giovedì 28 gennaio 2021

Luna del Lupo

Lupi nel freddo
Ululano alla luna
Fulgida notte

Sciarada Sciaranti

Primo plenilunio del 2021 - 28 gennaio

28 gennaio
Primo plenilunio del 2021  
Secondo plenilunio  della stagione invernale 2020/2021

I nativi americani chiamano la meravigliosa luna piena di gennaio Luna del Lupo e tra loro i Sioux le danno un afflato ancor più poetico definendola Luna in cui i lupi corrono insieme. Nelle lunghe e fredde notti invernali i lupi alzano la testa rivolgendola al cielo per irradiare il più lontano possibile il suono dei loro ululati al fine di comunicare con i compagni che esplorano l'ambiente in cerca di cibo, in gennaio con lo stesso gesto segnalano il proprio territorio di riproduzione agli altri branchi.
La Luna piena di gennaio è denominata anche Luna del Grande Inverno e insieme a quella di febbraio Luna della Neve in quanto in questi due mesi le nevicate sono abbondantiLuna della Fame in quanto era difficile procacciarsi il cibo e Luna dei Ghiacci.

Un grande amico ha letto il post è mi ha donato questo suo pensiero:

...tu Luna, mestolo dei nostri pensieri, termometro d'amore.

Andrea Audino

mercoledì 27 gennaio 2021

La mia stella

Vi è mai capitato di puntare gli occhi al cielo di notte e di rifugiarvi con lo sguardo in una stella? A me sì... 

Aldebaran, l'occhio della Costellazione del Toro

Aldebaran - 29 febbraio 2020

E a volte una stella salva la vita:

" Sognavo a occhi aperti. Mai a occhi chiusi. Non ho mai sognato di notte ad Auschwitz. Di giorno sì, immaginavo di correre su un prato che ricordavo, in mezzo ai fiori, nel sole; mi raccontavo i film che avevo visto, i libri che avevo letto, le mie canzoni preferite, le commedie ascoltate alla radio con nonno Pippo. In questo modo non permettevo al cervello di vedere quello che accadeva davanti a me, la realtà quotidiana della mia nuova vita all’inferno. Avevo un mondo di fantasia e di ricordi che mi trascinava lontano da lì. Ritornavo con la mente a una festa con le amiche, a una vacanza, a una gita in campagna… Ma niente che riguardasse la mia famiglia, la mia casa, i visi più cari, dei miei nonni e di mio papà. Quelli erano ricordi proibiti. Perché non potevo sopportarli, mi avrebbero fatto troppo male. Filtravo le cose che potevo ricordare e scartavo quelle che non avrei avuto la forza di sopportare. Non lo facevo consapevolmente, era un modo per sopravvivere. Usavo tutte le mie forze per restare lontana dal lager,  almeno con la mente. Se sono sopravvissuta è anche per l’intensità con la quale esercitavo questa volontà. 
Alla fine della giornata, il mio mondo di fantasia, al quale mi aggrappavo per “fuggire” dal campo, era diventato una piccola stella che vedevo in cielo. Sempre la stessa. L’avevo notata una sera di cielo terso, quando i nostri  aguzzini ci davano pochi minuti di tregua. 
Da quella sera, ogni giorno quando arrivava il buio la cercavo, le parlavo. 
Ero felice di ritrovarla, significava che un altro giorno era passato ed ero ancora viva. Mi identificavo con quella stella. Vedendola, dentro di me, le dicevo: «Finché io sarò viva, tu, stellina, continuerai a brillare nel cielo. Stai tranquilla, io non morirò. Io sarò sempre con te».

Da allora la stella è diventata un simbolo importante nella mia vita. La mia famiglia mi regala stelline d’argento e i miei nipoti disegnano per me cieli brillanti di stelle.

Eravamo tre ragazze italiane a lavorare nella fabbrica di munizioni. Il resto erano di altre nazionalità. Tutte le mattine i nazisti ci portavano fuori dal campo e ci facevano fare circa tre chilometri per raggiungere la fabbrica.
Eravamo costrette a cantare le loro canzoni, in marcia. Era l’ennesima cattiveria, farci cantare come se fossimo state allegre. Eravamo degli scheletri invece, camminavamo a fatica, i corpi stremati dalla fame, dalle fatiche e dalle botte. Eppure dovevamo cantare come se stessimo andando a fare una gita in campagna.
In quel tratto di strada, ritrovavamo i rumori familiari. La campana di una chiesa, le grida dei bambini a scuola, un treno. I ricordi ti assalivano, ma era un attimo, i giorni cari non potevamo permetterceli. Ci avrebbero resi deboli e vulnerabili. E io non volevo diventare vulnerabile, volevo vivere. E cantavo, obbedivo e marciavo. In quel tragitto, la cosa più terribile era incontrare la Hitlerjugend, la gioventù hitleriana. Erano ragazzi fra i quattordici e i vent’anni, biondi e con la divisa nera. Erano belli, non erano scheletrici come noi, anzi. La croce uncinata sul braccio, correvano sulle loro biciclette sicuri di essere i vincitori, certi di appartenere alla razza superiore. Quando ci incontravano si fermavano e cominciavano a sputarci addosso, a insultarci con le volgarità più orribili. Avevo imparato a riconoscere le parolacce in tedesco. Erano le stesse che con il medesimo disprezzo ci sentivamo scaraventare addosso dalle guardie. 

Eppure quelli erano ragazzi come me o poco più grandi, mi sembrava incredibile che potessero odiare in quel modo delle derelitte, senza più corpo, come noi. Così deboli che non avevamo neppure la forza di scansare i loro sputi. Eppure erano così, il disprezzo mortificava i loro bei visi e i loro corpi perfetti. All’epoca li odiavo, con il tempo ho imparato a guardarli per quello che erano: povere ombre nere che non sarebbero mai state sfiorate dall’umanità né dalla pietà. "

Fino a quando la mia stella brillerà
Liliana Segre con Daniela Palumbo

Poesia di un grande amico dedicata alla giornata della memoria:

Auschwitz

In quel campo
grigio e freddo,
nel filo spinato
rosso ruggine,
aggrovigliato.
Muti pianti
nel silenzio minacciato.
Piedi nudi
nel fetido fango.
Non un filo d’erba verde,
non un uccellino
da invidiare.

Andrea Audino

martedì 12 gennaio 2021

La lavanda impazzita

Pazzia nell'aria
Profumo di lavanda
Cielo d'inverno

Sciarada Sciaranti

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno
Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Ha manifestato i primi sintomi fiorendo prematuramente la scorsa primavera, in estate ha riconquistato  lo sviluppo naturale e  in pieno inverno con una fioritura tardiva una delle mie lavande ha confermato di essere impazzita. E nella sua pazzia un inno alla vita.

Vi abbraccio!

mercoledì 6 gennaio 2021

Il futuro nell'Epifania

Per l'essere umano vivere il presente e ricordarsi del passato non è mai stato sufficiente e si è molto impegnato nel cercare di svelare il futuro attraverso i rituali che includono il ciclo vitale, di nascita, morte e rinascita, coadiuvato dagli elementi, acqua, aria, terra e fuoco.
Voglio regalarvi un sorriso in questo ultimo giorno di festa e se per " Santa Lucia " siamo stati in Sicilia, oggi andiamo a curiosare nelle tradizioni del nostro Piemonte dedicate all'Epifania.
Partiamo dalla vigilia per continuare con la mattina, la sera e porgiamo uno sguardo anche ai riti praticati in campagna:

Befana dai capelli rosa

" ... Natale, Capo d'Anno ed Epifania, ecco tre feste solenni che si succedono nel volger di pochi giorni e che fanno desiderare un po' di tregua a molte saccocce smunte, ma ecco tosto sopraggiungere il carnevale cosi che se

L'Epifania a mena le feste via,
'L Carlevè* ai turna a mnè.

Carlevè* = Carnevale

I bimbi hanno ben poco da desiderare nel giorno dell'Epifania, perché i loro desiderii, almeno in parte, sono già stati soddisfatti e per buona ventura delle mamme, non conoscono la Befana e le sue sorprese. Ma se i bimbi non han nulla da sperare, le ragazze, e specialmente le ragazze da marito, attendono con giubilo l'Epifania, giacché è in questo giorno ch'esse ricorrono a molte prove dalle quali si ripromettono varie particolarità in torno al loro avvenire.

Scodella con tre pezzetti di carta, morte, matrimonio, nubile, immersi nell'acqua

Alla vigilia della festa, alcune di esse prendono una scodella nuova, la riempiono d' acqua e v'immergono tre pezzetti di carta, su l'uno dei quali è scritto: « morte », su l'altro: « matrimonio » e sul terzo: « nubile ». Espongono quindi il recipiente all'aria aperta affinché geli durante la notte. Al mattino guardano la scodella, se l'acqua si è congelata, si sforzano di vedere nella massa qualche figura speciale che lontanamente accenni alla professione che eserciterà l'uomo che dovranno sposare. Cosi se la suddetta figura si assomiglierà ad una scarpa, o ad una pialla, lo sposo sarà calzolaio, falegname e via discorrendo. In pari tempo cavano fuori dall'acqua il biglietto rimasto a galla su cui sta scritta la loro sentenza se debbono cioè maritarsi, o restar nubili, oppure morire.

Cuscino con tre aghi appuntati con filo bianco, rosso e nero

Alla mattina dell' Epifania le ragazze costumano di puntare sul cuscino del letto tre aghi infilati di filo bianco, rosso e nero; chiusi gli occhi, andando a tastoni, ne prendono uno. Se questo è infilato di rosso significa che nell'annata si mariteranno, se è infilato di bianco, che dovranno restar nubili, se di nero, che dovranno farsi monache.

Cuscino con sotto tre pacchetti contenenti cenere, crusca e farina

Talvolta non contente della prova ricorrono a quest'altro esperimento: ripongono sotto il cuscino tre pacchetti contenenti cenere, crusca e farina; se estraggono quello di cenere, sono scontente perché la cenere indica morte; se toccano il pacchetto della crusca; è indizio che durante l'anno dovranno rimanere zitelle; se toccano quello di farina, giubilano come buon segno indicando un non lontano matrimonio.
A S. Germano Chisone si suol fare come a Pinerolo, una prova consimile: parecchie ragazze prendono quattro piattelli, in uno mettono della farina di frumento, nel secondo farina di barbarla (segale e frumento), nel terza farina di grano turco o di segale, nel quarto crusca. Velatesi quindi gli occhi, a ciascuna va tentoni ad immergere la mano in uno di quei piattelli; secondo che toccano il primo, il secondo, il terzo od il quarto, è destino che vadano spose in una casa di buona condizione, o di mediocre stato in primo grado, o di mediocre stato in secondo grado, o di miserie.
Ma come una ciliegia tira l'altra e i desideri non vengono mai soli, così la curiosità delle ragazze è insaziabile e non contente delle prove riferite, tanto più poi se queste sono riuscite negative, ricorrono a quest'altra. Prendono tre fagiuoli di vario colore, rosso, bianco c nero, li depongono sotto il cuscino, se toccano il nero lo buttano via indispettite, mostrano noncuranza per il bianco e se riescono a stringere fra la mano il rosso, gridano per la gioja.
Talune poi, le più allegre, si collocano nel mezzo della stanza e quindi si seggono per terra tenendo la schiena rivolta all'uscio; pongono la pantofola sulla punta del piede destro e la gettano in aria. Se cade con la punta rivolta verso l'interno della stanza, è ammonimento che neh" anno dovranno restare ancora zitelle; se cade nella direzione dell'uscio, il pronostico è buono indicando un prossimo matrimonio, se infine la pantofola cade rovesciata, significa che durante l'annata proveranno dei dispiaceri.
A S. Germano Chisone usano gettare uno zoccolo dietro le spalle, quindi voltandosi guardano da qual parte sia rivolta la punta: se all' insù significa che loro toccherà d' andare spose in montagna, se all'ingiù in pianura. E giacché ho citato per la seconda volta il nome di S. Germano, ricorderò che qui le ragazze costumano pure di dare un calcio nell'uscio del porcile e se l'inquilino grugnisce, significa che l'uomo da sposare sarà un brontolone.

Due fogli di carta a forma di imbuto

Pongo fine alla serie delle prove citandone ancor una che si costuma in Pinerolo e nelle sue vicinanze, la prova dei mignunflet. Si fanno alla sera dell' Epifania: prendonsi due fogli di carta e si dà loro la forma d'un imbuto, collocandoli diritti sopra la tavola l'uno accanto all'altro. La ragazza che fa il giuoco, battezza un mignunflet col proprio nome e designa l'altro col nome di chi presuppone le voglia bene, quindi appicca contemporaneamente il fuoco ai due pezzi di carta. Quando uno od ambedue si rovesciano addosso, vuol dire che i due giovani si vogliono bene, quando l'uno o l'altro cade di fianco, indica indifferenza, se cade dalla parte contraria , che fra i due pretesi amanti non c'è amore di sorta. Ad una simile prova si sottopongono tutti i presenti al giuoco. 
In campagna la ragazza incaricata di fare 1'esperimento, prende della canapa, la divide in due parti e dispostele in modo che restino diritte, esclama:

Sun andait a la fera di gramissei,
I l'ai mai vist dui matafam* pi bei,
Sa s' amu d' amur
Vedruma ur ur.

matafam* = spauracchi

e nel pronunziare quest' ultime parole, dà fuoco ai mignonflet.
Generale è poi l'usanza di mangiare la focaccia nel giorno dell' Epifania; a Pinerolo, nella valle del Chisone, in vai Pellice, in tutto il circondario insomma. É il regalo dei garzoni panattieri, quantunque però questi vadano perdendo la costumanza di largheggiare verso i loro avventori, dico largheggiare cosi per modo di dire, poiché ognuno sa che al regalo tien dietro la mancia che é sempre superiore al valore della focaccia.
Nella focaccia si trovano due fave, l'una bianca, e l'altra nera, e la si mangia per lo più alla sera in comitive. Fatta la distribuzione, colui al quale tocca il pezzo contenente la fava nera deve pagare un pranzo, o una merenda o alcune bottiglie; quegli che trova la bianca, si obbliga di pagare ai presenti la cena o qualche altra cosa e poiché la fava bianca prende il nome di « regina » e di re, la nera, cosi è comune il detto:

Chi trova la regina 
Paga da sina*.

e

Chi trova '1 rè
Paga 'l disnè*

sina* = cena
disnè* - pranzo

Befana sulla calza

In campagna alla sera dell'Epifania sogliono radunarsi nella stalla di Tizio o Sempronio a mangiare la focaccia. Ma prima che imbrunisca, schiere di giovani fanno provviste di castagne abbrustolite, nocciuole, fichi, dolci (le batiajé), da riempirne una calza bianca e rossa; poscia di comune accordo si avviano cantando al luogo convenuto. Giunti all' uscio della stalla, si fermano zitti e cheti, mentre il capo della brigata, accompagnato dal suono di una chitarra canta:

Buna sera, Madona,
Madona buna sera,

Buona sera, Martin,
Martin buona sera,

a cui la padrona di casa risponde:

Buna sera, Martin,
Martin buna sera.
E dime un po',
Da duva i rive?
I rivu da la fera.
Madona, buna sera.

Non appena pronunziate queste parole, apre l'uscio e getta la calza in grembo della padrona o di qualche ragazza che trovasi nella stalla, cantando:

L' carlerè sracoumanda:
Chi voi nen cherde
Ecco si la gamba *.

gamba*- Altrove si canta questa variante:

Parisia a sracoumanda :
Si vole nen cherdi*,
Guardè si la gamba.

cherdi* = credere

Clamorose risate scoppiano da ogni parte, mentre entrano i camerata strimpellando qualche vecchio istrumento. In un attimo la stalla si converte in una sala da ballo, tutti, giovani e vecchi, cedono alla forza irresistibile d'una nota musicale e quattro per quattro saltano lu brandu a la piemonteisa. Passato poi il primo furore del ballo, la padrona invita le coppie danzanti a mangiare la focaccia. Al giovane ed alla giovane cui per sortilegio tocca la parte della focaccia contenente la fava bianca e nera, sono rivolti gli auguri di tutti e da quell'istante sono gridati « gli sposi ». I favoriti dalla sorte entrano a braccetto nel ballo e danzano più volte soli in mezzo a strepitosi evviva. La festa continua fino ad ora tarda: al momento di lasciarsi ognuno dà la buona notte e stanco, ma soddisfatto, ritorna alle proprie case. Ma lo scherzo innocente della calza diventa talora triviale per opera di alcuni buontemponi che talvolta raccolgono qualche immondizia, solitamente sterco di bue, ne riempiono la calza, volendo fare uno scherzo bene spesso suggerito dalla malignità o dal desiderio di vendetta, e si avviano alla casa dove hanno stabilito di compiere l'impresa: spiano l'occasione di fare il tiro e quindi dal finestrino della stalla (lu pertus du ciatt) gettano la calza sulla schiena di qualcuno, dandosela tosto a gambe.
Ho detto più sopra che a Pinerolo, nella valle del Chisone e in Val Pellice, è generale 1' uso di mangiare la focaccia, ho accennato alla consuetudine di collocarvi dentro due fave ed al duplice significato che vi attribuiscono. Ricorderò ancora un'ultima costumanza che hanno gli abitanti di Fenestrelle. Qui alla sera dell'Epifania si fa la veglia nella stalla e tutti i parenti vi concorrono portando chi una focaccia, chi un fiasco di vinello. Poscia ognuno siede sopra rozze panche disposte all' intorno di una tavola su cui si ripongono gli oggetti portati. Il capo della famiglia si alza brandendo un coltello e taglia ad una ad una le focacce, ripone i pezzi sopra un piccolo asse: quindi facendo il giro li distribuisce agl'invitati e presane egli pure la sua parte, va a sedere al suo posto mentre un altro versa il vino nei bicchieri. Quegli cui toccano le fave (naturalmente sono più, perché varie le focacce, ognuna delle quali però non contiene che una sola fava) diventano l'oggetto dei discorsi di tutti. Se la fava è nera ed è toccata ad un giovane, le vecchie gli assicurano un avvenire brutto, pieno di dispiaceri, se è bianca gli predicono un avvenire splendido. La veglia si prolunga fino a tarda notte e quando i fumi del vino hanno esaltato le menti di quei montanari, questi si mettono a cantare un poco e quindi vanno a riposarsi. "

Capo d'anno ed Epifania in Piemonte - 1891
Filippo Seves


Buona Epifania a tutti e come sempre un saluto alle sorelle Befane💖!

Per chi è interessato:


venerdì 1 gennaio 2021

Una luce alla fine del tunnel

Un annus horribilis ci ha messi nella condizione di non vivere bene il presente, abbiamo consegnato la leggerezza a un futuro che ha rincorso sé stesso fino al 26 dicembre 2020, giorno in cui allo Spallanzani di Roma, alle 11.00 di mattina sono arrivate le prime 9.750 fiale di vaccino per il COVID-19. Sulla strada, che ancora è lunga, una luce ha svelato la fine del tunnel. 
Il veliero di Anima Mundi oggi rispetterà simbolicamente il coprifuoco, non leverà l'ancora e non vi accompagnerà nel consueto viaggio di inizio anno.

Anima Mundi - Buon 2021

 Vi avvolgo in un abbraccio e auguro a tutti noi un buon 2021!

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