giovedì 22 aprile 2021

Profumo leggero di zagara

Zagara

" ... Un odore leggero, c'è qualche fiore di zagara aperto in ritardo, un alito d'erba fresca, e la terra bagnata da poco che ancora sa di ... "

Viaggi e scritti letterari
Cesare Brandi

mercoledì 21 aprile 2021

La fondazione di Roma

Buongiorno Roma e buon compleanno!
Sei bellissima oggi come ieri e sempre lo sarai.

Aventino - Capitolino - Celio - Esquilino - Palatino - Quirinale - Viminale

I sette colli

" ... [11,1] Dopo aver seppellito a Remonia Remo e insieme i pastori che avevano allevato i due fratelli, Romolo fondò la città facendo venire dall’Etruria degli esperti perché li guidassero e insegnassero loro, sul fondamento di certe leggi e di certi libri sacri, tutti i particolari della cerimonia, come in un rito religioso.
[2] Fu scavata una fossa circolare intorno a quello che ora viene chiamato il Comizio, e le primizie di tutti i frutti, il cui uso è ritenuto legittimo e buono per consuetudine e necessario per natura, deposero in essa. Da ultimo ciascuno vi gettò una zolla di quella terra da cui era giunto e che aveva portata con sé, e le mescolarono fra di loro. Questa fossa chiamano «mondo», con lo stesso nome con cui chiamano il cielo. Poi, facendo centro su di essa disegnarono, come tracciando una circonferenza intorno a un punto, i limiti della città.
[3] Il fondatore in persona, applicò a un aratro un vomere di bronzo e aggiogati ad esso un bue e una vacca, scavava, spingendolo tutt’intorno, un profondo solco lungo il confine, mentre quelli che lo seguivano avevano il compito di gettare all’interno tutte le zolle sollevate dall’aratro e di non permettere che alcuna ne cadesse dalla parte esterna.
[4] Tracciarono poi una linea distinta dal tracciato del muro, la quale indicava quello che in forma contratta chiamano «pomerio», termine che significa «dietro il muro» o «dopo il muro». Dove pensavano che dovesse inserirsi una porta, toglievano il vomere e sollevavano l’aratro lasciando uno spazio libero.
[5] Da qui il fatto che considerano sacro tutto il muro tranne le porte. Se avessero ritenuto sacre le porte, non sarebbe stato possibile farvi entrare, senza scrupoli religiosi, alcuni dei prodotti necessari né altre cose farne uscire, in quanto ritenute impure.
[12,1] E concordemente accettato che la fondazione della città avvenne l’undicesimo giorno prima delle calende di maggio. E questo giorno festeggiano i Romani, chiamandolo il Natale della loro patria. Da principio, come dicono, nessun animale sacrificavano in questa solennità, ma pensavano di dovere conservare pura e senza spargimento di sangue la festa commemorativa della nascita della loro patria. [2] Ma anche prima della fondazione della città essi avevano in quello stesso giorno una festa pastorale, che chiamavano «Parilia»*. Ai nostri giorni non c’è affatto concordanza tra calendario romano e calendario greco per quanto riguarda l’inizio dei mesi. Dicono che il giorno in cui Romolo fondò la città fu precisamente il trenta del mese e che in esso avvenne una congiunzione della luna col sole con conseguente eclissi, che ritengono fosse conosciuta anche dal poeta epico Antimaco di Teo e avvenisse il terzo anno della sesta Olimpiade.
[3] Al tempo dello scienziato Varrone, uno dei più grandi eruditi romani nella conoscenza della storia, c’era un suo amico, Taruzio20, che era per altro filosofo e matematico e si applicava, a fini speculativi, all’arte del calcolo delle nascite e aveva fama di eccellere in essa.
[4] A lui Varrone pose il problema di fissare il giorno e l’ora della nascita di Romolo, deducendoli, come si traggono le soluzioni dei problemi matematici, da quelli che chiamano «gli effetti delle congiunzioni astrali» relativi alla vita dell’uomo. Di questa scienza astrologica è proprio predire, prendendo il tempo della nascita di un uomo, quale sarà la sua vita e, dati gli avvenimenti della sua vita, ricavare il tempo della sua nascita.
[5] Taruzio fece ciò che gli era stato chiesto, esaminò le vicende e i fatti dell’uomo, mise insieme il tempo della vita, il modo della sua morte e tutti gli elementi siffatti e dichiarò con sicurezza e fermezza che il concepimento di Romolo nel seno della madre era avvenuto nel primo anno della seconda Olimpiade21, il 23 del mese di Choeac del calendario egiziano, all’ora terza durante un’eclissi totale di sole, e che la sua nascita avvenne il 21 del mese di Thouth al sorgere del sole.
[6] Concluse che la fondazione di Roma da parte sua avvenne il 9 del mese di Pahrmuthì* fra la seconda e la terza ora, giacché ritengono che anche la sorte di una città, come quella dell’uomo, abbia il suo tempo particolare, che può essere osservato dalla posizione degli astri al tempo della sua fondazione. Ma forse queste e analoghe speculazioni interesseranno i lettori per la loro novità e curiosità più che infastidirli per i loro contenuti fantastici ... "

Vita di Romolo
Plutarco
Traduzione Antonio Traglia

Parilia* = Per mutamento del suono (dissimilazione) del termine Palilia, che indica le feste in cui si celebra la dea dei pastori Pales.
Pahrmuthì* = L'astrologia nata in Caldea era giunta in Grecia attraverso gli egiziani per cui Taruzio eseguiva i suoi calcoli basandosi sui mesi del calendario egiziano. Choiac corrispondeva al nostro dicembre, Thoth al nostro settembre e Pharmuthi al nostro aprile.

martedì 20 aprile 2021

La cavalletta verde

Cavalletta verde tra le foglie

" ... si fece avanti la cavalletta ... aveva un personale snello e si presentò in una divisa tutta verde, nella quale pareva nata fatta, tanto la portava con disinvoltura; per giunta, si vantava di discendere da un’antichissima famiglia dell’Egitto, la quale laggiù era tenuta in grande considerazione. Era stata presa in campo aperto e messa in una casina formata di carte da gioco, una casina di tre piani, fatta tutta di re, di regine e di fanti, e con le figure volte all’indentro. La casina aveva anche le sue brave porte e le finestre tutte intagliate nelle carte di cuori. "Io canto così bene," - raccontò essa, "che sedici grilli della nostra famiglia, i quali da bimbi in su non han fatto altro che cantare, e pure non son mai riusciti ad avere una casa di carte da gioco ... "

La gara di salto - Quaranta novelle
Hans Christian Andersen 
Traduzione Maria Pezzè Pascolato

lunedì 19 aprile 2021

Cistus salvifolius

Cistus salvifolius - Cisto femmina in divenire nello schiudersi del  fiore bianco
Fiorisce da aprile a giugno

Cistus salvifolius L. 1753

Cistus salvifolius L. 1753

Cistus salvifolius L. 1753

Cistus salvifolius L. 1753

Cistus salvifolius L. 1753

Cistus Salvifolius
Polyandria Monogynia


Cistus. Calyx pentaphyllus : foliolis duobus minoribus.
Corolla rotata pentapetala. Capsula quinquelocularis.
Folia opposita extipulata. Foliis ovatis petiolatis utrin
que hirsutis. Habitat in Italia.

Cistus Salvifolius
detto
Cisto a foglie di salvia.

Benché questa specie sia assai comune presso di noi,
pure serve d’ornamento ai giardini mediante i bellissimi
suoi fiori rossi, che compariscono in giugno, e continuano
quasi per due mesi la loro fioritura.
Le sue foglie sono ovate, peziolate, irsute, quasi della
figura di quelle della salvia, per lo che le vien dato il
nome secondario di salvifolius.
Cresce fino all’altezza di circa tre braccia, mantenendo
sempre verdi le sue foglie , anche in inverno.
Propagasi per seme, che potrà sementarsi nel mese di
marzo, prosperando in ogni terra ed in qualunque situazione.

Emblema
Coraggio e modestia

Le virtù meno equivoche, o Selvaggio,
Quali son? La Modestia ed il Coraggio.
Imitarle de l’uom male potria
Con le maschere sue l'ipocrisia.

Gazzadi, Epigrammi.

L'antotrofia, ossia la coltivazione de' fiori di Antonio Piccioli 
Antonio Piccioli
1834

domenica 18 aprile 2021

Violette e pesci rossi in primavera

" ... se guardavo l’acqua della fontana, di marmo, a poligono, piena di alghe che si staccavano dal fondo per andare a galleggiare, poche alla volta, quasi salissero ad amoreggiare con il tepore del sole che combaciava con la superfìcie liquida, io vedevo e sentivo la primavera come forse mai più.

Violetta

E allora non comprendevo le violette: ma soltanto il loro odore come una serenata alla luce. E la mia anima sopra quell’odore s’ingrandiva fino a sentirmela dentro i miei occhi. Ma i miei occhi erano attaccati all’acqua, con l’anima tutta a riverso per prendere un poco di sole e di luce; e sentivo, allora, una primavera paziente, tutta dipinta di silenzii casalinghi, e non volevo convincermi di trovarmi sempre solo, come se fossi andato a spasso e non avessi più voglia di tornare a casa.

Io sentivo che la mia faccia tentava in vano d’invecchiare la mia anima, e per questo io m’attaccavo all’anima. Ma tutto m’ero arso di me stesso, con una cenere che mi faceva lacrimare.

Pesci rossi

Perché quel pesce rosso, nascondendosi sotto le alghe, guizzò? ... "

Bestie
Federigo Tozzi

venerdì 16 aprile 2021

mercoledì 14 aprile 2021

Dondolare sull'arcobaleno


" Oggi, l'aria che si respira
fuori, all'aperto,
è un delirante filtro
di gioia e di giovinezza.
Il vento è una carezza
di deliziose mani femminili,
un bacio tutto labbra e amore,
che vi avvolge e vi imbeve invisibilmente
come il profumo un calice di fiore.
Tutte le case sembrano immensi e chiari
sorrisi di finestre spalancate;
le vie, brividi di voluttà
prolungati dall'arpa d'avorio
della vostra spina dorsale.
Rimbalzano le rondini di gomma in ogni direzione,
con gridi di giubilo irrefrenato:
come i fanciulli ch'escono di scuola
la vigilia della vacanza,
gettando in aria libri e berretti
in segno d' allegria,
facendo capriole nel cortile.
Si direbbe che una giovine primavera,
pazza di felicità ebbra di sole,
dondolasse, con i suoi capelli sparsi
di biondissima pioggia e tutte
le sue vesti di prati al vento,
con un immenso riso
che facesse tremar tutto il cielo,
nella fresca altalena elastica
dell' arcobaleno.
Ed io cammino in cento me stessi,
che m'accompagnano, mi sopravanzano, mi seguono,
vanno di qua di là a loro talento,
senza aspettarmi, come quando
son seduto al mio tavolo, nella mia casa,
e pur mando a passeggio il mio corpo
per la città ... "

Identificazione
Corrado Govoni

martedì 13 aprile 2021

Romeo con Guendalina e Adelina Blablà

Romeo [ad Adelina e Guendalina]: Salve, tortorelle!

Guendalina Blablà

Guendalina [ridacchiando]: Non siamo tortore, siamo oche!

Romeo Er Mejo der Colosseo

Romeo: No!? V'avevo preso pe' cigni!

Adelina Blablà

Adelina: Adulatore.

Da "Gli Aristogatti"

venerdì 9 aprile 2021

Boccioli di melo

Boccioli di malus domestica

" ... Dev'essere bello vivere dentro un bocciolo di melo! Immagina come dev'essere dormire lì dentro cullati dal vento. Se non fossi una persona mi piacerebbe essere un'ape e vivere tra i fiori ... "

Anna dai capelli rossi 
Lucy Maud Montgomery 
Traduzione Angela Ricci

domenica 4 aprile 2021

Risus paschalis

Risurrezione di Cristo - 1492-1493 circa Andrea Mantegna - Accademia Carrara - Bergamo

Risurrezione di Cristo
1492-1493 circa
Andrea Mantegna
Accademia Carrara - Bergamo

"... Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi; 

sì che le pecorelle, che non sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno. 

Non disse Cristo al suo primo convento:
‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
ma diede lor verace fondamento; 

e quel tanto sonò ne le sue guance,
sì ch’a pugnar per accender la fede
de l’Evangelio fero scudo e lance.

Ora si va con motti e con iscede*
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non si richiede ... "

iscede* = lazzi

Paradiso - Canto ventinovesimo
Dante Alighieri 

Con questi versi Dante nel ventinovesimo canto del Paradiso lascia l'impronta della sua contrarietà al risus paschalis - riso pasquale un'usanza che si sviluppa inizialmente nei paesi di lingua tedesca dove è chiamata ostergelächter e che consiste nel destare l'interesse e l'ilarità dei fedeli durante la messa di Pasqua aggiungendo all'omelia racconti comici, sguaiati e a volte sconci, la prima traccia la si trova in una lettera di un sacerdote di Basilea, Wolfgang Capito, indirizzata al collega Giovanni Ecolampadio che non vuole inserire nella predica di Pasqua il suddetto risus pasqualis attestato anche nell'852 dal Concilio di Reims. 

" ... Capito non parla solo di barzellette o scherzi ma addirittura dell’uso di spingere gli ascoltatori a «ridere sguaiatamente», scherzando «con parole oscene» o «imitando uno che si masturbi» ... "

Due in una carne
Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia
Nel Medievo ad Aquileia: 

il cachinno* del risus paschalis, quando i chierici correvano attorno ai mosaici nel mattino di Pasqua ridendo sguaiatamente fino a raggiungere la rappresentazione in pietra del Santo Sepolcro, presso l’ingresso della Basilica, cominciava forse proprio da questa stazione del labirinto che esprimeva l’equinozio di primavera, la resurrezione della vita, il ritorno della luce come forza salvifica, rigenerante, cosmica quanto una Resurrezione.

Le incredibili curiosità del Friuli 
Floramo Angelo
cachinno*= dal latino cachinnus -  Scroscio di risa schiamazzanti

Mentre oltralpe i sacerdoti: 

" ... imitano versi di animali, fingono di partorire un vitello o, come minimo, suscitano l’ilarità dei fedeli con storielle sconce, come quella di due amanti che, incapaci di attendere che la loro camera fosse pronta, si uniscono sulla panca della locanda, facendola precipitare fra le galline. Alcuni di questi motivi – celebre soprattutto quello del frate che fa passare i propri pantaloni dimenticati dall’amante come una reliquia presso il marito di costei – sono presi a prestito, o prestati, dalla letteratura del Trecento o Quattrocento.
Dopo il secolo XVI i racconti tendono a sostituirsi completamente alla pantomima del sacerdote, tanto che nel 1698 il prete bavarese Andreas Strobl stampa un manuale per predicatori, fornito di regolare imprimatur, in cui i sermoni sono arricchiti da storielle comiche e che conobbe un grande successo. L’autore stesso spiega che questo «è uno dei migliori mezzi per rendere attento l’uditorio». Anche se in questo caso si tratta di storielle abbondantemente censurate, non mancano i doppi sensi a sfondo sessuale... " 
 
Due in una carne
Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia


Nel XVIII secolo papa Lambertini esprime il dissenso della Chiesa nei confronti dei racconti del risus paschalis  ma non riesce a decretarne la fine:

" ... È normale, quindi, all’interno dello spazio sacro, il ricorso nel periodo pasquale a immagini legate al piacere sessuale, collegate al riso e alla felicità per la risurrezione di Gesù, che coincide con la fine di un periodo di digiuno e di astinenza. Erasmo da Rotterdam, mentre condanna questa usanza, ne fornisce al contempo la chiave interpretativa: «È la cosa più vergognosa che ci sia, che nelle feste di Pasqua alcuni provochino al riso la gente, secondo il desiderio del popolo, con racconti palesemente inventati e il più delle volte osceni, tali che neppure in un convivio un uomo onesto potrebbe ripeterli senza vergognarsi. In nessun modo è il salmo pasquale a invitare a questo genere di allegria, quando dice: Hic est dies quem fecit Dominus, exultemus et laetemur in eo». 
Sarebbe proprio la letizia pasquale, dunque, a richiedere scoppi di risate, e quindi a giustificare il ricorso a questo repertorio osceno. Il riso, adatto alla festa religiosa più importante dell’anno, non è infatti che metafora, espressione, del piacere sessuale. Lo troviamo più volte, in questo senso, nella Bibbia, a cominciare dalla nascita tardiva di Isacco, il cui nome significa proprio piacere e riso. Il giorno di Pasqua si legge il Cantico dei cantici, per cui non ci si deve stupire se, in molti paesi europei, il piacere sessuale diventi linguaggio per celebrare la gioia della risurrezione, la liberazione dell’uomo da parte di Dio. Usanza denunciata e disapprovata dai riformati, e rimasta in uso nella tradizione cattolica solo nelle zone più lontane dalla critica protestante. La lunga durata e la vasta diffusione del risus paschalis starebbero a testimoniare la sopravvivenza, all’interno della tradizione cristiana, anche se sotto una forma degradata di oscenità, della sacralità del piacere sessuale e del suo essere considerato mezzo privilegiato per cogliere qualcosa dell’infinito di Dio ... "

Due in una carne
Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia

Fine che sembra gradualmente arrivare nel 1911 con le ultime notizie che leggiamo sulla Gazzetta di Francoforte e che criticano la pratica in uso nelle chiese della Stiria Stato federato dell' Austria ai confini con Slovenia.

Un pensiero positivo sul risus paschalis proviene invece da Joseph Ratzinger:

 " ... Un tempo il risus paschalis, il riso pasquale, era parte integrante della liturgia barocca. L'omelia pasquale doveva contenere una storia che suscitava il riso, di modo che la Chiesa riecheggiasse di allegre risate. Questa può essere una forma superficiale ed esteriore di gioia cristiana. Ma non è in realtà qualcosa di molto bello e giusto il fatto che il riso era diventato simbolo liturgico? E non ci importa forse che nelle chiese barocche ascoltiamo ancora dal gioco dei putti e degli ornamenti il riso nel quale si annunciava la libertà dei redenti? E non è un segno di fede pasquale il fatto che Hayden dicesse riguardo alle sue composizioni che nel pensare a Dio provava una certa gioia di modo che «io» (prosegue Hayden) appena volevo esprimere parole di supplica, non potevo trattenere la mia gioia, ma facevo posto al mio animo lieto e scrivevo  «allegro» sul Miserere? ... "

Guardare al Crocifisso
Joseph Ratzinger
Traduzione Salvatore Saini

Grazie a tutti voi per gli auguri e buona Pasqua

giovedì 1 aprile 2021

Il Pesce d'Aprile nel Giovedì Santo

" Dove non va a ficcarsi il genio dello scherzo? - In alcuni luoghi, i capi scarichi fanno prendere, appunto nel Giovedì Santo, de' pesci d'aprile alle persone più deformi e di grossa pasta del loro paese. Fingono una chiamata urgentissima, anche da un comune vicino, con lettera portata da un espresso, per fare andare colà la persona designata. Questa va; e gli si dice subito che ha da avere sbagliato. Il richiedente dev'essere stato un altro, al quale si manda. Questi, alla sua volta, assicura di non saperne nulla, e lo si manda a un altro. E finalmente, quando il brutto figuro è stato abburattato un pezzo da uno a un altro, non mancano persone che, vedendo quel forestiere, gli dicono che è arrivato in buon punto, e lo consigliano di andare, senza indugio in chiesa, per fare, nel santo Sepolcro, la parte di giudeo. - Inoltre, quistionano per decidere quali tra le più brutte persone del luogo debbano fare di attori nella rappresentazione del Mistero della Passione ... "


Credenze popolari tradizionali abruzzesi
Gennaro Finamore 1885

Il primo aprile 2021 desta in chi ama i simboli lo stesso interesse che la congiunzione cosmica può destare negli astronomi o l'onda perfetta nei surfisti perché oggi il Pesce d'Aprile si allinea con il Giovedì Santo e i riti delle due ricorrenze confluiscono e si intersecano nello stesso giorno.
In greco antico il pesce veniva chiamato ιχτυσ - ichthýs e i primi cristiani usarono questo termine come acrostico ΙΧΘΥΣ - ΙΧΘΥϹ* - IΧΤΥS, per rappresentare Gesù Cristo:

Ιησοῦς - Iēsoûs - Gesù
Χριστός - Christós - Cristo (Unto)
Θεοῦ - Theoû - di Dio
Ὑἱός - Yiós - Figlio
Σωτήρ -Sōtḗr - Salvatore

Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore

Ϲ* = Sigma lunata

Stele funeraria di Licinia Amias - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Questa stele che risale agli inizi del III secolo d. C. riporta una delle più antiche iscrizioni cristiane; l'acrostico ΙΧΘΥϹ è associato al termine ζῷν - Zon  - Vivente coniugato al genitivo per formare la locuzione ΙΧΘΥϹ ΖΩΝΤΩΝ - ICTHYS Zōntōn - Pesce dei Viventi e simboleggia il nutrimento che si conquista calandosi nella profondità dell'acqua battesimale per portare alla luce la salvezza.

" ... Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa ... "

Matteo 16, 113-18

Stele funeraria di Licinia Amias - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias- Particolare - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

σύμβολον - symbolon che sta per segno deriva dal verbo συμβάλλω - symballo  formato da σύν - syn - insieme e βάλλω - Ballo - scagliare e si riferisce all'atto di spezzare una tavoletta di terracotta in due o più pezzi da consegnare a coloro che senza conoscersi facevano parte di un'alleanza, la tradizione risale alla Grecia antica, i possessori delle tessere nel momento in cui si incontravano le mettevano insieme e se combaciavano si riconoscevano. Così i cristiani durante le persecuzioni disegnavano un arco quando erano in presenza di sconosciuti e se la risposta era il disegno di un altro arco che si intrecciava con il primo formando un pesce si era in presenza di persone che condividevano la stessa fede.

Stele funeraria di Licinia Amias - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias - Particolare - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Un altro simbolo cristiano in questa stele funeraria è l'ancora: 

 " ... Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento, affinché, grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta ... "
" ... In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek ... "

Lettera agli ebrei 6,17-20

Stele funeraria di Licinia Amias - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias - Particolare - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias - Particolare - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

E convive con quello pagano degli Dei Mani

Stele funeraria di Licinia Amias - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias - Particolare - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Stele funeraria di Licinia Amias - Particolare - Museo delle Terme di Diocleziano - Roma

Al tramonto del Giovedì Santo si conclude il periodo penitenziale della Quaresima iniziato il Mercoledì delle Ceneri e con la messa vespertina in Coena Domini inizia il Sacro Triduo pasquale che rievoca la Passione, ( Dal tramonto del Giovedì Santo al tramonto del Venerdì Santo ) la Morte ( Dal tramonto del Venerdì Santo al tramonto del Sabato Santo ) e  la Risurrezione di Gesù ( Dal tramonto del Sabato Santo al tramonto del giorno di Pasqua) . 

Buon Giovedì Santo e buon Pesce d'Aprile

sabato 20 marzo 2021

Aldebaran, Luna e Marte in equinozio di primavera

Oggi avrei voluto farvi vedere la bellezza dell'universo in movimento, avrei voluto farvi sentire la poesia delle stelle e dei pianeti che sulle note della radiazione cosmica, con passi lenti e maestosi, si incontrano per accogliere l'equinozio di primavera, ma le nuvole sono state dispettose e la congiunzione tra Aldebaran e Marte, con la Luna crescente che si pone tra loro, incorniciata dalle Iadi e dalle Pleiadi è scivolata via. Mi rimangono queste immagini del 17 marzo scorso, se vi va potete volare con la fantasia e seguire il percorso dei tre corpi celesti che come in una partita a scacchi si allineano per ricevere la stagione che da inizio a un nuovo ciclo vitale.

Costellazione di Orione e Costellazione del Toro - 17 marzo 2021

Costellazione di Orione a sinistra e Costellazione del Toro a destra, in basso la Luna  

Costellazione di Orione e Costellazione del Toro - 17 marzo 2021

Costellazione di Orione a sinistra: Betelgeuse, Meissa, Bellatrix, Alnitak, Alnilam, Mintaka, Saiph e Rigel
Costellazione del Toro a destra: Alheka, Elnath, Aldebaran, Marte, Iadi e Pleiadi
Luna in basso

Buon equinozio di primavera!

P.S. Vi ringrazio tutti con il cuore e voglio che sappiate che nemmeno una delle vostre parole mi è sfuggita, neanche i nuovi amici che però senza un commento non so come raggiungere.

P.S. 2 A chi sale sul pulpito e ride dell'ignoranza degli altri non riconoscendo la propria e istiga all'odio religioso: Il termine equinozio è una derivazione latina che proviene dall'unione dell'aggettivo di prima classe aequus che significa uguale e del sostantivo femminile III declinazione nox che significa notte, ora se vi sentite delle eccellenze accademiche perché avete letto i due termini sulla Treccani o in qualsiasi altra enciclopedia e li avete uniti tralasciando le preposizioni di o da e formate la parola composta aequus nox, che in italiano diventa lo uguale notte, avete commesso un errore, la dicitura corretta è aequa nox - la notte uguale.
Mi concedo questa piccola bordata a cui in futuro ne seguirà un'altra dedicata alla stessa identica persona che non mi segue, che non fa parte dei miei amici blogger e che sicuramente mi leggerà.

Per chi è interessato 

Il Coniglietto Pasquale
Eclissi di primavera
Equinozio di primavera in corona di palme
Aequa-nox di primavera
Di equinozi e solstizi
Lo sguardo ravvicinato tra Terra e Luna accoglie l'equinozio di primavera
Primavera come in un quadro
Abbiamo l'equinozio d'autunno

lunedì 8 marzo 2021

Alle sei in convento

Nel 1911 il direttore della filanda di Sala al Barro in provincia di Lecco decise di proibire alle operaie provenienti da altri paesi di uscire dallo stabilimento alla fine della giornata lavorativa per contrastare i possibili contatti delle ragazze con i giovani del posto.

Quella che segue è la risposta anonima data al provvedimento:

Alle cinque e mezza
suona la campanella
e alle sei
si ritira in un convento

Povere forestiere
bandonate dal padre e dalla madre
e dei nostri
primi innemorati

Quando viene la festa
tutti vanno a passeggio
noi si ritiriamo
in questo misero convento

Povere forestiere
purtèe pasiensa
che qualche giorno
ti daranno licenza.


Alle cinque e mezza
Anonimo
1911

Campanellina per la Giornata Internazionale della Donna

Buona Giornata Internazionale della Donna

giovedì 4 marzo 2021

Lei si affaccia al balcone e appare il sole

Vincenza lotta contro un cancro, la chemioterapia le ha fatto cadere tutti i capelli, ma lei sorride alla vita cingendosi la testa con dei meravigliosi copricapi colorati, a volte lega un campanello a una piantina e li regala insieme a un libro, a volte il libro lo regala insieme a un paio di stivali e a un cavetto per caricare il cellulare in macchina, compagno del libro a volte può essere anche un ciondolo d'argento a forma di angelo e a volte regala dei rosari con dei portafotografie e dei portaoggetti in vetro fusione; se si è attenti e si entra in sintonia con il suo pensiero si capisce che con le cose che abbina Vincenza racconta una storia. A chi la contatta dice: " Appena arriva al ..... mi chiami a questo numero che è il mio ...... Io abito lì vicino e affacciandomi al balcone mi vede."
Vincenza si affaccia al balcone ed è come se si affacciasse il sole, lei trasferisce la bellezza del suo cuore in quello degli altri.
Vincenza non saprà mai di questo post, ma io volevo, ci tenevo a farvi sapere che lei esiste.

Albero di Giada con campanellino

Vi abbraccio!

domenica 14 febbraio 2021

Si ancorò all'aurora

E alla fine di questa domenica carnascialesca io auguro a tutti voi un felice San Valentino con tutta la dolcezza di una poesia di Emily Dickinson.

San Valentino - Festa degli innamorati

Accadde con semplicità -
Mi chiese se ero sua -
Non gli risposi con le labbra
Ma con gli occhi -
Allora lui mi sollevò in alto
Al di sopra del rumore del mondo
Come fossero cocchi e ruote
Che rapidi portavano lontano.
Sotto di noi si allontanò la terra
Come i campi sotto i piedi
Di chi si affacci da una mongolfiera
Su una strada di etere.
Alle nostre spalle - nessun abisso,
E nuovi continenti -
Fu l'eternità prima che
Dell'eternità fosse il momento.
Per noi non c'erano stagioni -
Non c'era notte, non c'era mezzogiorno -
Soltanto l'alba che si fermò in quel punto
E lo ancorò all'aurora.

Emily Dickinson
Traduzione Barbara Lanati

Per chi è interessato:

San Valentino
Io e te
Lettera di Valerie
" Arda di dolcezza il core "
Lascia che ti dia il mio amore
Sotto un cielo blu
Uno sguardo verso il cielo

giovedì 28 gennaio 2021

Luna del Lupo

Lupi nel freddo
Ululano alla luna
Fulgida notte

Sciarada Sciaranti

Primo plenilunio del 2021 - 28 gennaio

28 gennaio
Primo plenilunio del 2021  
Secondo plenilunio  della stagione invernale 2020/2021

I nativi americani chiamano la meravigliosa luna piena di gennaio Luna del Lupo e tra loro i Sioux le danno un afflato ancor più poetico definendola Luna in cui i lupi corrono insieme. Nelle lunghe e fredde notti invernali i lupi alzano la testa rivolgendola al cielo per irradiare il più lontano possibile il suono dei loro ululati al fine di comunicare con i compagni che esplorano l'ambiente in cerca di cibo, in gennaio con lo stesso gesto segnalano il proprio territorio di riproduzione agli altri branchi.
La Luna piena di gennaio è denominata anche Luna del Grande Inverno e insieme a quella di febbraio Luna della Neve in quanto in questi due mesi le nevicate erano abbondantiLuna della Fame in quanto era difficile procacciarsi il cibo e Luna dei Ghiacci.

Un grande amico ha letto il post è mi ha donato questo suo pensiero:

...tu Luna, mestolo dei nostri pensieri, termometro d'amore.

Andrea Audino

mercoledì 27 gennaio 2021

La mia stella

Vi è mai capitato di puntare gli occhi al cielo di notte e di rifugiarvi con lo sguardo in una stella? A me sì... 

Aldebaran, l'occhio della Costellazione del Toro

Aldebaran - 29 febbraio 2020

E a volte una stella salva la vita:

" Sognavo a occhi aperti. Mai a occhi chiusi. Non ho mai sognato di notte ad Auschwitz. Di giorno sì, immaginavo di correre su un prato che ricordavo, in mezzo ai fiori, nel sole; mi raccontavo i film che avevo visto, i libri che avevo letto, le mie canzoni preferite, le commedie ascoltate alla radio con nonno Pippo. In questo modo non permettevo al cervello di vedere quello che accadeva davanti a me, la realtà quotidiana della mia nuova vita all’inferno. Avevo un mondo di fantasia e di ricordi che mi trascinava lontano da lì. Ritornavo con la mente a una festa con le amiche, a una vacanza, a una gita in campagna… Ma niente che riguardasse la mia famiglia, la mia casa, i visi più cari, dei miei nonni e di mio papà. Quelli erano ricordi proibiti. Perché non potevo sopportarli, mi avrebbero fatto troppo male. Filtravo le cose che potevo ricordare e scartavo quelle che non avrei avuto la forza di sopportare. Non lo facevo consapevolmente, era un modo per sopravvivere. Usavo tutte le mie forze per restare lontana dal lager,  almeno con la mente. Se sono sopravvissuta è anche per l’intensità con la quale esercitavo questa volontà. 
Alla fine della giornata, il mio mondo di fantasia, al quale mi aggrappavo per “fuggire” dal campo, era diventato una piccola stella che vedevo in cielo. Sempre la stessa. L’avevo notata una sera di cielo terso, quando i nostri  aguzzini ci davano pochi minuti di tregua. 
Da quella sera, ogni giorno quando arrivava il buio la cercavo, le parlavo. 
Ero felice di ritrovarla, significava che un altro giorno era passato ed ero ancora viva. Mi identificavo con quella stella. Vedendola, dentro di me, le dicevo: «Finché io sarò viva, tu, stellina, continuerai a brillare nel cielo. Stai tranquilla, io non morirò. Io sarò sempre con te».

Da allora la stella è diventata un simbolo importante nella mia vita. La mia famiglia mi regala stelline d’argento e i miei nipoti disegnano per me cieli brillanti di stelle.

Eravamo tre ragazze italiane a lavorare nella fabbrica di munizioni. Il resto erano di altre nazionalità. Tutte le mattine i nazisti ci portavano fuori dal campo e ci facevano fare circa tre chilometri per raggiungere la fabbrica.
Eravamo costrette a cantare le loro canzoni, in marcia. Era l’ennesima cattiveria, farci cantare come se fossimo state allegre. Eravamo degli scheletri invece, camminavamo a fatica, i corpi stremati dalla fame, dalle fatiche e dalle botte. Eppure dovevamo cantare come se stessimo andando a fare una gita in campagna.
In quel tratto di strada, ritrovavamo i rumori familiari. La campana di una chiesa, le grida dei bambini a scuola, un treno. I ricordi ti assalivano, ma era un attimo, i giorni cari non potevamo permetterceli. Ci avrebbero resi deboli e vulnerabili. E io non volevo diventare vulnerabile, volevo vivere. E cantavo, obbedivo e marciavo. In quel tragitto, la cosa più terribile era incontrare la Hitlerjugend, la gioventù hitleriana. Erano ragazzi fra i quattordici e i vent’anni, biondi e con la divisa nera. Erano belli, non erano scheletrici come noi, anzi. La croce uncinata sul braccio, correvano sulle loro biciclette sicuri di essere i vincitori, certi di appartenere alla razza superiore. Quando ci incontravano si fermavano e cominciavano a sputarci addosso, a insultarci con le volgarità più orribili. Avevo imparato a riconoscere le parolacce in tedesco. Erano le stesse che con il medesimo disprezzo ci sentivamo scaraventare addosso dalle guardie. 

Eppure quelli erano ragazzi come me o poco più grandi, mi sembrava incredibile che potessero odiare in quel modo delle derelitte, senza più corpo, come noi. Così deboli che non avevamo neppure la forza di scansare i loro sputi. Eppure erano così, il disprezzo mortificava i loro bei visi e i loro corpi perfetti. All’epoca li odiavo, con il tempo ho imparato a guardarli per quello che erano: povere ombre nere che non sarebbero mai state sfiorate dall’umanità né dalla pietà. "

Fino a quando la mia stella brillerà
Liliana Segre con Daniela Palumbo

Poesia di un grande amico dedicata alla giornata della memoria:

Auschwitz

In quel campo
grigio e freddo,
nel filo spinato
rosso ruggine,
aggrovigliato.
Muti pianti
nel silenzio minacciato.
Piedi nudi
nel fetido fango.
Non un filo d’erba verde,
non un uccellino
da invidiare.

Andrea Audino

martedì 12 gennaio 2021

La lavanda impazzita

Pazzia nell'aria
Profumo di lavanda
Cielo d'inverno

Sciarada Sciaranti

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno
Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Lavanda fiorita d'inverno

Ha manifestato i primi sintomi fiorendo prematuramente la scorsa primavera, in estate ha riconquistato  lo sviluppo naturale e  in pieno inverno con una fioritura tardiva una delle mie lavande ha confermato di essere impazzita. E nella sua pazzia un inno alla vita.

Vi abbraccio!

mercoledì 6 gennaio 2021

Il futuro nell'Epifania

Per l'essere umano vivere il presente e ricordarsi del passato non è mai stato sufficiente e si è molto impegnato nel cercare di svelare il futuro attraverso i rituali che includono il ciclo vitale, di nascita, morte e rinascita, coadiuvato dagli elementi, acqua, aria, terra e fuoco.
Voglio regalarvi un sorriso in questo ultimo giorno di festa e se per " Santa Lucia " siamo stati in Sicilia, oggi andiamo a curiosare nelle tradizioni del nostro Piemonte dedicate all'Epifania.
Partiamo dalla vigilia per continuare con la mattina, la sera e porgiamo uno sguardo anche ai riti praticati in campagna:

Befana dai capelli rosa

" ... Natale, Capo d'Anno ed Epifania, ecco tre feste solenni che si succedono nel volger di pochi giorni e che fanno desiderare un po' di tregua a molte saccocce smunte, ma ecco tosto sopraggiungere il carnevale cosi che se

L'Epifania a mena le feste via,
'L Carlevè* ai turna a mnè.

Carlevè* = Carnevale

I bimbi hanno ben poco da desiderare nel giorno dell'Epifania, perché i loro desiderii, almeno in parte, sono già stati soddisfatti e per buona ventura delle mamme, non conoscono la Befana e le sue sorprese. Ma se i bimbi non han nulla da sperare, le ragazze, e specialmente le ragazze da marito, attendono con giubilo l'Epifania, giacché è in questo giorno ch'esse ricorrono a molte prove dalle quali si ripromettono varie particolarità in torno al loro avvenire.

Scodella con tre pezzetti di carta, morte, matrimonio, nubile, immersi nell'acqua

Alla vigilia della festa, alcune di esse prendono una scodella nuova, la riempiono d' acqua e v'immergono tre pezzetti di carta, su l'uno dei quali è scritto: « morte », su l'altro: « matrimonio » e sul terzo: « nubile ». Espongono quindi il recipiente all'aria aperta affinché geli durante la notte. Al mattino guardano la scodella, se l'acqua si è congelata, si sforzano di vedere nella massa qualche figura speciale che lontanamente accenni alla professione che eserciterà l'uomo che dovranno sposare. Cosi se la suddetta figura si assomiglierà ad una scarpa, o ad una pialla, lo sposo sarà calzolaio, falegname e via discorrendo. In pari tempo cavano fuori dall'acqua il biglietto rimasto a galla su cui sta scritta la loro sentenza se debbono cioè maritarsi, o restar nubili, oppure morire.

Cuscino con tre aghi appuntati con filo bianco, rosso e nero

Alla mattina dell' Epifania le ragazze costumano di puntare sul cuscino del letto tre aghi infilati di filo bianco, rosso e nero; chiusi gli occhi, andando a tastoni, ne prendono uno. Se questo è infilato di rosso significa che nell'annata si mariteranno, se è infilato di bianco, che dovranno restar nubili, se di nero, che dovranno farsi monache.

Cuscino con sotto tre pacchetti contenenti cenere, crusca e farina

Talvolta non contente della prova ricorrono a quest'altro esperimento: ripongono sotto il cuscino tre pacchetti contenenti cenere, crusca e farina; se estraggono quello di cenere, sono scontente perché la cenere indica morte; se toccano il pacchetto della crusca; è indizio che durante l'anno dovranno rimanere zitelle; se toccano quello di farina, giubilano come buon segno indicando un non lontano matrimonio.
A S. Germano Chisone si suol fare come a Pinerolo, una prova consimile: parecchie ragazze prendono quattro piattelli, in uno mettono della farina di frumento, nel secondo farina di barbarla (segale e frumento), nel terza farina di grano turco o di segale, nel quarto crusca. Velatesi quindi gli occhi, a ciascuna va tentoni ad immergere la mano in uno di quei piattelli; secondo che toccano il primo, il secondo, il terzo od il quarto, è destino che vadano spose in una casa di buona condizione, o di mediocre stato in primo grado, o di mediocre stato in secondo grado, o di miserie.
Ma come una ciliegia tira l'altra e i desideri non vengono mai soli, così la curiosità delle ragazze è insaziabile e non contente delle prove riferite, tanto più poi se queste sono riuscite negative, ricorrono a quest'altra. Prendono tre fagiuoli di vario colore, rosso, bianco c nero, li depongono sotto il cuscino, se toccano il nero lo buttano via indispettite, mostrano noncuranza per il bianco e se riescono a stringere fra la mano il rosso, gridano per la gioja.
Talune poi, le più allegre, si collocano nel mezzo della stanza e quindi si seggono per terra tenendo la schiena rivolta all'uscio; pongono la pantofola sulla punta del piede destro e la gettano in aria. Se cade con la punta rivolta verso l'interno della stanza, è ammonimento che neh" anno dovranno restare ancora zitelle; se cade nella direzione dell'uscio, il pronostico è buono indicando un prossimo matrimonio, se infine la pantofola cade rovesciata, significa che durante l'annata proveranno dei dispiaceri.
A S. Germano Chisone usano gettare uno zoccolo dietro le spalle, quindi voltandosi guardano da qual parte sia rivolta la punta: se all' insù significa che loro toccherà d' andare spose in montagna, se all'ingiù in pianura. E giacché ho citato per la seconda volta il nome di S. Germano, ricorderò che qui le ragazze costumano pure di dare un calcio nell'uscio del porcile e se l'inquilino grugnisce, significa che l'uomo da sposare sarà un brontolone.

Due fogli di carta a forma di imbuto

Pongo fine alla serie delle prove citandone ancor una che si costuma in Pinerolo e nelle sue vicinanze, la prova dei mignunflet. Si fanno alla sera dell' Epifania: prendonsi due fogli di carta e si dà loro la forma d'un imbuto, collocandoli diritti sopra la tavola l'uno accanto all'altro. La ragazza che fa il giuoco, battezza un mignunflet col proprio nome e designa l'altro col nome di chi presuppone le voglia bene, quindi appicca contemporaneamente il fuoco ai due pezzi di carta. Quando uno od ambedue si rovesciano addosso, vuol dire che i due giovani si vogliono bene, quando l'uno o l'altro cade di fianco, indica indifferenza, se cade dalla parte contraria , che fra i due pretesi amanti non c'è amore di sorta. Ad una simile prova si sottopongono tutti i presenti al giuoco. 
In campagna la ragazza incaricata di fare 1'esperimento, prende della canapa, la divide in due parti e dispostele in modo che restino diritte, esclama:

Sun andait a la fera di gramissei,
I l'ai mai vist dui matafam* pi bei,
Sa s' amu d' amur
Vedruma ur ur.

matafam* = spauracchi

e nel pronunziare quest' ultime parole, dà fuoco ai mignonflet.
Generale è poi l'usanza di mangiare la focaccia nel giorno dell' Epifania; a Pinerolo, nella valle del Chisone, in vai Pellice, in tutto il circondario insomma. É il regalo dei garzoni panattieri, quantunque però questi vadano perdendo la costumanza di largheggiare verso i loro avventori, dico largheggiare cosi per modo di dire, poiché ognuno sa che al regalo tien dietro la mancia che é sempre superiore al valore della focaccia.
Nella focaccia si trovano due fave, l'una bianca, e l'altra nera, e la si mangia per lo più alla sera in comitive. Fatta la distribuzione, colui al quale tocca il pezzo contenente la fava nera deve pagare un pranzo, o una merenda o alcune bottiglie; quegli che trova la bianca, si obbliga di pagare ai presenti la cena o qualche altra cosa e poiché la fava bianca prende il nome di « regina » e di re, la nera, cosi è comune il detto:

Chi trova la regina 
Paga da sina*.

e

Chi trova '1 rè
Paga 'l disnè*

sina* = cena
disnè* - pranzo

Befana sulla calza

In campagna alla sera dell'Epifania sogliono radunarsi nella stalla di Tizio o Sempronio a mangiare la focaccia. Ma prima che imbrunisca, schiere di giovani fanno provviste di castagne abbrustolite, nocciuole, fichi, dolci (le batiajé), da riempirne una calza bianca e rossa; poscia di comune accordo si avviano cantando al luogo convenuto. Giunti all' uscio della stalla, si fermano zitti e cheti, mentre il capo della brigata, accompagnato dal suono di una chitarra canta:

Buna sera, Madona,
Madona buna sera,

Buona sera, Martin,
Martin buona sera,

a cui la padrona di casa risponde:

Buna sera, Martin,
Martin buna sera.
E dime un po',
Da duva i rive?
I rivu da la fera.
Madona, buna sera.

Non appena pronunziate queste parole, apre l'uscio e getta la calza in grembo della padrona o di qualche ragazza che trovasi nella stalla, cantando:

L' carlerè sracoumanda:
Chi voi nen cherde
Ecco si la gamba *.

gamba*- Altrove si canta questa variante:

Parisia a sracoumanda :
Si vole nen cherdi*,
Guardè si la gamba.

cherdi* = credere

Clamorose risate scoppiano da ogni parte, mentre entrano i camerata strimpellando qualche vecchio istrumento. In un attimo la stalla si converte in una sala da ballo, tutti, giovani e vecchi, cedono alla forza irresistibile d'una nota musicale e quattro per quattro saltano lu brandu a la piemonteisa. Passato poi il primo furore del ballo, la padrona invita le coppie danzanti a mangiare la focaccia. Al giovane ed alla giovane cui per sortilegio tocca la parte della focaccia contenente la fava bianca e nera, sono rivolti gli auguri di tutti e da quell'istante sono gridati « gli sposi ». I favoriti dalla sorte entrano a braccetto nel ballo e danzano più volte soli in mezzo a strepitosi evviva. La festa continua fino ad ora tarda: al momento di lasciarsi ognuno dà la buona notte e stanco, ma soddisfatto, ritorna alle proprie case. Ma lo scherzo innocente della calza diventa talora triviale per opera di alcuni buontemponi che talvolta raccolgono qualche immondizia, solitamente sterco di bue, ne riempiono la calza, volendo fare uno scherzo bene spesso suggerito dalla malignità o dal desiderio di vendetta, e si avviano alla casa dove hanno stabilito di compiere l'impresa: spiano l'occasione di fare il tiro e quindi dal finestrino della stalla (lu pertus du ciatt) gettano la calza sulla schiena di qualcuno, dandosela tosto a gambe.
Ho detto più sopra che a Pinerolo, nella valle del Chisone e in Val Pellice, è generale 1' uso di mangiare la focaccia, ho accennato alla consuetudine di collocarvi dentro due fave ed al duplice significato che vi attribuiscono. Ricorderò ancora un'ultima costumanza che hanno gli abitanti di Fenestrelle. Qui alla sera dell'Epifania si fa la veglia nella stalla e tutti i parenti vi concorrono portando chi una focaccia, chi un fiasco di vinello. Poscia ognuno siede sopra rozze panche disposte all' intorno di una tavola su cui si ripongono gli oggetti portati. Il capo della famiglia si alza brandendo un coltello e taglia ad una ad una le focacce, ripone i pezzi sopra un piccolo asse: quindi facendo il giro li distribuisce agl'invitati e presane egli pure la sua parte, va a sedere al suo posto mentre un altro versa il vino nei bicchieri. Quegli cui toccano le fave (naturalmente sono più, perché varie le focacce, ognuna delle quali però non contiene che una sola fava) diventano l'oggetto dei discorsi di tutti. Se la fava è nera ed è toccata ad un giovane, le vecchie gli assicurano un avvenire brutto, pieno di dispiaceri, se è bianca gli predicono un avvenire splendido. La veglia si prolunga fino a tarda notte e quando i fumi del vino hanno esaltato le menti di quei montanari, questi si mettono a cantare un poco e quindi vanno a riposarsi. "

Capo d'anno ed Epifania in Piemonte - 1891
Filippo Seves


Buona Epifania a tutti e come sempre un saluto alle sorelle Befane💖!

Per chi è interessato:


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