte all’intemperie delle stagioni col tagliare le sommità de’suoi rami. E’ sano ne’cibi e corroborante; e però se ne fa molto uso nella cucina casareccia. Si adopera intorno e dentro ai pesci che si portano lontano e anche nel selvagginme per salvarli dalla pronta corruzione. V. Acqua della regina d'Ungheria. I suoi fiori sono particolarmente graditi dalle api e le pecore che pascolano la pianta hanno carni saporitissime. "

Il dizionario dà anche la ricetta dell'Acqua della regina d'Ungheria che era considerata un rimedio prodigioso:

" Questa è un'acqua spiritosa giovevole a molti usi. E' sempre averne in pronto per metterne sopra una contusione, o per fermare il sangue da una ferita, o per soccorrere una persona svenuta, o in caso di vertigini o di vapori isterici o ipondriaci, odorandola o prendendosene una piccola cucchiajata in un bicchier d'acqua o lavandosene la testa se non si abbiano capelli ec. V. Macchia. Per farla, riempite una cocurbita di vetri di fiori di rosmarino colti nel suo più gran vigore, i calici e indifferentemente le foglie verdi mondati dai loro steli, versatevi sopra tanto spirito di vino che vi sopranuoti un buon dito traverso, mettete il vaso a bano maria e avendo ben lutato il recipiente col capitello, dategli un fuoco di distillazione per tre giorni, dopo i quali scioglierete i vasi e metterete nella cucurbita ciò che sarà distillato; accrescete fuoco al lambicco talmente che la goccia non ne attenda un'altra. Quando ne avrete cavati li due terzi o cinque sesti circa, levate il fuoco e lasciate raffreddare il liquore. Troverete nel recipiente un'assai buon'acqua della regina che conserverete in caraffine ben chiuse. Volendola fare più prontamente si mescola un'oncia d'olio di cannella e due once d'olio di spiga o lavanda in cinque pinte di spirito di vino, e sarà fatta. "

E a tal proposito si narra che la regina Elisabetta d'Ungheria a 73 anni avesse ricevuto da un eremita la ricetta di questo distillato, che la guarì dalla gotta, le diede nuova forza e la rese bella così tanto da far innamorare il re di Polonia che la chiese in sposa, ma lei rifiutò per amore di Gesù Cristo e di quell'angelo che, a suo dire, aveva donato la ricetta all'eremita.
Luigi XIV usava quest'acqua per curare la gotta e Madame di Sévigné in una delle sue lettere scrive: "... Quest’acqua è divina: io la porto sempre in tasca e me ne inebbrio tutti i giorni. E’ una vera follìa, come il tabacco: quando vi si è abituati non si può più farne a meno. Anche contro la tristezza essa è un rimedio eccellente... "
Nel XIX secolo è presente in tutte le farmacopee ufficiali ed è così richiesta che inizia a essere falsificata. In Francia il nome viene mutato in Eau de Ninon, quello originale sembra sia stato dato dal farmacista di Luigi XIV Nicolas Le Febvre.

Rosmarino officinalis - La rosa del mare

Conosciuto dagli arabi, dagli egizi, dai greci e dai romani, nella medicina popolare era usato come  antigotta, antireumatico, balsamo, cicatrizzante, colagogo - stimola la secrezione biliare, digestivo - stimola la secrezione gastrica, diuretico, emmenagogo, espettorante.

" ... Ne esistono due specie. Una non dà frutti, l'altra ha uno stelo ed un seme resinoso detto cachrys, e le foglie odorano d'incenso. Applicata alla pelle quando è ancora verde, la radice cura le ferite ed il prolasso rettale, i condilomi e le emorroidi, mentre il succo sia del tronco, sia della radice guarisce l'itterizia, nonché le infezioni che vanno espurgate, e rende piu acuta la vista. La semente viene somministrata in pozione per le malattie croniche del petto e per quelle dell'utero (in tal caso, abbinato ad acqua e pepe); giova alle mestruazioni e viene impiastrato con farina di loglio sulla gotta; elimina anche le lentiggini e se ne fanno applicazioni contro le malattie per cui bisogna infondere calore o provocare sudore, come pure contro le slogature. Bevuta con vino, aumenta la produzione di latte; lo stesso effetto sortisce la radice. La pianta intera poi serve per impiastri con aceto contro le scrofole ed abbinata a miele fa bene contro la tosse. Ci sono parecchie varietà di cachrys, come abbiamo già rilevato. La coccola del rosmarino suddetto, comunque, risulta resinosa se soffregata; combatte i veleni e gli animali velenosi (eccettuati i serpenti), stimola la sudorazione, elimina le coliche e determina abbondanza di latte ... "

Storia Naturale . Libro XXIV
 Plinio il Vecchio
Traduzione Marco Fantuzzi

Il rosmarino contiene: acido carnosico, acido rosmarinico, e carnosolo, flavonoidi, salicilati e tannini, nutrienti quali calcio, ferro, fibre, fosforo, potassio, Vitamina A, C e B6; è un antianemico, antibatterico, antidepressivo e ansiolitico, antinfiammatorio, antiossidante, antispasmodico, antiulcera, antivirale, epatoprotettivo, ipoglicemizzante e neuroprotettivo.
Uso esterno in impacchi per alopecia, eczemi, ferite, dolori muscolari, reumatici e per la sciatica.
Da evitare l'uso per gli epilettici e per le donne in stato di gravidanza.
Nel linguaggio dei fiori rappresenta il ricordo e non a caso già dall'antica Grecia si inalava l'olio essenziale per favorire la concentrazione e la memoria.
Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

Ofelia - C’è il rosmarino: è per il ricordo. Ti prego, amore, ricorda. E ci sono le viole: per i pensieri.
Laerte - Una lezione nella pazzia: pensieri e ricordi insieme vengono a proposito.

Amleto - Atto Quarto Scena Quinta
Shakespeare
Traduzione Stefano Baldi

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Brucia con le coccole il legno di ginepro
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