sabato 18 agosto 2018

Insieme uniti in un unico abbraccio


Genova immensa,  un esempio di civiltà per il mondo

Insieme uniti in un unico abbraccio



Creuza de mä 

Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l’àse gh’é restou Diu
u Diàu l’é in çë e u s’è gh’è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
e a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria

E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò
E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò

E ‘nt’a cä de pria chi ghe saià
int’à cä du Dria che u nu l’è mainà
gente de Lûgan facce da mandillä
qui che du luassu preferiscian l’ä
figge de famiggia udù de bun
che ti peu ammiàle senza u gundun

E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò
E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò

E a ‘ste panse veue cose ghe daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae ‘nt’u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi

E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò
E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä

E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò
E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò



Mulattiera di mare

Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov’è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l’asino c’è rimasto Dio
il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido
usciamo dal mare per asciugare le ossa di Andrea
alla fontana dei colombi nella casa di pietra

E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò
E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò

E nella casa di pietra chi ci sarà
nella casa dell’Andrea che non è marinaio
gente di Lugano facce da tagliaborse
quelli che della spigola preferiscono l’ala
ragazze di famiglia, odore di buono
che puoi guardarle senza preservativo

E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò
E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò

E a queste pance vuote cosa gli darà
cose da bere, cose da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervelli di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticcio in agrodolce di gatto

E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò
E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò

E nella barca del vino ci navigheremo
sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare

E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò
E anda umè umè e anda umè umè e anda ayò

venerdì 10 agosto 2018

Cumsidera desidera


Navigare con il favore del fato, cum-sidera - con le stelle che indicano la rotta da seguire e conducono al  porto sicuro che garantisce il ritorno a casa;
con-siderare - con le stelle in quel richiamo atavico dell'infinito cosmico, di cui interpretiamo i signa - i segni per ottenere l'approvazione prima di agire, sostanza della nostra sostanza che ci ha partorito, che ci ha staccato da sé per lasciarci liberi di fare l'esperienza dell'individualità.
Navigare con lo sfavore del fato, de-sidera - lontano dalle stelle, nell'oscurità, privi di punti di orientamento e senza presagi, dispersi nell'ignoto a contatto con noi stessi, costretti a decidere, a scegliere la via;
de-siderare - lontano dalle stelle in quella percezione dello strappo algico che ci rende irrequieti e ci permette di intuire la smarrita unità protettrice con l'universale complessità nostra origine e madre di cui auspichiamo il sostegno per quel sentore  che istiga il dubbio di non essere in grado di farcela da soli. 
Non è forse questo il fondamento di tutti i desideri che si esprimono la notte delle stelle cadenti che mettono in contatto cielo e terra, l'augurio di rivedere le stelle e di trovare una pienezza che possa compensare quella della perduta letizia primordiale? Comunque sia, domani torneremo a esperire la nostra strada da nomadi capaci di affrontare l'inesplorato che in un continuo mutamento ci riserva quelle sorprese, piacevoli e spiacevoli, che ci offriranno il modo di incontrare la nostra unicità per poi un giorno ritornare al tutto.  

Buona notte delle stelle cadenti!

lunedì 6 agosto 2018

La falena d'oro a due punte

Chrysodeixis chalcites è il suo nome scientifico, più comunemente conosciuta come falena d'oro a due punte o plusia del pomodoro, ha scelto però una foglia di topinambur per il suo bozzolo sericeo che stamane ho trovato vuoto con lei accanto, 


Il bruco si estranea dal mondo, si concentra istintivamente su di sé per immergersi nella dimensione della metamorfosi, diventa vulnerabile perché non è più vigile ma non importa, lui prosegue per la sua strada e rischia, il fine di riemergere a nuova vita come farfalla è più prezioso.


" ... io non mi trovo più capace nel definire questo sentimento, nell’analizzarlo e anche nell’ottenerne una percezione esatta, netta. Tale sentimento, lo ripeto, l’ho qualche volta riconosciuto all’aspetto d’una vigna rapidamente crescinta, - nella contemplazione d’una falena, d’una farfalla, d’una crisalide, di uno stesso corso di precipiti acque. Lo rinvenni nell’oceano, nella caduta d’una meteora; e lo sentii negli sguardi di qualche vegliardo venerando ... "

Ligeia
Edgar Allan Poe
Traduzione Baccio Emanuele Maineri

mercoledì 1 agosto 2018

Sotto il segno di Marte

" Nelle belle sere dell’autunno passato una grande stella rossa fu veduta per più mesi brillare sull’orizzonte meridionale del cielo; era il pianeta Marte, che si accostava per qualche tempo alla Terra in una delle sue apparizioni, solite a ripetersi ad intervalli di 780 giorni. Nella schiera degli otto pianeti principali Marte occupa, per volume, il penultimo luogo; il solo Mercurio è più piccolo di lui. Ma in certe posizioni, in cui egli ritorna ad intervalli di sedici anni, Marte può avvicinarsi alla Terra più dell’usato, brillando più di ogni altro pianeta, Venere sola eccettuata; ed in tali contingenze tanto arde di luce rossa, da meritare il nome, che i Greci gli diedero, di Pyrois (infocato). Nei tempi ormai per sempre passati, quando si pretendeva di leggere in cielo l’avvenire degli umani eventi, queste grandi apparizioni di Marte erano lo spavento dei popoli, e davano molto da fare agli astrologi, ai quali incombeva il compito, non sempre facile, di studiare l’influsso del pianeta sulle vicende guerresche e sulle costellazioni politiche del momento. Anche ora la grande apparizione testè avvenuta di Marte ha destato il pubblico interesse; ma per una ragione ben diversa. Oggi è nata presso alcuni la speranza, che da osservazioni diligenti fatte sulla sua superficie con giganteschi telescopi, si possa ottenere quando che sia la soluzione di un gran problema cosmologico; arrivar cioè a sapere, se i corpi celesti possano dirsi sede di esseri intelligenti, o, almeno, di esseri organizzati ... "


La vita sul pianeta Marte 
Giovanni Virginio Schiaparelli


Congiunzione Luna - Marte 27 luglio 2018


Il passaggio di testimone tra il mese di luglio e quello di agosto avviene sotto il segno di Marte che, se il giorno dell'eclissi era in congiunzione con la luna, la notte tra il 31 luglio e il 1° agosto ha raggiunto la minima distanza dalla Terra, 57.590.630 chilometri, per brillare in tutta la sua bellezza nell'oscurità del cielo.



Marte alla minima distanza dalla Terra - 57.590.630 chilometri - notte tra il 31 e il 1° agosto 2018

Vi lascio con la descrizione del pianeta rosso fatta dal nostro Giovanni Virginio Schiaparelli nel 1893; una descrizione lunga, ma che può essere interessante per chi è appassionato di astronomia, buona lettura:


" ... nella sua generale topografia Marte non presenta alcuna analogia colla Terra. Un terzo della sua superficie è occupato dal gran Mare Australe, che è sparso di molte isole, e spinge entro ai continenti golfi e ramificazioni di varia forma; al suo sistema appartiene un’intiera serie di piccoli mari interni, dei quali l'Adriatico ed il Tirreno comunicano con esso per ampie bocche, mentre il Cimmerio, quello delle Sirene, e il Lago del Sole non hanno con esso relazione che per mezzo di angusti canali. Si noterà nei quattro primi una disposizione parallela, che certo non è accidentale, come pure non senza ragione è la corrispondente positura delle penisole Ausonia, Esperia ed Atlantide. Il colore dei mari di Marte è generalmente bruno misto di grigio, non sempre però di uguale intensità in tutti i luoghi, nè nel medesimo luogo è uguale in ogni tempo. Dal nero completo si può scendere al grigio chiaro ed al cinereo. Tal diversità di colore può aver origine da varie cause, e non è senza analogia anche sulla Terra, dove è noto che i mari delle zone calde sogliono essere più oscuri che i mari più vicini al polo. Le acque del Baltico, per esempio, hanno un color luteo chiaro, che non si osserva nel Mediterraneo. E così pure nei mari di Marte si vede il colore farsi più cupo quando il sole si avvicina alla loro verticale e l’estate comincia a dominare in quelle regioni. 
Tutto il resto del pianeta fino al polo Nord è occupato dalle masse dei continenti, nelle quali, salvo alcune aree di estensione relativamente piccola, predomina il colore aranciato, che talvolta sale al rosso più cupo, altre volte scende al giallo ed al biancastro. La varietà di questa colorazione è in parte d’origine meteorica, in parte può dipendere dalla diversa natura del suolo, e sulle sue cause ancora non è possibile appoggiare ipotesi molto fondate. Neppure è nota la causa di questo predominio delle tinte rosse e gialle sulla superficie del vecchio Pyrois. Alcuno ha creduto di attribuire questa colorazione all’atmosfera del pianeta, attraverso alla quale si vedrebbe colorata la superficie di Marte, come rosso diventa un oggetto terrestre qualsiasi, veduto a traverso vetri di tal colore. Ma a ciò si oppongono più fatti, fra gli altri questo, che le nevi polari appajono sempre del bianco più puro, benchè i raggi di luce da esse derivati attraversino due volte l’atmosfera di Marte sotto una grande obliquità. Noi dobbiamo dunque concludere che i continenti marziali ci appajono rossi e gialli, perché tali veramente sono. 
Oltre a queste regioni oscure e luminose, che noi abbiamo qualificato per mari e continenti, e la cui natura ormai non lascia luogo che a poco dubbio, alcune altre ne esistono, veramente poco estese, di natura anfibia, le quali talvolta ingialliscono e sembrano continenti, in altri tempi vestono il bruno (anche il nero in certi casi) e assumono l’apparenza dei mari; mentre in altre epoche la loro colorazione intermedia lascia dubitare a qual classe di regioni esse appartengano. Quasi tutte le isole sparse nel Mare Australe e nel Mare Eritreo appartengono a questa categoria, così pure le lunghe penisole chiamate Regioni di Deucalione e di Pirra, e in contiguità del Mare Acidalio le regioni sognate coi nomi di Baltia e di Nerigos. L’idea più naturale e più conforme all’analogia sembra quella di supporre in esse vaste lagune, su cui variando le profondità dell’acqua si produca la diversità del colore, predominando il giallo in quelle parti dove la profondità del velo liquido è ridotta a poco od anche a niente, e il colore bruno più o meno oscuro nei luoghi dove le acque sono tanto alte da assorbire molta luce e da rendere più o meno invisibile il fondo. Che l’acqua del mare o qualsiasi acqua profonda e trasparente veduta dall’alto appaja tanto più oscura quanto maggiore è l’altezza dello strato liquido, e che le terre in confronto di esse appajano chiare sotto l’illuminazione del Sole, è cosa nota e confermata da certissime ragioni fisiche. Chi viaggia nelle Alpi spesso ha occasione di convincersene, vedendo dalle cime neri come l’inchiostro stendersi sotto i suoi piedi i profondi laghetti di cui sono seminate, in confronto dei quali luminose appajono anche le rupi più nereggianti percosse dal sole. 
Non senza fondamento adunque abbiamo finora attribuito alle macchie oscure di Marte la parte di mari e quella di continenti alle aree rosseggianti che occupano quasi i due terzi di tutto il pianeta, e troveremo più tardi altre ragioni che confermano tal modo di vedere. I continenti formano nell’emisfero boreale una massa quasi unica e continua, sola eccezione importante essendo il gran lago detto Mare Acidalio, del quale l’estensione pare mutarsi secondo i tempi e connettersi in qualche modo colle inondazioni che dicemmo prodotte dallo sciogliersi delle nevi intorno al polo boreale. Al sistema del Mare Acidalio appartiene senza dubbio il lago temporario denominato Iperboreo ed il Lago Niliaco: quest’ultimo ordinariamente separato dal Mare Acidalio per mezzo di un istmo o diga regolare, la cui continuità soltanto nel 1888 fu vista interrompersi per qualche tempo. Altre macchie oscure minori si trovano qua e là nella parte continentale, le quali potrebbero rappresentare dei laghi, ma non certo laghi permanenti come i nostri; tanto sono variabili d’aspetto e di grandezza secondo le stagioni, al punto da scomparire affatto in date circostanze. Il Lago Ismenio, quello della Luna, il Trivio di Caronte e la Propontide sono i più cospicui e i più durevoli. Ve ne sono di piccolissimi, quali il Lago Meride e il Fonte di Gioventù, che nella loro maggiore appariscenza non superano i 100 o 150 chilometri di diametro e contano fra gli oggetti più difficili del pianeta. 
Tutta la vasta estensione dei continenti è solcata per ogni verso da una rete di numerose linee o strisce sottili di color oscuro più o meno pronunziato, delle quali l’aspetto è molto variabile. Esse percorrono sul pianeta spazi talvolta lunghissimi con corso regolare, che in nulla rassomiglia l’andamento serpeggiante dei nostri fiumi; alcune più brevi non arrivano a 500 chilometri, altre invece si estendono a più migliaja, occupando un quarto ed anche talvolta un terzo di tutto il giro del pianeta. Alcuna di esse è abbastanza facile a vedere, e più di tutte quella che è presso l’estremo limite sinistro delle nostre carte, designata col nome di Nilosyrtis: altre invece sono estremamente difficili, e rassomigliano a tenuissimi fili di ragno tesi attraverso al disco. Quindi molto varia è altresì la loro larghezza, che può raggiungere 200 od anche 300 chilometri per la Nilosirte, mentre per altre forse non arriva a 30 chilometri. 
Queste linee o strisce sono i famosi canali di Marte, di cui tanto si è parlato. Per quanto si è fino ad oggi potuto osservare, sono certamente configurazioni stabili del pianeta; la Nilosirte è stata veduta in quel luogo da quasi cent’anni, ed alcune altre da trent’anni almeno. La loro lunghezza e giacitura è costante, o non varia che entro strettissimi limiti; ognuna di esse comincia e finisce sempre fra i medesimi termini. Ma il loro aspetto e il loro grado di visibilità sono assai variabili per tutte da un’opposizione ad un altra, anzi talvolta da una settimana all’altra; e tali variazioni non hanno luogo simultaneamente e con ugual legge per tutte, ma nel più dei casi succedono quasi a capriccio, od almeno secondo regole non abbastanza semplici per essere subito intese da noi. Spesso una o più diventano indistinte od anche affatto invisibili, mentre altre loro vicine ingrossano al punto da diventar evidenti anche in cannocchiali di mediocre potenza. La prima delle nostre carte presenta tutte quelle che sono state vedute in una lunga serie di osservazioni; essa tuttavia non corrisponde all’aspetto di Marte in alcuna epoca, perchè generalmente soltanto poche sono visibili di un tratto. 
Ogni canale (per ora chiamiamoli così) alle sue estremità sbocca o in un mare, od in un lago, od in un altro canale, o nell’intersezione di più altri canali. Non si è mai veduto uno di essi rimaner troncato nel mezzo del continente, rimanendo senza uscita e senza continuazione. Questo fatto è della più alta importanza. I canali possono intersecarsi fra di loro sotto tutti gli angoli possibili; ma di preferenza convergono verso le piccole macchie cui abbiamo dato il nome di laghi. Per esempio sette se ne veggono convergere nel Lago della Fenice, otto nel Trivio di Caronte, sei nel Lago della Luna, sei nel Lago Ismenio. 
L’aspetto normale di un canale è quello di una striscia quasi uniforme nera o almeno di colore oscuro simile a quello dei mari, in cui la regolarità del generale andamento non esclude piccole diversità di larghezza e piccole sinuosità nei due contorni laterali. Spesso avviene che tal filetto oscuro, mettendo capo al mare, si allarghi in forma di tromba, formando una vasta baja, simile agli estuari di certi fiumi terrestri: il Golfo delle Perle, il Golfo Aonio, il Golfo dell’Aurora, e i due corni del Golfo Sabeo sono così formati dalla foce di uno o più canali sboccanti nel Mare Eritreo o nel Mare Australe. L’esempio più grandioso di tali golfi è la Gran Sirte, formata dalla vastissima foce della Nilosirte già nominata; questo golfo non ha manco di 1800 chilometri di larghezza e quasi altrettanti di profondità nel senso longitudinale, e la sua superficie è di poco minore che quella del golfo di Bengala. In questi casi si vede manifestamente la superficie oscura del mare continuarsi senza apparente interruzione in quella del canale; quindi, ammesso che le superficie chiamate mari siano veramente espansioni liquide, non si può dubitare che i canali siano di esse un semplice prolungamento a traverso delle aree gialle, o dei continenti. 
Che del resto le linee dette canali siano veramente grandi solchi o depressioni delle superficie del pianeta destinate al passaggio di masse liquide, e costituiscano su di esso un vero sistema idrografico, è dimostrato dai fenomeni che in quelli si osservano durante lo struggersi delle nevi boreali. Già dicemmo che queste, nello sciogliersi appaiono circondate da una zona oscura, formante una specie di mare temporario. In tale epoca i canali delle regioni circostanti si fanno più neri e più larghi, ingrossando al punto da ridurre, in un certo momento, ad isole di poca estensione tutto le aree gialle comprese fra l’orlo della neve e il 60° parallelo nord. Tale stato di cose non cessa, se non quando le nevi, ridotte ormai al loro minimo di estensione, cessano di struggersi. Si attenuano allora le larghezze dei canali, scompare il mare temporario, e le aree gialle riprendono l’estensione primitiva. Le diverse fasi di questa grandiosa operazione si rinnovano ad ogni giro di stagioni ed i loro particolari si son potuti osservare con molta evidenza nelle opposizioni 1882, 1884, 1886, quando il pianeta presentava allo spettatore terrestre il suo polo boreale. L’interpretazione più naturale e più semplice è quella che abbiam riferito, di una grande inondazione prodotta dallo squagliarsi delle nevi; essa è interamente logica, e sostenuta da evidenti analogie con fenomeni terrestri. Concludiamo pertanto, che i canali son tali di fatto, e non solo di nome. La rete da essi formata probabilmente fu determinata in origine dallo stato geologico del pianeta, e si è venuta lentamente elaborando nel corso dei secoli. Non occorre suppor qui l’opera di esseri intelligenti; e malgrado l’apparenza quasi geometrica di tutto il loro sistema, per ora incliniamo a credere che essi siano prodotti dell’evoluzione del pianeta, appunto come sulla Terra il canale della Manica e quello di Mozambico ... "



La vita sul pianeta Marte 
Giovanni Virginio Schiaparelli 

sabato 28 luglio 2018

La luna rossa in eclissi

Per voi la splendida eclissi di luna del 27 luglio 2018 che richiama culti ancestrali 
presenti nel cuore degli uomini che conversano con l'universo.


" ... L'eclissi di luna è cagionata dal passaggio del corpo della Terra, direttamente tra il sole e la luna. La Terra in questa circostanza intercetta i raggi del sole, e la luna rimane qualche tempo dentro l'ombra della Terra, e priva della luce ... "


Nuova Geografia Universale Antica e Moderna - Volume I
W. Guthrie - Società Geografi 
a cura di Domenico Raggi 


Nel mondo antico già dalla metà del V secolo a.C. erano state formulate delle teorie scientifiche riguardo alla manifestazione delle eclissi, ma la divulgazione che si evince dai testi che seguono non fece presa su quella gente che con la fantasia preferiva rafforzare la tradizione delle credenze folcloristiche che avevano il pregio di salvaguardare una comune identità collettiva. 


" ... Dopo aver fortificato gli accampamenti C. Sulpicio Gallo, tribuno militare della seconda legione, che era stato pretore l'anno precedente, dopo aver radunato i soldati con permesso del console, annunciò che la prossima notte, perchè la cosa non fosse presa per un fatto soprannaturale, la Luna si sarebbe eclissata dalla seconda alla quarta ora, cosa che si può predire e conoscere in anticipo in base all'ordine naturale dei tempi passati.
E come non ci si stupisce, essendo certi sia il sorgere sia il tramontare del Sole e della Luna, del fatto che la Luna ora splenda a disco pieno, ora con esigua falcetta, così non si deve considerare un prodigio il fatto che venga oscurata dall'ombra della Terra.
E nella notte che precede le None di Settembre, quando all'ora annunciata la Luna si oscurò, la sapienza di Gallo apparve ai soldati romani quasi divina ... "

Scrive in Ab Urbe Condita Libro XXXXIV Tito Livio. Sulpicio Gallo, seguendo le leggi fisiche dell'universo che non hanno nulla di  soprannaturale, il giorno prima della battaglia di Pidna contro il re macedone Perseo,  prevede l'eclissi di luna nella notte tra  21 e il 22 giugno del 168 a.C., 



una previsione che troviamo anche nella Naturalis Historia - Libro II di Plinio il Vecchio riportata insieme a quella precedente del 585 a.C, di Talete di Mileto:


" ... E, primo tra i Romani, illustrò la ragione dell'eclissi di entrambi Sulpicio Gallo, che fu console con M.Marcello ma poi tribuno militare, liberando l'esercito dall'ansietà il giorno prima che Perseo fosse sconfitto da Paolo, con un discorso nel quale, invitato dal comandante, prediceva l'eclissi in base ad una sovrapposizione dell'orbita.
Tra i Greci le studiò primo di tutti Talete di Mileto che predisse l'eclissi di sole dell'anno quarto della XLVIII (48) Olimpiade, che accadde sotto il regno di Aliatte nell'anno CLXX (170) ab urbe condita.
Dopo di loro Ipparco predisse il corso di entrambi gli astri per seicento anni, specificando mesi, giorni, ore, e riassumendo la posizione dei luoghi e l'aspetto visto dalla gente, testimoniando l'eternità in nessun altro modo che secondo le leggi della natura ... "


Mentre negli Annales di Tacito che fa riferimento all'eclissi di Luna in Pannonia nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 14 d.C., non si trova alcun superamento delle superstizioni, ma al contrario una persistenza dei rituali necessari a contrastare l'aspetto nefasto dell'evento: 


" ... si vide infatti oscurarsi improvvisamente la Luna nel cielo sereno. I soldati, ignari della causa di tale fenomeno, interpretarono l'avvenimento come presagio della sorte presente, paragonando l'impallidire dell'astro ai propri travagli e ritenendo che avrebbero conseguito il successo nell'azione intrapresa se la dea fosse riapparsa nel suo fulgido splendore. Fanno dunque strepito con cimbali, tube e corni, presi dal giubilo e dall'angoscia a seconda che la Luna diviene più luminosa o più oscura; e quando infine le nubi levatesi ne impedirono la vista e fu creduta sepolta nelle tenebre, facili come sono le menti alla superstizione, quando siano a un tratto colte dal timore, scoppiano in lamenti pronosticando eterni travagli e l'ostilità degli dei ai loro misfatti ..."


Ed ecco le cause delle eclissi viste da diverse culture antiche:

" Eclissi. I pagani gli attribuivano alle visite che Diana, ossia la Luna, faceva al suo amante Endimione nelle montagne di Caria; ma siccome gli amori di lei non durarono sempre, così convenne cercarne un'altra cagione. Si finse allora che le Maghe, e specialmente quelle di Tessaglia, paese ove le erbe velenose più comunemente allignavano, avessero la presenza per mezzo del loro incantamenti di attirare in terra la Luna, e che per impedir ciò convenisse fare grandissimo strepito con dei vasi di rame ed altri strumenti affinché la Luna non potesse sentire le grida delle incantatrici. Giovenale fa allusione a tal costumanza, allorché parlando di una cotal donna cianciera, dice ch'ella può fare tanto rumore che basti a soccorrere la Luna assalita dalle streghe. E cotesta costumanza fu tolta dagli Egizj che onoravano Iside, simbolo della luna, con somigliante strepito di caldaia, di timpani, e di tamburi.
Plutarco afferma che in Roma a suoi di non si osava per anco spiegare, fuorché in segreto, la causa naturale delle eclissi, poiché tal conoscenza avrebbe privati del loro impiego gl' indovini. 
Anassagora contemporaneo di Pericle, e che morì il primo anno della sessagesima ottava Olimpiade, fu il primo che chiaramente scrisse sulle diverse fasi e le eclissi della luna, la quale impresa, secondo Plutarco, riputata audacissima perocché il popolo soffriva i fisici mal volentieri; e diffatti i nemici di Socrate riuscirono ad opprimerlo con accusarlo ch'ei tentasse con empia curiosità d'indagare i segreti del Cielo.
I generali romani si servirono qualche volta delle eclissi per mettere freno ai soldati o per incoraggiarli in alcune occasioni gravissime. Tacito ne' suoi Annali parla di un'eclessi di cui Druso si giovò per sedare una sommossa violentissima insorta nell'esercito ch'ei comandava. Tito Livio riferisce che Sulpicio Gallo, luogo tenente di Paolo Emilio, nella guerra contro Perseo predisse ai soldati un eclissi che il giorno dopo seguì, e prevenne in tal guisa lo scompiglio che avrebbe recato. Plutarco racconta che Paolo Emilio in quell'occasione sacrificò undici vitelli alla luna, e il giorno seguente immolò ad Ercole venti e un bue, l'ultimo de' quali soltanto li promise la vittoria a condizione pur anco ch'egli non proponesse la pugna, ma solamente si stasse sulle difese.
Nicia, generale degli Ateniesi, avea risoluto di sgombrar la Sicilia; ma sbigottito da un'eclissi di luna perdette il momento favorevole; il che fu cagione non solo della sua morte e dello sterminio della sua armata, ma l'epoca eziandio della decadenza d'Atene. Alessandro medesimo prima della battaglia di Arbella fu spaventato da un'eclissi di luna ed ordinò dei sacrifizi al Sole, alla Luna e alla Terra come a deità che produceano l'eclissi.
In tal guisa l'ignorar la cagione di questo naturale fenomeno fu lungamente soggetto di terrore per la volgare credulità: nulla di meno si videro talvolta dei generali che si giovarono dell'astronomia. Mentre Pericle conduceva la flotta degli Ateniesi, sopravvenne un'eclissi di sole che spaventò marinari e soldati: lo stesso pilota tremava. Pericle lo rassicurò con un paragone famigliarissimo: prese un lembo del suo manto e ponendoglielo dinanzi agli occhi gli disse:  credi tu ciò ch'io faccio sia segno di qualche disgrazia?
No, certamente, rispose il Pilota: tuttavia, soggiunse Pericle, ella è questa un'eclissi per te: e non è differente da quella che hai veduto se non in questo che la luna essendo più grande del mio mantello nasconde  il sole a maggior quantità di persone.
Agata, re di Siracusa, guerreggiando in Affrica vide anch'egli in un giorno per lui decisivo spargersi il terrore nella sua armata nel momento di un'eclissi, e presentandosi a soldati ne spiegò ad essi il fenomeno e dissipò in tal guisa il loro spavento. Molti tratti a questi somiglianti riferiscono le storie dei popoli antichi, dei quali taceremo per raccontare con Noél le opinioni di alcuni popoli moderni.
I Messicani, spaventati, digiunavano nel tempo degli eclissi  le donne si maltrattavano, e le zitelle si facevano escir del sangue dalle braccia. Credevano che la luna fosse stata ferita dal Sole per qualche domestica questione.
In Persia anche presentemente si crede che durante gli eclissi la Luna stia combattendo contro un gran drago, che cade sentendo del fracasso, e prende la fuga.
Nelle Indie, quando si eclissa il sole e la luna, avvi opinione che un certo demonio con neri artigli stenda questi sopra gli astri per impadronirsene; in tali occasioni veggonsi i fiumi ricoperti di teste d'Indiani, che stanno nell'acqua fino al collo.
I Lapponi sono persuasi che gli eclissi della luna siano cagionati dai demoni che divorano quest'astro. Con tale idea tirano in cielo dei colpi di fucile, colla mira di spaventare i demoni, e di soccorrere la Luna. 
Iddio, dicono i Persiani, tiene il sole entro di un tubo, che si apre e si chiude all'estremità con uno sportello Questo bell'occhio del mondo illumina l'universo, e lo riscalda da quel buco; quando Dio vuol castigare gli uomini colla privazione della luce, manda l'angelo Gabriele a chiudere lo sportello: quindi, nella preghiera composta per gli eclissi, pregano Dio di calmare la sua collera, e di riaprire la porta a questo grand'astro Chardin.
Ven-Ti, imperatore della China, in occasione d'un eclissi del sole seguito a tempi suoi, pubblicò una dichiarazione che si conserva ancora al presente, nella quale riconosce che il cielo annunzia con tale fenomeno qualche calamità vicina a cadere sopra di lui, o sopra il suo popolo. Aggiunge che Iddio, castigando talvolta i popoli pei delitti dei loro principi, ordina che tutti senza riguardo alcuno lo avvertano di qualunque fallo che ha commesso, o che commette giornalmente nell'amministrazione dello Stato, onde poter calmare con una regolare condotta l'ira celeste. Quando comincia l'eclissi, i Chinesi si prostrano tutti, e battono la fronte sul suolo; nel tempo stesso rimbomba tutta la città del suono di tamburi e di timballi. Ora questa non è più che una vana cerimonia conservata dall'abitudine; ma prima che andassero fra loro i missionari, s'immaginavano che gli eclissi fossero causati da un genio maligno che colla destra mano nascondesse il sole, e colla sinistra la luna. Alcuni attribuivano l'eclissi della luna ad una causa non meno stravagante. Secondo loro il sole ha un gran buco nel mezzo, e quando la luna vi si ritrova di rimpetto, essa deve restare naturalmente priva di luce.
I Siamesi pensano che gli eclissi di sole o di luna siano cagionati da un enorme drago che divora l'astro eclissato. Per liberarlo dalle fauci di quel tremendo animale urtano insieme delle caldaie e dei bacini di rame, per cui risuona l'aria d'un orribile fracasso. 
Il re di Tonchino nel tempo di qualche eclisse fa prender le armi alle sue truppe, e le campane e i tamburi fanno un rumore spaventoso.
I Mandinghi, negri maomettani che abitano nell'interno dell'Affrica, attribuiscono gli eclissi della luna ad un gatto che mette la sua zampa tra la luna e la terra, e per tutto il tempo che dura l'eclissi, essi non fanno altro che cantare e ballare in onore di Maometto.  
Quando gli abitanti del Malabar si accorgono che si è eclissato il sole o la luna escono precipitosamente dalle lor case, urlando orrendamente, colla speranza di spaventare colle loro grida il drago che, secondo le loro idee, vuol divorare il pianeta oscurato. 
I Peruviani riguardavano l'eclissi del sole come un contrassegno che quest'astro fosse irritato contro di essi; ed allora nulla omettevano onde pacificare il suo sdegno. Non erano essi meno impauriti da quello della luna, e s'immaginavano che la stessa fosse ammalata, e che svenisse per l'atrocità de' suoi dolori. Tremavano per la paura che morisse, persuasi che allora cadrebbe dal cielo, sconvolgerebbe il mondo e ne distruggerebbe gli abitanti. Per rianimarla e renderle di nuovo le sue forze avevano ideato di attaccare a certi alberi una quantità di cani, e di flagellarli, affinché gli urli di questi animali suoi prediletti giungessero a risvegliarla, e a farla riavere dal suo svenimento. "

Dizionario d'ogni mitologia e antichità Volume II - 1820
Girolamo Pozzoli
Felice Romani
Antonio Peracchi


" ... Se comprassi una maga
tessala, e poi di notte mi pigliassi
la luna, la chiudessi in un astuccio
tondo, come uno specchio, e la guardassi
a vista? ... "

Le Nuvole
Aristofane
Traduzione Ettore Romagnoli





mercoledì 25 luglio 2018

Valdrada, la città riflessa

Valdrada la città riflessa è la prima delle città e gli occhi, è legata dunque indissolubilmente all'immagine, all'apparire consono che si spinge in ogni suo angolo per proiettarne all'esterno anche gli aspetti più intimi, sorge sulle rive di un lago in cui si specchia e trova il suo doppio speculare, i suoi abitanti assumono un atteggiamento guardingo e inquietante che li incatena al controllo, la spontaneità non può lasciarsi andare, si irrigidisce e viene mortificata dalla consapevolezza di essere su un palcoscenico dove la manifestazione delle emozioni si deve educare per lasciar spazio alla " dignità speciale " di quel riflesso che vive nell'acqua con la sua instabilità, che nulla nasconde, che predomina, che diventa asimmetrico ed erige una valenza paradossale, che sottoposta al giudizio di chi osserva, confonde e muta l'originale cogliendone l'esatto contrario. Valdrada si contiene e nell'essere innaturale traccia la sua natura necessaria che ignora i bisogni di chi la abita; c'è da chiedersi se ne senta il peso; lei si impone un modus vivendi per rispondere all'altra sé che nel bene o nel male, nel positivo o nel negativo la dipinge sottosopra, le due si scrutano, non si riconoscono l'una nell'altra e non si amano.


Sciarada Sciaranti


Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive d’un lago con case tutte verande una sopra l’altra e vie alte che affacciano sull’acqua i parapetti a balaustra. Così il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta.
Non esiste o avviene cosa nell’una Valdrada che l’altra Valdrada non ripeta, perché la città fu costruita in modo che ogni suo punto fosse riflesso dal suo specchio, e la Valdrada giù nell’acqua contiene non solo tutte le scanalature e gli sbalzi delle facciate che s’elevano sopra il lago ma anche l’interno delle stanze con i soffitti e i pavimenti, la prospettiva dei corridoi, gli specchi degli armadi.
Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell’atto e la sua immagine speculare, cui appartiene la speciale dignità delle immagini, e questa loro coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all’oblio.
Anche quando gli amanti danno volta ai corpi nudi pelle contro pelle cercando come mettersi per prendere l’uno dall’altro più piacere, anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo e più sangue grumoso trabocca più affondano la lama che scivola tra i tendini, non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quanto l’accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio.
Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto.
Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano.

Le città invisibili
Italo Calvino

lunedì 16 luglio 2018

domenica 1 luglio 2018

Sogno di una sera di luglio

" ... La sera del primo luglio, verso le dieci, stavo leggendo nella mia camera colle finestre aperte quando udii suonare sul cattivo piano della sala di conversazione la Gran scena patetica di Clementi, che ho udita da Lei tante volte. La mano mi parve eccellente, e discesi. Suonava una signora inglese e c’erano in sala, credo, tutti gli ospiti dell’albergo. La sala è a pian terreno; ha una porta e due finestre sulla fronte della casa. Andai a sedermi fuori nel buio.


La notte era tempestosa. Un balenar continuo senza tuono batteva, di là dal lago, le nuvole nere e le creste selvagge, che, in quei sùbiti bagliori, parevano vivere. 


Sul nostro capo il cielo restava buio, restava buio l’abisso a’ nostri piedi; e, quando il piano tacque, si udirono giù nelle valli profonde tutte le campane dei paeselli. Due signore uscirono e sedettero poco discosto da me. Non le potevo vedere, ma sentii il profumo di rose della mia vicina. «Molto bene, non è vero?» disse questa, in inglese. Era la sola voce femminile che conoscessi lassù.
Non vi fu risposta. Dopo brevi momenti udii un’altra voce dir piano:
- The bells (Le campane).


Ho sempre pensato, e non so come questo strano pensiero sia nato in me, che l’odore dell'olea fragrans possa dare un’idea della dolcezza di quella voce. Trasalii e mi domandai dove l’avessi udita. La signora dall’essenza di rose disse ancora qualche cosa che non intesi e la voce dolce rispose:
- Yes, there is hope (Sì, vi è speranza).
Ebbi come un baleno interno; era la voce del mio sogno. Mi misi a tremare, a tremare senza saper perché senza capir più niente, sebbene le due voci parlassero ancora. Tre o quattro altre signore uscirono dalla sala e tutta la compagnia s’avviò poi verso gli alberi. Io non pensai a seguirla, avevo una indicibile avidità di esser solo. Corsi nella mia camera e là mi sfogai.
Ero come pazzo, m’inginocchiavo a ridere e piangere, balzavo in piedi a pregare, sentendo Iddio infinito e me niente, stendevo dalle finestre le braccia verso il nero scoglio sovrano battuto dai lampi, gli dicevo con trionfante gioia di volermi bene ancora perché ne tornavo degno. Parlavo così a voce alta e poi ridevo di me stesso, ridevo di esaltarmi per una persona di cui non conoscevo ancora il viso; ma era un ridere felice, pieno di fede, senza la menoma ironia. «There is hope, there is hope» ripetevo «vi è speranza.» E poi mi coprivo il viso colle mani, pensavo; e lei? e lei? Chi sa se aspetti anche lei, chi sa se abbia avuto sogni, presentimenti? Che viso, che nome avrà? Poi non pensavo più a nulla, mi riprendeva il fremito di prima. In un’ora triste dell’adolescenza, vagando per le colline in fiore della mia patria, mi ero veduto nell’avvenire una scura e fredda giovinezza e, sul cader di questa, uno splendido fior di passione, improvviso come il fiore dell’agave. Ora il mio cuore batteva «l’agave, l’agave!» Vi strinsi ambo le mani su, ansando. Credetti in quel punto che gli occhi miei mandassero veramente luce ... "

Il mistero del poeta
Antonio Fogazzaro

Regalatevi il sogno, accendete la luce dei vostri occhi e buon luglio!

giovedì 21 giugno 2018

" ... È il solstizio d'oro ... "


" ... È il solstizio d’oro su i campi
esperii, è il solstizio d’estate ...


... Si tóndano i greggi lanuti.
Si mietano gli orzi e i legumi.
S’apparecchi l’aia e, conciata
con pula e con morchia, si rasi.
Non più pe’ forami de’ fiari
s’ode rimbombevole coro
ma a pena sottil mormorio,
segno che l’arnie son piene,
colme son di nettare biondo.
Noi le voteremo domani
all’alba, in mondissimi vasi.
Piedi due fa l’ombra dell’uomo
nell’ora sesta. Oh lunghezza
del dì per oprare e oziare!
Fa ventidue nella prima
ora e nell’undecima. Oh grandi
opere tra l’albe e i meriggi,
ozii tra i meriggi e gli occasi! ... "

Maia
Gabriele D'Annunzio


Buona estate! In Italia dalle ore 11.07

lunedì 18 giugno 2018

La via dei lombrichi


La via dei lombrichi... quella della vita, a volte passa per il cielo,


per merito o demerito di qualche uccellino che per un motivo o per un altro li fa cadere in un giardino segreto dove cercano una nuova dimora.


La freccia nella foto sottostante indica il clitello, un ispessimento cutaneo che rivela la raggiunta maturità sessuale, contiene le ghiandole addette alla secrezione di una sostanza gelatinosa che favorisce l'accoppiamento e forma il cocoon, il bozzolo dove vengono deposte le uova che saranno inseminate, dopodiché questa ovoteca verrà espulsa dal corpo e gli embrioni si svilupperanno al suo interno.


" Un tempo il lombrico dissodava il terreno giorno e notte affinché gli uomini vi mettessero le sementi per ottenere di che vivere e stare in pace. Era ed è nudo crudo, il lombrico, perché nelle profondità della terra non ha bisogno di vestiti, o di piume, o pellicce per coprirsi. Se ne stava ben protetto al calduccio, nel grembo della madre terra, a trafficare e lavorare, silenzioso, timido, completamente ignoto al mondo rutilante e chiassoso della superficie. Ma gli uomini aumentavano, il pianeta si riempiva di formiche umane che avevano bisogno di mangiare. così avvenne che si cominciò a dissodare campi e prati con vanghe, badili e aratri rudimentali. Il povero lombrico veniva tranciato in due dal metallo affilato che fendeva le zolle e penetrava nella polpa della terra. Ci fu in quel periodo una vera ecatombe di lombrichi che caparbiamente continuavano a scavare nelle profondità del terreno per dare una mano all'uomo. Il Signore se ne accorse e volle intervenire per salvare i poveri zappatori del sottosuolo. Dopo un sopralluogo, fece in modo che i lombrichi tagliati a metà non morissero ma si rimarginassero la ferita diventando due. E se venivano spezzati di nuovo, quei due guarivano e diventavano quattro. così i lombrichi furono salvi, ma non per sempre. L'uomo infatti scoprì che con un gancetto curvo chiamato amo poteva catturare i pesci. E per catturarli infilzava sull'amo i poveri vermi che non trovarono ancora pace. E non l'hanno mai trovata. Per questo è molto ingiusto che si paragoni una persona bieca, vigliacca, subdola e traditrice a un verme. Il verme non è così, è una persona seria, che nella vita ha tribolato molto, e che continua a patire e aiutare l'uomo. "

Storie del bosco antico
Mauro Corona

martedì 5 giugno 2018

Giugno in un ruscello nascosto

"... ma le vele continuarono il loro lieto mormorio fino a mezzogiorno, il mormorio di un nascosto ruscello nel fiorito mese di giugno, che canta tutta la notte una tranquilla melodia ai boschi dormienti.
Navigammo placidamente fino a mezzogiorno, ma senza un soffio di brezza; lentamente, pianamente ... "

La leggenda del vecchio marinaro
Samuel Taylor Coleridge
Traduzione Enrico Nencioni 




Buon giugno!

sabato 2 giugno 2018

Sotto il segno della Luna in congiunzione con Saturno

Nell'antichità i marinai riprendevano in primavera la via del mare e il nocchiero dirigeva il timone seguendo la rotta tracciata sul firmamento.
Il 31 maggio appena passato altri naviganti hanno sciolto gli ormeggi e hanno iniziato a orientare il gubernum sotto la luna calante in sacrificio per una nuova genesi congiunta a Saturno maestro di vita che supporta la crescita intellettuale e morale.
Che spiri un buon vento per il nostro veliero.


Buona festa della Repubblica!

domenica 20 maggio 2018

Casa de Aliaga in Lima

" ... Erano però ancora abbastanza bene in forza per farsi temere dagli spagnuoli, tanto piú che erano guidati da quattro valorosissimi capi ... "

Il figlio del Corsaro Rosso
Emilio Salgari

La valle del Rimac quando i conquistadores si accinsero a colonizzarla era abitata da indigeni di origine precolombiana riuniti in una comunità sociale chiamata ayllu nella lingua aymara; a capo di questo gruppo di persone composto più o meno da dieci famiglie vi era il curaca Taulichusco che accolse gli spagnoli con gentilezza e disponibilità invitandoli a espandersi nell'area circostante a patto che non distruggessero la sua gente; a lui fu dedicato un huaca, in lingua quechua un tempio che Francisco Pizzarro, nella lottizzazione del territorio per la nascita di Lima, assegnò al capitano Jerónimo de Aliaga y Ramírez il quale aveva partecipato alla cattura dell'ultimo imperatore Inca, Atahualpa. Su questo luogo sacro in Jirón de la Unión 224 fu costruita Casa de Aliaga, la più antica dimora coloniale del Sud America in cui si respira l'atmosfera della vita vicereale e repubblicana di cui è stata testimone.


Dall'androne attraverso una scalinata di gradini  in marmo


si accede al primo patio dove si è accolti da una griglia di legno cocobolo* con rifiniture in tumbaga*, esempio unico oggi riscontrabile a Lima e nell'America del sud.

cocobolo* = legno rosso ricavato dal dalbergia retusa
tumbaga* = lega d'oro e di rame


Un numero notevole di porte collega ogni ambiente all'altro.



Nell'ampio ingresso predomina il bianco riscaldato da mobili di legno finemente lavorati e da pitture murali che raccontano di Lima e Cusco.


Proseguendo si incontra la sala delle piastrelle risalenti al XVII secolo dipinte a mano con motivi floreali che rallegrano la sobrietà della stanza in cui sopra il camino è esposto un ritratto di Jeronimo de Aliaga y Ramirez


e dove in una teca è conservata la sua spada forgiata a Soligen.


Sul lungo corridoio in cui spiccano due colonne di legno intarsiato si trovano gli stemmi della famiglia che ne indicano i titoli: conti di San Juan de Lurigancho e marchesi de Zelada de la Fuente.


Sulla destra del corridoio, il soggiorno dorato con mobili in stile Luigi XVI, tappeti francesi del XIX secolo, due vasi policromi cinesi di pregiata fattura,


una stufa in bronzo premiata alla mostra universale di Parigi nel 1889


e uno specchio contornato da dipinti tra cui il ritratto di Maria Antonietta


Il soggiorno si apre sul secondo patio al cui centro su un livello più basso, in quello che era il cuore  del huaca,


circondata da piante tra cui una dracena secolare, si trova una fontana inglese del XIX secolo che in alcuni periodi dell'anno fa sentire il gorgoglio del fiume Rimac che scende in piena dalla sierra.


Dal patio si entra nella cappella dove viene celebrata la messa e dove originariamente sulle pareti erano appesi piatti d'argento provenienti dai bottini di guerra.


Dal patio si raggiunge anche la sala da pranzo alle cui pareti si possono ammirare i ritratti di personaggi vicereali dipinti dai più importanti maestri del XVIII secolo: Cristóbal Lozano e José Bermejo


e il soffitto a cassettoni in legno intagliato


Camera da letto accessibile dalla parte sinistra del corridoio
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