" ... Ottilia – Guarda bene. Da vicino vicino vicino. Cosa vedi?
Io – Una superficie granulosa, picchiettata, bernoccoluta.
Ottilia – Passa tra bernoccolo e bernoccolo, granello e granello, venatura e venatura. Troverai il cancello d’un giardino, con verdi aiole e vasche limpide.
Io sto là in fondo.
Io – Tutto quello che tocco è ruvido, arido, freddo.
Ottilia – Passa lentamente la mano sulla superficie. È una nuvola soffice come di panna montata...
Io – Tutto è uniforme, sordo, compatto..
Ottilia – Apri bene occhi e orecchi. Senti il brulichio e luccichio della città, finestre e vetrine illuminate, e le trombe e lo scampanellio, e la gente bianca e gialla e nera e rossa, vestita di verde e azzurro e arancio e zafferano.
Corinna – Fulgenzio! Dove sei!
Io ormai non potevo più staccarmi dal mondo di Ottilia, dalla città che era anche nuvola e giardino. Qui le frecce invece d’andar dritte facevano tante giravolte, lungo linee invisibili che s’aggrovigliavano e si sbrogliavano, s’aggomitolavano e si dipanavano, ma alla fine colpivano sempre il bersaglio, magari un altro bersaglio da quello che ci s’aspettava. Il fatto strano era questo: più mi rendevo conto che il mondo era complicato frastagliato inestricabile più mi pareva che le cose da capire veramente fossero poche e semplici, e se le avessi capite, tutto mi sarebbe stato chiaro come le linee di un disegno ... "
Lo specchio, il bersaglio
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