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venerdì 31 luglio 2020

Alla ricerca di un canto libero nella canicola di fine luglio

Il verso è una colomba
alla ricerca d'un nido,
schioccando apre le ali
per volare, per volare.

Il mio canto è un canto libero
che vuole essere un dono
per chi gli stringe la mano
e per chi vuol sparare.

Il mio canto è una catena
senza inizio e senza fine
e in ogni anello risuona
il canto di tutti gli altri.

Cantiamo e cantiamo insieme
all'intera umanità
perché il canto è una colomba
che vola per poter trovare,
schioccando apre le ali
per volare, per volare


Canto libero
Victor Jara

Colomba si è  rifugiata tra le travi della tettoia in cerca di refrigerio e dubito che l'abbia trovato.

Buon fine luglio e buon agosto a tutti voi!

domenica 1 luglio 2018

Sogno di una sera di luglio

" ... La sera del primo luglio, verso le dieci, stavo leggendo nella mia camera colle finestre aperte quando udii suonare sul cattivo piano della sala di conversazione la Gran scena patetica di Clementi, che ho udita da Lei tante volte. La mano mi parve eccellente, e discesi. Suonava una signora inglese e c’erano in sala, credo, tutti gli ospiti dell’albergo. La sala è a pian terreno; ha una porta e due finestre sulla fronte della casa. Andai a sedermi fuori nel buio.


La notte era tempestosa. Un balenar continuo senza tuono batteva, di là dal lago, le nuvole nere e le creste selvagge, che, in quei sùbiti bagliori, parevano vivere. 


Sul nostro capo il cielo restava buio, restava buio l’abisso a’ nostri piedi; e, quando il piano tacque, si udirono giù nelle valli profonde tutte le campane dei paeselli. Due signore uscirono e sedettero poco discosto da me. Non le potevo vedere, ma sentii il profumo di rose della mia vicina. «Molto bene, non è vero?» disse questa, in inglese. Era la sola voce femminile che conoscessi lassù.
Non vi fu risposta. Dopo brevi momenti udii un’altra voce dir piano:
- The bells (Le campane).


Ho sempre pensato, e non so come questo strano pensiero sia nato in me, che l’odore dell'olea fragrans possa dare un’idea della dolcezza di quella voce. Trasalii e mi domandai dove l’avessi udita. La signora dall’essenza di rose disse ancora qualche cosa che non intesi e la voce dolce rispose:
- Yes, there is hope (Sì, vi è speranza).
Ebbi come un baleno interno; era la voce del mio sogno. Mi misi a tremare, a tremare senza saper perché senza capir più niente, sebbene le due voci parlassero ancora. Tre o quattro altre signore uscirono dalla sala e tutta la compagnia s’avviò poi verso gli alberi. Io non pensai a seguirla, avevo una indicibile avidità di esser solo. Corsi nella mia camera e là mi sfogai.
Ero come pazzo, m’inginocchiavo a ridere e piangere, balzavo in piedi a pregare, sentendo Iddio infinito e me niente, stendevo dalle finestre le braccia verso il nero scoglio sovrano battuto dai lampi, gli dicevo con trionfante gioia di volermi bene ancora perché ne tornavo degno. Parlavo così a voce alta e poi ridevo di me stesso, ridevo di esaltarmi per una persona di cui non conoscevo ancora il viso; ma era un ridere felice, pieno di fede, senza la menoma ironia. «There is hope, there is hope» ripetevo «vi è speranza.» E poi mi coprivo il viso colle mani, pensavo; e lei? e lei? Chi sa se aspetti anche lei, chi sa se abbia avuto sogni, presentimenti? Che viso, che nome avrà? Poi non pensavo più a nulla, mi riprendeva il fremito di prima. In un’ora triste dell’adolescenza, vagando per le colline in fiore della mia patria, mi ero veduto nell’avvenire una scura e fredda giovinezza e, sul cader di questa, uno splendido fior di passione, improvviso come il fiore dell’agave. Ora il mio cuore batteva «l’agave, l’agave!» Vi strinsi ambo le mani su, ansando. Credetti in quel punto che gli occhi miei mandassero veramente luce ... "

Il mistero del poeta
Antonio Fogazzaro

Regalatevi il sogno, accendete la luce dei vostri occhi e buon luglio!

mercoledì 5 luglio 2017

Sera di luglio



" ... Una sera, in luglio, Noemi stava seduta al solito posto nel cortile, cucendo. La giornata era stata caldissima e il cielo d'un azzurro grigiastro pareva soffuso ancora della cenere d’un incendio di cui all'occidente si smorzavano le ultime fiamme; i fichi d'India già fioriti mettevano una nota d'oro sul grigio degli orti e laggiù dietro la torre della chiesa in rovina i melograni di don Predu parevano chiazzati di sangue.

Noemi sentiva entro di sé tutto questo grigio e questo rosso ... "
Canne al vento
Grazia Deledda


Buon luglio!

venerdì 1 luglio 2016

" Una notte di luglio "

" Spesso, durante le mie lunghe passeggiate estive, mi fermavo a riposare su un rialto dal quale si vedeva quasi tutta la pineta, fino al mare. In cima al rialto sorgeva una capanna di assi rinforzate e fermate da strisce di latta e da chiodi grossi come castagne: il tutto annerito come da un incendio. La capanna era sempre chiusa; anzi pareva non avesse neppure porta né finestra: e fu appunto per questo che attirò la mia attenzione. Le girai intorno infantilmente, sul breve ripiano erboso che la circondava, e riuscii a scoprire le connessure di due finestrini ai lati, e i cardini della porta quasi invisibile: tesi l’orecchio e mi sembrò di sentire nell’interno un lieve strido, o meglio come un vagito lamentoso di bambino appena nato.
Ma stringendo subito i freni alla fantasia guardai meglio intorno e mi accorsi che il gemito veniva dal ramo di un pino, stroncato dal vento, che lentamente finiva di staccarsi dalla pianta. E sedetti lì accanto, sull’orlo del ripiano erboso, pensando che del resto anche gli alberi hanno i loro drammi, e che quel ramo agonizzante, giovane ancora, ancora carico dei suoi frutti di rame cesellato, soffriva fino a trovare un suono quasi di voce umana per esalare il suo dolore ...


... Era una notte di luglio, con la luna grande, ma faceva tanto caldo che a star dentro la capanna si soffocava ...

... E nel religioso silenzio del tramonto, in mezzo ai pini che ardevano sul cielo rosso come grandi lorde festive, il gemito dell’albero stroncato pareva uscire dalla capanna; ed era forse davvero il lamento di uno spirito non ancora placato. "

 Lo spirito dentro la capanna 
Grazia Deledda

martedì 1 luglio 2014

" I caldi tramonti di luglio ... "


" I caldi tramonti di luglio non sono fatti per le meditazioni ascetiche. Il sole che discende rosso ... saetta i raggi orizzontali sui colli dalle forme curve, quasi muliebri, li veste di un colore roseo che par di carne. Sembra che la terra intorpidita dall’arsura diurna si risvegli come ad una nuova aurora e frema alla carezza delle fresche aure serali. Le foglie immobili cominciano ad agitarsi lente lente e il fiume, già fulgido specchio d’argento, prende il color verde degli occhi delle ondine tentatrici. Tutto si risveglia, anche il desiderio.
Le prime ore della notte, col tremulo bagliore delle stelle, con le vampe tiepide e profumate che alitano per la valle, con quel mistero della penombra dove s’indovina un fermento di amore e di fecondità, danno una molle sensazione che pare un principio di ebbrezza. Ai profondi silenzi succedono larghe vibrazioni di voluttà, e passano le lucciole a sciami sulle stoppie arse, cantano gli usignoli nelle macchie, e il fiume mormora gli ineffabili epitalami della notte. Nelle tenebre tiepide si compiono nozze misteriose, e l’amore palpita nel grembo della terra come il sangue nelle arterie dell’uomo.
È allora che il pieno disco della luna si leva e sale diffondendo la sua luce fredda sui campi deserti. Le ombre nere si allungano sui piani argentei e la corrente risplende qua e là di pagliuzze d’oro. Tutto a poco a poco si calma e riposa nella formidabile solennità della notte. "

 Brani di vita
Olindo Guerrini

martedì 1 gennaio 2013

La diligenza da dodici posti

Anima Mundi 2013

Faceva un freddo intenso, pungente: il cielo luccicava tutto di stelle: non tirava un alito di vento.
Pum! Ecco che una vecchia stagna da petrolio venne a colpire l’uscio di una casa. Pim! Pam! fecero i mortaretti di rimando, perché si festeggiava l’anno nuovo. Era la notte di San Silvestro, e l’orologio della chiesa aveva sonato allora allora dodici tocchi. 
Troc troc! Troc troc! Teretee! Il carrozzone della diligenza arrivava, pesante, mezzo sconquassato; e si fermò alla porta della città. Dentro c’erano dodici passeggeri, né di più avrebbe potuto portarne: tutti i posti erano presi. 
"Evviva, evviva!" - gridava la gente in tutte le case della città, perché era l’ultima sera dell’anno; e allo scoccar della mezzanotte tutti riempirono i bicchieri, e bevvero alla fortuna dell’anno nuovo. 
"Buon anno, buon anno!" - era l’augurio di tutti: "Salute, pace, felicità... figli maschi e quattrini in quantità!" 
Tutti ripetevano l’augurio, i bicchieri si toccavano, tintinnavano... e proprio in quel momento, alla porta della città si fermava il carrozzone con i dodici forestieri. 
Chi erano quei viaggiatori? Ciascuno aveva il suo passaporto ed il suo bagaglio; e portavano persino dei regali, per te, per me, per tutta la gente della città. Ma chi erano? Che volevano? Che cosa portavano poi? 
"Buon anno!" - gridarono alla sentinella, ch’era di guardia alla porta della città. 
"Buon anno!" - rispose la sentinella; e al primo che scese dalla diligenza: "Il suo nome e la professione?" - domandò. 
"Veda lei, nel passaporto!" - rispose l’uomo: "Io son chi sono!" - Ed era un bel tipo davvero, tutto ravvolto in una pelliccia d’orso e con gli scarponi col pelo: "Sono colui su cui tanti e tanti concentrano le speranze. Venga da me domani, e le darò una bella strenna di capo d’anno. Spargo per tutto mance e doni, e faccio inviti a balli e a feste; ma più di trentuno non ne posso dare. Le mie navi sono in mezzo ai ghiacci; ma nel mio scrittoio è caldo e si sta bene. Sono negoziante all’ingrosso: il mio nome è Gennaro, e porto con me una quantità di conti e di polizze." 
Scese a terra il secondo: era un allegro camerata, impresario di teatri, direttore di balli figurati, anima di tutti i divertimenti possibili e immaginabili. Tutto il suo bagaglio consisteva in un grosso barile. 
"Quando c’è questo, l’allegria non manca mai!" - diss’egli: "Voglio far divertire, ma voglio anche divertirmi, poi che ho poco tempo da vivere: di tutta la famiglia, sono quello che vive meno - ventotto giorni solamente. Tutt’al più, ogni tanto, mi buttan là un giorno per soprammercato; ma non ci conto molto, e faccio buon sangue egualmente. Evviva!" 
"Non tanto chiasso!" - fece la sentinella. 
"Posso fare quanto chiasso mi pare e piace!" - ribattè il viaggiatore: "Sono il Principe Carnevale, e viaggio incognito sotto il nome di Febbraio." 
Scese il terzo. Era magro come la quaresima, ma camminava col naso all’aria, perch’era parente dei Quaranta Cavalieri danesi, e del nostro Pescatore di Chiaravalle, di Maranguelone da Tuorgna e dello Schiesone: faceva lunarii e prediceva il tempo e le stagioni. Il mestiere, però, non era troppo lucroso, ed ecco perché consigliava tanto i digiuni. Portava all’occhiello un mazzolino di violette, ma piccine piccine e stente. 
"Don Marzo, Don Marzo!" - gli gridò il viaggiatore sceso dopo di lui, e gli battè sulla spalla: "Non senti un buon odorino? Va’ subito nella saletta dei doganieri: stanno bevendo un ponce, la tua bevanda prediletta. L’ho sentita subito alla fragranza. Corri, corri, Don Marzo!" 
Ma non era vero niente; colui che parlava non voleva se non fargli una chiapperella, uno de’ suoi famosi pesci, perché aveva nome Aprile, e col primo pesce cominciava la sua carriera nella città. Sembrava molto allegro; lavorava poco, ma perché aveva più vacanze di tutti. 
"Basterebbe che ci fosse un po’ più di stabilità a questo mondo!" - disse: "Ma tal volta siamo di umore gaio, tal’altra uggioso, secondo le circostanze. Ora piove, ora fa sole; ora si sgombera, ora si torna. Io tengo una specie di agenzia di collocamenti, fitti e vendite, ed ho anche l’impresa dei trasporti funebri. Rido o piango, a seconda del momento. In questa valigia ho i miei vestiti da estate, ma non sono tanto sciocco da mettermeli. Eccomi qui! La domenica vado alla messa con le calze di seta a trafori e col manicotto!" 
Dopo di lui, scese una giovinetta. Aveva nome Maggiolina, portava un leggero vestito da estate, d’un verde tenero, e, sopra le scarpette, un paio di galosce. Nei capelli aveva un mazzolino di anemoni, ed era tanto profumata di timo, che la sentinella starnutì. 
"Dio vi benedica!" - esclamò la fanciulla; e quello fu il suo saluto. Com’era bella! E come sapeva cantare! Non era cantatrice da teatro, nè da camera; era cantatrice di bosco, perché andava errando lietamente per la verde foresta e cantava per suo piacere. Nella borsetta da lavoro, aveva due libriccini, uno di poesie, uno di fiabe. 
"Largo, che scende la signora!" - disse il conduttore della diligenza. 
Scese a terra una giovane dama, un po’ altera nella sua delicata bellezza. Si vedeva subito ch’era una dama, la dama di Giugno, abituata ad essere servita dai Sette Dormienti. Dava una grande festa nel giorno più lungo dell’anno, perché gli ospiti avessero tempo di approfittare di tutti i piatti della sua ricchissima tavola. Veramente, ella teneva carrozza per conto suo; ma viaggiava in diligenza con gli altri, perché non avessero a dire ch’era boriosa. Non viaggiava però sola, né senza protezione. Aveva con sé il suo fratello minore, Luglio. 
Era questi un giovanotto grassoccio, vestito da estate, con un grande cappello Panama. Non aveva che poco bagaglio, perché col caldo tutto dà noia; per ciò, non portava con sè che le mutandine da bagno, e quelle poco ingombro gli davano. 
Veniva poi mamma Agostina, venditrice di frutta all’ingrosso, proprietaria di una grande quantità di valli da pesca, e coltivatrice di vasti terreni. Aveva una crinolina molto rigonfia, era grassa e accaldata; sapeva lavorare con le sue mani, e portava ella stessa il mezzovino nei campi ai lavoratori. 
"Ti guadagnerai il pane col sudore della fronte," - diceva: "È scritto nel Libro. E soltanto dopo vengono le gite, le scampagnate, i balli, i giochi nei boschi e le feste del messidoro." 
È una brava massaia mamma Agostina. 
Dopo di lei, scese dalla diligenza un pittore, il grande colorista Prof. Settembre. Tutta la foresta lo conosce! Le foglie mutano colore, - e con che magnificenza! - al solo suo cenno: ben presto il bosco splenderà di rosso acceso, di giallo, di bruno dorato. Il maestro zufola come un merlo, lavora spedito, e intreccia i verdi viticci del luppolo intorno al suo boccale di birra. Così ornato, il boccale ha un bellissimo aspetto, ed in verità il Prof. Settembre ha per l’ornamentazione un gusto squisito. Era arrivato con i suoi tubetti di colore, che formavano tutto il suo bagaglio. 
Lo seguiva un signore di campagna, uno che non si occupa se non di seminare, di arare e di dissodare, ed ha la passione dei cavalli e della caccia. Il conte Ottobre aveva con sè il cane ed il fucile, e la carniera piena di noci, che facevano un rumorino secco quando camminava. Tra suoi innumerevoli bagagli, aveva persino un aratro di fabbrica inglese; e non parlava che di agricoltura, ma a mala pena si sentiva quel che diceva, per la gran tosse e le rumorose soffiate di naso del suo vicino. 
Quegli che tossiva così era Novembre, molto seccato da una tremenda infreddatura: già, a lui, diceva, fruttava più il naso della tasca. E a mal grado dell’infreddatura, gli toccava andar in giro con le nuove cuoche e le domestiche, per condurle a far le provviste ed insegnar loro il servizio d’inverno. Diceva che si sarebbe liberato de’ suoi malanni andando al bosco a far legna: doveva spaccarla e segarla, perché era Gran Guardiano nella Confraternita dei segantini e fornitore del focolare. Passava la sera a intagliare suole di legno per i pattini, perché sapeva bene, diceva, che tra poche settimane ci sarebbe grande richiesta di quel genere di calzature. 
Finalmente, comparve l’ultimo viaggiatore, il vecchio nonno Decembre, con lo scaldino in mano. Era tutto intirizzito, ma gli occhi gli brillavano vividi come due stelle e teneva tra le braccia un vaso da fiori, dove cresceva un piccolo abete. 
"Avrò cura di quest’alberello, perché cresca bene, e per la sera di Natale possa arrivare con la vetta a toccare il soffitto, a ad ornarsi di cento candeline colorate, e di mele d’argento e di figurine una più bella dell’altra. Questo scaldino manda un calore, che pare una stufa... Caverò di tasca il libro delle novelle e leggerò forte, per far che tutti i bambini di casa stiano buoni buoni. E allora le figurine dell’albero di Natale diverranno vive, e il piccolo angelo di cera spiegherà le alucce di stagnola dorata e volerà giù dalla vetta dell’albero, e bacerà grandi e piccini, tutti quelli che sono nel salotto caldo, ed anche i poveri bambini che stanno fuori in istrada, e cantano la canzone della stella di Betlemme." 
"Bene; ora la diligenza può andare!" - disse la sentinella: "Tutti i dodici passeggeri sono scesi. Frusta, cocchiere!" 
"Prima bisogna che i dodici viaggiatori vengano qui da me!" - disse il Gabelliere. "Uno per volta! I passaporti restano a me. Ognuno è valido per un mese; finito il mese, scriverò sul passaporto le generalità e le note a seconda della loro condotta. Don Gennaro, abbia la bontà di venir qui." 
E Don Gennaro si presentò al Gabelliere. 
Di qui a un anno, credo che sarò in grado di dirvi quello che i dodici viaggiatori avranno portato in dono a me, a voi, a tutti. Ora, non lo so, parola d’onore; e sto per dire che forse non lo sanno nemmeno loro. Si vive in certi tempi così curiosi... 

Hans Christian Andersen


Felice 2013 
a tutti voi, 
pace, amore 
e... 
figlie femmine

Rita Levi Montalcini

Ciao Rita

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