venerdì 29 maggio 2026

Ai margini dei sentieri la Veronica Cymbalaria

Nella ella Seduta de' 4 Luglio 1798. dell' Accademia d'Agricoltura di Firenze fu letta da Pietro Enrico Ippolito Bodard una Memoria sulla Veronica cymbalaria, in cui l'autore giustamente volle costituirla nuova specie, e non riguardarla più qual varietà della Veronica ederacea (Veronica hederifolia L.), come la tenne Linneo (Sp. pl.). Ma il Bodard non ebbe forse campo d'esaminar quanto basta sì la prima, che la seconda di queste piante, per il che prese degli equivoci di non poca entità sulla loro determinazione. Essendomi riuscito di rinvenirle in copia nel circondario di Sarzana, particolarmente la Veronica cymbalaria, prima appena conosciuta dietro una sola figura di Buxbaum senza descrizione alcuna, ed avendone con diligenza rintracciata la storia anche in anni diversi, affine di stabilire i caratteri che con precisione le distinguono, mi fo ora un dovere d'esporre alla Società il mio tenue lavoro qualunque egli siasi...
... Della Veronica cymbalaria, e ederacea.
Veronica cymbalaria. Veronica cymbalaria: subseptemdentatis foliis cordato-rotundatis: calycibus
fructus patentibus, foliolis ovatis: capsulis hirsutis N.
Veronica Chia cymbalariae folio verna, flore albo, umbilico virescente Tourn. Corol. Buxb. Cent. I. pag. 25. tab. 39. fig. 2. Veronica cymbalaria: floribus axillaribus, solitariis , alternis; foliis subcordatis, ut plurimum septemlobis, crassis, villosis; foliolis calycinis ovatis, obtusis; caule procumbente, exviridi- rubescente, tota planta villosissima . Bod. mem. sur la Véron. cymb. 
V. hederifolia L. var. B. Principia a fiorire nel Febbrajo. Si trova ne' muri di campagna intorno a Sarzana. Fusti cilindrici, diffusi, e pendenti dai muri , ramosi, lunghi da pochi pollici sino ad un piede, e più. Rami opposti, patenti. Foglie icciuolate, cordato-rotondate e pressochè semicircolari, con sette denti ottusi nel margine che talora variano coll'essere o cinque, o nove e de' quali il terminale è un pochetto maggiore, alquanto carnose, d'ordinario co' picciuòli dritti, ed esse pendenti; le inferiori opposte, le superiori alterne. Picciuòli solcati. Peduncoli sottili, nudi, più lunghi delle foglie, nella fiorescenza
dritti, nella fruttificazione piegati in giù per nascondere il seme nel muro. Calice composto di quattro foglioline ovate, appena acute, e qualche volta ottuse affatto e rotondate, nella fruttificazione aperte e patenti. Corolla più grande del calice, bianca, e nella fauce verde. Cassula irsuta di peli lunghetti, torulosa, quadriloba, bivalve, a due sole logge, ciascheduna delle quali è biloba, e contiene uno, o due grossi semi. Tutta la pianta è più, o meno irsuta nasce ne' muri esposti al sole è rossiccia nel fusto, e nella parte inferiore delle foglie come la Parietaria off. L.  Dalla surriferita descrizione è facile il rilevare quanto questa specie prima negletta, differisca dalla Veronica ederacea, particolarmente se ne
facciam con essa il confronto. Non bisogna pesò imitar in questo il Bodard, che probabilmente prese la Veronica salvatica (V. agrestis L.) per 1'ederacea ...

Memoria sopra alcune piante checrescono nella Lunigiana
del Dottor Αntonio Bertoloni.
Letta li 15. Aprile 1802

Cresce tra le pietre smosse, nei vuoti del paesaggio su suoli sottili, a spazi poveri e instabili ai margini dei coltivi, contribuendo in modo discreto alla continuità della vegetazione spontanea mediterranea, è  una presenza poco appariscente, facile da trascurare. 
Il nome Veronica, di origine greco-latina e già diffuso come nome personale nella tradizione cristiana europea, passò in età prelinneana anche alla denominazione popolare di alcune piante, il termine è attestato dal tardo Rinascimento in testi botanici inglesi e già ampiamente in uso in diversi paesi europei, collegato al culto di Santa Veronica, nel 1753 Carl Linnaeus conservò il nome tradizionale nel formalizzare il genere Veronica nella nomenclatura botanica moderna.
L’epiteto specifico cymbalaria si riferisce alla somiglianza delle foglie con quelle della Cymbalaria muralis, altra piccola pianta dei muri e delle fessure rocciose.

Veronica Cymbalaria

Veronica cymbalaria Seb . Enum . p. 79 .
Annua, patente villosa; caule prostrato, inferiormente ramoso; foglie cordatorotondate, ottuso-dentato-lobate ; segmenti calicini ovato-ellittici patenti nel frutto; capsule irsute.

Atti dell'Accademia Pontificia De' Nuovi Lincei Compilati dal Segretario
Αnno ΧΧIX
Sessione I del 19 dicembre 1875

Appartiene alla famiglia delle Plantaginaceae, il genere comprende circa 500 specie diffuse soprattutto nelle regioni temperate dell’emisfero nord., in passato era inclusa nelle Scrophulariaceae è originaria dell'area mediterranea orientale e del Vicino Oriente, con distribuzione naturale in zone della Grecia, Anatolia/Turchia, Balcani, Levante, successivamente si è propagate anche in molte altre regioni mediterranee ed europee, spesso in ambienti rupestri, muri, fessure e luoghi umidi ombrosi, su suoli sabbiosi o calcarei e zone antropizzate. Veronica Cymbalaria, detta anche Veronica cuneata Guss., Cochlidiosperma cymbalaria (Bodard) Opiz, Pocilla cymbalaria (Bodard) Fourr, Veronica a foglie di cimbalaria, Verónica de cymbalaria in spagnolo, Pale speedwell in inglese, Zymbelkraut-Ehrenpreis in tedesco, Véronique cymbalaire in francese; ha il fusto sottile e delicato, glabro o appena pubescente, generalmente ramificato fin dalla base o ai nodi, prostrato o debolmente ascendente, con sviluppo basso e diffuso, spesso appoggiato al suolo o intrecciato tra altre erbe spontanee, non forma cespi compatti, ma si espande in modo leggero e irregolare; le foglie sono piccole, opposte nella parte inferiore del fusto e progressivamente alterne verso l'alto, arrotondate o debolmente lobate, con margine inciso e consistenza tenera; i fiori sono piccoli, solitari, portati all'ascella delle foglie, la corolla è molto pallida, biancastra o lievemente lilla con sottili venature azzurrate, meno appariscente rispetto a quella di altre Veronica dai toni blu intensi.

Veronica Cymbalaria

399. Veronica Cymbalaria Bod. ( V. Cymbalariaefolia Vahl.). Veronica a foglie di Cimbalaria. P. pelosa, con molti rami a fascetti quasi rotati, prostrati. Foglie carnosette; le basilari ovali, intere; le cauline ovate od arrotondate, con 5-7 lobi poco profondi, il medio più grande. Fiori bianchi, solitarii su peduncoli più lunghi delle foglie; sep . 4, obovati od ovali, ristretti alla base e poco pelosi; antere bianco-giallastre. Capsola globosa, cigliata, con 4 lobi; semi c . s . Fior. e . s .
§§ Fiori in racemi ascellari, opposti o alterni, ovvero terminali.


Flora di Montecassino
Gennaro De Marco
1887

La letteratura disponibile su V. cymbalaria è prevalentemente fitochimica, gli studi si concentrano soprattutto sull'identificazione dei composti e meno su applicazioni farmacologiche clinicamente dimostrate, contiene flavonoidi come apigenina, crisoriolo, luteolina; iridoidi glucosidici, in particolare: aucubina, amphicoside, alpinoside, catalpolo, catalposide, verminoside, veronicoside, verproside, 6-O-veratroylcatalpol.
Le proprietà biologiche attestate specificamente sulla specie, sono antinfiammatorie, antiossidante/radical scavenging degli estratti, chemotassonomiche.
Per Veronica cymbalaria non esiste una caratterizzazione fitochimica completa e specifica. Le conoscenze disponibili risultano ancora limitate.
La specie non possiede inoltre un impiego documentato e consolidato nella medicina popolare.

Capsula dei semi della Veronica Cymbalaria

Nel linguaggio dei fiori, il genere Veronica è associato a sincerità, costanza, il ricordo affettuoso, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e  non in ordine di quantità, senza differenziazione tra metaboliti primari e secondari, perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Per chi è interessato
Brucia con le coccole il legno di ginepro

giovedì 28 maggio 2026

Un frammento di cielo negli Occhi della Madonna

Veronica persica Poir.

Un piccolo esemplaretto di questa specie, nato spontaneo nell'Orto Botanico genovese (e che ho disegnato in grandezza naturale nella fig. 13 della Tav . IX) , mostra una deviazione abbastanza curiosa dalla struttura normale della specie. Mentre di solito negli esemplari della V. persica, (come nella maggioranza delle specie congeneri) i fiori si trovano terminali sopra assi di secondo grado, cioè su peduncoli nascenti dall'ascella di foglie o brattee inseriti sopra l'asse primario della pianta, nel nostro campione troviamo un unico fiore apicale terminante l'asse primario stesso. Non mi è noto alcun altro caso d'anomalia nello stesso genere consimile a questo, mentre in alcune Veroniche è piuttosto frequente il caso contrario, che cioè i fiori nascano sopra assi d'ordine più elevato del solito. Così sono note le varietà specialmente di Veronica spicata, Ver. longifolia ed affini V. caucasica, V. officinalis, nelle quali l'infiorescenza in luogo d'essere semplice, è ramificata, portando in luogo dei fiori altrettante piccole infiorescenze laterali. È da confrontare al nostro caso piuttosto quello della Lysimachia thyrsiflora, trovata qualche volta con un un'unica infiorescenza terminale, o meglio ancora quello di certi esemplari nani di Draba verna, Linaria minor, Sisymbrium Thalianum che talvolta nascono in esemplari nani. uniflori.

Malpighia - Rassegna Mensile di Botanica - Anno III. Fasc. I- II . 1889


Cresce, tra le erbe basse dei prati, lungo i muretti, ai bordi dei sentieri, nei terreni coltivati come una piccola memoria azzurra della primavera, una pianta umile e bellissima, capace di attraversare secoli di storia botanica, simboli e tradizioni.
Il nome Veronica persica Poir racconta già due mondi diversi, ha una storia complessa, nata dall'incontro tra lingua greca, tradizione religiosa e reinterpretazioni medievali; l'origine più accreditata lo collega al nome Βερενίκη/Bereníkē molto diffuso nel mondo ellenistico composto da φέρειν/phérein - portare e νίκη/níkē - vittoria (puntualizziamo non si pronuncia naik), con il significato di Colei che porta la vittoria. Nel mondo romano fu latinizzato in Berenice e, nel corso dei secoli, trasformato nella forma Veronica; in epoca cristiana, alcune tradizioni apocrife lo associano alla donna emorroissa che, nei Vangeli, guarisce toccando il mantello di Gesù.
A partire dal Medioevo, attraverso una somiglianza fonetica con l'espressione latina vera icon - vera immagine, il nome Veronica diventa simbolo di devozione e si lega alla donna che, lungo la via del Calvario, asciugò il volto di Cristo con il velo su cui sarebbe rimasta impressa la sua immagine. - continua in Veronica cymbalaria -
Persica invece definisce l'area geografica delle terre persiane di cui è originaria.

Veronica Persica Occhi della Madonna

Appartiene alla famiglia delle Plantaginaceae, il genere annovera circa 500 specie, un tempo era inclusa nelle Scrophulariaceae, arriva in Europa probabilmente nell'Ottocento e si naturalizza diffondendosi rapidamente nei campi e nei giardini, dove si costruisce gran parte del suo immaginario simbolico che nei suoi petali azzurri attraversati da venature più scure, con un centro chiaro che sembra custodire la luce, riconosce qualcosa di simile a uno sguardo che le vale l'appellativo popolare di Occhi della Madonna, Occhi celesti, Occhi di Santa Maria. la leggenda racconta che:

"Una dolce mattina, nel Malcantone, discese la Madonna col bambino, per godersi la nostra primavera.
La Madonna passeggiava lungo un sentierino pianeggiante, invigilando il figlioletto, che correva felice tra l’erba e i fiori.
Dopo un po’, il piccolo Gesù ebbe sete e domandò da bere. La madre si guardò attorno, tese l’orecchio, ma non scorreva un filo d’acqua.
Già stava per prendersi in braccio la sua creaturina e risalire ai cieli, quando le si offerse allo sguardo un bianco fiorellino che, all’ombra d’un blocco erratico, quasi non osava mostrarsi.
La Madonna s'avvicinò all’intirizzito fiore, lo colse e vide dentro quel pallore una gocciola di rugiada, che sprizzò una luce di diamante.
Accostò la corolla a mo' di minuscola coppa alle labbrucce del piccolo, perché sorbissero quella stilla.
Gesù bambino s’ebbe spenta la sete e riprese le sue corserelle nei prati.
La Vergine confortò d’uno sguardo il povero fiore, che abbandonava il capino sullo stelo.
Lo riportò all’ombra del masso, riattaccandolo miracolosamente al gambo.
Tosto la corolla si drizzò e divenne azzurrina come l’iride della Madonna, cui aveva per un istante fissato.
E tutti i fiori di quella specie, tinsero i bianchi petali di delicato azzurro.
Da allora, nel Malcantone, le veroniche sono chiamate “occhietti della Madonna”; guardano a primavera dalle siepi, dai margini dei ruscelli, dalle prode, fiori sacri all’alma madre dei cieli."

L'anima del villaggio
Virgilio Chiesa

Verónica de Persia o Ojitos azules in spagnolo; Verónica-da-Pérsia o olhos-de-santa-maria in portoghese; Bird’s-eye speedwell o Persian speedwell in inglese; Véronique de Perse in francese; Persischer Ehrenpreis in tedesco, che significa letteralmente premio d'onore persiano, composto da Persischer - persiano, della Persia e da Ehrenpreis - nome tradizionale del genere Veronica formato da Ehre - onore e Preis - premio, lode, riconoscimento.
Pianta mellifera annuale o biennale, fiorisce da fine inverno alla primavera-estate, una delle prime erbe a comparire nei prati, raggiunge un'altezza di circa 10-40 cm, il fusto è sottile e strisciante, le foglie ovali dentellate, i fiori piccoli, azzurro cielo con centro bianco.

Veronica Persica - Occhi della Madonna

La Veronica persica dal punto di vista medicinale non ha avuto una grande importanza come la parente più nota Veronica officinalis usata nella tradizione erboristica e fitoterapica europea, comunque condivide con altre specie del genere diversi composti vegetali, contiene: feniletanoidi e composti fenolici come acteoside, isoacteoside, lavandulifolioside, persicoside descritto proprio in questa specie; flavonoidi e acidi fenolici come acido caffeico, acido rosmarinico, acido protocatecuico, apigenina, luteolina, rutina, iridoidi glucosidici come aucubina, amphicoside, catalposide, veronicoside, verproside, 6-O-veratroyl-catalpol. è inoltre possibile che contenga tracce di minerali presenti comunemente nelle erbe spontanee come calcio, ferro, magnesio, potassio.
Gli studi disponibili attribuiscono alla Veronica persica soprattutto proprietà antibatterica, antifungina, antimicrobica,  antiossidante, attività inibitoria verso enzimi collegati a: diabete di tipo 2 (α-amilasi, α-glucosidasi), ipertensione (ACE), stress ossidativo e infiammazione (lipossigenasi, xantina ossidasi); attività scolicida, inibizione di acetilcolinesterasi e tirosinasi. , le evidenze attuali derivano principalmente da studi di laboratorio e non da studi clinici sull'uomo.

Veronica persica - Occhi della Madonna

Nelle campagne veniva talvolta raccolta insieme alle erbe spontanee primaverili, le giovani foglie sono considerate commestibili e hanno un gusto leggermente amarognolo, semplice e verde come il paesaggio da cui provengono. La sua vera forza però è simbolica, fiorisce molto presto, spesso quando l'inverno non è ancora terminato del tutto e porta un piccolo frammento di cielo tra l'erba, i suoi piccoli fiori si aprono soprattutto alla luce del sole, quasi a cercarla, parla di continuità, della presenza gentile che torna ogni anno senza fare rumore e di ciò che resta vicino nel tempo.
Nel linguaggio dei fiori, il genere Veronica è associato a sincerità, costanza, il ricordo affettuoso, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e  non in ordine di quantità, senza differenziazione tra metaboliti primari e secondari, perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Per chi è interessato
Brucia con le coccole il legno di ginepro

domenica 24 maggio 2026

24 maggio - Domenica di Pentecoste

Pentecoste - Almanacco Italiano 1896

Pentecoste - Almanacco Italiano 1896


S. Vincenzo da Lerino conf.

Nacque in Francia nel secolo V. Fece
Prima grandi progressi in letteratura, poi diedesi
al mestiere delle armi e finalmente pensò
di ritirarsi nell'isola di Lerino, ove esisteva un
monastero di religiosi. Colà trovò quella pace,
che non potè trovare nel secolo. Morì verso il
450. Scrisse circa l'anno 434 un'operetta intitolata
Commonitorium.

Ricordi. __________________________________

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Effemeride storica. — 1849. Incomincia l’investimento
di Venezia; le batterie austriache
con oltre 20 pezzi d'artiglieria aprono il fuoco
contro le fortificazioni della città. — 1860. Finta
ritirata di Garibaldi su Piana dei Greci e Corleone.
Garibaldi invece piega a Marineo.

Un pensiero al giorno. — Non può chiamarsi
cattiva quella morte che suggella una
buona vita.                                                (Sant'Agostino).

24 maggio Domenica
Pentecoste

Nel 1896 la Pentecoste cadeva il 24 maggio come quest'anno; centotrent’anni sembrano un abisso, ma certe domeniche ritornano identiche nel calendario, quasi a voler ricordare che il tempo degli uomini corre veloce, mentre quello dello spirito continua a camminare con passo antico. L'Italia era una nazione giovane e stanca, l'eco della sconfitta di Adua non si era ancora spenta, nei caffè e nelle piazze si parlava dei soldati morti in Africa, dei figli partiti, delle tasse, del pane che costava troppo, molti contadini non avevano mai visto una città grande; molti cittadini non avevano mai visto il mare e quasi tutti sapevano quando fosse Pentecoste, mentre il mondo cambiava con l'elettricità nelle città, con i primi tram, con le invenzioni moderne, rimaneva il gesto antico del segno della croce fatto dai fedeli alzando gli occhi verso il cielo. La domenica mattina le campane suonavano sopra i tetti bassi dei paesi, le donne indossavano il vestito buono custodito nella cassapanca; gli uomini si fermavano davanti alla chiesa parlando piano col cappello in mano, il più recalcitrante, arrivato a piedi percorrento le lunghe strade di pietra sporche di polvere o di fango, borbottando diceva che il parroco parlava troppo e i bambini, ancora irrequieti, venivano richiamati dalle madri prima della messa grande.
Sul tavolo di qualche bottega o nella casa del farmacista c'era l'Almanacco Italiano del 1896 che  diceva:

 "24 maggio Domenica
(Pentecoste)

e sotto riportava il santo del giorno, San Vincenzo da Lerino, uomo d'armi diventato monaco in cerca di pace, una vita, la sua, che allora sembrava comprensibile a tutti, il mondo ferisce, e l'anima cerca rifugio. Più sotto ancora l'almanacco ricordava Venezia bombardata dagli austriaci nel 1849 e Garibaldi che ingannava i Borboni piegando verso Marineo; la storia nazionale era ancora memoria viva, c’erano uomini che avevano visto davvero i garibaldini passare sulle strade polverose del Sud. Seguiva poi la frase del giorno, di Sant'Agostino:

"Non può chiamarsi cattiva quella morte che suggella una buona vita."

Nessuno trovava quella frase esagerata, la morte era vicina nel 1896, entrava nelle case con la febbre, con la miseria, con i parti difficili, con il lavoro nei campi e nelle miniere. All'epoca c'era poca filosofia e molta vita vera, fame, lavoro, sudore e qualche speranza ben piegata dentro il taschino, la religione non eliminava il dolore, dava alle persone la forza di attraversarlo. Dopo la messa si tornava lentamente a casa, il pranzo aveva qualcosa di festivo anche nella povertà, il vino migliore, il pane più bianco, forse un pezzo di carne se la stagione era stata buona, il pomeriggio scorreva lento, qualcuno sonnecchiava all'ombra, qualcuno recitava il rosario, qualcuno guardava il cielo di maggio pensando ai parenti emigrati in America. 
La Pentecoste era questo, una tregua dell'anima.
Anche oggi è il 24 maggio, anche oggi è Pentecoste, ma il mattino non comincia più col suono delle campane, comincia con la luce fredda di uno schermo, le persone si svegliano controllando messaggi, follower aumentati o diminuiti, notizie, mercati, guerre lontane mostrate in tempo reale; le parole che riempiono il presente sono diverse, crisi climatica, intelligenza artificiale, inflazione, algoritmi, conflitti permanenti, ma l'inquietudine somiglia molto a quella di allora.
Nel 1896 si aveva paura della fame, oggi si ha paura del vuoto, anche noi viviamo circondati da bollettini di guerra, cambiano le divise, cambiano le frontiere, ma il mondo continua a raccontare assedi, fughe, bombardamenti, popoli che sperano e popoli che temono, solo che oggi tutto entra nelle case senza bussare, attraverso uno schermo acceso sul tavolo.
La Pentecoste, per molti, passa quasi inosservata, non scandisce più la vita collettiva come un tempo, ma nelle chiese resistono ancora i drappi rossi, i canti antichi, le letture sul fuoco dello Spirito Santo disceso sugli uomini impauriti.
Oggi fermarsi è diventato difficile, il silenzio quasi spaventa, ma entrando in una chiesa di paese nel pomeriggio della Pentecoste, capita ancora di sentire qualcosa che attraversa il tempo, l'odore della pietra fresca, una candela accesa, una vecchia che recita piano il Vieni, Santo Spirito, il canto lontano di un coro, allora si capisce che centotrent’anni non hanno cambiato tutto perché il bisogno umano di pace è identico, identico il desiderio di essere consolati, identica la speranza che esista qualcosa capace di salvare l'uomo dalla durezza della storia. Sotto parole diverse resta la stessa domanda " come si fa a vivere senza perdere l'anima?" e la Pentecoste ritorna ancora ogni anno e ricorda agli uomini, distratti dalle epoche e dagli avvenimenti, che nessun progresso basta se il cuore rimane senza fuoco.

Lieta Pentecoste!

mercoledì 20 maggio 2026

L'equilibrio delle api

La Giornata Mondiale delle Api è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 2017 e si celebra ogni anno il 20 maggio per commemorare la nascita di Anton Janša considerato uno dei pionieri dell'apicoltura moderna. L'obiettivo, con il sostegno anche dalla FAO - Food and Agriculture Organization, è la sensibilizzazione sulla loro importanza per la biodiversità, l'impollinazione e la sicurezza alimentare globale, soprattutto di fronte al loro progressivo declino.
Le api, che trovano oggi una rinnovata centralità culturale e ambientale, legate alla consapevolezza del loro ruolo fondamentale negli equilibri ecologici del pianeta indispensabili per gli ecosistemi, sono uno dei simboli più antichi e persistenti della storia umana; nessun altro insetto ha assunto in culture tanto diverse un valore così ricco di implicazioni religiose, politiche, morali ed esoteriche.
Nell'immaginario umano, l'ape è stata interpretata come manifestazione di ordine, regalità, lavoro, sapienza e armonia collettiva, la struttura dell'alveare come comunità organizzata, fondata sulla gerarchia, sulla disciplina, sulla cooperazione produttiva apparentemente perfetta mentre il miele e la cera rivestivano un ruolo centrale come prodotti di grande valore economico, alimentare e rituale.

Ape sul fiore dell'oxalis pes-caprae

Ape sul fiore dell'oxalis pes-caprae - acetosella gialla

Nelle civiltà mesopotamica, il miele è attestato come prodotto prezioso e raro, utilizzato in contesti alimentari e rituali, ma il simbolismo dell'ape rimane meno sviluppato e meno documentato rispetto ad altre culture del Vicino Oriente.
Nell'Anatolia ittita, invece, si riscontra un ruolo mitico più definito, Telipinu, divinità della fertilità e della vegetazione scompare provocando sterilità e disordine cosmico, gli dèi tentano invano di ristabilire l'ordine attraverso ricerche e interventi rituali, ma solo l'invio di un'ape permette di ritrovare la divinità e di avviare il processo di ristabilimento dell'equilibrio cosmico attraverso un'zione di risveglio e purificazione simbolica.
Nell'Antico Egitto il simbolo dell'ape bjt 𓆤 era legato alla regalità e all'idea di ordine cosmico, già nei primi periodi dinastici il sovrano era designato con il titolo simbolico nswt-bjtj - 𓇓𓏏𓊖 𓆤 - Colui del Giunco e dell'Ape, formula che rappresentava l'unificazione del nswt-re del giunco - Alto Egitto e del bjtj-re dell'ape - Basso Egitto. L'ape esprimeva quindi il potere ordinatore del re, garante dell'equilibrio universale e della stabilità dello Stato. (Vedi La terra dei faraoni - I templi di Karnak e i templi di Luxor)
Nell'antica Grecia il simbolismo dell'ape - μέλισσα-mélissa si sviluppa in ambito religioso e culturale, le api erano considerate creature vicine al mondo divino, mentre il miele era ritenuto sostanza sacra e legata all’immortalità. In diversi contesti cultuali, in particolare nei culti femminili legati a Demetra e Artemide, le sacerdotesse potevano essere indicate con il termine melisse, a segnalare una funzione di mediazione tra umano e sacro (Vedi La gioia della melissa). Accanto alla dimensione religiosa, si sviluppa anche una riflessione di carattere naturalistico e filosofico, con autori come Aristotele l'alveare diventa oggetto di osservazione sistematica e modello di organizzazione del comportamento animale collettivo, contribuendo alla nascita di una lettura razionale della natura e si afferma anche una lettura simbolica del miele come prodotto della trasformazione, in cui la raccolta del nettare da fiori diversi diventa immagine del sapere costruito attraverso l'esperienza e la conoscenza.
Nella tradizione ebraica biblica il miele assume un forte valore simbolico legato all'abbondanza e alla terra promessa, spesso descritta come   אֶרֶץ זָבַת חָלָב וּדְבָשׁ - érets zāvat ḥālāv u-devāsh  - terra dove scorrono latte e miele, in questo contesto il miele non è solo alimento, ma segno di prosperità e benedizione divina, associato a una condizione ideale di fertilità e stabilità. L'ape, pur meno centrale come simbolo autonomo, è presente indirettamente attraverso l'importanza attribuita ai suoi prodotti, inseriti in un orizzonte di significati legati alla provvidenza e alla generosità della natura.
Nel mondo romano questi significati vengono rielaborati in chiave civile e morale; autori come Virgilio descrivono l'alveare come una società ideale fondata su disciplina, cooperazione e lavoro condiviso, mentre l'ape - apis diventa emblema delle virtù della laboriosità e dell'ordine collettivo. Il modello dell'alveare assume così valore politico e sociale, riflettendo un'idea di comunità armonica in cui l'individuo opera per il bene complessivo.

"... Solo loro hanno in comune i figli, un'unica casa per tutte, e vivono seguendo leggi rigorose, solo loro riconoscono sempre la patria, il focolare, e sapendo che tornerà l’inverno in estate si sottopongono a fatica per riporre in comune ciò che si procurano.
Così alcune provvedono al cibo e secondo un accordo stabilito si affannano nei campi; una parte, nel chiuso delle case, pone come base dei favi lacrime di narciso e glutine vischioso di corteccia, poi vi stende sopra cera tenace; altre accompagnano fuori i figli svezzati, speranza dello sciame; altre accumulano miele purissimo e colmano le celle di limpido nettare.
Ad alcune è toccata in sorte la guardia delle porte e a turno osservano se in cielo le nubi minacciano pioggia, raccolgono il carico delle compagne in arrivo e, schierate a battaglia, cacciano dall'alveare il branco ozioso dei fuchi: ferve il lavoro e il miele fragrante odora di timo ... (Vedi Il soffio vitale del timo)
... Alle anziane sono affidati gli alveari, l'ossatura dei favi, la costruzione dell'arnia a regola d'arte; le più giovani invece tornano sfiancate a notte fonda con le zampe cariche di timo; prendono il cibo in ogni luogo, sui corbezzoli e i salici grigi, la cassia, il croco rossastro, il tiglio unto e i giacinti scuri.
Per tutte uguale il turno di riposo, per tutte il turno di lavoro: la mattina sfrecciano fuori, e non c'è sosta; poi, quando la sera le induce a lasciare campi e pasture, solo allora tornano a casa e pensano a se stesse; in un brusio crescente ronzano intorno all'arnia davanti alle entrate. Quando infine dentro le celle vanno a riposare, cala il silenzio della notte e un giusto sonno pervade le membra stanche.
Se però incombe la pioggia, evitano di allontanarsi troppo dalle case, non si fidano del cielo se irrompe il vento, ma vanno per acqua vicino alla città protette dalle mura, tentano brevi sortite e a volte, come si zavorrano le barche in preda ai flutti, portano con sé granelli di sabbia per reggersi in volo tra le nubi leggere.
Un comportamento delle api ti stupira: non si accoppiano fra loro, snervando nel piacere fino all'esaurimento il proprio corpo e non partoriscono i figli con dolore, ma dalle foglie, dalle erbe profumate raccolgono i piccoli con la bocca: sostituiscono così il re e la comunità dell'alveare, ricreando la corte e il reame di cera. Spesso nel loro continuo vagare si spezzano le ali contro lamine di roccia e così per lo zelo tendono l'anima sotto il fardello, tanto è l’amore che portano ai fiori e il vanto di produrre miele.
Ma per quanto sia breve il limite che a loro destina la vita (non supera di norma i sette anni), la razza rimane immortale e a lungo negli anni si regge la fortuna di una famiglia: si può risalire agli avi degli avi ..."

Georgiche
Virgilio
Traduzione Luca Canali

Con il cristianesimo il simbolismo assume ulteriori significati spirituali, l'ape diventa emblema di purezza, operosità e comunità ordinata, mentre il miele e la cera acquisiscono un valore liturgico legato al culto e alla luce sacra, l'alveare viene spesso interpretato come immagine della comunità cristiana ideale, in cui molti individui cooperano in modo armonico come un unico corpo spirituale.

"... Come le api producono miele, così Ambrogio diffuse la dolcezza della parola divina ..."

Il meraviglioso e il quotidiano nell'Occidente medievale,
Jacques Le Goff,
Traduzione Michele Sampaolo

Nel Rinascimento e nell'età barocca assume anche una funzione araldica e politica, celebre è il caso della famiglia Barberini, il cui stemma presenta tre api dorate; con il pontificato di Urbano VIII il simbolo si diffonde nell'arte e nell'urbanistica di Roma, diventando segno di prestigio dinastico e autorità di governo. (Vedi La Barcaccia)
In età moderna, conosce una nuova rilettura politica con Napoleone Bonaparte, che adotta l'ape come emblema del Primo Impero Francese. Le api dorate sostituiscono il giglio borbonico e decorano insegne, abiti e arredi imperiali, richiamando anche l’idea di continuità storica e di legittimazione del potere attraverso simboli di antiche origini.
Tra XVIII e XIX secolo l'ape entra nei sistemi simbolici delle correnti esoteriche europee; nella Massoneria l'alveare diventa modello di cooperazione e costruzione morale della società, mentre nel Rosacrocianesimo e nelle interpretazioni alchemiche la trasformazione del nettare in miele viene letta come metafora del perfezionamento interiore e spirituale.
Con la Rivoluzione Industriale viene ulteriormente reinterpretata come immagine di efficienza produttiva e organizzazione del lavoro collettivo, anticipando alcune visioni moderne di sistema integrato e cooperazione sociale.
Nel mondo contemporaneo, infine, è associata a sostenibilità, collaborazione e intelligenza collettiva, parallelamente cresce la consapevolezza della crisi degli impollinatori, minacciati da pesticidi, perdita di habitat e cambiamenti climatici. 
La storia simbolica dell'ape mostra così una straordinaria continuità culturale, pur attraversando epoche e civiltà differenti, il suo significato ruota attorno a pochi nuclei fondamentali come ordine, cooperazione, fertilità, sapienza e armonia collettiva e nella sua lunga durata storica, esprime una delle intuizioni più profonde della cultura umana, l'idea che la complessità e la sostenibilità possano nascere dall'azione coordinata di molti individui, ciascuno inserito in una funzione essenziale del tutto.

giovedì 14 maggio 2026

Ascensione, ritorno al Padre

L’Ascensione di Cristo 1460-1464 - Andrea Mantegna - Galleria degli Uffizi - Firenze

L'Ascensione di Cristo 1460-1464 
Andrea Mantegna 
Galleria degli Uffizi - Firenze

La vita umana non è lineare né stabile, né semplice accumulo di esperienze, ma un movimento continuo di inquietudine, attraversamento, disfacimento e ricostruzione. Ogni fase autentica dell'esistenza comporta la perdita della configurazione precedente di sé e l'emergere di una coscienza più unificata e consapevole.
La crisi è una soglia, ciò che la tradizione cristiana riconosce simbolicamente nella Quaresima, tempo in cui l'uomo entra nella sottrazione dell'abbondanza di certezze, delle illusioni di controllo affidate ai pronostici; riconosce la propria frammentazione, e proprio lì inizia a ricercare un sé più profondo e più vero che si compie nella Pasqua, passaggio dalla crisi alla rinascita, in cui la morte di uno schema diventa condizione per la nascita di una forma nuova e più matura.
L'Ascensione di Gesù, che si attua oggi, quaranta giorni dopo la Pasqua e verrà celebrata domenica 17 maggio, completa proprio questo processo che il figlio di Dio ha realizzato pienamente, mostrato e restituito all'uomo come possibilità che conduce a una salvezza concreta che conquista la vita e non la consegna a un destino augurato che decide per lei (Vedi Auguri). 
Cristo che ha preso su di sé il sacrificio, ha indicato la via e l'ha resa percorribile come evoluzione universale dell'esperienza umana, trascende e torna al Padre, in quella dimensione originaria e invisibile da cui ogni percezione capace di elaborare senso proviene, la sua presenza continua attraverso il dono dello Spirito Santo che si effonde nell'interiorità degli esseri umani, liberi di camminare sulle proprie gambe.
Il cristianesimo è la forma attraverso cui si è sviluppata gran parte della nostra idea di persona, coscienza e libertà; siamo nati dentro questa eredità culturale e spirituale che ha preso vita, si è sviluppata e ha vissuto in un crogiuolo di culture del Vicino Oriente antico, del mondo ebraico, greco e romano. In questo spazio condiviso, agli stessi simboli e ai linguaggi che circolavano veniva attribuito un significato diverso nelle differenti matrici spirituali e ciò ha contribuito a convalidare una mentalità collettiva complessa, segnata da conflitti, tensioni, paure e rapporti di potere, giunta fino a noi, nella quale il messaggio cristiano ha trovato resistenze, avanzamenti, retrocessioni e contraddizioni rimanendo ancora oggi un orizzonte non del tutto espresso.

Lieta Ascensione di Cristo!

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lunedì 11 maggio 2026

A Occidente Giove e Venere si guardano

A Occidente Giove e Venere si guardano

Nel cielo di maggio, lì a Occidente mentre il giorno si spegne, Giove e Venere si guardano


domenica 10 maggio 2026

La luce calda adagia

Sulle ferite
La luce calda adagia
Raggio di Sole

Sciarada Sciaranti


Auguri Raggio di Sole

Lieta Festa della Mamma Raggio di Sole, tantissimi auguri da me e Sorellina.
Auguri a tutte le mamme ovunque esse siano... anche a te Mamma preoccupata, vedrai che tutto si risolverà nel modo migliore per tua figlia, ricambio la stima.

giovedì 7 maggio 2026

Quattro età della Bella Dormiente

 
Quattro età della Bella Dormiente

Puntiamo lo sguardo in basso a sinistra; dal bocciolo sfocato della Bella Dormiente saliamo lungo lo stelo fino al centro, qui vediamo un fiore di un fucsia acceso, proseguiamo in alto sulla sinistra dove ci appare un altro fiore dalla tonalità che vira verso un rosa più tenue, seguiamo ora un arco immaginario che si piega a destra per connetterci con un quarto fiore, il più pallido di tutti, il più saggio e il più sciupato, l'unico che può dire di aver vissuto la sua vita a pieno...

Per ulteriori informazioni

La Bella Dormiente

lunedì 4 maggio 2026

Raggi di primavera

I raggi del sole e i profumi della primavera sono una carezza cosmica che attraversa il corpo, rilassa il pensiero e ci trasforma in vita che semplicemente sente se stessa.

Raggi di primavera

" ... Mai giorno di primavera era stato così serenamente bello; mai raggio più tiepido di sole aveva svolte per l'aria, in sottilissime vaporazioni, le fragranze dei fiori. Bei giorni, momenti beati, nei quali l'uomo, penetrato da quei raggi di sole, rallegrato da quelle fragranze, si sente vivere con voluttà, dimenticando un tratto la grave molestia dell'esser nato! ..."

L'olmo e l'edera - 1869
Anton Giulio Barrili

venerdì 1 maggio 2026

Un altro vento

Il vento del Primo Maggio

Stessa spiaggia, stesso, mare, stesso sole, un telo, un altro vento per lui che attende il primo plenilunio di maggio per addormentarsi sotto il peso della stanchezza.

Lieto Primo Maggio

P.S. Questa sera il post verrà agiornato con la foto della prima luna piena di maggio e ricordatevi di alzare gli occhi verso il cielo :-).

Ecco

Plenilunio 1 maggio 2026

Due pleniluni incorniceranno il mese di maggio, uno lo apre questa sera e l'altro lo chiuderà il 31 maggio

mercoledì 29 aprile 2026

La via del Mediterraneo

Mediterraneo

" Chi per primo inventò la nave, solcò
il mare profondo e con remi grezzi scosse le acque
chi ebbe l'ardire di consegnare il legno* ai pericolosi soffi del vento
mostrò con arte le vie che la natura nega,
per la prima volta si fidò trepidante alle quiete onde
costeggiando le spiagge seguite con rotta perfetta
presto sfidò ampie insenature e lasciò la terra
e iniziò a spiegare le vele al dolce Noto;
ma quando poco a poco scorse il coraggio trascinante
e il cuore dimenticò la debole paura
ormai libero invase il mare e tracciata la via dal cielo
dominò le tempeste dell'Egeo e lo Ionio ..."

legno* = I marinai chiamavano legno la nave

Proemio al Libro I - Il ratto di Proserina
Claudio Claudiano
Liberamente tradotto da Me Medesima
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