lunedì 18 giugno 2018

La via dei lombrichi


La via dei lombrichi... quella della vita, a volte passa per il cielo,


per merito o demerito di qualche uccellino che per un motivo o per un altro li fa cadere in un giardino segreto dove cercano una nuova dimora.


La freccia nella foto sottostante indica il clitello, un ispessimento cutaneo che rivela la raggiunta maturità sessuale, contiene le ghiandole addette alla secrezione di una sostanza gelatinosa che favorisce l'accoppiamento e forma il cocoon, il bozzolo dove vengono deposte le uova che saranno inseminate, dopodiché questa ovoteca verrà espulsa dal corpo e gli embrioni si svilupperanno al suo interno.


" Un tempo il lombrico dissodava il terreno giorno e notte affinché gli uomini vi mettessero le sementi per ottenere di che vivere e stare in pace. Era ed è nudo crudo, il lombrico, perché nelle profondità della terra non ha bisogno di vestiti, o di piume, o pellicce per coprirsi. Se ne stava ben protetto al calduccio, nel grembo della madre terra, a trafficare e lavorare, silenzioso, timido, completamente ignoto al mondo rutilante e chiassoso della superficie. Ma gli uomini aumentavano, il pianeta si riempiva di formiche umane che avevano bisogno di mangiare. così avvenne che si cominciò a dissodare campi e prati con vanghe, badili e aratri rudimentali. Il povero lombrico veniva tranciato in due dal metallo affilato che fendeva le zolle e penetrava nella polpa della terra. Ci fu in quel periodo una vera ecatombe di lombrichi che caparbiamente continuavano a scavare nelle profondità del terreno per dare una mano all'uomo. Il Signore se ne accorse e volle intervenire per salvare i poveri zappatori del sottosuolo. Dopo un sopralluogo, fece in modo che i lombrichi tagliati a metà non morissero ma si rimarginassero la ferita diventando due. E se venivano spezzati di nuovo, quei due guarivano e diventavano quattro. così i lombrichi furono salvi, ma non per sempre. L'uomo infatti scoprì che con un gancetto curvo chiamato amo poteva catturare i pesci. E per catturarli infilzava sull'amo i poveri vermi che non trovarono ancora pace. E non l'hanno mai trovata. Per questo è molto ingiusto che si paragoni una persona bieca, vigliacca, subdola e traditrice a un verme. Il verme non è così, è una persona seria, che nella vita ha tribolato molto, e che continua a patire e aiutare l'uomo. "

Storie del bosco antico
Mauro Corona

martedì 5 giugno 2018

Giugno in un ruscello nascosto

"... ma le vele continuarono il loro lieto mormorio fino a mezzogiorno, il mormorio di un nascosto ruscello nel fiorito mese di giugno, che canta tutta la notte una tranquilla melodia ai boschi dormienti.
Navigammo placidamente fino a mezzogiorno, ma senza un soffio di brezza; lentamente, pianamente ... "

La leggenda del vecchio marinaro
Samuel Taylor Coleridge
Traduzione Enrico Nencioni 




Buon giugno!

sabato 2 giugno 2018

Sotto il segno della Luna in congiunzione con Saturno

Nell'antichità i marinai riprendevano in primavera la via del mare e il nocchiero dirigeva il timone seguendo la rotta tracciata sul firmamento.
Il 31 maggio appena passato altri naviganti hanno sciolto gli ormeggi e hanno iniziato a orientare il gubernum sotto la luna calante in sacrificio per una nuova genesi congiunta a Saturno maestro di vita che supporta la crescita intellettuale e morale.
Che spiri un buon vento per il nostro veliero.


Buona festa della Repubblica!

domenica 20 maggio 2018

Casa de Aliaga in Lima

" ... Erano però ancora abbastanza bene in forza per farsi temere dagli spagnuoli, tanto piú che erano guidati da quattro valorosissimi capi ... "

Il figlio del Corsaro Rosso
Emilio Salgari

La valle del Rimac quando i conquistadores si accinsero a colonizzarla era abitata da indigeni di origine precolombiana riuniti in una comunità sociale chiamata ayllu nella lingua aymara; a capo di questo gruppo di persone composto più o meno da dieci famiglie vi era il curaca Taulichusco che accolse gli spagnoli con gentilezza e disponibilità invitandoli a espandersi nell'area circostante a patto che non distruggessero la sua gente; a lui fu dedicato un huaca, in lingua quechua un tempio che Francisco Pizzarro, nella lottizzazione del territorio per la nascita di Lima, assegnò al capitano Jerónimo de Aliaga y Ramírez il quale aveva partecipato alla cattura dell'ultimo imperatore Inca, Atahualpa. Su questo luogo sacro in Jirón de la Unión 224 fu costruita Casa de Aliaga, la più antica dimora coloniale del Sud America in cui si respira l'atmosfera della vita vicereale e repubblicana di cui è stata testimone.


Dall'androne attraverso una scalinata di gradini  in marmo


si accede al primo patio dove si è accolti da una griglia di legno cocobolo* con rifiniture in tumbaga*, esempio unico oggi riscontrabile a Lima e nell'America del sud.

cocobolo* = legno rosso ricavato dal dalbergia retusa
tumbaga* = lega d'oro e di rame


Un numero notevole di porte collega ogni ambiente all'altro.



Nell'ampio ingresso predomina il bianco riscaldato da mobili di legno finemente lavorati e da pitture murali che raccontano di Lima e Cusco.


Proseguendo si incontra la sala delle piastrelle risalenti al XVII secolo dipinte a mano con motivi floreali che rallegrano la sobrietà della stanza in cui sopra il camino è esposto un ritratto di Jeronimo de Aliaga y Ramirez


e dove in una teca è conservata la sua spada forgiata a Soligen.


Sul lungo corridoio in cui spiccano due colonne di legno intarsiato si trovano gli stemmi della famiglia che ne indicano i titoli: conti di San Juan de Lurigancho e marchesi de Zelada de la Fuente.


Sulla destra del corridoio, il soggiorno dorato con mobili in stile Luigi XVI, tappeti francesi del XIX secolo, due vasi policromi cinesi di pregiata fattura,


una stufa in bronzo premiata alla mostra universale di Parigi nel 1889


e uno specchio contornato da dipinti tra cui il ritratto di Maria Antonietta


Il soggiorno si apre sul secondo patio al cui centro su un livello più basso, in quello che era il cuore  del huaca,


circondata da piante tra cui una dracena secolare, si trova una fontana inglese del XIX secolo che in alcuni periodi dell'anno fa sentire il gorgoglio del fiume Rimac che scende in piena dalla sierra.


Dal patio si entra nella cappella dove viene celebrata la messa e dove originariamente sulle pareti erano appesi piatti d'argento provenienti dai bottini di guerra.


Dal patio si raggiunge anche la sala da pranzo alle cui pareti si possono ammirare i ritratti di personaggi vicereali dipinti dai più importanti maestri del XVIII secolo: Cristóbal Lozano e José Bermejo


e il soffitto a cassettoni in legno intagliato


Camera da letto accessibile dalla parte sinistra del corridoio

martedì 15 maggio 2018

Cortecce

Si espongono per proteggere il loro centro vitale e preservano la loro dimensione più intima e segreta, sono barriere temprate dagli attacchi esterni delle falangi nemiche e le loro ruvide cicatrici che ne raccontano la storia diventano universo per piccoli organismi.
  

Platano 


Castagno


Eucalipto


Ontano


" ... S’appoggiò al tronco d’un albero gigantesco, ripensando lo sguardo dolce della vittima invulnerabile. E gli parve di sentire dietro di sé, dall’interno del tronco, una eco lontana di musiche e di voci; si volse, fece il giro dell’albero: nessuno. Si riappoggiò al tronco. E riudì il suono e le voci.
Picchiò la corteccia col pugno impaziente.
La corteccia cigolò, s’aprì a due battenti, e al principe sbigottito apparve una scalea abbagliante. Egli salì i primi scalini, trasognato, udì il colpo della porta che si chiudeva. Il palazzo era immenso. Le scale, gli atrii, i corridoi, le logge, le sale si succedevano senza fine, ricche di marmi, di porfido, di diaspro, di gemme. Aquilino s’avanzava trasognato ... "

La lepre d'argento
Guido Gozzano 


Pino nero


Faggio 


Faggio secolare


Pino domestico

domenica 13 maggio 2018

Il mio battito segue il tuo

Il mio cuore
Batte all'unisono
Segue il tuo

© Sciarada Sciaranti


Felice giorno a te Raggio di Sole da parte mia e di Sorellina!
Auguri a tutte la mamme, ovunque esse siano, sono sempre presenti nel cuore. 

martedì 8 maggio 2018

Di cadute e di coccole

Non siamo poi tanto diversi da questo passerotto


Dopo la caduta dal nido


Dopo le coccole

martedì 1 maggio 2018

I fiori alla finestra degli schiavi

Il sistema peggiore tra quelli possibili ti ruba la vita e ti rende schiavo impedendoti di credere nella libertà, ecco il pensiero di un uomo fuori dal coro, di un artista che ha scelto di essere indipendente:


Silvano Agosti:- Uno degli aspetti più micidiale dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura… invece è semplicemente la peggiore.
Gli esempi sono nel cuore di ognuno… per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare.
Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchinetta…
Mentre fino a ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso: “Pensa questi bastardi che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, c’ho solo questa... e loro mi fanno andare a lavorare cinque volte, sei giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno, per fare cosa? Come si fa in un giorno a costruire la vita?”
Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire…
Deve sempre pensare, con una coscienza perfetta: “Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di mille euro al mese, bene che vada, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”
Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere miliardi e un essere umano due, mille euro al mese, bene che vada.
Secondo me poi, siccome c’è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno cento volte… e allora il lavoro doveva diminuire almeno dieci volte!
Invece no! L’orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla natura.
Pensa alla cosa più bella che la natura propone, che è quella, mettiamo, di fare l’amore…
Immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale dove le persone sono obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l’amore otto ore al giorno… sarebbe una vera tortura. E quindi perché non dovrebbe essere la stessa cosa per il lavoro che non è certamente più gradevole di fare l’amore, no? Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana… certo c’ho il mitra alla nuca, lo faccio, perché faccio il discorso: “Meglio leccare il pavimento o morire?”
“Meglio leccare il pavimento” ma quello che è orrendo in questa cultura è che “leccare il pavimento” è diventata addirittura una aspirazione, capisci?
Ma è mostruoso che il tipo debba andare a lavorare otto ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci? Tutto ciò è mostruoso…

Intervistatore:- Sì vabbè, ma ormai è irreversibile la situazione...

Silvano Agosti:- … Sì, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è il tipico dello schiavo, no? Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte.
Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.
Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso: quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto: “Eh sì! sono ventidue secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno, mó  arrivi te a dire questa stronzata… e come farai a spiegarlo, a tutti gli esseri umani?” e lui: “Non è affar mio, signori…”
“Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”… hai capito? Perché tutto l’occidente vive in un’area di beneficio perché sta rubando 8/10 dei beni del resto del mondo. Quindi non è che noi stiamo vivendo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina, ecc… no!
È un sistema politico che sa rubare 8/10 a 3/4 di mondo e da un po' di benessere a 1/4 di mondo, che siamo noi.
Quindi, signori miei, o ci si sveglia, o si fa finta di dormire… o bisogna accorgersi che siete tutti morti.

Il discorso tipico dello schiavo
Silvano Agosti


Buon 1° Maggio!

lunedì 30 aprile 2018

Di batacchi, di storie e di porte

Amo i batacchi, ognuno di loro racconta una storia diversa e la incide sulla porta che gli è stata destinata, quella di oggi inizia con la lettera S, potrebbe parlare di Sorrisi, di Sogni, di Stelle, di Sussurri, di Scacchi, Sarabande, Saltimbanchi,  Sacerdotesse, Sacrilegi, Streghe ... e anche di me. 


domenica 29 aprile 2018

Della natura dell'azzurro

L'azzurro cielo
Si specchia contemplando
L'onda del mare


© Sciarada Sciaranti


L'azzurro fluttua in un moto perpetuo tra cielo e mare, si culla nell'idillio tra l'abisso profondo e lo spazio infinito, è respiro, equilibrio, armonia purificatrice dell'interiorità che si espande, trascende e si fa spirito, è creatività e lucidità dell'intelletto che cresce nella contemplazione e nel silenzio comprende.

P.S. Il testo sottostante risale al XV secolo ed è seguito da una trasposizione linguistica più attuale che nella traduzione automatica può facilitare la comprensione per chi non parla italiano.


Della natura dell’azzurro della Magna.

Azzurro della Magna è un colore naturale, el quale sta intorno e circunda la vena dell’ariento. Nasce molto in nella Magna, e ancora in quel di Siena. Ben è vero, che con arte, o ver pastello, si vuole ridurre a perfezione. Di questo azzurro, quando tu hai a campeggiare, si vuole triare poco poco e leggermente con acqua, perché è forte sdegnoso della prieta. Se ’l vuoi per lavorarlo in vestiri, o per farne verde, come indietro t’ho detto, vuolsi triarlo più. Questo è buono in muro, in secco, e in tavola. Soffera tempera di rossume d’uovo, e di colla, e di ciò che vuoi.


Azzurro della Magna* è un colore naturale, il quale sta intorno e circonda la vena dell’argento. Nasce molto nella Magna, e ancora a Siena. Ben è vero, che con arte, o vero pastello, si vuole ridurre a perfezione. Di questo azzurro, quando tu hai a campeggiare, si vuole triturare poco poco e leggermente con acqua, perché è forte sdegnoso della pietra. Se lo vuoi per lavorarlo nei vestiti, o per farne verde, come indietro ti ho detto, vuole essere triturato di più. Questo è buono in muro, in secco, e in tavola. Sopporta tempera di rosso d’uovo, e di colla, e di ciò che vuoi.

Azzurro della Magna* = Pigmento estratto dall'azzurrite incompatibile con gli affreschi in cui cade  polverizzandosi


A contraffare di più colori simiglianti all’azzurro della Magna.

Azzurro che è come sbiadato, e simigliante ad azzurro, sic:1 togli indaco baccadeo, e trialo perfettissimamente con acqua; e mescola con esso un poco di biacca, in tavola; e in muro, un poco di bianco sangiovanni. Torna simigliante ad azzurro. Vuole essere temperato con colla.
Intendi: si fa così.



A contraffare di più colori somiglianti all’azzurro della Magna.

Azzurro che è come sbiadito, e somigliante ad azzurro, così:1 togli indaco baccadeo*, e trituralo in modo perfetto con acqua; e mescola con esso un poco di biacca, in tavola; e in muro, un poco di bianco sangiovanni. Torna simigliante ad azzurro. Vuole essere temperato con colla.
Intendi: si fa così.

indaco baccadeo* = Proveniente da Bagdad o Bacam


Della natura e modo a fare dell’azzurro oltramarino.

Azzurro oltramarino si è un colore nobile, bello, perfettissimo oltre a tutti i colori; del quale non se ne potrebbe né dire né fare quello che non ne sia più. E per la sua eccellenza ne voglio parlare largo, e dimostrarti appieno come si fa. E attendici bene, però che ne porterai grande onore e utile. E di quel colore, con l’oro insieme (il quale fiorisce tutti i lavori di nostr’arte), o vuoi in muro, o vuoi in tavola, ogni cosa risprende.


Azzurro oltramarino*  è un colore nobile, bello, perfetto oltre a tutti i colori; del quale non se ne potrebbe né dire né fare quello che non ne sia più. E per la sua eccellenza ne voglio parlare ampiamente, e dimostrarti appieno come si fa. E attendici bene, però che ne porterai grande onore e utile. E di quel colore, con l’oro insieme (il quale fiorisce tutti i lavori della nostra arte), o vuoi in muro, o vuoi in tavola, ogni cosa risplende.

Azzurro oltramarino* = Azzurro ricavato dal lapislazzulo


Prima, togli lapis lazzari. E se vuoi cognoscere la buona pietra, togli quella che vedi sia più piena di colore azzurro, però che ella è mischiata tutta come cenere. Quella che tiene meno colore di questa cenere, quella è migliore. Ma guar’ti che non fusse pietra d’azzurro della Magna, che mostra molto bella all’occhio, che pare uno smalto. Pestala in mortaio di bronzo coverto, perchè non ti vada via in polvere; poi la metti in su la tua pría profferitica, e triala sanza acqua: poi abbia un tamigio coverto, a modo gli speziali, da tamigiare spezie; e tamigiali e ripestali come, fa per bisogno: e abbi a mente, che quanto la trii più sottile, tanto vien l’azzurro sottile, ma non sì bello e violante e di colore ben nero; chè il sottile è più utile ai miniatori, e da fare vestiri biancheggiati. Quando hai in ordine la detta polvere, togli dagli speziali sei oncie di ragia di pino, tre oncie di mastrice, tre oncie di cera nuova, per ciascuna libra di lapis lazzari. Poni tutte queste cose in un pignattello nuovo, e falle struggere insieme. Poi abbi una pezza bianca di lino, e cola queste cose in una catinella invetriata. Poi abbia una libra di questa polvere di lapis lazzari, e rimescola bene insieme ogni cosa, e fanne un pastello tutto incorporato insieme. E per potere maneggiare il detto pastello, abbi olio di semenza di lino, e sempre tieni bene unte le mani di questo olio. Bisogna che tegni questo cotal pastello per lo men tre dì e tre notti, rimenando ogni dì un pezzo; e abbi a mente, che lo puoi tenere il detto pastello quindici dì, un mese, quanto vuoi. Quando tu ne vuoi trarre l’azzurro fuora, tieni questo modo. Fa’ due bastoni d’un’asta forte, nè troppo grossa, nè troppo sottile; e sieno lunghi ciascuno un piè, e fa’ che sieno ben ritondi da capo e da piè, e puliti bene. E poi abbi il tuo pastello dentro nella catinella invetriata, dove l’hai tenuto; e mettivi dentro presso a una scodella di lisciva calda temperatamente; e con questi due bastoni, da catuna mano il suo, rivolgi e struca e mazzica questo pastello in qua e in là, a modo che con mano si rimena la pasta da fare pane, propriamente in quel modo. Come hai fatto che vedi la lisciva essere perfetta azzurra, trannela fuora in una scodella invetriata; poi togli altrettanta lisciva, e mettila sopra il detto pastello, e rimena con detti bastoni a modo di prima. Quando la lisciva è ben tornata azzurra, mettila sopra un’altra scodella invetriata, e rimetti in sul pastello altrettanta lisciva, e ripriemi a modo usato. E quando la lisciva è bene azzurra, mettila in su un’altra scodella invetriata: e per lo simile fa’ così parecchi dì, tanto che il pastello rimanga che non tinga la lisciva; e buttalo poi via, chè non è più buono. Poi ti reca dinanzi da te in su una tavola per ordine tutte queste scodelle, cioè prima, seconda, terza, quarta tratta, per ordine seguitando ciascuna: rimescola con mano la lisciva con l’azzurro che, per gravezza del detto azzurro, sarà andato al fondo; e allora cognoscerai le tratte del detto azzurro. Diliberati in te medesimo di quante ragioni tu vuoi azzurri, di tre, o di quattro, o di sei, e di quante ragioni tu vuoi: avvisandoti che le prime tratte sono migliori, come la prima scodella è migliore che la seconda. E così se hai diciotto scodelle di tratte, e tu voglia fare tre maniere d’azzurro, fa’ che tocchi sei scodelle, e mescolale insieme, e riducile in una scodella: e sarà una maniera. E per lo simile delle altre. Ma tieni a mente, che le prime due tratte, se hai buon lapis lazzari, è di valuta questo tale azzurro di ducati otto l’oncia, e le due tratte di dietro è peggio che cendere. Sì che sie pratico nell’occhio tuo di non guastare gli azzurri buoni per li cattivi: e ogni dì rasciuga le dette scodelle delle dette liscive, tanto che gli azzurri si secchino. Quando son ben secchi, secondo le partite che hai, secondo le alluoga in cuoro, o in vesciche, o in borse. E nota, che se la detta pría lapis lazzari non fusse così perfetta, o che avessi triata la detta che l’azzurro non rispondesse violante, t’insegno a dargli un poco di colore. Togli una poca di grana pesta, e un poco di verzino; cuocili insieme; ma fa’ che il verzino o tu ’l grattugia, o tu il radi con vetro; e poi insieme li cuoci con lisciva, e un poco d’allume di rôcca; e quando bogliono, che vedi è perfetto color vermiglio, innanzi ch’abbi tratto l’azzurro della scodella (ma bene asciutto della lisciva), mettivi su un poco di questa grana e verzino; e col dito rimescola bene insieme ogni cosa; e tanto lascia stare, che sia asciutto senza o sole, o fuoco, e senz’aria. Quando il truovi asciutto, mettilo in cuoro o in borsa, e lascialo godere, chè è buono e perfetto. E tiello in te, chè è una singulare virtù a sapello ben fare. E sappi ch’ell’è più arte di belle giovani a farlo, che non è a uomini; perchè elle si stanno di continuo in casa, e ferme, ed hanno le mani più dilicate. Guar’ti pur dalle vecchie. Quando ritorni per volere adoperare del detto azzurro, pigliane quella quantità che ti bisogna: e se hai a lavorare vestiri biancheggiati, vuolsi un poco triare in su la tua pría usata: e se ’l vuoi pur per campeggiare, vuolsi poco poco rimenare sopra la pría, sempre con acqua chiara chiara, bene lavata e netta la pría: e se l’azzurro venisse lordo di niente, piglia un poco di lisciva, o d’acqua chiara, e mettila sopra il vasellino, e rimescola insieme l’uno e l’altro: e questo farai due o tre mute, e sarà l’azzurro bene purgato. Non ti tratto delle sue tempere, però che insieme più innanzi ti mosterrò di tutte le tempere di ciascuni colori in tavola, in muro, in ferro, in carta, in pietra, e in vetro.



Prima, togli lapis lazzari*. E se vuoi conoscere la buona pietra, togli quella che vedi sia più piena di colore azzurro, però che ella è mischiata tutta come cenere. Quella che tiene meno colore di questa cenere, quella è migliore. Ma guarda che non sia pietra d’azzurro della Magna, che mostra molto bella all’occhio, che pare uno smalto. Pestala in mortaio di bronzo coperto, perché non ti vada via in polvere; poi la metti in su la tua pietra profferitica, e triturarla senza acqua: poi abbia un tamisio* coperto, come gli speziali, da setacciare le spezie; e setacciali e ripestali come, fa per bisogno: e abbi a mente, che quanto la triti più sottile, tanto vien l’azzurro sottile, ma non così bello e intenso e di colore ben nero; perché il sottile è più utile ai miniatori, e da fare vestiti biancheggiati. Quando hai in ordine la detta polvere, togli dagli speziali sei once di resina di pino, tre once di mastice*, tre once di cera nuova, per ciascuna libra di lapis lazzari. Poni tutte queste cose in un pentolino (piccola pentola) nuovo, e falle macerare insieme. Poi abbi una pezza bianca di lino, e cola queste cose in una catinella invetriata. Poi abbia una libra di questa polvere di lapis lazzari, e rimescola bene insieme ogni cosa, e fanne un pastello tutto incorporato insieme. E per potere maneggiare il detto pastello, abbi olio di semenza di lino, e sempre tieni bene unte le mani di questo olio. Bisogna che tu tenga questo tale pastello per lo meno tre dì e tre notti, rimescolando ogni dì un pezzo; e abbi a mente, che lo puoi tenere il detto pastello quindici dì, un mese, quanto vuoi. Quando tu ne vuoi trarre l’azzurro fuori, fai in questo modo. Fai due bastoni di un’asta forte, né troppo grossa, né troppo sottile; e siano lunghi ciascuno un piede, e fai che siano ben rotondi da capo a piedi, e puliti bene. E poi abbi il tuo pastello dentro nella catinella invetriata, dove l’hai tenuto; e metti dentro presso a una scodella di lisciva* moderatamente calda; e con questi due bastoni, da ogni mano il suo, rivolgi e premi e mastica questo pastello in qua e in là, a modo che con mano si rimescola la pasta da fare pane, propriamente in quel modo. Come hai fatto che vedi la lisciva essere perfetta azzurra, tirala fuori  in una scodella invetriata; poi togli altrettanta lisciva, e mettila sopra il detto pastello, e rimescola  con detti bastoni come prima. Quando la lisciva è ben tornata azzurra, mettila sopra un’altra scodella invetriata, e rimetti in sul pastello altrettanta lisciva, e ripremi  come si usa. E quando la lisciva è bene azzurra, mettila in su un’altra scodella invetriata: e fai così per parecchi dì, tanto che il pastello rimanga che non tinga la lisciva; e buttalo poi via, perché non è più buono. Poi ti reca dinanzi da te sopra una tavola per ordine tutte queste scodelle, cioè prima, seconda, terza, quarta partita, per ordine seguitando ciascuna: rimescola con mano la lisciva con l’azzurro che, per il peso del detto azzurro, sarà andato al fondo; e allora conoscerai le partite del detto azzurro. Delibera in te medesimo di quante ragioni tu vuoi azzurri, di tre, o di quattro, o di sei, e di quante ragioni tu vuoi: avvisandoti che le prime partite sono migliori, come la prima scodella è migliore che la seconda. E così se hai diciotto scodelle di partite, e tu voglia fare tre maniere d’azzurro, fai che tocchi sei scodelle, e mescolale insieme, e riducile in una scodella: e sarà una maniera. E per lo simile delle altre. Ma tieni a mente, che le prime due partite, se hai buon lapis lazzari, è di valuta questo tale azzurro di ducati otto l’oncia, e le due partite di dietro è peggio che cenere. Così che sii pratico nell’occhio tuo di non guastare gli azzurri buoni per li cattivi: e ogni dì asciuga le dette scodelle delle dette liscive, tanto che gli azzurri si secchino. Quando son ben secchi, secondo le partite che hai, secondo le collochi in cuoro*, o in vesciche, o in borse. E nota, che se la detta pietra lapis lazzari non fosse così perfetta, o che avessi triturata la detta che l’azzurro non rispondesse al viola, ti insegno a dargli un poco di colore. Togli una poca di grana pesta, e un poco di verzino*; cuocili insieme; ma fai che il verzino o tu lo grattugi, o tu il radi con vetro; e poi insieme li cuoci con lisciva, e un poco d’allume di rocca; e quando bollono, che vedi è perfetto color vermiglio, innanzi che abbia tratto l’azzurro della scodella (ma bene asciutto della lisciva), metti su un poco di questa grana e verzino; e col dito rimescola bene insieme ogni cosa; e tanto lascia stare, che sia asciutto senza o sole, o fuoco, e senz’aria. Quando lo trovi asciutto, mettilo in cuoro o in borsa, e lascialo godere, perché è buono e perfetto. E tienilo in te, perché è una singolare virtù saperlo fare bene. E sappi che ella è più arte di belle giovani a farlo, che non è a uomini; perché elle si stanno di continuo in casa, e ferme, ed hanno le mani più delicate. Guar’ti pur dalle vecchie. Quando ritorni per volere adoperare del detto azzurro, pigliane quella quantità che ti bisogna: e se hai a lavorare vestiti biancheggiati, vuole essere un poco triturato su la tua pietra usata: e se lo vuoi pur per campeggiare*, vuole essere poco poco maneggiato sopra la pietra, sempre con acqua chiara chiara, bene lavata e netta la pietra: e se l’azzurro venisse lordo di niente, piglia un poco di lisciva, o d’acqua chiara, e mettila sopra il vasellino, e rimescola insieme l’uno e l’altro: e questo farai due o tre mute, e sarà l’azzurro bene purgato. Non ti tratto delle sue tempere, però che insieme più innanzi ti mostrerò di tutte le tempere di ogni colore in tavola, in muro, in ferro, in carta, in pietra, e in vetro.

lapis lazzari* =  Lapislazzulo da cui si ricava la lazurite componente dell' azzurro oltremare
tamisio* = Setaccio
mastice* = Resina mastice, colla estratta dal lentisco
lisciva* = Composto di cenere e acqua calda
cuoro* = Cuoio
verzino* = Polvere rossa ricavata dal legno di alcune leguminose
campeggiare* = Dare colore al campo di pittura


Il libro dell'arte
Cennino Cennini

sabato 28 aprile 2018

La Selva delle Opunzie

Un amaranto intenso e brillante si svela liberando dalla buccia i frutti dell' opunzia dillenii, fratelli più piccoli dei fichi d'India ( opunzia ficus-indica ), perfetti per chi ama i sapori che tendono all'aspro, sono ricchi di vitamina C e... di semi.




" ... A osservar cominciò luoghi e costumi;
Al mezzo si schiudea, come ipsilonne, 
La terra, e quinci e quindi uscían due fiumi, 
Che uguali s’avvolgean per lungo spazio, 
L’un di rubino e l’altro di topazio. 

All’origin di questi una selvetta
Inarcar fece al Peregrin le ciglia: 
Selva o foresta delle Opunzie è detta, 
Ed è, credo, l’ottava meraviglia; 
Molle qual pelo è la sottile erbetta 
D’una bizzarra vegetal famiglia ... "





" ... In mezzo al bosco delle Opunzie appena
Giunti, e proprio de’ fiumi al confluente, 
In un’opaca vallicella amena 
Trovano una spelonca ampia e fiorente ... " 

Atlantide - Canto VII
Mario Rapisardi 

venerdì 27 aprile 2018

Sera d'aprile



" quella sera d'aprile
in un salotto di via Flaminia
gravido d'insostenibili menzogne
incontrai te 
colei ch'era attesa
colei ch'era stata cercata
colei che mai fu dimenticata
quella sera d'aprile
in un salotto di spettri furtivi
io ti riconobbi all'odore
come farebbe un cane da tartufo
non un uomo d'intelletto
allora compresi 
ch'eri tu la sposa millenaria ... "

Poesie giapponesi
Michael Pergolani
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