venerdì 5 febbraio 2016

Matisse 10


" ... il gatto è felice di essere se stesso. I gatti non hanno costante bisogno di rassicurazioni. Sanno già di essere meravigliosi ... "

La vita emotiva dei gatti
Jeffrey Moussaieff Masson

sabato 30 gennaio 2016

" Era una delle ultime notti di gennaio "

                                                                
Roma - nevicata 2012


" Era una delle ultime notti di gennaio; nevicava; le vie della città, le piazze, i davanzali e i terrazzini delle case, gli alberi dei giardini, tutto era bianco, sepolto, sopraccarico di neve; i fiocchi venivan giù lenti, grossi, fìtti , e sullo strato nevoso lungo i muri non appena s' imprimeva un' orma , che ne spariva ogni traccia. I lampioni agli angoli delle strade mandavano intorno un chiarore velato e triste; sui crocicchi, per quanto si guardasse avanti e indietro , a destra e a sinistra , non si vedeva nessuno ; in ogni parte un silenzio cupo ; si sarebbe sentito , per modo di dire , cader la neve. Era una di quelle notti , in cui chi si trovi , per mala ventura, fuor di casa, s'affretta a ritornarvi ; rasenta le case a passetti rapidi e muti, come un fantasima furtivo, coll'occhio a terra per iscansare le pozzanghere , colla tesa del cappello calata sulle orecchie e sul naso, col collo rientrato nelle spalle, col bavero del vestito rialzato sulla nuca , con una mano ficcata nella manica dell' altra, tutto inarcato e rimpicciolito ; si getta a capo basso nel portone di casa , sale le scale pestando forte i piedi fradici e scotendo i panni nevosi, caccia in furia la chiave nella toppa, entra, via il vestito, giù il cappello, in che stato! spinge la prima seggiola davanti al camino , vi si lascia cader su , un piede di qua e un piede di là , e abbassa il volto sul fuoco, e se ne sta lì, e se lo cova, se lo stuzzica, se lo gode, succhiando lentamente un sigaro e geroglificando le ceneri colle molle e brontolando di tratto in tratto : — Che tempo ! — Una di quelle notti in cui anche il marito disamorato e tediato avvicina un po'più del solito la seggiola a quella di sua moglie... " 


La vita militare 
Edmondo De Amicis


Famiglia in cucina 
Jan Josef Horemans il Vecchio (attribuito)
prima del 1759

mercoledì 27 gennaio 2016

" Penso che la vita sia difficile, e bellissima "



" A volte penso che la vita sia una strada buia. Su questa strada crescono fiori delicati. Sono fiori sofferenti, che non riescono a respirare per colpa dei rovi. Ai fiori non resta altra scelta che diventare a loro volta rovi o camminare in silenzio in mezzo alle spine. Non sempre ci riescono, ma quando accade si tratta di un vero e proprio miracolo. E questi miracoli li compiono ogni giorno gli ebrei che sopportano in silenzio la sofferenza in vista di un fine più grande. 
Penso che la vita sia difficile, e bellissima. "


La memoria dei fiori 

venerdì 8 gennaio 2016

Un abbraccio, un bacio e una carezza per colazione

Mettiamo il caso che la vostra Raggio di Sole ( mamma ) avesse una fastidiosissima tallonite che le impedisce di muoversi liberamente.
Mettiamo il caso che la mattina presto vi chiamasse dicendovi che ha bisogno di aiuto.
Mettiamo il caso che entrando nella sua cucina ad accogliervi ci  fosse una tavola imbandita per la prima colazione.
Vi sorprendereste per la forza del suo amore che pensa più a voi che a lei?  
Io si, sempre di più a ogni sua manifestazione e con un sorriso del cuore ho fatto un'abbondante colazione.


" Le giornate dovrebbero iniziare con un abbraccio, un bacio, una carezza e un caffè.
Perché la colazione deve essere abbondante."

Charles M. Schulz

mercoledì 6 gennaio 2016

La profezia della Stella

" 15 - Balaam pronunziò quindi questo messaggio: ' Ecco quel che proclamo io, Balaam figlio di Beor, uomo dallo sguardo penetrante.
16 - Ecco quel che dichiaro io, che ascolto le parole di Dio, conosco i segreti dell'Altissimo e contemplo le visioni che vengono dall'Onnipotente: quando io cado in estasi mi vengono aperti gli occhi.
17 - Vedo quel che accadrà, ma non in questi giorni; scorgo un avvenimento, ma avverrà più tardi: ecco, compare un astro tra i discendenti di Giacobbe, sorge un sovrano in mezzo al popolo d'Israele... "

Numeri  24 - 15, 17


Una piccola botte nasconde un segreto


Un ' opera di un artista romano che si chiama Gianfranco D'Ambrosio


Un magnifico presepe in miniatura


che annuncia  la nascita di Gesù Bambino e...


l'arrivo dei  tre Re Magi guidati dalla stella cometa

venerdì 1 gennaio 2016

I 16 rintocchi di Capodanno

Allo scoccare della mezzanotte 16 rintocchi della campana di bordo, otto per salutare l'anno vecchio e 8 per abbracciare l'anno nuovo. Salpiamo su un veliero magico che tra scoperte archeologiche e pagine di libri ci condurrà da oriente a occidente in un viaggio che attraversa il tempo e che ci farà ascoltare quei suoni che attivano il senso dell'udito, portatori convenzionali di significato, linguaggio codificato di comunicazione condiviso, voce degli eventi fausti, infausti, sacri e profani che raccontano la vita degli uomini.




Amerigo Vespucci

Le prime tracce documentate di un campanello si trovano nella Babilonia del I° millennio a.C. dove attraverso la fusione del rame e dello stagno praticata dagli assiri si realizzavano i bronzi che suonano. 
Leggendo il libro Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe scopriamo che il re Salomone vissuto tra il 974 e il 937 a.C. aveva decorato con innumerevoli campane d'oro il tetto del suo tempio per allontanare gli uccelli mentre seguendo l'archeologo Austen Henry Layard troviamo otto campanelli fusi in un calderone di rame nell'antica città di Nimrud fondata nell' 880 a.C. e distrutta nel 610 a.C.
In Cina, nell'VIII secolo a.C. incontriamo: le chung, le prime campane senza battaglio e di dimensioni notevoli che venivano percosse con un palo di legno posto in orizzontale, e nel V secolo a.C. ben 65 campane capaci di produrre due suoni diversi. 
In Giappone, in India e anche in Egitto nelle cerimonie che si celebravano nei templi si indossavano cavigliere formate da campanelli.

Condividiamo ora la nostra visita in oriente con chi ci ha vissuto

Nella terra àe molt[i] palagi; e nel mezzo n’àe uno ov’è suso una campana molto grande che suona la sera 3 volte, che niuno non puote andare poscia per la terra sanza grande bisogna, de femmina che partorisse o per alcuno malato.

Ancora d'uno palagio del nipote 
Milione - Capitolo 84 
Marco Polo
1298

Sulla scia del sole che si alza in cielo siamo pronti a seguire la via dell' occidente, qui porgiamo uno sguardo al 500 a.C. su alcuni campanelli in rame per slitta trovati nelle tombe pre-incaiche del Perù per poi spostarlo sul VII secolo a.C. con il ritrovamento di campanelli bronzei nei pressi di Sparta. 
In Grecia dove le campane si chiamavano " còdon " in un' accezione metaforica che si riferiva al fiore del papavero, le notizie sulle campane ci arrivano attraverso 
Eschilo 525-456 a.C.
Euripide 484-487 a.C . 
Tucidide 455-404 a.C.
Arisofane 450-385 a.C.

" -Trigeo: Versa un po' di piombo nella campana, infila una bacchetta lunga e diritta nell'imboccatura, e ti diventa un còttabo* perfetto... "

còttabo* = Gioco che consisteva nel lanciare le gocce di vino rimaste dentro il bicchiere contro dei vasi che galleggiavano in un recipiente pieno d'acqua, si potevano trarre presagi d'amore dalla forma che le gocce lasciavano sul vaso e chi ne colpiva il maggior numero era il vincitore che portava a casa  dolci, farina, uova,  ecc.

La pace parte terza
Aristofane


Strabone 60/64 a.C.-21/24 d.C.
Plutarco 46/48-125 d.C. 

A Roma, dove le campane si chiamavano " tintinnabulum " in un' accezione onomatopeica, gli autori che ci parlano delle campane sono:
Tibullo 54-19 a.C.
Ovidio 43 a.C.-17 d.C.
Manilio I sec. d.C.
Plinio il Vecchio 23-79 d.C. che nel testo che segue ci introduce nell'immaginario di una possibile origine etimologica del termine campana


" In reliquis generibus palma Campano perhibetur, utensilibus vasis probatissimo -Tra i vari tipi di bronzo la palma spetta a quello campano, adattissimo per gli utensili domestici "

Naturalis historia
 1. XXXIV, cap. 20
Plinio il Vecchio

Marziale 38/41-104 d.C.

Nel III secolo, nella Storia romana di Cassio Dione si legge che nell’anno 22 a.C. la statua di Giove tonante sul Campidoglio fu fornita di una campana per volere dell' imperatore Ottaviano Augusto.
Abbracciamo adesso il Cristianesimo per addentrarci nell'incerta etimologia del termine campana che in origine sembra si chiamasse " nolanae ", era incastonata secondo la tradizione dal 420 d.C. in un campanile chiamato " nolarium " da cui deriverebbe " torre nolare" ; artefice della sua diffusione sarebbe stato San Paolino che voleva scandire i tempi canonici delle funzioni religiose, nell' VIII secolo il campanile diventa nelle chiese una consuetudine affermata e nel corso del tempo si aggiunge una seconda campana più grande chiamata " vasa campana  - vaso della Campania  " probabilmente perché come già detto da Plinio il Vecchio da questa regione proveniva il miglior bronzo per costruire questo strumento. Il suono coordinato e alternato che ne deriva viene definito " a doppio " .

Questo sostiene Honorius Augustodunensis nel XII secolo

" Haec vasa primumu in Nola Campaniae sunt reperta, Unde sic dicta, majora quippe vasa dictunur campana, a Campaniae regione; minora Nolae e civitate Nola Campaniae 
Questi vasi vennero dapprima scoperti a Nola della Campania, per cui hanno questo nome, infatti i vasi più grandi vengono chiamati campani dalla regione Campania, quelli più piccoli Nole dalla città di Nola in Campania

Gemma animae
Honorius Augustodunensis

L'ipotesi di Honorius Augustodunensis non è condivisa però da Giovanni di Garlandia che nel XIII secolo spiega: 

" Campane dicuntur a rusticis qui habitant in campis, qui nesciant judicare horas nisi per campanas 
Le campane prendono il nome dai contadini che abitano in campagna, i quali non saprebbero che ore sono se non tramite le campane "

Dictionarus
Giovanni di Garlandia 

Nel XVI secolo Luigi Pulci  ci ricorda il suono a doppio delle campane

" ... Morgante non poté più sofferire
e disse a Carlo:- O imperadore, io scoppio
s’io no lo fo con le mie man morire.
Lascia ch’i’ suoni col mio battaglio a doppio:
col primo colpo il farò sbalordire
che ti parrà ch’egli abbia beuto oppio. -
Carlo risponde, ma non era inteso,
tanto ognuno era di furore acceso... "


 Morgante maggiore, 
Cantare X - Ottava 147

Luigi Pulci


All' VIII - IX secolo d.C. apparterrebbe il primo reperto archeologico italiano di una piccola campana in bronzo ritrovata a Canino presso Viterbo; chi costruiva i bronzi suonanti all'epoca si spostava lì dove c' era una chiesa in costruzione e sul luogo con gesti rituali, che cercavano il giusto dosaggio per un risultato perfetto, fondevano il rame con lo stagno che rendeva squillante il suono della campana sulla quale venivano incisi il nome del costruttore, l'anno di produzione e su richiesta dediche o motti in latino ed ecco che così dopo esser stata benedetta era pronta per assolvere i suoi compiti tra i quali c'era appunto la scansione del tempo che indicava le ore canoniche di preghiera ... 


Campana di Canino
VIII - IX secolo d.C.
Museo Pio Cristiano - Città del Vaticano  - Roma

" Più ancora per esigenze pratiche che per ragioni teologiche, che d’altronde ne sono alla base, il tempo concerto della Chiesa è, adattato dall’antichità, il tempo dei chierici, ritmato dagli uffici religiosi, alle campane che li annunciano, eventualmente indicato dalle meridiane, imprecise e mutevoli, misurato talvolta dalle clessidre grossolane... "

Tempo della Chiesa e tempo del mercante
Jacques Le Goff 
1977


... che seguivano La regola di San Benedetto del 540

" Secondo che dice il Profeta: Sette volte al dì io ho detto le tue Lodi; così noi adempiremo questo sacro numero settenario, se renderemo a Dio il debito della nostra servitù al tempo del Mattutino*, di Prima*, Terza*, Sesta*, Nona*, Vespero* e Compieta*: perocché di queste ore diurne dice il Profeta: Sette volte al di io ho detto le tue lodi. — Ed anche della veglia notturna il Profeta dice il medesimo: Io mi levava a mezza notte per celebrarti. — Adunque rendiamo lode al nostro Creatore per i suoi giustissimi giudizii in questi tempi diversi; cioè, al Mattino, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta; e di notte alziamoci a magnificarlo. "

Mattutino* = Ore 3.00 chiamato orthos nella Chiesa d'oriente
Prima* = Ore 6.00
Terza* = Ore 9.00
Sesta= Ore 12.00
Nona* = Ore 15.00
Vespri* = Tramonto
Compieta* = Prima di coricarsi

Come si abbiano a regolare gli officii divini nel giorno - Capitolo 16
La regola di san Benedetto
Benedetto da Norcia 

" ... Intanto era calata la notte profonda, la luna piena splendeva sul più limpido cielo illuminando lo splendido anfiteatro dei monti. Gli alberi inondati di luce, le nere ombre delle rupi, i vapori luminosi che salivano dalle vallate, il terribile silenzio interrotto dal malinconico grido dell'upupa, il grosso gufo della montagna e il sordo mormorio del Cosa*, tuttociò pareva circondare il monastero di un influsso magico. A mezzanotte mi destò il suono della campana - suonavano il mattutino - sapevo che a quel suono un frate, l'excitator, andava di cella in cella a destare i monaci. Essi recitano i primi quattro salmi penitenziali, poi vanno in chiesa dove rimangono tre ore a cantar mattutino. Tornati nelle loro celle seguitano ancora la preghiera, indi è loro concesso un breve sonno per riposarsi: è così avanti una notte dopo l'altra. Ascoltai i rintocchi della campana, che parevano risuonare strani e fantastici nell'aria, e sarei sceso volentieri in chiesa se non avessi temuto di turbare le preghiere di quei santi uomini. Mi addormentai al suono dei loro canti e appena spuntò il giorno la mia guida venne a bussare alla porta della mia cella, per avvertirmi che era l'ora di partire per Veroli..."

Cosa* = Fiume del Lazio


Passeggiate per l'Italia
Ferdinand Gregorovius

Impossibile tralasciare il riferimento alle campane del nostro Dante Alighieri  nel XIV secolo

" ... Era già l’ora che volge al disio
 ai navicanti e ‘ntenerisce il core
 Io dì c’han detto ai dolci amici addio;

 e che lo novo peregrin d’amore
 punge, se ode squilla di lontano
 che paia il giorno pianger che si more... "

Purgatorio - VIII, 1-6 

" ... Indi, come l’orologio che ne chiami
 nell’ora che la sposa di Dio surge
 a mattinar lo sposo perché l’ami,

 che l’una parte e l’altra tira e urge,
 tin tin sonando con sì dolce nota,
 che ‘l ben disposto spirto d’amor turge ... "

Paradiso - X, 139-144

Il nostro veliero magico vira per navigare nelle acque dell'epoca d'oro dei velieri  tra il XVII e la metà del XIX secolo.
Il nostromo di guardia per scandire lo scorrere del tempo voltando una clessidra a sabbia batte due rintocchi di campana ogni mezz'ora e ogni quattro ore,  alle ore 4.00 - alle 8.00 - alle 12.00 - alle 16.00 - alle 20.00 e a mezzanotte, batte otto rintocchi per il cambio della guardia delle due vedette di prora e delle due di poppa e sul ponte di coperta viene pronunciata la classica frase: " E' mezzanotte e tutto va bene" che nella tradizione si ripete anche per le vie delle città portuali. Otto rintocchi indicano quindi il cambiamento e sono battuti anche per salutare in maniera definitiva un marinaio.


" - Sceriffo di Nottingham: "Tonto come faccio a dormire con te che strilli tutto va bene tutto il tempo? "

Robin Hood
Film Disney
1973

Ed eccoci giunti lì da dove siamo partiti, dai sedici rintocchi che la tradizione marinara batte a cavallo della mezzanotte tra il 31 dicembre e l'1 gennaio per salutare l'anno vecchio e abbracciare quello nuovo.

" ... - Francesco: Puntuale.
Mezzanotte è battuta proprio adesso.
- Bernardo: Va' a letto, va'.
- Francesco: Ti ringrazio del cambio.
Fa' un freddo cane, rigido, pungente, da fare male al cuore... "

Amleto
Atto I - Scena I
William Shakespeare
1600 - 1602

Mentre il nostro veliero solca i mari dell' epoca d'oro, sulla terra ferma si parla ancora di campane...

" … C'era in fatti quel brulichio, quel ronzio che si sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete solenne della notte. Le donne venivano dal campo, portandosi in collo i bambini, e tenendo per mano i ragazzi più grandini. ai quali facevan dire le divozioni della sera; venivan gli uomini, con le vanghe, e con le zappe sulle spalle. All'aprirsi degli usci, si vedevan luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva nella strada barattare i saluti, e qualche parola, sulla scarsità della raccolta e sulla miseria dell'annata.; e più delle parole, si sentivano i tocchi misurati e sonori della campana, cha annunziava il fine del giorno … "

I promessi sposi cap. VII
Alessandro Manzoni
1827- 1840/41

" ... quantunque mezzo tra 'l sonno, e più che mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio, quale si fosse. Dà di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le caccia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giù balzelloni per una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la corda della più grossa di due campanette che c'erano, e suona a martello.
Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i giovinetti sdraiati sul fenile, tendon l'orecchio, si rizzano. - Cos'è? Cos'è? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi? - Molte donne consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli altri: alcuni s'alzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi e più bravi scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al rumore: altri stanno a vedere ... "

I Promessi sposi - capitolo VIII
Alessandro Manzoni
1827- 1840/41

" ... Nessuna cosa piú mirabile al mondo di quel lucido orizzonte che fugge all'occhio per mille tinte diverse sulle sponde del Tagliamento, quando il sole imporporando il proprio letto cambia in tremulo argento i molti fili d'acqua scorrente come rete per le vaste ghiaie del torrente; ed ogni sassolino ed ogni crespolo d'onda manda una luce tutta sua, come ogni stella ripete un nuovo chiarore nell'azzurro della notte; e le praterie s'allargano d'ognintorno come il cielo si profonda nell'alto; e lunge lunge si schierano illuminate dal tramonto le torri dei radi paeselli donde si parte un suono di campane cosí affiocato per la vastità e per la distanza, da sembrare un coro di voci né celesti né terrene, nel quale alle preghiere degli uomini si sposino arcanamente le benedizioni degli angeli ... "


Il Varmo novella paesana
Ippolito Nievo
1856 

... ed io auguro di cuore a tutti voi un  sereno 2016


lunedì 28 dicembre 2015

Unici e insostituibili

" Se la nota dicesse: non è una nota che fa la musica...non ci sarebbero le sinfonie.
Se la parola dicesse: non è una parola che può fare una pagina 
...non ci sarebbero libri.
Se la pietra dicesse: non è una pietra che può alzare un muro
...non ci sarebbero case.
Se la goccia d'acqua dicesse: non è una goccia d'acqua che può fare un fiume 
...non ci sarebbe l'oceano.
Se il chicco di grano dicesse: non è un chicco di grano che può seminare un campo 
...non ci sarebbe la messe.
Se l'uomo dicesse: non è un gesto d'amore che può salvare l'umanità 
...non ci sarebbero mai né giustizia, né dignità, né felicità sulla terra degli uomini.
Come la sinfonia ha bisogno di ogni nota
Come il libro ha bisogno di ogni parola
Come la casa ha bisogno di ogni pietra
Come l'oceano ha bisogno di ogni goccia d'acqua
Come la messe ha bisogno di ogni chicco
l'umanità intera ha bisogno di te,
qui dove sei, unico, e perciò insostituibile. "

Ha bisogno di te
Michel Quoist

Unici e insostituibili i vostri gesti d'amore nel nostro Calendario dell'Avvento.
Un saluto a Camillo il nonno della nostra amica Audrey.


venerdì 25 dicembre 2015

E' nato

Che freddo quella notte! Le stelle bucavano il cielo come punte di diamante. Il gelo induriva la terra. Sulla collina di Betlem tutte le luci erano spente, ma nella vallata ardevano, rossi, i nostri fuochi.
Le pecore, ammassate dentro gli stazzi, si addossavano le une sulle altre, col muso nascosto nei velli.
Noi di guardia invidiavamo le bestie che potevano difendersi così bene dal freddo. Si stava attorno ai fuochi che ci cocevano da una parte, mentre dall’altra si gelava.
Sulla mezzanotte il fuoco cominciò a crepitare come se qualcuno vi avesse gettato un fascio di pruni secchi.
Nello stazzo, le pecore si misero a tramenare. Alzavano i musi in aria, e belavano.
- Sentono il lupo, – pensai.
Cercai a tasto il bastone e mi alzai. I cani giravano su se stessi e uggiolavano.
- Hanno paura anche loro, – pensai.
Intanto anche i compagni si erano levati da terra. Facemmo gruppo scrutando la campagna.
Non era più freddo. Il cuore, invece di battere per la paura, sussultava quasi di gioia. Era d’inverno, e ci sentivamo allegri come se fosse stata primavera. Era di notte, e si vedeva luce come di giorno.
Sembrava che l’aria fosse diventata polvere luminosa. E in quella polvere, a un tratto, prese figura una creatura così bella che ne provammo sgomento.
- Non temete, – disse l’apparizione. – Io vi annunzio una grande gioia destinata a tutto il popolo. Oggi vi è nato un Salvatore, nella città di David. E questo sia per voi il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia.
Non aveva finito di parlare, che da ogni parte del cielo apparvero Angeli luminosi, e cantavano: – Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà.



L'adorazione dei pastori 
1640 - 1642
Guido Reni
Certosa di San Martino - Napoli

Poi tornò la notte, e noi restammo come ciechi nella valle piena di oscurità. I fuochi si erano spenti. Le pecore tacevano. I cani s’erano acciambellati per terra.
- Abbiamo sognato! – pensammo. Ma eravamo in troppi a fare lo stesso sogno.
Lì vicino, sulla costa della collina, erano scavate alcune grotte, che servivano da stalla. Avevano la mangiatoia formata di terra dura. Se il Salvatore si trovava in una mangiatoia, voleva dire che era nato in una di quelle povere grotte.
Infatti trovammo, come ci aveva detto l’Angelo, un Bambino fasciato, in mezzo a due animali, un bove e un asino. L’asino vi era giunto coi genitori del Bambino.
Sul basto sedeva il padre, pensieroso. Presso la mangiatoia, si trovava inginocchiata la madre, in adorazione del suo nato.
Guardai quel Bambino e il mio cuore s’intenerì. Sono un povero pastore, ma ogni volta che vedo un agnellino mi commuovo. E quel Bambino mi parve il più tenero, il più innocente degli agnelli.
Non so dire altro. Posso solo aggiungere che non ho più provato in vita mia una dolcezza simile a quella provata dinanzi a quel Bambino.
Anche ora che ci ripenso, mi torna la tenerezza per quell’Agnello innocente e gentile.
Sono un povero pastore. Perdonatemi se lo chiamo così: è per me il nome più dolce e più caro.

Il pastore
Piero Bargellini

Buon Natale !

Oggi sul blog del Folletto del Vento, Viaggio nel Vento , si apre l'ultima finestra del Calendario dell'Avvento dedicato ad Alessandro.

Ho saputo da Joh che è stata dedicata una stella ad Alessandro, chi vuole può continuare a lasciare dei messaggi su questo sito : https://stars.osr.org/FNV106412#.VnxSyX5d7qB , la password è superale.

domenica 20 dicembre 2015

Una sera di fine dicembre

" Una sera di fine dicembre. La nebbia sale dalla valle e si confonde col fumo lento delle case. E' una lentezza pacata che si distende sulle fatiche ultimate degli uomini; è una carezza, un premio.
Cominciano le veglie nelle case, che sono tutte una lunga veglia di Natale. La natura è spenta e la terra svapora in un elemento confuso e primitivo. I suoni sono spogliati e si perdono in un'aria vuota dove sembrano morire. 
S'odono voci di bimbi, versi di tacchini (i lieti animali del Ceppo), campane che si sciolgono una dopo l'altra, come lo snodarsi d'una catena sonora. 
Ma tutti i suoni sono esteriori: ché nulla viene dalla terra, ormai ridotta a un'ombra vagante. La crosta della terra è sterile, l'erba invetrita, l'acqua ghiacciata. E il cielo è lontano e distaccato. Nulla più geme, dubita, lotta, sospira. E' la stagione delle fredde certezze.


C'è una netta divisione: la casa e fuori. La casa è la vita; tutta la vita presente, tutti i germi della vita futura si sono raccolti in casa.
Le pigne e la legna nel caminetto prendono importanza, sembrano le uniche pigne e le uniche legna rimaste al mondo, e servono a mantenere nella casa la vita. 
Chi le avrebbe notate le pigne perdute tra i cespugli del bosco prima che le raccattassero i ragazzi e le mettessero in un corbello per portarle a casa col vischio e il pungitopo? E quegli enormi tronchi di legno dove il fuoco scava archi e volte e gallerie a spirale, non erano che ramoscelli secchi d'una pianta perduta fra molte altre. E quelle provviste di mele e di castagne, di conserve e di farine (considerate un giorno miseri raccolti) ora riempiono la casa d'opulenza e di conforto. 
Fuori, tutto è diventato a un tratto lontano, freddo. Da questo contrasto fra l'umana intimità della casa e la solenne purezza d'una notte in cui tutto ciò che è piccola e confusa voce terrestre è rimasto fulminato e ammutolito dall'ordine assoluto, è nata e venuta a noi la poesia del Presepio. Dentro, l'alito caldo d'un bue, fuori, freddezza di stelle e mistici canti celesti. "


Fabio Sanminiatelli,
in arte Bino Sanminiatelli 
Scrittore e produttore di vini




P.S. Per un impegno personale il 21 sera non potrò aggiornare i link del Calendario dell'Avvento quindi già da domani mattina troverete attivate le finestre del 21 e del 22 - Grazie a tutti

giovedì 17 dicembre 2015

Un sorriso incastonato tra due guance soffici


Veder entrare Alessandro, con Claudia, nella nostra scuola San Giuseppe, era sempre una gioia. Ci raccontava dove era andato con i suoi genitori, quali animali avrebbe visto con Mina nel pomeriggio e mentre parlava la bocca sembrava un gioiello incastonato tra le guance soffici che accarezzavamo con infinita tenerezza. I primi tempi lo zainetto era troppo ingombrante per lui così piccino e allora si divertiva a trascinarlo, ma lo faceva con una certa eleganza che ben si abbinava al cappottino blu (quante volte l'ho abbottonato!) e che lo rendeva un vero " damerino". Giocava con i compagni, ma amava anche chiacchierare con noi e nonostante fosse così piccolo, aveva una spiccata proprietà di linguaggio, riusciva a sostenere lunghe conversazioni con gli insegnanti e le rendeva più interessanti di molti adulti! Per un certo periodo Claudia, sempre protettiva nei suoi confronti, ha avuto paura che gli accadesse qualcosa di male, che si perdesse tra la gente, senza poterlo ritrovare...oggi sembra quasi un presagio. Il ricordo di Ale qui è forte nei pensieri e ora nelle lacrime di chi lo ha conosciuto e presto la sua presenza sarà ancora più tangibile grazie a un quadro a lui dedicato: oltre a colori e immagini conterrà una frase tratta da "Il piccolo principe" di Antoine de Saint-Exupéry "Tu avrai delle stelle come nessuno ha. Quando la notte guarderai il cielo, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai delle stelle che sanno ridere!"
Siamo in Avvento, tempo di attesa di un Dio bambino, nato di notte perché crediamo che possa illuminare qualsiasi realtà, e che come promesso nell' Apocalisse ( capitolo 21 versetto 4) " asciugherà ogni lacrima, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno".

Ad Alessandro.
La maestra Enrica.

Scuola dell'Infanzia San Giuseppe
Castelfiorentino (FI)


Passo il testimone a Leonardo del blog Sirio - note in libertà

lunedì 14 dicembre 2015

Buon Natale a quel bambino


Buon Natale buon Natale,
buon Natale a tutti quanti, 
a li preti senza santi
alle banche e a li banchieri
con i figli ai ministeri.

Alle zoccole de strada
 che so sante e benedette
con un Parlamento de mignotte.*
Buon Natale ai terroristi
con la faccia indifferente che massacrano la gente.

Buon Natale buon Natale...


Buon Natale  a quel bambino
che guardanno* questo monno* 
così piccolo e meschino
s' è chiamato un cherubino e... 
è tornato dar Divino

Golconda

mignotte* = non è riferito a una distinzione di genere
guardanno* = guardando
monno*  = mondo


Un ciao a te Alessandro da un uomo che avrebbe voluto che questo mondo offrisse di più a te, a Claudia e ai tuoi genitori


Passo il testimone ad Azzurro Cielo del blog  UnAzzurroCielo

mercoledì 9 dicembre 2015

Ti amo Ale


" Su me e su te ranuncoli gialli, 
vorrei che crescessero ranuncoli gialli, 
tanti, a perdita d’occhio, 
una distesa su prato sconfinato
e nessuno là sotto sapesse dove siamo, 
uniti in qualche luogo non più noto a nessuno, 
e ci proteggessero il vento e la pioggia.
Frusciando tra i fiori come una mano amica
il vento ci sussurrasse: nessuno vi dividerà più.
Strapazzando impetuoso le corolle
ci difendesse dagli assalti esterni
e preparasse la pioggia,
quella che confonde acqua e lacrime, 
le nostre lacrime, tue e mie,
per l’eternità. "

B.B.


E’ iniziato tutto un venerdì. Sei uscito da scuola e con il tuo solito sorriso mi hai detto “oggi mamma ho visto doppio”. Erano le prime giornate di primavera e avevamo iniziato a passare i pomeriggi dopo la scuola al parco. Quel pomeriggio ti vedevo giocare, scambiavo due parole con le altre mamme come sempre, ma già sentivo che iniziava a non essere più come sempre. Ho visto doppio, mi hai detto, e io non riuscivo a pensare ad altro.

Che tra di noi ci fosse qualcosa di speciale lo abbiamo sempre saputo. Ti ho avuto sempre addosso da non saper più distinguere le tue mani dalle mie, le tue labbra dalle mie, il tuo cuore dal mio. Mischiati uno con l’altro da confondere anche i miei pensieri con i tuoi. Qualcuno ha scritto che i figli non appartengono ai genitori, noi siamo sempre appartenuti uno all’altro, anzi ci siamo appartenuti in quattro, felici della nostra appartenenza reciproca.

Avevi appuntamento con il tuo amico del cuore il pomeriggio del giorno in cui andammo dall’oculista. Non eri andato a scuola e volevamo fare in fretta in ospedale, perché fuori ci aspettava la vita.

La nostra bellissima vita normale.

Non siamo più usciti da quell’ospedale se non quindici giorni dopo e con in regalo una sentenza di morte.

La tua vitalità, la tua risata, la tua dolcezza fermate per sempre dalla malattia.

La nostra vita bellissima è finita lì.

Il giorno del tuo funerale il prete si è avvicinato a me e papà per consegnarci un libretto con degli scritti di Sant’Agostino. Ho sempre amato la dottrina agostiniana. E poi Sant’Agostino è il santo che segue i nostri due onomastici, incollati anche quelli come siamo sempre stati noi due.

Non piangere per avermi perso, ma sii felice per avermi avuto…

Ma Sant’Agostino non ha perso un figlio. Di fronte alla morte di un figlio non c’è costrutto filosofico, religione, teoria psicologica che regga. Esiste solo il dolore e ancora di più del dolore, esiste il vuoto.

Ale, è difficile spiegare cosa sia il vuoto. Il dolore è ancora esistere, il vuoto è il nulla. Io sono morta con te Ale, una strana forma di morte che mi permette ancora di respirare, parlare, mangiare e qualche volta dormire. E’ l’unica alternativa alla follia.

Vago per casa senza fare nulla come un carcerato che sente il blocco di una pesante palla di ferro attaccata alla caviglia. Sorrido a chi entra in questa casa, come hai sempre fatto tu, ma non sono brava come te.

Il mio sorriso non è il tuo.

Mi chiedo dove sei, di quale bellissimo paradiso sei ora il sole. Ma poi questi pensieri non hanno seguito, sono troppo terrena e la mia idea di trascendenza è limitata. In fondo noi quattro, tu Claudia papà e io in paradiso ci eravamo già, il nostro splendido paradiso terreno l’avevamo costruito.

Ti sento, ti sento intensamente. Sei dentro di me, lo sarai per sempre. Sei su quel divano, dove abbiamo passato la maggior parte della nostra vita negli ultimi sette mesi. So che non sei andato via. Non esco nemmeno da casa per non lasciarti troppo tempo da solo, lì sul divano. Ma comunque sentirti dentro e intorno a me non basta. Te l’ho detto ho i miei limiti terreni, io ti vorrei qui con me come prima. E so che tu vorresti la stessa cosa, vorresti stare con noi. Vorrei le tue braccia attorno al collo, vorrei la tua voce che canta, vorrei vederti arrivare con un succo di frutta e sentirti chiedere sorridendo “condividiamo?”

Eravamo felici. Lo eravamo davvero. E, ancora più bello, sapevamo di esserlo.

Mi sento una nota stonata in questo bellissimo spazio che hanno creato per te Ale. E’ uno spazio in cui si respira una magia fatta di Fede e di Speranza, assomiglia alle atmosfere magiche che tu e Claudia riuscivate a creare in questa casa così tanto di frequente…

Io sono invece estranea alla mia stessa vita, forse non mi riconosceresti, di certo non ti piacerei. Inasprita, indurita, impietrita lontana dall’essere tutto il bello che sei e sei sempre stato tu. Ecco cosa sono. Una nota stonata in mezzo ad un’Attesa fatta di persone che assomigliano a te molto di più di quanto in questo momento ci assomigli io. Se provo a scrivere di te è per farti continuare a vivere. Vorrei saperlo fare meglio per farti diventare eterno.

Ti amo Ale.

Mamma


Passo il testimone a Zia Laura su Ad Nutum

lunedì 7 dicembre 2015

Dedicato ad Alessandro



Questa è una finestra speciale del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - II Edizione Natale 2015 dedicato ad Alessandro



Ti devo lasciare andare

Prenderò quello che mi è rimasto di te e ti lascerò andare.
Ti lascerò scorrere con l'acqua del tuo torrente
e ti sentirò nel profumo del tuo maglione trasportato dal vento.
Ti lascerò salire oltre le nuvole bianche o ti lascerò scendere dentro la terra. Ti lascerò andare ovunque tu possa sentirti leggero.
Non penserò più al legame che c'era e non penserò più alla corda che ormai s'è spezzata. Ti lascerò libero dai nodi che ho provato a formare attorno al tuo spirito.
Lascerò che le dita attorno alle tue si liberino della mia stretta e lascerò che il tuo corpo si disintegri in frammenti di sabbia.
Non vorrò più sentire l'eco della tua voce chiamarmi nel sonno e non lascerò che il dolore per averti perduto mi accompagni nelle giornate a venire. 
Voglio renderti libero dalla mia sofferenza.
Mi lascerò dietro alle spalle i ricordi, anche quelli più vivi. 
Ti lascerò andare senza il peso dei miei pensieri.
Smetterò di pensare ai tuoi ultimi giorni, chiuderò gli occhi sulle mie lacrime e non avrò più nella testa il ricordo del tuo ultimo anelito.
Ti lascerò come è giusto che una figlia lasci suo padre in un giorno qualunque.
Ti lascerò ritornare alla luce e se un giorno ti dovessi incontrare ancora una volta, in una vita lontana,
saprò riconoscerti ancora
perchè i gesti d'amore restano impressi in eterno
come eterno è l'amore che sento per te.


Domani 8 dicembre si aprirà l'ottava finestra del Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - II Edizione Natale 2015 dedicato ad Alessandro Ad Maiora di Elettra 

domenica 6 dicembre 2015

Il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche

Consegnare i regali  a tutti i bambini durante l'intera stagione natalizia è un compito davvero difficile, per questo c' è chi indossa gli abiti di Babbo Natale e lo aiuta, Marcovaldo che ha un' eccellente esperienza come Un uomo di neve adesso diventa il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche.



" Non c'è epoca dell'anno più gentile e buona, per il mondo dell'industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L'unico pensiero dei Consigli d'amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d'augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s'inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po' abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino danno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d'affari le grevi contese d'interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale.

Alla Sbav quell'anno l'Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.

L'idea suscitò l'approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un'acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.
Mentre il capo dell'Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l'idea: l'Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l'Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l'Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S, B, A, V. 
Tutti erano presi dall'atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto - come ci ricorda il suono, firulí firulí, delle zampogne -, è ciò che conta. 
In magazzino, il bene - materiale e spirituale - passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall'Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra " tredicesima mensilità " e " ore straordinarie ". Con qui soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell'industria e del commercio. 
Il capo dell’Ufficio Personale entrò in magazzino con una barba finta in mano: - Ehi, tu! - disse a Marcovaldo. - Prova un po' come stai con questa barba. Benissimo! Il Natale sei tu. Vieni di sopra, spicciati. Avrai un premio speciale se farai cinquanta consegne a domicilio al giorno. 
Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involti in carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d'agrifoglio. La barba d'ovatta bianca gli faceva un po’ di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall'aria. 
La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi bambini. " Dapprincipio, - pensava, non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo! " 
I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena. 
- Ciao papà. 
Marcovaldo ci rimase male. -Mah... Non vedete come sono vestito? 
- E come vuoi essere vestito? - disse Pietruccio. - Da Babbo Natale, no? 
- E m'avete riconosciuto subito? 
- Ci vuol tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te! 
- E il cognato della portinaia! 
- E il padre dei gemelli che stanno di fronte! 
- E lo zio di Ernestina quella con le trecce! 
- Tutti vestiti da Babbo Natale? - chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale. 
- Certo, tal quale come te, uffa, - risposero i bambini, - da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, - e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi. 
Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po' ci avevano fatto l'abitudine e non ci badavano più. 
Si sarebbe detto che il gioco cui erano intenti li appassionasse molto. S'erano radunati su un pianerottolo, seduti in cerchio. 
- Si può sapere cosa state complottando? - chiese Marcovaldo. 
- Lasciaci in pace, papà, dobbiamo preparare i regali. 
- Regali per chi? 
- Per un bambino povero. Dobbiamo cercare un bambino povero e fargli dei regali. 
- Ma chi ve l'ha detto? 
- C'è nel libro di lettura. 
Marcovaldo stava per dire: " Siete voi i bambini poveri! ", ma durante quella settimana s'era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: 
- Bambini poveri non ne esistono più! 
S'alzò Michelino e chiese: - È per questo, papà, che non ci porti regali? 
Marcovaldo si sentí stringere il cuore. 
- Ora devo guadagnare degli straordinari, - disse in fretta, - e poi ve li porto. 
- Li guadagni come? - chiese Filippetto. 
- Portando dei regali, - fece Marcovaldo. 
- A noi? 
- No, ad altri. 
- Perché non a noi? Faresti prima. 
Marcovaldo cercò di spiegare: - Perché io non sono mica il Babbo Natale delle Relazioni Umane: io sono il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche. Avete capito? 
- No. 
- Pazienza -. Ma siccome voleva in qualche modo farsi perdonare d'esser venuto a mani vuote, pensò di prendersi Michelino e portarselo dietro nel suo giro di consegne. 
- Se stai buono puoi venire a vedere tuo padre che porta i regali alla gente, - disse, inforcando la sella del motofurgoncino. 
- Andiamo, forse troverò un bambino povero, - disse Michelino e saltò su, aggrappandosi alle spalle del padre. 
Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all'automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un'aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell'enorme macchinario delle Feste. 
E Marcovaldo, tal quale come loro, correva da un indirizzo all'altro segnato sull'elenco, scendeva di sella, smistava i pacchi del furgoncino, ne prendeva uno, lo presentava a chi apriva la porta scandendo la frase: 
- La Sbav augura Buon Natale e felice anno nuovo,- e prendeva la mancia. 
Questa mancia poteva essere anche ragguardevole e Marcovaldo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma qualcosa gli mancava. Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni. 
Suonò alla porta di una casa lussuosa. Aperse una governante. 
- Uh, ancora un altro pacco, da chi viene? 
- La Sbav augura... 
- Be', portate qua, - e precedette il Babbo Natale per un corridoio tutto arazzi, tappeti e vasi di maiolica. Michelino, con tanto d'occhi, andava dietro al padre.
La governante aperse una porta a vetri. Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell'abete s'impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c'era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un'aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era li intorno non lo riguardasse. 
- Gianfranco, su, Gianfranco, - disse la governante, - hai visto che è tornato Babbo Natale con un altro regalo? 
- Trecentododici, - sospirò il bambino - senz'alzare gli occhi dal libro. - Metta lí. 
- È il trecentododicesimo regalo che arriva, - disse la governante. - Gianfranco è cosí bravo, tiene il conto, non ne perde uno, la sua gran passione è contare. 
In punta di piedi Marcovaldo e Michelino lasciarono la casa. 
- Papà, quel bambino è un bambino povero? - chiese Michelino. 
Marcovaldo era intento a riordinare il carico del furgoncino e non rispose subito. Ma dopo un momento, s'affrettò a protestare: 
- Povero? Che dici? Sai chi è suo padre? È il presidente dell'Unione Incremento Vendite Natalizie! Il commendator... 
S'interruppe, perché non vedeva Michelino. Michelino, Michelino! Dove sei? Era sparito. 
" Sta’ a vedere che ha visto passare un altro Babbo Natale, l'ha scambiato per me e gli è andato dietro... " Marcovaldo continuò il suo giro, ma era un po' in pensiero e non vedeva l'ora di tornare a casa. 
A casa, ritrovò Michelino insieme ai suoi fratelli, buono buono. 
- Di' un po', tu: dove t'eri cacciato? 
- A casa, a prendere i regali... Si, i regali per quel bambino povero... 
- Eh! Chi? 
- Quello che se ne stava cosi triste.. - quello della villa con l'albero di Natale... 
- A lui? Ma che regali potevi fargli, tu a lui? 
- Oh, li avevamo preparati bene... tre regali, involti in carta argentata. 
Intervennero i fratellini. Siamo andati tutti insieme a portarglieli! Avessi visto come era contento! 
- Figuriamoci! - disse Marcovaldo. - Aveva proprio bisogno dei vostri regali, per essere contento! 
- Sí, sí dei nostri... È corso subito a strappare la carta per vedere cos'erano... 
- E cos'erano? 
- Il primo era un martello: quel martello grosso, tondo, di legno... 
- E lui? 
- Saltava dalla gioia! L'ha afferrato e ha cominciato a usarlo! 
- Come? 
- Ha spaccato tutti i giocattoli! E tutta la cristalleria! Poi ha preso il secondo regalo... 
- Cos'era? 
- Un tirasassi. Dovevi vederlo, che contentezza... Ha fracassato tutte le bolle di vetro dell'albero di Natale. Poi è passato ai lampadari... 
- Basta, basta, non voglio più sentire! E... il terzo regalo? 
- Non avevamo più niente da regalare, cosi abbiamo involto nella carta argentata un pacchetto di fiammiferi da cucina. È stato il regalo che l'ha fatto più felice. Diceva: " I fiammiferi non me li lasciano mai toccare! " Ha cominciato ad accenderli, e... 
-E...? 
- …ha dato fuoco a tutto! 
Marcovaldo aveva le mani nei capelli. - Sono rovinato! 
L'indomani, presentandosi in ditta, sentiva addensarsi la tempesta. Si rivesti da Babbo Natale, in fretta in fretta, caricò sul furgoncino i pacchi da consegnare, già meravigliato che nessuno gli avesse ancora detto niente, quando vide venire verso di lui tre capiufficio, quello delle Relazioni Pubbliche, quello della Pubblicità e quello dell'Ufficio Commerciale. 
- Alt! - gli dissero, - scaricare tutto; subito! 
" Ci siamo! " si disse Marcovaldo e già si vedeva licenziato. 
- Presto! Bisogna sostituire i pacchi! - dissero i Capiufficio. - L'Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo! 
- Cosi tutt'a un tratto... - commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima...
- È stata una scoperta improvvisa del presidente, - spiegò un altro. - Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi... 
- Quel che più conta, - aggiunse il terzo, - è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d'ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato... Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d'un bambino... Il presidente dell'Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell'entusiasmo... 
- Ma questo bambino, - chiese Marcovaldo con un filo di voce, - ha distrutto veramente molta roba?
- Fare un calcolo, sia pur approssimativo, è difficile, dato che la casa è incendiata... 
Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente. 
E la città sembrava più piccola, raccolta in un'ampolla luminosa, sepolta nel cuore buio d'un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni e un infinito manto di neve. Da qualche parte del buio s'udiva l'ululo del lupo; i leprotti avevano una tana sepolta nella neve, nella calda terra rossa sotto uno strato di ricci di castagna. 
Uscì un leprotto, bianco, sulla neve, mosse le orecchie, corse sotto la luna, ma era bianco e non lo si vedeva, come se non ci fosse. Solo le zampette lasciavano un'impronta leggera sulla neve, come foglioline di trifoglio. Neanche il lupo si vedeva, perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Solo se apriva la bocca, si vedevano i denti bianchi e aguzzi. 
C'era una linea in cui finiva il bosco tutto nero e cominciava la neve tutta bianca. Il leprotto correva di qua ed il lupo di là. 
Il lupo vedeva sulla neve le impronte del leprotto e le inseguiva, ma tenendosi sempre sul nero, per non essere visto. Nel punto in cui le impronte si fermavano doveva esserci il leprotto, e il lupo uscì dal nero, spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, e morse il vento. 
Il leprotto era poco più in là, invisibile; si strofinò un orecchio con una zampa, e scappò saltando. 
È qua? È là? no, è un po' più in là? 
Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina. "


I figli di Babbo Natale - Marcovaldo
Italo Calvino




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