mercoledì 7 giugno 2023

Il sentore di limone dell'erba Luigia

Immaginate di trovarvi in una riad marocchina comodamente seduti su morbidi divani circondati da una miriade di cuscini tra archi e capitelli moreschi incantati dal suono e dai giochi di luce dell'acqua che zampilla e luccica sull'oro, l'argento e sui colori di una fontana decorata con tessere musive. In quest'atmosfera calda e avvolgente il padrone di casa esegue il rito tradizionale dell'ospitalità (vedi Ospitalità) che consiste nell'accurata preparazione del tè che, versato dall'alto, per ossigenarlo, in bicchieri colorati, per abbassarne velocemente la temperatura, viene offerto per tre volte agli invitati, la prima al naturale con lo zucchero, la seconda arricchito con la menta naa naa - nanà e la terza rafforzato con l'Aloysia o Lippia citriodora, un'erba officinale perenne dal profumo balsamico, intenso e persistente, amata da Padre Pio che soleva tenerne alcune foglie nel confessionale per annusarle.

Aloysia citriodora, Aloysia triphylla, Lippia citriodora, Verbena triphylla, Cedrina, Erba di Maria Luisa, Erba limonaria, Erba Luigia, Erba Luisa, Erba perseghina, Limoncina, limonetto, Verbena odorosa

" Modo di coltivare l'erba Luigia, detta Cedrina o Cedronella, e dai botanici Verbena triphylla. È facilissima questa pianta a barbicare onde può aversene piantandone i ramoscelli di un anno, facendone margotte e dividendone destramente le pianticelle, le quali abbiano messe che derivino dalla radice maestra. Provai egualmente tutti tre questi metodi.
Dalla fine di aprile sino quasi a mezzo settembre si possono prender ramoscelli, che però non sieno troppo grossi; che abbiano almeno un terzo di vecchio legno, e non sieno rivestiti di fiore, la qual ultima avvertenza però non è sempre essenziale. Si conficcheranno per due terzi della loro lunghezza in terra ben preparata, schivando la forte o argillosa. Quando vogliasene porre molti, si potranno essi seppellire nel terreno dell'orto, ma ciò si farà dal giugno sino all'agosto e non prima o dopo. Il fondo sarà stato ben vangato e di natura fresco. Piantati i rami a distanza tale, che volendoli trasporre si possano levare sulla terra senzascoprire le radici, si rimetterà a più riprese bel bello il terreno. Correndo calda assai la stagione si ripareranno con una stuoja dall' immediata azione del sole, e se ne avranno in capo a tre o quattro setti mane nuove piante ben radicate. Può per altro a maggior sicurezza farsi tale piantagione in vasi o altro recipiente. Se esegui scasi in primavera, si dovranno riparare da ogni pericolo di freddo, e ritirarli quando occorra di nottetempo. Se vogliansi piante adulte e da allevare ad albero, si farà passare un ramo entro un pignattino o un cestello di vimini o un cannello di latta chiuso in modo che dalla parte inferiore non lasci escir l'acqua, ed empiuto di terra sciolta il recipiente, si terrà umida la detta terra, ed in breve il ramo barbicherà. Finalmente dividendo con tagliente ferro le pianticelle, lasciando a ciascheduna un proporzionato numero di radici, e tenendole riparate dopo il loro trasponimento, se ne otterranno nuovi individui. Tale divisione non solo in primavera ed in autunno potrà farsi, ma ancora nell'estate. Mentre scrivo, e siamo in luglio avanzato, ne ho diviso un vaso, e n'ebbi quattro piante assai felicemente.
In inverno a meno che non sia rigido soverchiamente, o che il terreno non vada soggetto a molta umidità, io l’ho veduta reggere assai rigorosa, situata però a mezzogiorno. Sarà sempre ottimo consiglio quello di educarne un paio di piante in vaso, per ogni evento. Besì due avvertenze trovo utilissime ad aversi per assicurarsi della felice loro esistenza, sia che si conservino in vaso o in terra. Facendo copiose radici fibrose, non siasi con loro avari di letame ben consumato, ma ad un tempo stesso non se ne dia loro troppo. E l'uno e l'altro estremo manda spesso a male queste piante. L'altra cura che si avrà, volendosi tenere piante ne' vasi, sarà di proporzionare questi alla copia delle loro radici. In estate amano di essere spesso innaffiate, ma adagio adagio, ed a più riprese, e coprendo le radici, che spesso rimangono alla superficie del vaso, con vinacce non molto vecchie. Alcuni trovano ben fatto il non lasciar ispiegare i fiori, ma di recidere i ramoscelli per servirsi delle foglie. Io provai che le pianticelle si mantengono più vegete tagliando i fiori quando cominciano a spiegarsi, risparmiando i rami, e scegliendone le foglie, ma nel tosarle bisogna andare con discrezione. Recidendole troppo spesso periscono. Avvi una varietà coll’odore di menta assai ricercata. È un poco più difficile a propagarsi per rami, e domanda più diligenza. Bisognerebbe propagarla, potendosi con le foglie farne pastiglie, o veramente secche all’ombra usarne a guisa di tè. Somministra una bevanda utile pe’ raffreddori.

Il manuale del giardiniere fiorisita - 1854
Filippo Re

Aloysia citriodora, Aloysia triphylla, Lippia citriodora, Verbena triphylla, Cedrina, Erba di Maria Luisa, Erba limonaria, Erba Luigia, Erba Luisa, Erba perseghina, Limoncina, limonetto, Verbena odorosa

Lippia citriodora Kunth dal cognome del botanico francese di origine italiana Agostino Lippi* ucciso nel 1705 durante una spedizione a Sennaar, nel Sudan e dal latino citrus - limone e odor - odore, Aloysia citriodora Palau dal nome di Maria Luisa di Borbone sposa del re di Spagna, Aloysia triphylla, Verbena triphylla, popolarmente cedrina, citronella, erba di Maria Luisa, erba limonaria, erba Luigia, erba Luisa, erba perseghina, limoncina, limonetto, verbena odorosa, in inglese lemonplant e vervain, in spagnolo cedron, hierba de la primavera, hierba de tres hojas, hierba Luisa, hierba princesa, reina Luisa, verbena de olor, verbena de tres hojas, in tedesco zitronenstrauch, in francese verveine citronelle e verveine odorante; appartiene alla famiglia delle Verbanaceae ed è originaria del Cile e dell'America meridionale, venne introdotta in Europa nel 1784 dal botanico Joseph Dombey e in Italia fu coltivata per la prima volta nel 1787 a Firenze, alla Mattonaja nei giardini del senatore Lorenzo Ginori, dove oggi sorgono i giardini pubblici Massimo D’Azeglio. L'Aloysia citriodora può raggiungere i 2, 3 metri di altezza, il fusto è legnoso, eretto e ramificato, verde e vira al marrone in maturità, le foglie verde chiaro, riunite in gruppi di 3-4 per nodo, sono caduche, lunghe, ellittiche, lanceolate e sessili, i fiori piccoli, bianchi che virano verso il violetto sono raggruppati in pannocchie apicali.

Lippi* = Fu il botanico William Houstoun a dare il nome di Agostino Lippi al genere di una pianta che raccolse in Messico in seguito convalidato da Linneo nel 1753

" Non c'è forse fiore più umile, nè più modesta pianticella . . . Eppure, cara a tutti. La Cedrina, Erba Luigia, è tra le piante più note! più universalmente coltivate.
Sebbene duri da oltre un secolo, questa simpatia non è venuta e forse non verrà mai meno alla gentile pianticina, della quale gli ultimi fiorellini violacei biancastri stanno ora sbocciando, e che co’ suoi bei cespugli verdi odorosi adorna tutti i giardini, al più ricco al più povero, e che col garofano e con le violacocche, coi geranii e con gli astri trova su tutti i balconi, non solo, ma persino sugli abbaini.
Il nome botanico di questa piancella, è Lippia citriodora, ed una verbenacea del Perù e del Chili.
Le Verbenacee, circa settecento specie, principalmente tropicali, sono mal rappresentate in Italia, dove se ne contano soli tre generi, con quattro specie, la Vitex agnus-castus, la Verbena offcinali, la V. supina e la Lippia repens. Le Verbenacee, erbe, frutici, od alberi, hanno foglie opposte o verticillate, senza stipole, fiori bisessuali, irregolari bratteati, in cime disposte a spiga, a racemo od a pannocchia, a calice infero, tubuloso, diviso dentato, persistente, a corolla ipogina, tubolosa, d’ordinario abiata, con quattro stami, due più alti e due più bassi, cioè didinami, e per frutto una bacca con due a quattro caselle, o una drupa con due a quattro noccioli, o quattro achenii.
Affini alle Borraginacee ed alle Labiate, le Verbenacee hanno proprietà amare ed astringenti. Fra le specie tropicali legnose, notissimo è il Tectona grandis, grande albero dell’India, detto volgarmente Tek, il di cui legno è il i fiore di tutti per costruzioni navali.
La Lippia repens, che vive nei prati umidi presso i paduli marittimi nella Lungiana, in Toscana ed in Sicilia, e che serve stupendamente a ornare di soffici e bei tappeti le collinette e i piccoli poggi nei giardini ove si dispongadi molta acqua, è una pianticella completamente liscia, a fusto strisciante, a toglie bislunghe, ristrette in breve picciuolo, dentate nella metà superiore, con piccoli fiori bianchi o bianco azzurrastri, in spighe o capolini ovali peduncolati ascellari.
La Lippia citriodora coltivata da noi è un arboscello che può raggiungere un’altezza di due metri, ha steli frondosi con foglie picciolate, lanceolate, acuminate, ruvide al tatto, verticillate od opposte, più frequentemente con verticilli atre foglie, odorosissime, pannocchie terminali di fiorellini violacei biancastri pur odorosi. L’odore, vivissimo soprattutto nelle giornate calde, è conservato dalle foglie anche secche, e ricorda l’odore del cedro e della cannella ...
... La Cedrina si coltiva in vaso, ponendola in aranciera o nelle stanze, nell’Italia settentrionale, o in piena terra presso muri rivolti a mezzodi, proteggendola nell’inverno con paglia o con telai di cristalli. Resiste anche a temperature di circa cinque gradi sotto lo zero. Ama terra leggera, ma sostanziosa, e frequenti inaffiamenti. Si riproduce d’ordinario per margotti in marzo, o per talee, pure in marzo, da tenersi sotto campane o telai a vetri. Una varietà assai pregiata, ma piuttosto rara, è la L. menthaeodora, assai più delicata ... "

Natura e arte - 1885
Ferruccio Rizzatti

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La credenza popolare vuole che l'olio essenziale dell'Aloisya citriodora stillato sulle mani dell'innamorata o dell'innamorato favorisca l'amore.
Contiene flavonoidi; monoterpeni come cineolo, citrale ovvero geraniale e nerale, iridoidi, limonene; mucillagene; sequiterpeni come lo spathulenolo.
Ha proprietà afrodisiache, antialitosi, antibatteriche, anticatarrali, antidepressive, antisettiche, antispasmodiche, antitussive, aperitive, astrigenti, calmanti, carminative, colagoghe, digestive, disintossicanti, diuretiche, emollienti, epatiche, espettoranti, febbrifughe, galattogoghe, insetticide, rinfrescanti, stimolanti del sistema circolatorio, stomachiche, sedative, sudorifere, toniche e tonificanti. 
L'infuso dell'erba Luigia, che anche secca mantiene il suo aroma per oltre tre anni, rilassa lo stomaco, favorisce l'appetito, la digestione e il sonno, attenua la febbre, il catarro, la tosse, stimola le difese immunitarie e migliora le funzioni del fegato; ottimo colluttorio per chi soffre di alitosi; può essere aggiunto all'acqua del bagno per profumarla; in impacchi è utile per l'acne, gli occhi rossi, gonfi e per un'azione tonificante della pelle.
In cucina le foglie danno un sentore di limone alla carne, al pesce, liberano la selvaggina dall'odore pungente, arricchiscono il sapore delle frittate, dei ripieni, delle salse, delle minestre e delle zuppe, delle macedonie di frutta e dei dolci,
Se ne sconsiglia l'uso interno a chi soffre di gastrite e di tiroide e l'uso esterno dell'olio essenziale a chi si espone al sole perché è fotosensibilizzante.

Vi lascio la mia ricetta del liquore di Aloisya citriodora

Ingredienti

80 foglie di Aloisya citriodora
1 litro di alcool a 95°
1 litro d'acqua
1 kg zucchero

In un contenitore ermetico lasciate macerare nell'alcool le foglie spezzettate dell'Aloisya citriodora, dopo trenta giorni sobbollite l'acqua con lo zucchero per 10-15 minuti, fate raffreddare lo sciroppo ottenuto e miscelatelo all'alcool aromatizzato che nel frattempo avrete provveduto a filtrare, imbottigliate e aspettate altri 30 giorni per gustarlo.

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Nel linguaggio dei fiori l'erba Luigia rappresenta il cordoglio, la mestizia e le pene d'amore; un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

" Tra i battenti delle porte accostate, qualche voce veniva dagli orti chiusi riboccanti di salvia e di erba Luigia, e insieme a queste rapide visioni gli risorgevano nella mente graziose avventure dell'adolescenza e dei primi anni della giovinezza. Ma tutto ciò gli appariva nelle proporzioni di un cannocchiale capovolto, piccolo lontano, sfuggente ... "

Duello d'anime - Neera - 1911

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

venerdì 2 giugno 2023

Io so' la Libbertà

La Libbertà, sicura e persuasa
d’esse’ stata capita veramente,
una matina se n’uscì da casa:
ma se trovò con un fottìo de gente
maligna, dispettosa e ficcanasa
che j’impedì d’annà’ libberamente.
E tutti je chiedeveno: – Che fai? –
E tutti je chiedeveno: – Chi sei?
Esci sola? a quest’ora? e come mai?…
– Io so’ la Libbertà! – rispose lei –
Per esse’ vostra ciò sudato assai,
e mò che je l’ho fatta spererei…
– Dunque potemo fa’ quer che ce pare… –
fece allora un ometto: e ner di’ questo
volle attastalla in un particolare…
Però la Libbertà che vidde er gesto
scappò strillanno: – Ancora nun è affare,
se vede che so’ uscita troppo presto!

Trilussa - Carlo Alberto Salustri

2 Giugno - Festa della Repubblica Italiana - Sciarada Sciaranti

Lieta Festa della Repubblica Italiana!

mercoledì 31 maggio 2023

Tocca la terra la camomilla

" ... Si raccoglie questa pianta a primavera, nel terreno magro o lungo i sentieri, e si conserva per farne ghirlande. Nello stesso periodo i medici pestano le foglie e le riducono in pastiglie, e cosi fanno anche con il fiore e la, radice. Tutte queste parti, mescolate, si somministrano in dose di una dracma contro i morsi di tutti i serpenti. In pozione, fanno espellere i feti morti, come anche provocano il mestruo, hanno effetto diuretico e provocano l'espulsione dei calcoli; in impiastro guariscono le flatulenze, le malattie del fegato, i travasi di bile, le fistole lacrimati; masticate guariscono le ulcere che trasudano siero ... "

Storia Naturale – Libro XXII
Plinio il Vecchio
Traduzione Anna Maria Cotrozzi

Matricaria recutita - Matricaria chamomilla - Camomilla

Un capolino giallo incorniciato da raggi di petali bianchi che si curvano verso il basso, infiorescenza corimbosa di una pianta officinale annuale conosciuta nell'antica Mesopotamia col nome di Kurban ekli - Dono dei prati, in Egitto era sacra al dio del sole Ra, citata nel Papiro di Ebers del 1506 a.C. aveva la funzione di alleviare i dolori articolari e nevralgici, di abbassare la febbre, e di curare la pelle; il suo polline fu ritrovato addirittura nella tomba di Ramses II.
Si tratta della Matricaria recutita o Matricaria chamomilla dal latino mātrīx - utero, in riferimento alle proprietà emmenagoghe della pianta, e dal greco χαμαίμηλον/chamáimēlon forma composta di χᾰ μαι/cha mai - a terra, che indica ciò che è piccolo, più μῆλον/mêlon - pomo, che indica l'odore dei fiori simile a quello delle mele.

Dell’Anthemide, cioè, Camamilla.

La Anthemide è di tre spetie, differenti l’una dall'altra solamente nel fiore. I rami di tutte sono alti una spanna, folti, con molte concavità d’ali: con picciole frondi sottili, e copiose. I capitelli suoi sono tondi: con fiori nel mezo di color d’oro, e di fuori nella ritondita del suo ambito in alcuni bianchi, in alcuni gialli, e in altri porporei, di grandezza come foglie di ruta. Nasce l’anthemide in luoghi aspri, e magri, e appresso alle vie; cogliesi la primavera, L’herba, i fiori, è le radici hanno virtù di scaldare, e di diseccare. Bevuta la loro decottione, overo sedendovisi dentro, provoca i mestrui, il parto, l’orina, e le pietre delle reni. Bevesi nei dolori de i fianchi, e nelle ventosità: giova à trabocco di fiele, e à i difetti di fegato. Fomentasi per li difetti della vescica con la decottione di tutte le spetie. Nondimeno à coloro, che patiscono la pietra, è più utile, e più valorosa quella, che produce i fiori porporei, maggiori di tutte le altre: e quella propriamente, che chiamano heranthemo. Quella, che chiamano leucanthemo, è più atta à provocar l'orina, e similmente quella che chiamano chrisanthemo. Tutte applicate sanano le fistole de gli occhi. Masticate sanano l’urcele della bocca. Usanle alcune con olio nei cristeri. Tritansi in polvere per caccia via le febbri periodiche. Debbonsi riporre le frondi, e fiori separentemente polverizzati, e farsene pastelli. Debbesi seccare anchora la radice, e quando fa di bisogno, dare due parti della herba, e una dei fiori, overo della radice, e per lo contrario due parti de i fiori, è una della herba, permutando il duplicato peso un dì si, e un dì nò, con vino melato inacquato.

Chiamasi volgarmente l’Anthemide in Italia Camamilla. Et quantunque tre spetie differenti solamente però nel colore de i fiori, ne commemori Dioscoride: e dica essere assai più dell’altre valorosa per il male della pietra quella, che produce i fiori di dentro nel mezo gialli, e per intorno porporei; nondimeno non si ritrova appresso à gli spetiali in Italia altra Camamilla, che quella che fa il suo fiore di dentro giallo, e candido per intorno. Il che accade, percioché di questa quantità infinitane nasce per le campagne, tra le biade: e dell’altre due spetie conosciute, e viste da pochi, in rari luoghi d’Italia se ne ritrova. Credono alcuni, che la pianta, che chiamano molti Adonide di Virgilio, sia la camamilla del fiore porporeo, chiamata Heranthemo da Dioscoride, ma si ingannano manifestamente, percioché l’Heranthemo, produce i suoi fiori nel mezo gialli, e all’intorno porporei, come si vede in una spetie di Bellis, e parimente nell’Amello, da i quali sono molto differenti i fiori dell’Adonide, i quali sono simili à i fiori del papavero salvatico. Ma per dir della volgare Camamilla la historia; produce ella i gambi lunghi un gombito, con foglie sottili, come capelli, copiose, e brevi, e i fioro in cima de i ramoscelli, simili alla Matricaria*, soavemente odorati, fa picciola e sottile radice. Ha questa virtuosissima, e odorata pianta tanta somiglianza con la cotula fetida, che non si può agevolmente conoscere l’una dall’altra se il naso non ne sente l’odore essendo la camamilla odorifera, e la cotula fetida puzzolente. E così acuta e mordace che ulcera la carne ponendovisi sopra, e però coloro che vanno cacando per le strade, ove la nasce per il più, e se ne sorbano il sedere sentono poco di poi un molestissimo ardore. La decottione della Camamilla, overamente la sua acqua diligentemente distillata, bevuta con zucchero, è rimedio utilissimo per la pontia. I fiori ricolti senza le foglie (come ritrovo scritto da Nichesone antichissimo autore) pesti nel mortaio, e incorporati con olio, e fattone Trocisci, dissolvendosi poi con l’olio medesimo, e ungendosene chi patisce qual si vogli spetie di febre, gli guarisce, se subito che sono unti, si mettono in un letto caldo ben coperti à sudare. Imperò che coloro, che copiosamente sudano, più agevolmente guariscono. Scrisse della Camamilla Galeno al IX. Cap. del III. Libro delle facultà de semplici, così dicendo. E’ la Camamilla nella sottilità sua simile alle rose: ma nella calidità s’accosta più più presto alle virtù dell’olio, che sono all’huomo familiari, e temperate. Et però ha ella il principato di giovare nelle latitudini, più che ogni altra cosa. Mitiga, e leva i dolori, risolve i tumori, mollifica le mediocri durezze, e rarifica le costipationi. In oltre risolve ella le febbri, che sono senza infiammagione alcuna delle viscere: e privatamente quelle, che si generano per grossezza d’humori cholerici, e acuti. Et però da i sapientissimi d’Egitto è stata consecrata la Camamilla al Sole, e ripetuta unico rimedio di tutte le febbri. Ma veramente errano costoro in questo: percioché non può sanare ella se non quelle febbri, che ho detto, e quelle non sana, se non quando sono gli humori loro cotti, e ben digesti, quantunque ella giovi anchora assai bene à tutte l’altre causate da humori flemmetici, e malinconici, e parimente dalle infiammagioni delle interiora. Et al VI. Pure delle facultà de semplici diceva: Fu della Camamilla detto di sopra nel terzo libor copiosamente. Et imperò diremo adesso sommariamente, che scalda, e disecca nel primo ordine, è composta di sottili parti, e però ha ella virtù digestiva, mollificativa, e rarificativa. Chiamano i Greci la Camamilla A’nthemis, e χαμαίμηλον /Xamaimelon: i Latini, Anthemis, e Chamamelum: gli arabi, Debonigi, e Babunegi: i Tedeschi, Camillen: li Spagnoli, Manzanilla: i Francesi, Camemina; e Camomille.

Matricaria*= In questo contesto indica il partenio

Dioscoride a cura di M. Pietro Andrea Matthioli

Matricaria recutita - Matricaria chamomilla - Camomilla

La Chamomilla recutita, camamilla, camomilla, camomilla blu, camomilla comune, camomilla tedesca o ungherese, camomilla vulgaris, amareggiola, calamandrea, camamela, camamia, camila, camumilla, capomilla, erba di maggio profumata, erba Maria, erba viva, matricaria, scalambrina; in inglese german chamomile, pin heads, wild chamomile; in spagnolo manzanilla, in tedesco echte kamille, in francese camomille commune, matricaire, appartiene alla famiglia delle Asteraceae, e originaria dell'Europa meridionale e dell'Asia, si è diffusa nel Nord Europa, dove è stata apprezzata da BeatrixPotter, e nel continente americano con i coloni che vi emigrarono.
Raggiunge un'altezza che può variare dai 10 ai 50 centimetri, Il fusto è eretto e ramificato a partire dalla base, le foglie verde chiaro e oblunghe divise in lacinie strette bipennatosette o tripennatosette sono alterne e sessili. I fiori, detti flosculi sono tubulosi, gialli, raccolti in capolini su un ricettacolo cavo di forma conica, coronati da petali bianchi formano uno peudanzio e si sviluppano tra maggio e agosto. I frutti sono cipsele senza pappo.
Nel Medioevo, dal Capitulare de villis vel curtis imperii di Carlo Magno, la camomilla era descritta tra le erbe che dovevano essere coltivate nei giardini; all'epoca si credeva che il profumo rilasciato dalla sua combustione preservasse dalle epidemie che potevano svilupparsi a causa delle malattie infettive socialmente diffuse.
I monaci la raccogliavano in primavera, ne spargevano i capolini durante le funzioni sacre e la chiamavano medico delle piante perché quelle in cattive condizioni, incredibilmente, si riprendevano quando l'erba officinale veniva trapiantata nelle loro vicinanze. Per il suo alone magico chi voleva conquistare l'amore portava i suoi fiori nelle tasche delle camicie e le ragazze per attrarre il fidanzato, la notte di San Giovanni, immergevano i fiori appena colti in un catino con dell'acqua che usavano per profumarsi le mani. I sassoni invece credevano nella sua valenza protettiva e ponevano mazzetti di camomilla sulle culle dei bambini.
Una leggenda cristiana racconta che durante la fuga in Egitto la Vergine Maria in un'oasi bevve dell'acqua in cui erano stati lasciati in infusione i fiori della camomilla, lei riacquistò la forza necessaria per riprendere il lungo viaggio e alla pianta, benedetta dal tocco della Madonna, fu attributito l'appellativo di erba del buon riposo.

Nomi. Gre. Anthemis, e kamai melon. Lat. Chamamelum. Ital. Camomilla Spagn. Manzanilla. Ted. Camillen. Franz. Camomille.
Spetie. E di più forti, una col fior tutto giallo, e uno odor soavissimo di mele appie tutta la pianta. L'altra con le frondi del fior intorno bianche, ch'è l'usuale.
Forma. Hai rami alti una spanna, e più, folti, con molte concavità d'ali, con picciole frondi sottili, e copiose, i capitelli suoi son tondi con fiori nel mezo di color d'oro, e di fuori nella rotondità del suo ambito in alcuni bianchi, e in altri gialli, e in alcuni altri porporei, di grandezza come foglie di ruta, di odor soavi.
Loco. Nasce in luoghi aspri, e magri, e appresso alle vie, e nei prati, e nei campi tra le biade.
Qualità. Riscalda, e dissecca nel primo grado: è nella sottilità sua simile alla rosa ma nella calidità s'accosta più alle virtù dell'olio, che sono all'huomo familiari, e temperate: e però ha ella il principato di giovare nelle lassitudini, più che ogn'altra cosa.
Risolve, digerisce, mollifica, e mitigai dolori, e rarefa.
Virtù di dentro. Cotta con vino, e bevuta o la sua decottione, ò fatta in acqua, e sedendovisi dentro, provoca i mestrui, il parto, l'urina, e le pietre delle reni: Apre le opilationi del fegato, e della milza: mitiga i dolori della vescica, della madrice, delle reni e degli intestini: sana, risolve l'ulcere del polmone vale alla lienteria, riscalda lo stomacho. I fiori bevuti con aceto vagliono al mal caduco. L'Acqua stillata vale alle cose predette, e è utile alle donne di parto. Quest'acqua è la sua decottion è molto vile al dolor del petto bevuta con zucchero.
Virtù di fuori. I fiori cotti in acqua con olio camomillino sono molto utili ne i cristeri, percioche mitigano, e sanano i dolori delle reni, della madrice, degli intestini e della vescica: sedendosi nella lor decottione, è applicati in peſſoli mitigano i dolori del ventre, e della madrice. Il loro odore l'Acqua, e la liscia corrobora il capo, e'l cervello. La decottione purga le ferite putride. L'olio di Camomilla è buono a molte cose, apre i pori, risolve i vapori, ferma la flussion degli humori, corregge le male qualità, conferisce ai nervi, e ai membri nervosi, fuor di modo mitiga i dolori. I fiori raccolti senza le foglie pesti nel mortaio, e incorporati col detto olio e fattone trocisci, e dissolvendosi poi con l'olio medesimo, e ungendosene chi patisce qual si voglia spetie di febre, li guarisce, se subito che i febricitanti sono unti, si mettono in letto caldo a sudare ben coperti.

Herbario Novo
Castore Durante

Matricaria recutita - Matricaria chamomilla - Camomilla

La camomilla contiene acidi grassi come l'acido cerotico, linotico, oleico, palmitico e stearico; cumarine come la 7-idrossicumarina o umbelliferone, e l'erniarina; flavonoidi come l'apigenina e la luteolina; un glucoside; salicilati come l'acido salicilico; mucillagini; sesquiterpeni quali l' α-bisabololo, il farnesene, il guaiazulene e la matricina da cui deriva, per distillazione dei fiori, il camazulene, un azulene che da il colore azzurro all'olio essenziale; tannini, vitamina A, B1 e C; sali minerali quali il calcio, il fluoro, il fosforo, il manganese, il potassio, il rame, il sodio e lo zinco.
La medicina popolare sfrutta le sue proprietà analgesiche, antiallergiche, antibatteriche, antinfiammatorie antimicotiche, antimicrobiche; antiossidanti, antipiretiche antispasmodiche, antisettiche, cicatrizzanti, decongestionanti, emmenagoghe, emollienti lenitive, sedative, stimolanti del sistema immunitario, vermicide e vermifughe.
L'infuso leggero favorisce il sonno e l'infuso forte è ricostituente, viene usato per gli sciacqui contro le afte, le gengiviti, le stomatiti, e per i risciacqui dei capelli che si vogliono schiarire, il decotto è digestivo e allieva i crampi allo stomaco e i dolori mestruali, in impacchi decongestiona gli occhi e si applica sulle ferite e sulle infiammazioni. 
L'uso interno prolungato e eccessivo, nel tempo, può causare una riduzione dell'assorbimento del ferro. Sconsigliato l'uso a chi prende farmaci anticoagulanti, sedativi e alle donne in stato di gravidanza.

Vi lascio l'antica ricetta dell'olio di camomilla utile per frizionare le parti del corpo colpite da artrite, nevralgie, reumatismi e sciatica.


Oleum chamomillae

Fiori freschi di camomilla … parte 1
Olio d'ulive … parti 4

Si facciano macerare i fiori di camomilla nell'olio per alcuni giorni in vaso coperto. Si passi per panno, premendo il residuo, e si filtri.
Colore verde-giallognolo, odore di camomilla. Dovendo adoperai fiori secchi, si raddoppi la quantità dell'olio, ed i fiori secchi contusi si annettino colla metà del loro peso di un miscuglio a parti eguali di alcool e di etere, col quale lasciansi in contatto per 12 ore in recipiente chiuso; quindi si facciano digerire nell'olio su b. m., agitando di tanto in tanto, sino a che tutto l'etere e l'alcool siansi evaporati.

Farmacopea Ufficiale del Regno d'Italia – 1892
Ministero dell'Interno

Matricaria recutita - Matricaria chamomilla - Camomilla

Nel linguaggio dei fiori la camomilla rappresenta la forza che supera le avversità; un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

" ... L'ombra della notte scende rapida sulla città di | Siva. Ora il tempio è buio, solo illuminato in alto dal brivido ardente delle stelle, in basso dal luccicchio tremulo dei lumi.
Otto gironi concentrici di templi concatenati stringono l’ultimo cerchio nel quale sorge il santuario del Dio. Unico tetto il cielo, sul quale bruciano i grandi solitari d'Asia. Le navate senza volta sembrano sostenere sui capitelli ciclopici l’immensità stessa del firmamento.
E da pilone a pilone i negozianti d’oggetti sacri hanno drizzato i loro tabernacoli di vendita. Accoccolati a centinaia intorno alle mercanzie recitano ininterrottamente le preghiere di Bramha. I compratori s'accostano, scelgono un anello di rame, un braccia- letto di vetro, una collana di fiori di camomilla o di gigli del Bengala, gettano la moneta in un vassoio, se ne vanno senza interrompere la prece. Vacche bianche col segno di Siva sulla fronte circolano tranquillamente in mezzo agli uomini. Elefanti bianchi coll'emblema del Dio sulle orecchie, sonnecchiano in piedi accanto alle colonne od aspirano con le proboscidi potenti i piccoli fiori di camomilla offerti dai fedeli.
A mano a mano che la notte avanza, aumenta il numero dei devoti. Ognuno ha una lampada accesa piena d’olio di cocco, senza la quale è vietato restare nel tempio... "

Il tempio di Madura – India
Mario Appelius

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

domenica 28 maggio 2023

Un campanello per la Pentecoste

" ... Alle dieci e mezzo di quella domenica, il sagrestano della parrocchia dei SS. Apostoli uscì sulla porta dell'antica chiesa napoletana e cominciò ad agitare vivamente un grosso e stridulo campanello di argento. Il sagrestano, appoggiato allo stipite della pesante vecchia porta di quercia, scrollava il campanello a trilli, a distesa, continuamente: serviva per avvertire i fedeli di via Gerolomini, del vico Grotta della Marra in Vertecoeli, della piazza SS. Apostoli, delle Gradelle, che fra poco sarebbe cominciata nella chiesa dei SS. Apostoli la messa cantata, la funzione grande di Pentecoste. Ad un tratto, il campanello si chetò: ma il sagrestano rimase accanto alla porta, ritto sugli scalini, ripetendo ogni due minuti innanzi alla piazza deserta:
- Avanzate il piede, che ora esce la messa.
Pure le bottegaie che passavano e ripassavano innanzi agli sportelli socchiusi delle loro botteghe, le massaie che andavano a dare un’occhiata ancora alla cucina, dove il grosso pezzo di carne bolliva nel sugo di pomodoro, le signore borghesi che ancora erano nelle mani della pettinatrice, non si affrettavano ancora: perchè uscisse la messa cantata, il sagrestano doveva aver suonato tre volte. Solo qualche popolana giungeva, col nuovo vestito di percalle e la pettinessa di argento ficcata nel lucido mazzocchio dei capelli, tirandosi dietro dei bambini. Il sagrestano, assai sdegnoso di questa minuta gente, andava ripetendo, agli echi della piazza, monotonamente:
- Avanzate il piede, che ora esce la messa.
Nel palazzo numero due di piazza SS. Apostoli, in quella mattinata festiva, il movimento si accentuava. Era un grande palazzo giallo, con un cortile largo, mal lastricato, che i cocchieri e i mozzi di stalla della principessa di Santobuono, strigliando i cavalli, lavando le carrozze e strofinando i finimenti, riempivano di pozze di acqua sudicia: e dalle botteghe interne spalancate del cortile un acuto puzzo di stalla si diffondeva dappertutto. Giusto, in quell’ora, la due mantici della principessa di Santobuono era quasi in ordine, fra un gran chiasso di cocchieri e di mozzi, fra lo scalpitare dei cavalli che dovevano uscire di là, scendere a venti passi, per andare nella strada San Giovanni a Carbonara, a prendere la principessa che abitava un palazzo simile a una fortezza e condurla a messa. La scala del palazzo numero due, ai SS. Apostoli, era assai sporca: poichè, non essendovi portiere, la pulizia era affidata agli inquilini, piano per piano. Giusto, donna Orsolina che abitava al primo piano, era ancora incinta, quell’anno, di cinque mesi, e i suoi altri quattro piccoli figli non le davano un minuto di pace, non davano pace alla serva Mariagrazia: quella domenica, specialmente, donna Orsolina non arrivava più ad abbottonarsi il vestito di lana nera, assai consumato, orribilmente corto innanzi, e rossa, e pallida, volta a volta, con le lagrime agli occhi, malediva il momento in cui invece di farsi monaca di casa, aveva preso un amore pazzo e stupido per Ciccio, l’impiegato postale... "

O Giovannino o la morte - 1896
Matilde Serao

La Pentecoste - Giovanni 20, 19-23

La Pentecoste - Giovanni 20, 19-23

Lieta Pentecoste


Per ulteriori informazioni:

martedì 23 maggio 2023

Botri in ruscelli, strade e valli

" E andando insino al fiume che si chiama Botri, tagliarono li rami con l'uve, quanto due uomini poteano portare. Delle mele granate e dei fichi di quello luogo tolsero. E chiamossi quello luogo Neel Escol, cioè Raspolo di uva Appresso Al Fiume. E questo fu detto per l'uve che ne portarono a figliuoli d'Israel. "

Numeri 13, 24-24

Botri - Chenopodio botrys - Dysphania botrys - Farinello botri - Foglia

La locuzione ebraica אֶשְׁכֹּ֗ל - Eshkool - נַ֣חַל - Nahal, nella Vulgata viene tradotta in base al contesto con Valle o Fiume/Ruscello del Botri, e la parola botri, che deriva dal greco βότρυς e dal corrispettivo latino bŏtrus, indica il grappolo che in sé contiene gli acini dell'uva e tra la fine del IV e l'inizio del V secolo entra nel mito delle Dionisiache di Nonno di Panopoli per diventare nome proprio di un personaggio che con il padre re d'Assiria Stafilo, da σταφύλιον/stafiulon - uva, con la madre Meti, da μέθη/mete - ubriachezza, e con Pito capitano degli uomini al servizio di Stafilo, da πίθος/pitos - botte, in quanto allegoria legata al vino, accoglie e offre ospitalità, amicizia e alleanza a Dioniso impegnato nella lotta contro gli Indiani.
In botanica il termine botrys si associa a Dysphania, dal greco δυσφανες/diusphanes o dysphanes composto dal prefisso avversativo δυσ/dius o dys più φανερός/phaneros - visibile, per denotare una pianta medicinale annuale dai fiori poco vistosi raccolti in grappoli, detta inizialmente Chenopodium botrys per la caratteristica conformazione delle foglie che ricordano un piede d'oca, dal greco χήν/chen - oca e πούς/pous - piede, soprattutto nella specie album più familiare che molti di voi conosceranno come farinello.

Botri - Chenopodio botrys - Dysphania botrys - Farinello botri

Il botri è una herba folta, ramosa, rossa tutta, e sparta in molte ali. Il suo seme nasce attorno à tutti i fusti: le sue frondi sono simili alla cichorea. Respira tutta di soave odore
però si mette ella tra i vestimenti. Ritrovasi nelle rive de i torrenti, e nelle valli. Bevuta cura gli asmatici. Chiamano questaa quei di Cappadocia ambrosia, e altri artemisia.

Il vero Botri nasce copioso per tutto in su’l Trentino in su la ghiaia, della Ferfena, e del Lavigio rapidissimi torrenti, e similmente e in più vallicelle della valle Anania, come in su’l contado di Goritia: dove le donne lo seminano negli horti, stimandosi ch’egli giovi alle prefocationi della madrice. Cresce con frondi di cichorea, rosse, folto di rami, carichi per tutto del suo seme, molto al toccarlo tenace, e gommoso, il quale respira di soave, e acutissimo odore. Il che disse parimente Plinio all’VIII. Cap. del XXVII. Libro. Ha il Botri virtù di scaldare, d’assottigliare, d'incidere, di aspergere, e di aprire. Vale à tutte le infermità del petto causate da freddi homori , Immo che giova agli empiemaci, à gli asmatici, e agli stretti di petto così beendosene la decottione, come pigliandosene la polvere dell'herba secca con decottione di regolitia. Vale anchora à i Tisici che sutano la marcia, presa nel medesimo modo.
L'herba fresca scaldata sopra una tegola, e irrorata con malvagia e applicata in sul ventre, mtiiga i dolori della Madrice. E però è buona per i dolori delle donne di parto, se insieme con matricaria, e fiori di Chamamilla, si cuoce tagliata minuta nel olio di gigli, e di poi con tre ò quattro uova battute se ne fa una frittata, e mettesi così calda sopra il ventre loro. E io posso affermare essere in ciò medicamento valoroso e presentaneo. Fomentandosi le donne con il vapore della decottione di tutta la pianta provoca loro i mestrui, e tira fuore del corpo le creature morte . Messa secca fra le vestimente non solamente le preserva dalle tarme, e dalle tignuole, ma dà anchora loro buon odore. Di questa non ritrovo io, che facesse mentione alcuna Galeno: quantunque la descrivesse tra gli altri semplici nel VII. Libro Paolo Egineta, così dicendo. Il Botri, il qual chiamano alcuni ambrosia, e altri artemisia, è una pianta valorosamente odorata. Bevuta questaa nel vino aita gli asmatici. Chiamano i Greci il Botri, βότρυς: i Latini, Botrys: i Tedeschi, Traben, Krotten kraut: i Francesi, Pymen.

Dioscoride a cura di M. Pietro Andrea Matthioli

Botri - Chenopodio botrys - Dysphania botrys - Farinello botri

Dysphania botrys, Chenopodio botrys, popolarmente Farinello Botri o semplicemente Botri, a Bologna e in Emilia Romagna Lisne, in Liguria Erba che spussa, Erba de musc e Farinella botri, in Piemonte Milgrana, Mingrana o Pitacolomb, e in Toscana, oltre che Botri, Patientia o Pazienzia.
In americano Jerusalem Oak Goosefoot o Feathered geranium, in inglese Sticky Goosefoot, in spagnolo Hierba hormigera, in portoghese Ambrósia-das-boticas, in tedesco Klebriger Gänsefuß e in francese Ansérine à épis o Chénopode à grappes.
È di origine Euroasiatica e appartiene alla famiglia delle Amaranthaceae; raggiunge un'altezza che varia dai 10 ai 40 cm, il fusto cilindrico e costoluto è eretto con rami irregolari di color rosso alle ascelle, ricco di ghiandole odorifere come le foglie alterne, oblunghe astate e lobate che concolori di un verde intenso tendono al giallo e al rossiccio verso la maturità inoltrata e si sviluppano prevalentemente alla base con una rada presenza lungo le ascelle, e i fiori divisi in 5 segmenti, ermafroditi, verdi e privi di corolla che producono frutti a capsula ovoidale che contengono un solo seme.
Nel dizionario economico rustico del 1797 è descritta così:

Chenopodio, Botri, lat. Botrys, Chenopodium ambrosioides, folio sinuato, Tourn. Chenopodium botrys, Linn. fr. Botrys vulgaire, ou Piment, Ambroisie.

Si trova questa pianta ne’ luoghi sabbionosi, aridi, nelle valli e nelle rive dei torrenti. Cresce a guisa d’un arboscello alto da terra poco più d’un piede; ha foglie frastagliate come quelle della quercia, ma attraversate da vene rosse e sostenute da lunghi peduncoli rossi. I suoi fiori sono disposti a spiga in cima al tronco e ai rami e vengono sul finir dell’estate, nel qual tempo accadendo delle inondazioni che le fanno perdere parte della sua bontà, bisogna raccorla prontamente. Ha un odore forte sì, ma non disgustoso, anzi alquanto soave, vinoso e simile quasi a quello della fragola ed il sapore ne è acre, aromatico e resinoso, che lo partecipa alle mani di chi lo tocca. Essa è pettorale, risolvente, isterica e calmante, cosicché dai medici si loda assai per ristorare le forze vitali e muscolari, facilitare l’espettorazione nella tosse catarrale, nell’asma pituitosa, guarire la tabe polmonare nel suo principio, calmare la colica ventosa, utile essendo anche nell’affezione ipocondriaca ed isterica, come pure nelle malattie verminose. Si pratica in forma di thè, in elettuario e per fomenti. Lodasi questa pianta esternamente usata fresca scaldandola in padella e spruzzandola di vino generoso applicata o alla regione dell’utero per li dolori nelle donne o al basso ventre per la distensione flatulenta nei fanciulli. La lisciva in cui sia bollita ammazza i pidocchi e monda la testa da ogni sozzura, e molti la mettono fra le vesti per difenderle dalle tarle e per dar loro buon odore.

Dizionario universale economico rustico

Botri - Chenopodio botrys - Dysphania botrys - Farinello botri - Fiori

La Botri contiene olio essenziale, in piccola misura saponine che sono sì tossiche, ma poco assorbite dal corpo soprattutto se l'alimento che le contiene viene cotto, e acido ossalico nocivo se assunto in dosi elevate, la cottura ne diminuisce la quantità.
L'uso interno è altamente sconsigliato a chi soffre di artrite, calcoli renali, gotta, iperacidità, reumatismi, alle donne incinta e ai bambini.
La medicina popolare la usava per le sue proprietà antiasmatiche, anticatarrali, antielmintiche, diuretiche ed espettoranti.
Un tempo le foglie essiccate e triturate venivano adoperate per preparare un sostituto del tè mentre con i semi, essiccati dopo esser stati immersi in acqua una notte per deporre le saponine, si produceva una farina per preparare il pane; si conosce l'uso della pianta anche come colorante.
Inserita nei cuscini o nei cassetti della biancheria rilascia un profumo gradevolissimo, intenso e persistente, io la uso come incenso.
Nel linguaggio dei fiori la Botri è una sconosciuta, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.
 
N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

mercoledì 17 maggio 2023

La Vigilia dell'Ascensione

La tradizione romana racconta che la sera della Vigilia dell'Ascensione di Gesù Cristo la Madonna benedica l'uovo fresco di giornata lasciato fuori dalla finestra dentro un cestino con un lumino e l'acqua contenuta in un secchio; il perché lo spiega Giggi Zanazzo: 

La sera de la viggija de l'Ascensione se pija un òvo fresco de ggiornata, se mette in un canestrèllo, co' ddrento u' llumino acceso, e sse mette fòr de la finestra a la seréna*.
La Madonna, quanno passa davanti a ccasa vostra (perchè in quela sera la Madonna va in giro da per tutto); ve bbenedirà quell'òvo. Voi, l'anno appresso, in quer medemo ggiorno, pijate queir òvo, roppételo e lo troverete de céra vergine. Quela cera conservatela come una relliquia; perchè ortre a ttienevve lontane da casa le porcherie* e ll'antre disgrazzie, ve servirà ppuro pe' guarivve da tante mmalatie che nun ve ne curate de sapéllo.

Ortre ar canestrello co' ll'òvo e e' llume acceso, de fòr de la finestra ce s'ausa a mette puro un secchio d'acqua. Co' quell'acqua bbenedetta, uno, la mmatina appresso, ce se lava, e sse la beve; e quella che jé ciarestase la mette da parte; perchè quell'acqua fa una mano santa p'er dolor de le ggengive e ppe'  mmill'antri malanni.

seréna* =  Aria della notte
porcherie* = Fulmini e saette

L'Ascensione 
Giggi Zanazzo

Il rito dell'uovo, del lumino e del secchio d'acqua  la Vigilia dell'Ascensione di Gesù Cristo

Il rito dell'uovo, del lumino e del secchio d'acqua la Vigilia dell'Ascensione di Gesù Cristo


Per la traduzione automatica google

La sera della vigilia dell'Ascensione si prende un uovo fresco di giornata, si mette in un canestrèllo, con dentro un lumino acceso, e si mette fuori dalla finestra all'aria della notte.
La Madonna, quanno passa davanti a casa vostra (perchè in quella sera la Madonna va in giro da per 
tutto); vi benedirà quell'uovo. Voi, l'anno appresso, in quel medesimo giorno, prendete quell' uovo, rompetelo e lo troverete de cera vergine. Quella cera conservatela come una reliquia; perchè 
oltre a tenervi lontani da casa lfulmini e saette e le altre disgrazie, vi servirà pure per guarirvi da tante malattie che non ve ne curate di saperlo.

Oltre al canestrello con l'uovo e il lume acceso, di fuori della finestra ci si usa  mettere pure un secchio 
d'acqua. Con quell'acqua benedetta, uno, la mattina appresso, ci si lava, e se la beve; e quella che gli resta la mette da parte; perchè quell'acqua è una mano santa per il dolore delle gengive e per i mille altri  malanni.

L'Ascensione 
Giggi Zanazzo

Lieta festa dell'Ascensione di Gesù Cristo e un immenso abbraccio a tutti gli abitanti dell'Emilia Romagna

N.B. L'uso dell'uovo è solo dimostrativo, ritornerà lì da dove è venuto

Per ulteriori informazioni:

domenica 14 maggio 2023

Somiglia a te

 «Mamma mia,

«Iersera, appena, ricevetti la tua buona e bella lettera.
«Non dubitarne, per me il tuo grande carattere non ha segreti; anche quando non so decifrare una parola, comprendo o mi pare di comprendere ciò che tu volesti facendo camminare a quel modo la penna. Rileggo molte volte le tue lettere; tanto semplici, tanto buone, somigliano a te; sono tue fotografie.
«Amo la carta persino sulla quale tu scrivi! La riconosco, è quella che spaccia il vecchio Creglingi, e, vedendola, ricordo la strada principale del nostro paesello, tortuosa ma linda. Mi ritrovo là ove s’allarga una piazza nel cui mezzo sta la casa del Creglingi, bassa e piccola, col tetto in forma di cappello calabrese, tutta un solo buco, la bottega! Lui, dentro, affaccendato a vendere carta, chiodi, zozza, sigari e bolli, lento ma coi gesti agitati della persona che vuole far presto, servendo dieci persone ossia servendone una e invigilando sulle altre nove con l’occhio inquieto.
«Ti prego di salutarlo tanto da parte mia. Chi mi avrebbe detto che avrei avuto desiderio di rivedere quell’orsacchiotto avaro? 
«Non credere, mamma, che qui si stia tanto male; son io che ci sto male! Non so rassegnarmi a non vederti, a restare lontano da te per tanto tempo, e aumenta il mio dolore il pensare che ti sentirai sola anche tu in quel grande casamento lontano dal villaggio in cui ti ostini ad abitare perché ancora nostro. Di piú ho veramente bisogno di respirare la nostra buona aria pura che a noi giunge direttamente dalla fabbrica. Qui respirano certa aria densa, affumicata, che, al mio arrivo, ho veduto poggiare sulla città, greve, in forma di un enorme cono, come sul nostro stagno il vapore d’inverno, il quale però si sa che cosa sia; è piú puro. Gli altri che stanno qui sono tutti o quasi tutti lieti e tranquilli perché non sanno 
che altrove si possa vivere tanto meglio.
«Credo che da studente io vi sia stato piú contento perché c’era con me papà che provvedeva lui a tutto e meglio di quanto io sappia. È ben vero ch’egli disponeva di piú denari. Basterebbe a rendermi infelice la piccolezza della mia stanza. A casa la destinerei alle oche! 
«Non ti pare, mamma, che sarebbe meglio che io ritorni? Finora non vedo che ci sia grande utile per me a rimanere qui. Denari non ti posso inviare perché non ne ho. Mi hanno dato cento franchi al primo del mese, e a te sembra una forte somma, ma qui è nulla. Io m’ingegno come posso ma i denari non bastano, o appena appena.
«Comincio anche a credere che in commercio sia molto ma molto difficile di fare fortuna, altrettanto, quanto, a quello che ne disse il notaro Mascotti, negli studi. È molto difficile! La mia paga è invidiata e io debbo riconoscere di non meritarla. Il mio compagno di stanza ha centoventi franchi al mese, è da 
quattr’anni dal sig. Maller e fa dei lavori quali io potrò fare soltanto fra qualche anno. Prima non posso né sperare né desiderare aumenti di paga. 
«Non farei meglio di ritornare a casa? Ti aiuterei nei tuoi lavori, lavorerei magari anche il campo, ma poi leggerei tranquillo i miei poeti, all’ombra delle quercie, respirando quella nostra buona aria incorrotta.
«Voglio dirti tutto! Non poco aumenta i miei dolori la superbia dei miei colleghi e dei miei capi. Forse mi trattano dall’alto in basso perché vado vestito peggio di loro. Son tutti zerbinotti che passano metà della giornata allo specchio. Gente sciocca! Se mi dessero in mano un classico latino lo commenterei tutto, mentre essi non ne sanno il nome. 
«Questi i miei affanni, e con una sola parola tu puoi annullarli. Dilla e in poche ore sono da te.
«Dopo scritta questa lettera sono piú tranquillo; mi pare quasi di avere già ottenuto il permesso di partire e vado a prepararmi. 
«Un bacio dal tuo affezionato figlio.
Alfonso.»

Una vita
Italo Svevo

Auguri Raggio di Sole - Festa della Mamma 2023

Auguri Mia Raggio di Sole! Auguri a tutte le mamme!
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