domenica 15 febbraio 2026

Il gioco de le Cane - Domenica di Carnevale

CARNASCIALE.Definiz: Si dice al dì, che precede al primo dì di quaresima, che anche si dice CARNOVALE, quasi carne vale.

Accademia della Crusca Dizionario 2 edizione 1623

Il gioco delle canne, noto in Spagna come juego de cañas, nasce nel tardo Medioevo come esercizio cavalleresco destinato ad addestrare i cavalieri all'uso delle lance in combattimento simulato. La pratica consisteva in assalti tra compagnie di cavalieri armati di lance leggere (canne), spesso su cavalli addestrati, con l'obiettivo di migliorare destrezza, coordinazione e precisione senza provocare danni gravi.
Dal tardo XV secolo, con l'inizio del Rinascimento, questa forma di giostra si diffuse nelle corti italiane, dove veniva adottata non solo come addestramento militare, ma anche come intrattenimento spettacolare durante feste e celebrazioni, come i Carnevali. A Roma, le cronache del Costabili e del Paolucci riportano che nel Carnevale del 1519, la cui domenica cadeva il 6 marzo, nella Piazza di San Pietro, due compagnie di cavalieri si fronteggiavano armate di canne davanti al Papa, tra trombeti, staffieri e livree sfarzose. Una compagnia era guidata da Serapica, principale cameriere d'onore, favorito del Papa e l'altra da Monsignor Cornaro. Le due schiere, composte da circa venti cavalieri ciascuna, correvano dapprima verso il palazzo apostolico e quindi si assalivano simbolicamente a coppie, incrociando le canne in evoluzioni spettacolari ma non pericolose. Ogni cavaliere riceveva un premio in denaro, quarantacinque ducati per ciascuno, secondo il dispaccio, segno dell'importanza e della formalizzazione della competizione, inserita nel programma ufficiale delle celebrazioni carnevalesche.
Il picco del gioco delle canne nel Carnevale si colloca tra il 1520 e il 1550, in città come Roma, Ferrara, Firenze e Venezia. Le compagnie erano contraddistinte da colori sgargianti e armature eleganti, e la pratica costituiva uno dei momenti principali della festa carnevalesca, inserendosi tra corse di cavalli, tornei simbolici e altre forme di spettacolo pubblico.
A partire dalla seconda metà del XVI secolo, il gioco iniziò a declinare. Fattori determinanti furono, l'evoluzione delle armi da fuoco, la riduzione dei tornei a spettacoli scenografici e l'aumento dei rischi, per quanto contenuti, associati alla pratica. Nel XVII secolo, il gioco delle canne scompare dai Carnevali italiani come attività viva, sopravvivendo solo nelle cronache e nella iconografia dei codici miniati, come il Freydal Tournament Book o il Livre des Tournois. Oggi, la pratica la incontriamo esclusivamente nelle rievocazioni storiche, che cercano di riprodurre le giostre e le sfide delle compagnie di carnevale rinascimentale.
Il gioco delle canne rappresentava un momento di intersezione tra addestramento cavalleresco, spettacolo e festa pubblica nel Carnevale rinascimentale, una testimonianza della cultura cavalleresca e della teatralità delle corti italiane, che fonde abilità, estetica e intrattenimento pubblico.

Gioco de le Cane - Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavalleria - Carlos de Andrade - 1790
Gioco de le Cane - Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavalleria - Carlos de Andrade - 1790

" 7 marzo. « Heri matina (Domenica di Carnevale) la Santità de Nostro Signore tornò a Pallazo per vedere correre il Palio de li Barbari, et de li Cavalli, et per vedere el giocho de le Cane su la Piaza de Sancto Petro che fu bel vedere. Fumo XX Zanetteri per banda et da una banda era el Conte Aniballe Rangone, Sarapica et altri Camereri de Nostro Signore tuti in livrea multo vistosa ali qualli per cadauno Sua Santità donò 45 ducati et loro poi poseno el resto. Da l'altra banda era el Cornaro cun altri tanti Zanetteri, ma non in livrea. La sera poi se recitò la Comedia ordinata per el Cibo, de la qualle per altre mie ho scripto, et fui invitato da parte de epso Mons. Reverendissimo ala Comedia, et poi ala Cena. « Hogi se sono corsi due Palij et facto la Cacia de quatro Thori su la Piaza de Sancto Petro. Ec secondo ho inteso da li mei quando son tornato a casa li thori hano morte ben due on tre persone, et feritene circa quatro. »
Le feste della Domenica e del Lunedì in Piazza S. Pietro accennate dal Costabili sono descritte più
largamente dal Paolucci in un dispaccio del dì 8, ultimo giorno di Carnevale.
« Si corsero li cavali, et poi comparse una compagnia de Gieneti, capo Mons. Corner vestiti ala moresca variamente, ed dipoi una altra tuta ala Spagnola, vestita di raso Alesandritio, con fodra de cangiante capucio et sajon, capo Serapica con molti camareri al numero questa de vinti cavali: ala quale el papa havea donato per ciascuno quarantacinque Ducati, et certamente che era bela livrea con stafìeri et trombeti vestiti de quelli medesimi colori de seda: et gionti in piada comentiorno a dua a dua a corere verso la porta del palazo ove stava il papa ad alcune finestre; et facta questa corsa per ambe le compagnie, la Serapica se retirò da l'altro lato de la piada, et la Cornerà verso Sancto Petro; et la Serapica prese le canne, et venne ad assaltar la Cornerà che haveva anchora lei le canne, et slanciate le canne la Serapica contra la Cornerà, essa poi la inseguito con le sue canne, et così ferno per volte assai 1'uno contro l'altro che era piacevole vedere, et non pericoloso, et eravi de molto belli cavali et cavale gienete ..."

Alessandro VI, Giulio II e Leone X nel carnevale di Roma; documenti inediti (1499-1520) 
 Alessandro Ademollo - 1886

Lieta Domenica di Carnevale!

Continua...

sabato 14 febbraio 2026

L'amore fa volare

San Valentino - L'amore fa volare

"....Gli chiesi come avesse fatto a rendersi conto che l'amava, cosa avesse sentito per saperlo con certezza.
Quella domanda lo sconcertò e rimase in silenzio per un attimo.
«Perché a volte mi faceva volare», disse ..."

Il profumo delle foglie di limone
Clara Sànchez
Traduzione Enrica Budetta

San Valentino - L'amore fa volare

Ci sono domande a cui non si risponde con la logica, ma con quel battito che senti diverso perché si espande nell'anima.
E forse l'amore è proprio questo, non un elenco di certezze perfette, ma un gesto che ti solleva da terra senza nemmeno toccarti, un sorriso che ti rimane dentro, una presenza che condivide il tuo spazio mentale, non ti incatena a sé e ti fa sentire sempre al posto giusto.
Lieto San Valentino a chi ama, a chi impara ad amare e a chi si lascia sorprendere in ogni sua forma e modo, a chi scambia l'amore con gli antichi riti di fertilità dei Lupercalia e soprattutto a chi vive in uno stato di guerra. 

Ecco il reel sul San Valentino che dedico a tutti voì 

giovedì 12 febbraio 2026

In scena per il Giovedì Grasso

Giovedì Grasso, il primo dei sei giorni che precedono l'inizio della Quaresima; Roma si sveglia con un'aria frizzante di festa che percorre vicoli e piazze; l'odore del fritto delle castagnole e delle chiacchiere si mescola a quello del vino, mentre il brusio della folla e i primi canti improvvisati riempiono l'aria. Maschere colorate sbucano da ogni angolo, cappelli piumati, mantelli svolazzanti, stracci rattoppati sopra vestiti eleganti, e sorrisi nascosti dietro parrucche e volti dipinti. I passi rimbombano sui sampietrini umidi di rugiada, le risate si rincorrono tra i palazzi antichi, e dai cortili qualcuno strimpella un violino, qualcun altro batte un tamburello, inventando melodie che si intrecciano con la voce dei bambini e il chiacchiericcio degli adulti. Si gira di casa in casa, si bussa ai portoni, si cantano brevi versi che chiedono un dono o suscitano una risata, e la città intera diventa un palcoscenico improvvisato. Si respira la libertà del travestimento, la leggerezza dei gesti teatrali e l'allegria che nasce dall'inganno gioioso. Ogni gesto è spettacolo, ogni sguardo parte di una recita collettiva, e il gioco tra apparente miseria e splendore nascosto fa sorridere chi osserva e chi partecipa. Il sole bacia i marmi delle chiese, le bandiere dei palazzi, e i coriandoli e le stelle filanti cadono leggeri, trasportati dal vento che sa di alito primaverile. È un giorno di piccole follie, di musica e chiasso, di profumi dolci e speziati, di gioia che si fa contagiosa. Il Giovedì Grasso è l’anteprima di un'orgia di colori e suoni, la promessa di una città che per qualche giorno si lascia alle regole alle spalle e si abbandona al Carnevale nella sua forma più viva e teatrale.

Giovedì Grasso in via del Corso - Roma

"Il carnevale di Questo scatenamento del carnevale non mi divertì un pezzo; a 23 o 24 anni già m'ero sazio e seccato, ed in quei giorni di pazzie fuggivo al polo opposto di Roma. M'accadde però nei primi tempi di prender anche parte a mascherate, e ad una fra 1'altre che voglio ricordare. Erano a Roma Paganini e Rossini; cantava la Liparini a Tor di Nona, e la sera mi trovavo spesse volte con loro e con altri matti coetanei. S'avvicinava il carnevale, e si disse una sera: - Combiniamo una mascherata. - Che cosa si fa? che cosa non si fa? - si decide alla fine di mascherarsi da ciechi, e cantare, come usano, per domandare 1'elemosina. Si misero insieme quattro versacci che dicevano:

« Siamo ciechi,
Siamo nati
Per campar
Di cortesia,
In giornata d'allegria
Non si nega carità. »

Rossini li mette subito in musica, ce li fa provare o riprovare, e finalmente si fissa d'andar in scena il giovedì grasso. Fu deciso che il vestiario al disotto fosse di tutta eleganza, e disopra coperto di poveri panni rappezzati. Insomma una miseria apparente e pulita. Rossini e Paganini doveano poi figurare 1'orchestra, strimpellando due chitarre, e pensarono vestirsi da donna. Rossini ampliò con molto gusto le sue già abbondanti forme con viluppi di stoppa, ed era una cosa inumana! Paganini poi secco come un uscio, e con quel suo viso che pareva il manico del violino, vestito da donna, compariva secco e sgroppato il doppio. Non so per dire, ma si fece furore; prima in due o tre case dove s'andò a cantare, poi al corso, poi la notte al festino. Ma io ne' divertimenti fui sempre amante del bel gioco dura poco, ed il festino lo feci a letto."

I miei ricordi - 1899
Massimo d'Azeglio
Lieto Giovedì Grasso!

lunedì 9 febbraio 2026

La danza tra l'inverno e la primavera

"... Fu così che il 9 di febbraio, all'inizio del disgelo, il villaggio di Iping si vide piovere dal cielo quello strano individuo. Il giorno seguente, tra la fanghiglia e la neve che cominciava a sciogliersi, arrivò anche il suo bagaglio – ed era davvero un bagaglio degno d'un siffatto padrone. C'erano, a dire il vero, anche un paio di bauli – come ci si aspetta che debba essere per ogni viaggiatore ragionevole – ma il grosso era costituito da una cassa di libri (libri voluminosi, ingombranti, alcuni dei quali scritti in una calligrafia illeggibile) e da più di una dozzina di scatole, casse e gabbie, piene di oggetti imballati nella paglia. «Bottiglie di vetro», aveva sentenziato Hall, dopo aver frugato disinvoltamente nella paglia. Lo straniero, imbacuccato in cappello, cappotto, guanti e sciarpa, uscì impazientemente incontro al carro di Fearenside, mentre Hall aveva attaccato una chiacchierata preliminare sul come dare una mano a portare dentro il bagaglio. Lo straniero uscì senza far caso al cane di Fearenside, che stava annusando amichevolmente le gambe di Hall. «Forza con quelle casse», disse. «Ho già dovuto aspettarle abbastanza». Scese i gradini, avvicinandosi alla parte posteriore del carro, come se intendesse afferrare la scatola più piccola ..."

L'uomo invisibile
Herbert George Wells
Traduzione Stefano Sudrié

Il 9 febbraio il cambio di passo tra l'inverno e la primavera è in atto, non è più il tempo dell'arrivo, ma quello della trasformazione. la neve perde la sua compattezza, la terra affiora, le strade si fanno incerte. È il tempo in cui ciò che era rigido comincia a farsi molle, e il mondo entra in uno stato vigile, come se stesse preparando il corpo a un cambiamento inevitabile. Allo straniero impaziente arrivano bauli, casse, gabbie, bottiglie di vetro e scatole che si fanno strumenti per risolvere lo stato in cui si trova in quello che, spera, sarà.

Disgelo in febbraio

"Febbraio...
... 9 Principio della Primavera."

Fasti
Ovidio
Traduzione Giambatista Bianchi di Siena

In un filo continuo che attraversa i secoli e la nostra stessa percezione del mondo, il fermento silenzioso che vive nascosto sotto la superficie del freddo comincia a reclamare spazio, un movimento cauto, lieve, quasi impercettibile è sentito, osservato e riconosciuto oggi come ieri. Ovidio, seguendo il calendario giuliano, pone al 9 febbraio il principio della primavera, una data convenzionale, che parla del disgelo, del lento sciogliersi del rigore invernale, ma ancora lontana dall'equinozio. La tramontana incomincia ad arretrare per lasciare il posto a Zefiro, e Venere, cinque giorni dalle none di febbraio, si leva e riappare dal mare all'alba, mentre l'inverno e la primavera danzano insieme, la stagione più antica conduce la più giovane, guida i suoi passi, impone il ritmo, ne accompagna i gesti, ne sorregge la fragilità, la richiama a sé ogni volta che tenta un passo troppo audace. Le tracce del freddo restano profonde, come ricorda Ovidio, perché la primavera avvolta dal sonno ancora non sta del tutto sulle sue gambe.

"... O, se temeva alcun della gelata
Tramontana il rigor, goda; che fassi
Lo Zefiro a svegliare aura più grata.
L'Astro forier del giorno ormai vedrassi
Chiaro dal mar la quinta volta uscire;
E darà primavera i primi passi.
Non t'ingannar però; resta a venire,
Resta di freddo altro rigore ancora:
Lasciò il verno gran tracce in sul partire.
Venga la terza notte; ed in brev'ora
Dell'Orsa tu vedrai il pigro Custode
Ambe le piante aver cavato fuora ..."

Fasti
Ovidio
Traduzione Giambatista Bianchi di Siena

mercoledì 4 febbraio 2026

Febbraio nel mezzo inverno

"... Lo straniero arrivò ai primi di febbraio, in una giornata gelida, sferzata da un vento tagliente e battuta da una fitta nevicata, l'ultima della stagione. Veniva a piedi dalla stazione di Brumblehurstm, e teneva in mano, una mano pesantemente guantata, una valigetta nera. Era imbacuccato dalla testa ai piedi, e la tesa del suo morbido cappello di feltro gli scendeva sul viso, nascondendolo quasi interamente alla vista, L'unica cosa visibile era la punta lucida del suo naso. La neve gli si era ammucchiata contro il petto e sulle spalle e aveva ricamato una cresta bianca sul bagaglio. Più morto che vivo, entrò nell'albergo "Carrozza e cavalli" e lasciò cadere in terra la valigia. «Un po' di fuoco», gridò, «in nome di Dio! Una stanza e un po' di fuoco!»..."
L'uomo invisibile
Herbert George Wells
Traduzione Stefano Sudrié

Neve in febbraio

L'arrivo dello straniero, nel racconto di Herbert George Wells, avviene ai primi di febbraio, nel mese del mezzo inverno in cui ci si incammina verso la primavera. Il gelo, la neve e il vento continuano a dominare il paesaggio e lo rendono misterioso e severo, così come appare lo sconosciuto che sembra custodire un segreto ancora sospeso, chiuso nella valigia in attesa di essere svelato. Febbraio è un tempo di resistenza in cui il fuoco è ancora necessario per la vita, la stagione invernale persiste nonostante il lento avanzare della luce che ancora non porta da sé il calore necessario al risveglio, crea un contrasto e a volte confusione tra ciò che si percepisce e ciò che deve ancora avvenire,  È un momento di attesa e transizione, in cui l'inverno sembra voler affermare per l'ultima volta la propria presenza.

lunedì 2 febbraio 2026

La Candelora segna il passo del mezzo inverno

"A la Candelóra gh'è 'n pè fò e 'n pè dré 
Alla Candelora c'è un piede fuori e un piede dentro"

È il tempo sospeso dell'anno, quando l'inverno allenta la sua presa ma non si è ancora dissolto. Un confine sottile, quasi un attimo trattenuto, siamo nel mezzo dell'inverno, nel punto in cui il gelo ha consumato la sua prima metà e un chiarore nuovo, timido come un animale che esce dalla tana, sia esso lupo, marmotta, orso, riccio, tasso o volpe, comincia a insinuarsi tra le giornate ancora corte e fredde nella seconda metà.
Sono passati quaranta giorni dal Natale, quaranta battiti dalla Natività; oggi la Chiesa celebra la Purificazione di Maria come prescritto dalla Legge Mosaica dell'Antico Testamento:

"Quando saranno compiuti i giorni della sua purificazione, la madre porterà al sacerdote un'offerta…" 

Levitico 12,1‑8

e la Presentazione di Gesù al Tempio; la natura misura quarantacinque giorni dal solstizio d'inverno, due calendari che avanzano insieme, uno sacro e uno celeste, intrecciati nello stesso ritmo. La liturgia ricorda l'offerta del Figlio e il sole, dopo aver toccato il punto più basso, riprende a salire e lascia scivolare i suoi raggi nei fienili, nei cortili, nei solchi addormentati dei campi. I contadini avvertono questa doppia valenza in un'unica continuità, la percepiscono nel peso della legna portata a spalla, nel gelo che scricchiola sotto le scarpe e poi si scioglie in neve e fango, nel chiarore che cresce appena, ma basta a cambiare l'aria. Il 2 febbraio portano in chiesa le loro candele, piccole fiamme simbolo di Cristo, presenza che rischiara il mondo; le custodiscono a casa benedette come protezione contro i malanni, il freddo, gli imprevisti dell'inverno; le accendono nelle stalle, nelle cucine, nelle stanze dove si riposa, tremolano, ma non cedono, segnano il sacro dentro la vita quotidiana.

Candelora - La Sacra Famiglia

"A la Candelóra, o piöf o néf, l'invèren l'è a mé 
Alla Candelora, che piova o nevichi, l'inverno è a metà."

Con un piede ancora nel gelo e l'altro rivolto al bel tempo che ritornerà, la Candelora vive nella breve stagione del Carnevale in cui si attinge alle scorte di vino, di salumi, di dolci; si ride, si danza, si alleggerisce il cuore prima della sobrietà della Quaresima. La comunità si ritrova, sente insieme il sollievo di aver superato il tratto più duro dell'anno, celebra la vita che continua. È una parentesi luminosa nel silenzio invernale, un varco di gioia prima del raccoglimento. 
La Candelora segna il mezzo inverno, un istante fragile e rivelatore, in cui il mondo ricorda che ogni buio ha una soglia, e ogni soglia una promessa che avanza.

Candelora - Purificazione di Maria e Presentazione al Tempio di Gesù

Lieta Candelora!



Per ulteriori informazioni

domenica 1 febbraio 2026

I miracoli rurali di Santa Brigida

Sul finire del 1523 il fior fiore degli astronomi a causa di quella che era considerata una congiunzione funesta tra il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, aggravata dal fatto che avvenisse nel segno dei Pesci opposto a quello della Vergine sotto il quale era nato Gesù Cristo, previdero per il mese di febbraio 1524 un'ondata di calamità naturali quali diluvi e inondazioni che misero in ansia la popolazine memore delle piogge e delle nevicate anomale dell'estate 1523; a Trescore Balneario in provincia di Bergamo, sembra che per tal motivo, i cugini Giambattista e Maffeo Suardi per il loro oratorio restaurato da poco chiesero all'amico Lorenzo Lotto la realizzazione di una serie di affreschi che raffigurassero la vita e le storie di Cristo, la vita e le storie di santa Barbara e la vita e le storie di santa Brigida di Kildare il cui culto, arrivato dalla verde Irlanda con i monaci missionari che l'avevano diffuso in tutta Europa, era molto sentito in quel di Bergamo dove erano noti i miracoli che le attribuivano doti di guaritrice, di protettrice e di sostenitrice spirituale.

Miracoli di Santa Brigida in campagna 1524 - Cappella Suardi - Lorenzo Lotto - Bergamo

Dopo l'investitura di Santa Brigida, che abbiamo ammirato l'anno scorso, nel secondo dei tre riquadri a lei dedicati, Lorenzo Lotto rappresenta le opere di carità e i primi miracoli di santa Brigida, le scene, che si aprono accanto e sopra la porta d’ingresso dell'oratorio, ambientate soprattutto in un paesaggio di campagna sono quattro, organizzate su più piani ma unite in un unico spazio visivo.
Nella prima scena la santa è raffigurata mentre dà cibo e acqua ai poveri, benedice l'acqua nei secchi, che si trasforma in birra, simbolo di provvidenza e abbondanza; mentre benedice anche la carne e il pane per i poveri, la sua veste rimane immacolata, sottolineando la purezza del gesto. Da le spalle a sé stessa che nella seconda scena compie un altro miracolo e restituisce la vista a un uomo cieco con un tocco e una benedizione.
Sul piano superiore nella terza scena viene raccontata la leggenda in cui Brigida ammansisce un cinghiale selvatico che minacciava un gregge di pecore. Allo sguardo dello spettatore il cinghiale è ora tranquillo accanto alle pecore, un’immagine che sottolinea il suo ruolo di protrettrice degli agricoltori e dei pastori.
Accanto, la quarta scena sullo sfondo vediamo santa Brigida che, con le mani alzate, in preghiera, ferma l'avanzata di una tempesta su campi e raccolti, il cielo si apre e la minaccia del maltempo si allontana, mentre i contadini possono continuare a mietere o lavorare senza pericolo.
Queste scene sono inserite in un'unica narrazione continua che scorre lungo la parete, accompagnando lo spettatore attraverso i principali episodi della vita attiva e miracolosa di Santa Brigida, non solo come figura consacrata a Dio, ma anche come interceditrice per il popolo, guaritrice, portatrice di cibo, protettrice degli animali e difenditrice dai pericoli naturali, elementi iconografici molto sentiti nella comunità agricola di Trescore e della Val Cavallina.
Oggi è anche la Domenica di Settuagesima, si apre il tempo pre-quaresimale e con esso il Carnevale nel Rito Romano Antico, giorni di allegria e colori prima della riflessione della Quaresima.

Lieto Carnevale a tutti!

Fiamma di Santa Brigida

Giraldus Cambrensis, nel XII secolo, attesta nel monastero di Kildare, fondato nel V secolo da Santa Brigida definita Maria dei Gaeli, l'alimentazione del fuoco perpetuo, simbolo biblico della presenza divina e della luce che guida. A custodirlo sono 19 monache, alle quali si unisce simbolicamente la fondatrice.
Nel reel vedrete l'accensione di 19 candele per le monache, una per Santa Brigida e insieme la bruciatura della vecchia croce e la nuova, posta a protezione delle case, segno di una luce che veglia e si rinnova, eterna e viva, eco della leggenda in cui, accanto a un moribondo, la santa intrecciava i giunchi annunciando il senso della croce.



sabato 31 gennaio 2026

La Merla bianca e la Merla nera

Eccoci giunti al terzo dei Tre giorni della Merla, la stagione trattiene il fiato mentre la terra riposa sotto un velo di freddo sottile; ancora un ultimo passo e ci troveremo nel mezzo inverno illuminato dalla Candelora, il punto di svolta che ci accompagnerà verso la primavera. Oggi invece conosciamo la variante della Colombina bianca nei dintorni di Ospedaletto Lodigiano.

La Merla bianca e la Merla nera - I Tre Giorni della Merla

"Nei dintorni di Ospedaletto Lodigiano si canta la canzone detta la Filerina (1) la quale non è altro che la Colombina o Merla; tuttavia in quesso paese la canzone subisce qualche variante, ed ha alcune aggiunte colle quali si tirano in ballo alcune località del Lodigiano.
A spiegare questo non sono necessari molti commenti: una volta stabilita la canzone ed il fatto principale, il popolo trova facilmente la combinazione di aggiungere alla trama oramai ordita,
qualche cosa di particolare al paese o riferibile a circostanze speciali e proprie al medesimo tnto per allungare il divertimento. La canzone però non ha marcati così bene quei contorni caratteristici che si osservano altrove. - Noi la riportiamo per intiero, ommettendone, per economia di spazio, il ritornello.

(1) La Giovane Filatrice.

D. La Filerina la sta in cambera
O viva l'amor vivà, olì, olà.

R. Ve' giù da quella tur e canta in terra
Ho vist du bei suldà a la luntana

Vun dimandeva pas e 1'alter guerra.
Vignè chi, o belle pute, se voulì fa speza.
D. Vuriu che faga spesa, non g' hoi moneda.
R. Vignè chi, o belle pute, che farem a creta (1).
D. Quand la creta l' è fai miarà pagala (2).

Alzi gli oci e vedo du barche in mare
Vuna cargada de seta e l'altra de drappe,
Ho vist un bel usel a la luntana
Ch' el vuleva su la brocca,
Ve' giù da quella brocca e salta in terra.

Du gh'i ho e vun t' l prumettarò
Se t' se bianca, negra te farò:
Se t' se negra, bianca te farò.

Ho trai na sciupettada nella gaba
Ho fai sentì l'amor fin a Livraga.
Ho trai na sciupettada in d'un gabet
Ho fai sentì l'amor fin a Borghett.
Ho trai na sciupettada in mezz' all' era
Ho fai sentì l'amor fin a Lardera.
Ho trai na sciupettada in d'un muron
Ho ferid la me bella in d'un galon.

(1) Venite qui, belle ragazze, che faremo a credenza
(2) Quando la credenza e fatta bisognerà pagarla"

Giovanni Agnelli

La filarina lascia la sua stanza, è ancora chiara, giovane, come la merla della leggenda prima che il mondo la tocchi. Scende i gradini ed esce fuori quando l'aria ha ancora il sapore di un tempo non pronto ad accoglierla e le sfiora la pelle con un brivido asciutto, il clima prede forma per misurarla, incontra i due soldati, il primo segno che fuori non c'è riparo, solo il confronto con ciò che attende; le viene chiesto di "fare spesa", cioè di affrontare ciò che comporta l'essere uscita anche senza mezzi. Lei risponde che ogni cosa fatta "a credenza" prima o poi va pagata, ogni passo fuori stagione ha un costo, il tempo rigido non fa sconti a chi arriva in anticipo.
Lontano, sul mare, quasi al margine del cielo, intravede due barche cariche di seta e di drappi, sono la promessa che si attende, ciò che dovrebbe arrivare a compiersi, ma ancora non si concede. Si leva la Merla, si poggia sulla brocca dove l'acqua è contenuta, ma non è più la stessa ha perso il suo candore ed è diventata nera, ha attraversato un tempo che non era pronto per lei. 
I colpi che risuonano fino ai paesi vicini sono la forza dell'evento che la coinvolge, ciò che le accade ha un eco, si diffonde, lascia traccia. È il gelo che morde, la prova che la investe e la attraversa. L’ultimo sparo la raggiunge è la ferisce, è l'impronta concreta dell'essersi esposta troppo presto, dell'aver affrontato l'inverno e il mondo.

venerdì 30 gennaio 2026

La Merla tra camomilla e rosmarino

Nel secondo dei Tre Giorni della Merla, che prosegue alla conquista del mezzo inverno alla Candelora, da San Colombano al Lambro ci spostiamo a Ospedaletto Lodigiano, per conoscere la versione locale della Colombina Bianca.

La Merla tra camomilla e rosmarino - I Tre Giorni della Merla

No gh' è barbè che sibia bon per me.
Olì, olà ... etc.
Sol che quel giovinott che m' ha feri.
Olì, olà ... etc.
'Ndarem a toeu 'l dutur da falla medegà.
Olì, olà ... etc.
'L g' ha ordinà ' decott de fior de Camamella
Olì, olà ... etc.
Da fa guarì lai bella
Olì, olà ... etc.
'Ndarem a toeu l'inguent per I'aibella
Olì, olà ... etc.
D' rosmarin e camamella
Olì, olà ... etc.
La gira per Milan la par na mercadanta
Olì, olà ... etc.
Pr tutt dove la va la se sent a numinà
Olì, olà ... etc.
La g' ha ste du scarpette cui calcagni alti
Olì, olà ... etc.
L' è granda, I' è granda
Olì, olà ... etc.
La g'ha sti du rizzin che domanden gloria
Olì, olà ... etc.
Vittoria, vittoria, vittoria
Olì, oàa, olela, olà.

Giovanni Agnelli

Le case si stringono lungo le strade, i tetti coperti di brina riflettono la luce pallida del sole invernale; nel borgo ammantato dal gelo si muove la fanciulla accompagnata dai sussurri del vento tra i camini. Già metafora della merla, la giovane è ferita e nessun uomo può consolarla se non colui che l'ha colpita; bisogna farla medicare dal dottore, come rimedio si prepara un decotto di fiori di camomilla, fiore che conserva la sua luce anche nei giorni più corti, porta con sé un simbolo di calma e guarigione, è un piccolo sole domestico che scioglie il gelo, un richiamo alla dolcezza che resiste all'inverno; segue un unguento di camomilla con rosmarino, un sempreverde che non teme il freddo, emblema di forza e memoria, il suo profumo pungente è un talismano contro il gelo, una protezione concreta che accompagna chi attraversa i giorni più duri.
La bella sembra mostrarsi come in una piccola piazza di mercato, ogni suo passo è osservato e nominato da chi incontra. I suoi scarpini alti affondano lievi sulla neve e sul ghiaccio, mentre i capelli raccolti domandano gloria e attenzione, testimoni della sua presenza tra la gente. Nonostante tutto cammina con tenacia, resiste e attraversa i luoghi come se ogni passo fosse una piccola sfida, ricerca la vittoria come la Merla che osa affrontare i giorni più freddi.
Continua...

giovedì 29 gennaio 2026

La Merla sulla brocca

Il 29, 30, e 31 gennaio, nella tradizione popolare, si raggiunge il culmine del freddo, un passaggio obbligato, un'ultima prova di resistenza, prima di intravedere il primo spiraglio di luce al giro di boa del mezzo inverno, il giorno della Candelora. È in questo clima sospeso, tra il rigore del freddo e l'impazienza del cambiamento, che si collocano i canti e le varianti locali legate alla leggenda dei Tre Giorni della Merla che mutano di paese in paese, ma che conservano lo stesso desiderio di attraversare l'inverno per arrivare, finalmente, alla soglia del risveglio.

La merla sulla brocca - I Tre Giorni della Merla

"... Ma essendo il canto della Merla stato affidato unicamente alla tradizione, questa, secondo il suo costume, doveva portare nella canzone stessa qualche variante cambiando paese. Gian Stefano Cremaschi, maestro benemerito del comune di Ospedaletto Lodigiano ed autore di alcuni opuscoletti in vernacolo, che potrebbero col tempo assumere un'importanza ben diversa da quella con cui sono oggidì considerali, si tolse l'incarico di fornirci altre informazioni da lui pazientemente assunte pel caso nostro a S. Colombano al Lambro e nel suo paese natale. Questi due paesi, nella parte opposta al territorio Laudense, conservano essi pure il costume dei tre giorni della Merla: la seguente viene cantata a S. Colombano:

Tratti de fora, Luzia
Olì, olà, olela, olà
Tratti de fora che in strada ghi e l'amante
Olì . . etc.
Che per ti more.
Olì ... etc.
La gh' ha '1 curtelin che sibia ben mulad (2)
Olì, olà ... etc.
La colombina bianca la sa ben vula
Olì, olà ... etc.
La sgula in su la brocca, la dundara
Olì, olà ... etc.
La sgula adrè la riva, la bevarà
Olì, olà ... etc.
La sgula in mezz al mar, la negarà.
Olì, ola ... etc.
I sparu le balestre da sta ai balcon
Oli, olà ... etc.
I han ferid lai bella in d'un galon.
Olì, olà ... etc,
O si 'ndarem in Francia a toeu un barbe,
Olì, olà ... etc.

(2) Ha il coltellino che sembra ben affilato."

Giovanni Agnelli

Luzia esce nella strada gelida, avvolta dal freddo pungente dei giorni più rigidi dell'inverno; le case sono addormentate e i tetti ghiacciati; il vento tagliente fischia tra i vicoli, e ogni passo è un piccolo atto di coraggio; incontra l'innamorato che ha con sé il coltellino affilato che brilla tra le sue dita e si fa simbolo del rischio che corre nell'essere uscita.
Nel cortile, la colombina bianca che riflette la merla della tradizione, si libra nell'aria, leggera e agile; Luzia la osserva mentre vola, si posa sulla brocca, se si sposterà verso la riva del fiume berrà, se continuerà verso il mare annegherà.
Dai balconi si odono i colpi delle balestre, l'inverno punge attraverso il suono, sembra voler punire chi osa muoversi fuori, ogni gesto della città è impregnato di pericolo.
La bella viene colpita in un lembo del suo vestito e si fà metafora della merla che viene ferita per la sua audacià che sfida il gelo e supera il confine della sicurezza.
Continua...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...