lunedì 2 novembre 2026

2 novembre Commemorazione dei Defunti e Danza Macabra

Nel tardo Medioevo, la morte non era soltanto una realtà quotidiana: era diventata una presenza costante nell'arte, nella predicazione e nell'immaginario religioso europeo.
La peste, le carestie e le guerre avevano mostrato quanto fosse fragile la vita umana. In questo contesto si diffuse un tema destinato a lasciare un'impronta profonda nella cultura occidentale: la danza macabra.
Una delle prime testimonianze letterarie del suo nome risale al 1376, quando il poeta francese Jean Le Fèvre scrisse nei suoi versi tradotti da Medesima:

«Io feci la danza di Macabré,
che conduce tutti gli uomini nella sua schiera
e li accompagna verso la fossa,
che è la loro ultima dimora.
«È bene, in ogni stagione della vita,
pensare alla propria fine ultima,
per correggere in meglio il proprio comportamento.»

Danza macabra del Cimitero degli Innocenti - Disegno di Anonimo - Musée Carnavalet - Histoire de Paris

Danza macabra del Cimitero degli Innocenti - Disegno di Anonimo - Musée Carnavalet - Histoire de Paris

La più antica rappresentazione pittorica datata e documentata comparve invece nel 1424–1425 sulle pareti del cimitero degli Innocenti, a Parig in un grande ciclo di affreschi, oggi perduto, che divenne il modello di numerose rappresentazioni successive; Le sue immagini sopravvivono in parte nelle stampe pubblicate da Guyot Marchant nel 1485.
La scena era semplice e suggestiva, la Morte, rappresentata da cadaveri o scheletri, conduceva nella propria danza uomini di ogni condizione sociale, il papa, l'imperatore, il re, il cavaliere, il mercante, il contadino, il monaco, l'usuraio, il povero; ogni personaggio veniva raggiunto dal proprio compagno macabro, senza poter sottrarsi al suo invito, il significato è inequivocabile, davanti alla morte, le gerarchie terrene perdono il loro valore e la ricchezza, il potere e il prestigio non possono arrestare il destino comune dell'umanità.

La Danza Macabra, poema medievale di autore anonimo,  nell'edizione illustrata stampata da Guyot Marchant a Parigi nel 1485.

La Danza Macabra, il monaco, la morte, l'usuraio e il povero dal poema medievale di autore anonimo, nell'edizione illustrata stampata da Guyot Marchant a Parigi nel 1485. 

Il monaco

Preferirei essere ancora nel chiostro,
a cantare la Messa.
È un luogo devoto, una vita buona.
Come un uomo stolto e insensato,
in passato ho commesso molti peccati,
dei quali non mi sono pentito abbastanza.
Possa Dio avere misericordia di me.
Non tutti coloro che danzano sono lieti.

Il Cadavere (la Morte) 

Usuraio, che hai perduto ogni senso della misura,
vieni presto a guardarmi.
Sei così accecato dall'usura
che ardi di avidità per il denaro.
Ma sarai ferito dalla tua stessa avarizia,
perché, se Dio, che è meraviglioso,
non avrà pietà di te, perderai tutto ciò che possiedi.
E perdere ogni cosa
è un colpo davvero terribile.

L'usuraio

Devo morire così presto?
Questo mi addolora e mi tormenta profondamente,
e né il mio oro, né il mio argento,
né tutte le mie ricchezze
potranno in alcun modo salvarmi.
Sto per morire, la Morte avanza verso di me,
anche se questo non mi piace affatto.
Qual è la ragione di questa crudele consuetudine?
Ci sono persone dagli occhi acuti
che tuttavia non riescono a vedere nulla.

Il povero

L'usura è davvero un peccato malvagio,
come chiunque potrebbe confermare.
Eppure quest'uomo, che sente avvicinarsi la Morte,
non riesce ancora a rendersene conto.
Persino adesso conta il suo denaro nelle mie mani,
pretendendo che gli venga restituito con gli interessi.
Ma sarà lui stesso a dover saldare il proprio conto:
chi ha un debito da pagare
non è libero dal suo debito.

La Danza macabra, poema medievale di autore anonimo, 
nell'edizione illustrata stampata da Guyot Marchant a Parigi nel 1485.
Liberamente tradotto da Me Medesima  

Danza Macabra nella fascia centrale della facciata dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone - Beramo - 1485 - Attribuito a Giacomo Borlone de Buschis

Danza Macabra nella fascia centrale della facciata dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone - Beramo - 1485 - Attribuito a Giacomo Borlone de Buschis

Dalla Francia, il tema si diffuse in altre regioni europee; a Londra, intorno al 1430, una danza macabra fu dipinta nel cimitero della cattedrale di San Paolo; a Basilea si svilupparono celebri cicli pittorici nel XV secolo; in Italia, dove ebbe particolare fortuna anche il tema del Trionfo della Morte, una delle testimonianze più note si trova a Clusone, in provincia di Bergamo, l'affresco del 1485 sulla facciata dell'Oratorio dei Disciplini nella fascia centrale rappresenta ogni personaggio accompagnato dal proprio scheletro, in una processione che coinvolge l'intera umanità.
L'etimologia del nome è discussa, una delle ipotesi la fa risalire ai Maccabei, i sette fratelli uccisi insieme alla loro madre nel racconto del settimo capitolo del Secondo libro dei Maccabei; nel Medioevo il loro martirio era ricordato dal cristianesimo, il nome, nella forma latina Chorea Machabaeorum - Danza dei Maccabei,  compare in un documento della chiesa di Besançon del 1453 e questo collegamento ha portato alcuni studiosi a ipotizzare che l'espressione danza macabra possa derivare dal nome dei martiri.
I Maccabei, nella tradizione cristiana, erano testimoni della fedeltà a Dio di fronte alla persecuzione e della speranza nella risurrezione; la Danza macabra, invece, mette in scena la fragilità dell'esistenza terrena e l'ineluttabilità della morte, che non risparmia nessuno, qualunque sia la sua condizione; due simboli uniti dalla consapevolezza della fine della vita terrena e dalla riflessione su ciò che attende l'essere umano oltre di essa. Se la Danza macabra ricorda che nessuno può sottrarsi alla morte, la testimonianza dei Maccabei richiama la speranza cristiana che la morte non rappresenti l'ultima parola.

La Danza degli Scheletri della serie Silly Symphonies 1929 - Walt Disney

La Danza degli Scheletri della serie Silly Symphonies 1929 - Walt Disney

Nel 1929 Walt Disney portò sullo schermo The Skeleton Dance, il primo cortometraggio della serie Silly Symphonies; in un cimitero, alcuni scheletri escono dalle tombe e cominciano a danzare al ritmo della musica, trasformando la morte in uno spettacolo animato, ironico e sorprendentemente vivace.
Il cortometraggio, animato principalmente da Ub Iwerks, fu ideato a partire da un soggetto musicale proposto da Carl Stalling, che aveva in mente anche il poema sinfonico Danse macabre composto da Camille Saint-Saëns nel 1874, anche se per il film venne poi utilizzata una partitura originale di Stalling.
A distanza di oltre cinque secoli, ritroviamo dunque lo stesso immaginario con scheletri che danzano, la morte che diventa movimento, il confine tra paura e ironia che si fa sempre più sottile e rimane come vivere il tempo che ci è dato e cosa riporre oltre la fine della vita terrena.



Lieta Commemorazione dei Defunti


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domenica 1 novembre 2026

1 novembre Ognissanti e il martirio dei Maccabei

Martirio dei sette fratelli Maccabei - 1591 - Crispijn van de Passe - Rijksmuseum Amsterdam

Martirio dei sette fratelli Maccabei - 1591 - Crispijn van de Passe - Rijksmuseum Amsterdam

Molto prima della nascita del cristianesimo, un antico testo ebraico raccontava la storia di sette fratelli e della loro madre, pronti ad affrontare la morte piuttosto che rinnegare la Legge dei loro padri.
La vicenda è narrata nel settimo capitolo del Secondo libro dei Maccabei e si colloca nel II secolo avanti Cristo, durante la persecuzione promossa dal re Antioco IV Epifane; il sovrano voleva imporre ai Giudei pratiche contrarie alla loro Legge; i sette fratelli, interrogati e sottoposti a terribili supplizi, rifiutarono di obbediree la loro madre assistette al martirio dei figli, incoraggiandoli a rimanere fedeli alle proprie convinzioni religiose.
Il racconto è particolarmente crudo, le torture, le mutilazioni e le esecuzioni descritte appartengono a una narrazione che non risparmia dettagli dolorosi e che, per certi aspetti, potrebbe tranquillamente essere accostata a quelle storie che oggi definiremmo horror con la differenza sostanziale che il fine non è quello di suscitare paura, disgusto o curiosità morbosa.
Il racconto contiene una delle più significative testimonianze bibliche della speranza nella risurrezione dei morti; uno dei fratelli, ormai prossimo alla fine, dichiara di ricevere nuovamente da Dio la vita che sta perdendo, un altro afferma di sperare di essere risuscitato da Lui e la madre, davanti alla morte dei propri figli, richiama la loro origine e la possibilità che il Creatore restituisca loro la vita.
La morte, dunque, non rappresenta necessariamente la conclusione definitiva dell'esistenza, nella loro prospettiva, esiste qualcosa che il potere del persecutore non può conquistare.
Il testo dei Maccabei ebbe una particolare importanza nella tradizione cristiana, i sette fratelli e la loro madre, pur appartenendo alla storia d'Israele e avendo vissuto prima di Cristo, furono venerati dai cristiani come martiri, e la memoria li associa alla basilica romana di San Pietro in Vincoli, dove la tradizione ha collocato le loro reliquie.
Una storia di violenza e sofferenza può trasmettere un significato che va ben oltre le immagini con cui viene rappresentata, l'horror, quando non è fine a sé stesso, può diventare uno strumento narrativo capace di affrontare temi profondi quali il potere, la crudeltà, la paura, la libertà, la dignità umana e il rapporto con la morte, non tutto ciò che è macabro è necessariamente vuoto, così come non tutto ciò che spaventa è privo di significato.
A volte è proprio attraverso immagini difficili da guardare che una storia riesce a portarci davanti a domande che preferiremmo evitare.
I sette fratelli Maccabei ci consegnano una vicenda terribile e anche questo è il bello di certe storie perché riescono a portarci lontano dalle rappresentazioni convenzionali, mostrando quanto la realtà possa essere complessa e sorprendente. In fondo, per celebrare Tutti i Santi, non è necessario rinunciare alle storie forti basta avere qualcosa di interessante da raccontare.

Mater Machab - Madre dei Maccabei - 1588–1597 circa - Jan Collaert II - Rijksmuseum Amsterdam

Mater Machab - Madre dei Maccabei - 1588–1597 circa - Jan Collaert II - Rijksmuseum Amsterdam

"Ci fu anche il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite.
Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: "Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri".
Allora il re irritato comandò di mettere al fuoco teglie e caldaie.
Appena queste divennero roventi, il re comandò di tagliare la lingua a quello che si era fatto loro portavoce, di scorticarlo e tagliargli le estremità, sotto gli occhi degli altri fratelli e della madre.
Dopo averlo mutilato di tutte le membra, comandò di accostarlo al fuoco e di arrostirlo quando ancora respirava. Mentre il vapore si spandeva largamente tutto intorno alla teglia, gli altri si esortavano a vicenda con la loro madre a morire da forti, dicendo: "Il Signore Dio ci vede dall'alto e certamente avrà pietà di noi, come dichiarò Mosè nel canto che protesta apertamente con queste parole: "E dei suoi servi avrà compassione"".
Venuto meno il primo, allo stesso modo esponevano allo scherno il secondo e, strappatagli la pelle del capo con i capelli, gli domandavano: "Sei disposto a mangiare, prima che il tuo corpo venga straziato in ogni suo membro?".
Egli, rispondendo nella lingua dei padri, protestava: "No". Perciò anch'egli subì gli stessi tormenti del primo. Giunto all'ultimo respiro, disse: "Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell'universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna".
Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, 11dicendo dignitosamente: "Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo".
Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture.
Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti.
Ridotto in fin di vita, egli diceva: "È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita".
Subito dopo condussero il quinto e lo torturarono.
Ma egli, guardando il re, diceva: "Tu hai potere sugli uomini e, sebbene mortale, fai quanto ti piace; ma non credere che il nostro popolo sia stato abbandonato da Dio.
Quanto a te, aspetta e vedrai la grandezza della sua forza, come strazierà te e la tua discendenza".
Dopo di lui presero il sesto che, mentre stava per morire, disse: "Non illuderti stoltamente. Noi soffriamo queste cose per causa nostra, perché abbiamo peccato contro il nostro Dio; perciò ci succedono cose che muovono a meraviglia.
Ma tu non credere di andare impunito, dopo aver osato combattere contro Dio".
Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché, vedendo morire sette figli in un solo giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore.
Esortava ciascuno di loro nella lingua dei padri, piena di nobili sentimenti e, temprando la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva loro:
"Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi.
Senza dubbio il Creatore dell'universo, che ha plasmato all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi".
Antioco, credendosi disprezzato e sospettando che quel linguaggio fosse di scherno, esortava il più giovane che era ancora vivo; e non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l'avrebbe fatto ricco e molto felice, se avesse abbandonato le tradizioni dei padri, e che l'avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato alti incarichi.
Ma poiché il giovane non badava per nulla a queste parole, il re, chiamata la madre, la esortava a farsi consigliera di salvezza per il ragazzo.
Esortata a lungo, ella accettò di persuadere il figlio;
chinatasi su di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua dei padri: "Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento.
Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l'origine del genere umano.
Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia".
Mentre lei ancora parlava, il giovane disse: "Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè.
Tu però, che ti sei fatto autore di ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio.
Noi, in realtà, soffriamo per i nostri peccati.
Se ora per nostro castigo e correzione il Signore vivente per breve tempo si è adirato con noi, di nuovo si riconcilierà con i suoi servi.
Ma tu, o sacrilego e il più scellerato di tutti gli uomini, non esaltarti invano, alimentando segrete speranze, mentre alzi la mano contro i figli del Cielo,
perché non sei ancora al sicuro dal giudizio del Dio onnipotente che vede tutto.
Già ora i nostri fratelli, che hanno sopportato un breve tormento, per una vita eterna sono entrati in alleanza con Dio. Tu invece subirai nel giudizio di Dio il giusto castigo della tua superbia.
Anch'io, come già i miei fratelli, offro il corpo e la vita per le leggi dei padri, supplicando Dio che presto si mostri placato al suo popolo e che tu, fra dure prove e flagelli, debba confessare che egli solo è Dio;
con me invece e con i miei fratelli possa arrestarsi l'ira dell'Onnipotente, giustamente attirata su tutta la nostra stirpe".
Il re, divenuto furibondo, si sfogò su di lui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno.
Così anche costui passò all'altra vita puro, confidando pienamente nel Signore.
Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte.
Ma sia sufficiente quanto abbiamo esposto circa i pasti sacrificali e le eccessive crudeltà."

2 Maccabei7, 1-42
Segue da: 31 ottobre Vigilia di Ognissanti
Continua...

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sabato 31 ottobre 2026

31 ottobre Vigilia di Ognissanti

Dolci di Halloween

A volte quello che conosciamo di una ricorrenza non basta, gli si deve riversare dentro a forza ciò che la mente creativa suggerisce.
Samain compare nelle fonti irlandesi medievali come una ricorrenza stagionale che scandiva un passaggio socio-economico dell'anno, era associata alla conclusione della stagione del raccolto, all'inizio del periodo invernale, alle scadenze che interessavano l'organizzazione della vita agricola e rurale, ed era punto di assemble, banchetti, obblighi di ospitalità e di rapporti fra autorità e comunità.

Albero di Halloween

Nel Tochmarc Emire - Il corteggiamento di Emer, racconto del ciclo dell'Ulster la cui formazione viene generalmente collocata fra l'VIII e il IX secolo, troviamo una spiegazione della divisione dell'anno irlandese in due grandi stagioni, estate e inverno, delimitate da Beltaine e Samain.
Sam-fuin, «fine dell'estate», è comunque una spiegazione etimologica medievale e non una certezza linguistica acquisita:

«Ó shamuin, edhón sam-fuin .i. fuin an t-samraid ann. Ar is dé roinn no bid for an m-pliadain and .i. in samraid o beltine co samfuin & in gemred o samfuin co beltine».
«A partire da Samuin, cioè sam-fuin, vale a dire la fine dell'estate. Perché anticamente l'anno era diviso in questo modo: l'estate da Beltaine a Samuin e l'inverno da Samuin a Beltaine».

Nel Sanas Cormaic - Glossario di Cormac, composto probabilmente alla fine del IX secolo, troviamo un riferimento indiretto a Samain nella voce Gamain, che collega il periodo freddo dell'anno al tempo successivo alla ricorrenza:

«Gamuin .i. immí gam .i. iar samuin. inde dicitur gámnach».
«Gamain: il periodo del freddo, cioè il tempo successivo a Samain; da qui deriva il termine gamnach».

Candela dell'Albero di Halloween

Nell'Echtra Nerai - L'avventura di Nera, racconto mitologico la cui formazione viene generalmente collocata fra l'VIII e il X secolo, la vicenda si svolge alla vigilia di Samain e racconta l'incontro del protagonista con esseri e avvenimenti appartenenti all'Altromondo.
La storia comincia a Ráth Cruachan, dove Ailill e Medb si trovano con la loro corte durante la notte di Samain.
Nella traduzione inglese di John Carey leggiamo:

«They will come again next Samain night, for the síde of Ireland are always open at Samain».
Gli abitanti del Sid «Ritorneranno alla prossima notte di Samain, perché i síd d'Irlanda sono sempre aperti a Samain».

Nel Serglige Con Culainn - La malattia di Cú Chulainn, racconto del ciclo dell'Ulster la cui composizione viene generalmente collocata fra il IX e il X secolo, è descritta l'óenach - l'assemblea annuale degli Ulaid, organizzata per tre giorni prima di Samain, il giorno stesso della ricorrenza e per altri tre giorni dopo.

«Óenach dogníthe la Ultu cecha blíadna .i. tri lá ría samfhuin & tri laa íarma & lathe na samna feisne».
«Gli Ulaid tenevano un'assemblea ogni anno: tre giorni prima di Samain, tre giorni dopo e il giorno stesso di Samain».

Il testo prosegue:

«Iss ed eret no bítis Ulaid insin i m-Maig Murthemni, oc ferthain óenaig na samna cecha blíadna».
«Questo era il periodo durante il quale gli Ulaid si trovavano nella pianura di Muirthemne, celebrando ogni anno l'assemblea di Samain».

E ancora:

«Ocus ní rabe isin bith ní dognethe in n-eret sin léu acht cluchi & chéti & ánius & áibinnius & longad & tomailt».
«E in quel periodo non facevano altro che giochi, canti, divertimenti, allegria, mangiare e banchettare».

Stella a cinque punte segno delle cinque piaghe di Cristo

Nella Táin Bó Cúailnge - La razzia delle vacche di Cooley, grande epopea del ciclo dell'Ulster la cui prima redazione viene generalmente collocata nel IX secolo, troviamo riferimenti al calendario stagionale e alle condizioni eccezionali dei guerrieri dell'Ulster. Samain costituisce un riferimento temporale utile per collocare gli avvenimenti e misurare il trascorrere del tempo narrativo. Il suo valore è soprattutto cronologico:

«In lúan iar samain is and documlaisef.»
«Il lunedì successivo a Samain partirono.»

La frase introduce il percorso dell'esercito che da Cruachan si dirige verso Cooley, per compiere la razzia del toro bruno e poi il testo prosegue elencando le località attraversate dall'esercito, descrivendo il percorso attraverso l'Irlanda.

Cristo Crocifisso

Nel Cath Maige Tuired - La seconda battaglia di Mag Tuired, racconto mitologico la cui composizione viene generalmente collocata fra il IX e l'XI secolo, ma conservato in un manoscritto del XVI secolo, viene narrato l'incontro del Dagda con la Morrígan intorno a Samain, prima della battaglia contro i Fomori.

«Baí dano bandál forsin Dagdae dia blíadhnae ... imon Samain an catha oc Glind Edind».
«Il Dagda aveva inoltre un incontro amoroso con una donna ogni anno, intorno a Samain, presso Glenn Edin».

Questi racconti sono parte della mitologia medievale irlandese, non rappresentano rituali realmente celebrati e non descrivono un calendario di celebrazioni religiose della popolazione.

Jack 'O Lantern - Anima errante del purgatorio

I trattati giuridici medievali invece mostrano come Samain fosse inserita nei rapporti sociali e politici con una funzione riconoscibile nella vita collettiva, nel Dliged Raith 7 Somaíne la Flaith - Il diritto relativo al feudo e alle prestazioni dovute al signore, di datazione non precisamente accertata, troviamo un riferimento esplicito agli obblighi di ospitalità durante il banchetto di Samain, la traduzione inglese riportata nella letteratura giuridica è:

«If the Samain feast has failed, two séts for its failure, with doubling of restitution of whatever has failed».
«Se il banchetto di Samain è venuto meno, sono dovuti due séts per tale mancanza, con il raddoppio della restituzione di ciò che è mancato».

Il sét era un'unità di valore del diritto irlandese e qui il banchetto non appare come una semplice occasione conviviale, ma come una prestazione riconosciuta giuridicamente, la cui mancata esecuzione comportava conseguenze economiche.

Decorazioni di Halloween

Nel Lebor na Cert - Libro dei diritti, trattato medievale relativo ai tributi e agli obblighi dei sovrani, la cui redazione viene generalmente collocata fra l'XI e il XII secolo, nella sezione 10, strofa 9, la traduzione inglese riporta:

«The worthy king of the Ulaid owes him a feast each seventh Samain».
«Il valoroso re degli Ulaid gli deve un banchetto ogni settima Samain».

e la strofa successiva specifica che il banchetto dovuto al re di Tara comprendeva dodici recipienti di ciascun tipo di birra e un'adeguata provvista di cibo.

Jack 'O Lantern - Anima errante del purgatorio

Il calendario era il modo in cui una comunità ordinava e riconosceva il tempo, accanto alle solennità liturgiche potevano essere indicati riferimenti stagionali già familiari che identificavano un momento dell'anno, scandivano l'organizzazione della società, per cui all'inizio del IX secolo nel Félire Óengusso - il Martirologio di Óengus, composto probabilmente fra l'828 e l'833, alla voce del 20 aprile, corrispondente al dodicesimo giorno prima delle calende di maggio nel calendario romano leggiamo:

«La céssa d Herodi cruimther crochtha tuile, féil i r-Rúaim, rán baile, nóeb n-Eorapa uile».
In cui gli ultimi due versi significano:
«Festa a Roma, città illustre, di tutti i santi d'Europa»

Quindi La festa romana di Ognissanti ha in Irlanda una data primaverile, ma cosa più interessante è che alla voce del 1º novembre i versi 1217–1220 dell'edizione riportano:

«Lonán, Colmán, Crónán, cona cléir gil gríanaig: slúaig Helair deirb dálaig sóerait samain síanaig».
«Lonán, Colmán e Crónán, con la loro luminosa e splendente comunità ecclesiastica; le schiere di Hélair, riunite in assemblea, celebrano la Samain serena».

La traduzione complessiva è ancora discussa, ma si capisce che il passo nomina i santi irlandesi Lonán, Colmán e Crónán e le loro schiere di chierici insieme a Samain; il documento ci consente di riconoscere la coesistenza di una ricorrenza stagionale conosciuta dalla comunità e di celebrazioni liturgiche cristiane già attestate indipendentemente da essa.
Un secolo più tardi, o comunque entro il XII secolo, troviamo un'ulteriore traccia nel Martyrologium Gormani pubblicato da Whitley Stokes nel 1895; alla voce del 31 ottobre si legge:

«oene foemaid uile do noemhaibh ind nime».
Stokes traduce:
"The vigil of the saints of heaven which ye all keep" ovvero
«La vigilia di tutti i santi del cielo, che voi tutti celebrate».

Il 31 ottobre è identificato esplicitamente come la vigilia di tutti i santi e passando alla voce del 1º novembre, troviamo invece:

«FOR sruithlo na samna in Commde fein fegaid, na hangeil drong diamair, ule noeim ind nime…»
Orientitivamente: «Nel venerabile giorno di Samain, contemplate il Signore stesso, gli angeli, una schiera misteriosa e tutti i santi del cielo…».

Il compilatore cristiano nel martirologio non pone Samain alla Vigilia di Ognissanti, ma, rispettandone il motivo giuridico, la inserisce nel giorno dedicato dai cristiani alla contemplazione della realtà celeste e a Tutti i Santi.

Lanterna di Halloween


Tra fine Ottocento e inizio Novecento John Rhys e James Frazer propongono l’idea di Samain come grande festa celtica dei morti e nel 1996 Ronald Hutton dopo aver esaminato le testimonianze utilizzate per sostenere l'ipotesi, conclude che le prove della presunta festa dei morti sono pressoché inesistenti e che anche quelle relative al Capodanno celtico sono indirette e inconcludenti.
Alla luce della documentazione disponibile, è quindi necessario distinguere Samain, con il suo significato stagionale e rurale nella società irlandese medievale, dalla vigilia di Ognissanti, appartenente alla tradizione cristiana, dalla quale deriva il nome Halloween. Le interpretazioni che si sono progressivamente diffuse nell'età moderna su Samain e Halloween, hanno finito per trasformare la prima nella presunta dimora del diavolo e la seconda nella sua diretta discendente tanto da interessare l’associazione degli esorcisti, e qui c’è poco da ridere perché si apre una dimensione che la maggior parte di noi ignora, ma chi è senza scrupoli sfrutta per manipolare, condizionare e danneggiare gli altri, per cui è importante recuperare e valorizzare il significato cristiano di una vigilia che prepara alla celebrazione di tutti i santi, attraverso la conoscenza delle loro vite, attività per bambini e famiglie, momenti educativi e iniziative nelle varie comunità.
L'immaginario horror che accompagna Halloween, non è necessariamente un limite quando è possibile riflettere su quel messaggio che porta e nei prossimi giorni scopriremo il perché.
La vigilia di Ognissanti appartiene alla tradizione cristiana, può essere custodita e salvaguardata proprio restituendole il suo significato originario.

Lieta Vigilia di Ognissanti - Halloween

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domenica 18 ottobre 2026

18 ottobre - San Luca Evangelista

San Luca Evangelista - Almanacco Italiano 1896

San Luca Evangelista - Almanacco Italiano 1896

S. Luca evangelista.

Era Siro di nazione, di patria Antiocheno,
fu compagno di S. Paolo. Scrisse il suo Vangelo,
che è uno dei quattro riconosciuti autentici
dal Concilio di Trento (1545- 1563). Esso
fu scritto nell' Acaja tra l' anno 48 ed il 52
dell'era volgare, in lingua greca. Alcuni vogliono,
che Luca sia stato martirizzato, altri
invece che sia morto di morte naturale nella
Bitinia. — S. Paolo della Croce, fondatore dei
Chierici Scalzi della Santa Croce e della Pascione
di Gesù.

Ricordi. __________________________________

_________________________________________

_________________________________________

Effemeride storica. — 1832. Muore carcerato
noi forte di Civita Castellana Vito Fedeli di 
Recauati, condannato a 20 anni di prigione per 
aver avuto parte nel tentativo di rivoluzione 
in Roma nel dicembre 1830. 

Un pensiero al giorno. — Chi onora il padre, 
avrà consolazione dai figliuoli, e nel 
giorno di sua orazione sarà esaudito.

(Bibbia — Ecclesiastico, cap. III).


18 ottobre Domenica
San Luca Evangelista - Almanacco Italiano 1896

Secondo la tradizione cristiana, Luca nacque ad Antiochia, in Siria, da una famiglia di origine pagana; era medico e divenne compagno di san Paolo, accompagnandolo in parte dei suoi viaggi missionari. Nella Lettera ai Colossesi viene ricordato come «Luca, il caro medico»; in quella a Filemone figura tra i collaboratori dell'apostolo e nella Seconda lettera a Timoteo si legge che Luca rimase con Paolo.
Gli vengono attribuiti due libri del Nuovo Testamento dedicati al krátiste Theóphile, l'illustre Teofilo o ottimo Teofilo, amico di Dio o amato da Dio; nel Vangelo Secondo Luca racconta la vicenda di Gesù dalla nascita fino all'ascensione e negli Atti degli Apostoli prosegue narrando gli inizi della comunità cristiana e la diffusione del messaggio evangelico fino all'arrivo di Paolo a Roma.

«Così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto».

Luca, 1,3-4

«Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi».

Atti degli Apostoli, 1,1

Luca è un autore erudito particolarmente attento alla misericordia, agli ultimi, ai poveri e agli esclusi, propone alcune delle parabole più conosciute del cristianesimo come il buon samaritano, il figlio prodigo, il ricco e il povero Lazzaro; riserva un posto importante anche alle figure femminili e l'attenzione verso chi si trova ai margini della società; non disponiamo di testimonianze storiche sicure che consentano di ricostruire con precisione gli ultimi anni della sua vita e le notizie sul luogo della sua morte sono incerte, si diversificano tra la Beozia e la Bitinia e non concordano pienamente sulle circostanze.
Le celebrazioni dedicate agli evangelisti si svilupparono nei primi secoli del cristianesimo e si consolidarono progressivamente nella tradizione liturgica, le loro ricorrenze furono accolte nei calendari ecclesiastici e registrate nei martirologi insieme a quelle degli altri santi; entrarono nel linguaggio quotidiano della cultura popolare, diventando punti di riferimento per la scansione del tempo e delle attività agricole. La memoria di San Luca è conservata al 18 di ottobre e ci porta avanti nella stagione autunnale dopo il 21 settembre di san Matteo che accompagna l'ingresso nell'autunno e il 29 settembre di san Michele che ne segna la presenza.
Siamo nello spazio temporale in cui i semi dei cereali destinati a fornire il pane per l'anno successivo vengono affidati alla terra per affrontare l’inverno; se le condizioni sono favorevoli, restituiranno il raccolto nei mesi successivi e in questa attesa si incontrano il lavoro, la speranza, la memoria delle generazioni precedenti attraverso i proverbi tra cui: «O molle o asciutto, per San Luca semina tutto», di cui esistono diverse varianti, ma il significato sostanzialmente ci dice di non lasciare trascorrere troppo tempo prima di completare la semina; una forma più estesa recita: «Per San Luca o molle o asciutto, finisci la sementa e avrai buon frutto», dove il riferimento al frutto rende esplicito il legame fra il lavoro presente e la speranza del raccolto futuro; il contadino semina senza poter conoscere il risultato della propria fatica, affidandosi all'esperienza, alle condizioni della terra e all'andamento della stagione.
Nel Salento, la tradizione conserva una forma che si rivolge direttamente al santo: «Sante Luche, mine la seménte ca ne mmuche - San Luca, getta il seme, che non ammuffirà», qui il proverbio assume quasi il tono di un'invocazione all'evangelista che accompagna il gesto della semina e mostra fiducia nel suo esito.
Risalendo verso le Marche, troviamo un detto che richiama la varietà dei terreni e dell'organizzazione del lavoro agricolo nei vari appezzamenti: «A San Luca sòmènta 'l piàn e la cupa - A san Luca semina in pianura e in collina»; troviamo anche: «A San Luca la palómba è perduta», la palómba, cioè il colombaccio, richiama i movimenti stagionali degli uccelli perché Il calendario contadino non si fonda soltanto sull'osservazione del terreno e del cielo, ma anche sul comportamento degli animali, sui loro spostamenti e sulla loro presenza nei diversi momenti dell'anno.
In Toscana si richiama l'avvicendamento delle colture, si raccoglie ciò che è giunto a maturazione e si prepara il terreno per un altro prodotto: «San Luca, cava la rapa e metti la zucca». Curioso vero?
Nell'area bolognese, in Emilia-Romagna sentiamo: «Par Sànn Lócca as sàmma tòt, o mój o sòt - Per san Luca si semina tutto, o umido o asciutto» e un'altra variante sugli alimenti importanti nell'economia rurale e nella convivialità domestica della cucina tradizionale che vengono consumati la sera del 18 ottobre insieme al vino nuovo: «Par San Lócca chi ha di marón al plócca e chi an’ha brîsa al se splócca la camîsa - Per San Luca, chi ha i marroni li mangia, e chi non li ha si strappa la camicia».
Proseguendo verso la Lombardia, una forma documentata nei repertori paremiologici recita: «O bagnaa o sutt, per san Luca somenna tutto - Bagnato o asciutto, per san Luca semina tutto».
La stessa raccomandazione compare in molte altre aree settentrionali; la semina deve essere compiuta, senza attendere condizioni meteorologiche perfette, le testimonianze locali ricordano le operazioni di ottobre, dalla preparazione del terreno alla concimazione, fino alla semina del frumento e della segale.
Nel Trentino, la memoria orale della Valle dei Laghi conserva una variante ironica: «Se no i ha somenà el fórment da San Luca, i pol metersèl en la zzuca - Se non hanno seminato il frumento per san Luca, possono metterselo nella zucca», una forma più breve a Stravino recita: «Da San Luca, se no t'hai somenà, métetel en la zzuca - Da San Luca, se non hai seminato, mettitelo nella zucca», il detto esprime il rimpianto per una semina mancata e la zucca, prodotto della stagione autunnale, diventa il termine scherzoso con cui si sottolinea la perdita del momento opportuno.
In Piemonte, la stessa raccomandazione si accompagna alla speranza del raccolto: «A San Lúca o mol o sút semna per avei bun frút - A san Luca, bagnato o asciutto, semina per avere buon frutto» e lega il gesto presente al risultato futuro, il seme indipendentemente dal meteo deve essere consegnato alla terra perché possa diventare raccolto.
In Friuli, la raccomandazione conserva una forma molto vicina a quella diffusa nelle altre regioni: «Sut o bagnât, par San Luche ch'al sedi semenât - Asciutto o bagnato, per san Luca che sia seminato».
Anche in Valle d’Aosta, nella tradizione francoprovenzale, è stata raccolta una formula legata alla coltivazione della segale e ai terreni situati a quote differenti: «A Sèn Luc fa avé vagnà piàn é truc - «A San Luca bisogna aver già seminato in piano e in altura».
La stessa struttura che ignora le condizioni meteorologiche compare anche oltre i confini italiani, in catalano abbiamo: «Per Sant Lluc, sembra, pagès, mullat o eixut - Per San Luca, semina, contadino, con il terreno bagnato o asciutto» e in castigliano: «En seco o en mojado, por San Lucas ten sembrado - Con il terreno asciutto o bagnato, per San Luca devi aver seminato».
Le parole cambiano secondo i dialetti, le rime e le immagini familiari a ciascuna comunità; in alcune zone prevale il richiamo al terreno bagnato o asciutto; in altre compare il rimpianto di chi non ha seminato, oppure il riferimento ai diversi appezzamenti, alle castagne e agli uccelli migratori; i proverbi racchiudono un sapere antico, acquisito attraverso l'esperienza, trasmesso oralmente e adattato alle condizioni locali, che si unisce alle festività religiose e diventa espressione di chi riconosce la propria identità individuale in quella della memoria collettiva.

Lieta Festa di San Luca Evangelista!

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