sabato 12 giugno 2021

Il trionfo dell'alloro

" ... Scesi in breve al lido,
Sopra un’altura non discosta un’ampia
Grotta vedemmo, che guardava il mare,
Ombreggiata da lauri, e sotto ai lauri
Capre, agnelle e montoni accovacciati ...

Odissea Libro IX
Omero
Traduzione Paolo Maspero

Alloro

Δάφνη - Dáphne è il nome del lauro in greco che nell'immediato rimanda al mito di Dafne e Apollo:
Apollo, figlio di Latona e di Giove, gemello di Artemide e dio delle arti, della medicina e del sole, orgoglioso di aver ucciso il serpente Pitone, nel vedere il dio dell'amore Cupido che piega il suo arco per tendere la corda, lo provoca dicendogli che può accontentarsi di infiammare la fiaccola dell'amore mentre lui è impegnato ad assestare colpi mortali, degni di ogni onore e gloria, alle fiere e ai nemici. Cupido estrae due frecce dalla sua faretra, con la prima che ha la punta aguzza, è d'oro e suscita l'amore, colpisce il vanesio Apollo e con la seconda che è spuntata, di piombo e respinge l'amore, colpisce Dafne ninfa dei corsi d'acqua, figlia del fiume Peneo e della Madre Terra Gea*, amata anche da Leucippo* che viene ucciso dalle ninfe quando scoprono che per avvicinarsi a Dafne si è unito a loro travestito da donna. Apollo in preda al suo desiderio lussurioso insegue Dafne nel bosco, lei fugge ma allo stremo delle forze vedendosi raggiunta invoca l'aiuto del padre Peneo che la trasforma in alloro.

" ... «Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,
dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».
Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,
il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici,
il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche così Febo l’ama e, poggiata la mano sul tronco,
sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia
e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,
ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.
E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia,
sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno,
o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra;
e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante
intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei.
Fedelissimo custode della porta d’Augusto,
starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.
E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa,
anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».
Qui Febo39 tacque; e l’alloro annuì con i suoi rami
appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo. "

figlia del fiume Peneo e della Madre Terra Gea* = In una variante del mito i genitori di Dafne sono la naiade Creusa e il dio fluviale Ladone, per il poeta Partenio Dafne è una cacciatrice figlia di Amicla.
Leucippo* =L'episodio è raccontato nella Descrizione della Grecia di Pausania - Libro VIII, tradotto da S. Alfonso Bonacciuoli " ... Ha il Ladone la più bell'acqua di tutti gli altri fiumi della Grecia.Et per altro ancora è molto famoso tra gli huomini, questo per cagione di Dafne et di quello, che di lei hano scritto i poeti. Ma volendo parlare ili Dafne lascierò da parte ciò, che ne dicono i Sortani c'habitano sul fiume Orote, percioche d'altra maniera ne parlano gli Arcadi, et gli EÌei. Era Leucippo figliuolo d'Enomao signore di Pisa. Innamoratosi così lui di Dafne incotanente havrebbe cercalo d'haverla per moglie, ma si difidò di poterla havere, come colei ch’abborriva tutto il sesso maschile. Ond'egli si servì cotra di lei d'uno così fatto ingano. Si coservava Leucippo la chioma lunga per Alfeo, questa accomodadosi egli come fanno le fanciulle, et postosi un habito feminile; andò à trovare Dafne, mostrado d'essere una figlia di Enomao che desiderava di farle copagnia alla caccia. Così tenuto per donzella, avanzando quell'altre vergini per la nobiltà del suo sangue, per la molta pratica del cacciare, oltre all'estrema schiavitù, ch’egli faceva à Dafne; acquistò co esso lei una strettissima amicizia. Ma quei poeti c'hano citato l'amore d'Apolline co lei, dicono, c’havédo Apolline invidia del felice successo dell'amore di Leucippo mise subito in animo a Dafne d'adare in fume co l'altre vergini sue copagne, à nuotare nel Ladone.Onde spogliado Leucippo contra sua voglia, e trovatolo non essere femina; tanto il percossero colle saette co' loro coltellini, che l'uccisero ... "

Metamorfosi - Libro I
Publio Ovidio Nasone
Traduzione Mario Ramous

Apollo è dunque δαϕνηϕόρος - dafneforos - portatore di lauro celebrato nelle Δαϕνηϕόριαι - Daphneforie, feste che  venivano allestite ogni otto, nove anni ad Atene, a Cheronea, a Tebe e a Delfi luogo in cui fu edificato il primo tempio dedicato ad Apollo e in cui la sua sacerdotessa, la Pizia, masticando le foglie di alloro entrava in contatto con l'oracolo ed esponeva i suoi vaticini a chi ne facesse richiesta. In una delle cerimonie delle Δαϕνηϕόριαι un ragazzo, scelto tra le famiglie più in vista delle città, impersonava il δαϕνηϕόρος e portava i rami di lauro al tempio seguito da una processione.
Il potere divinatorio dell'alloro era protagonista anche nelle δαϕνημανζιε dafnomanzie, rituali in cui i rami dell'arbusto venivano gettati nel fuoco, se bruciavano scoppiettando il presagio era fausto e se non si udiva alcun crepitio il presagio era infausto. 

"Il vero io canto, se del sacro alloro
Senza danno io mi pasca, e se di mia
Verginitate ognor salvi il tesoro.ι

E il sacro lauro ne le fiamme ardenti
Ben orepitando ne dia segni buoni,
E porti a l’ anno più felici eventi.

Viva. viva ! allegratevi, o coloni;
Felicissimi segni il lauro diede:
Voi da Cerere avrete immensi doni ..."

Elegie - Libro II - V
Albio Tibullo
Traduzione Antonio Cavalli

" ... e con stridore acuto
L' alloro scoppiettando arda nel foco

Fasti Libro I
Publio Ovidio Nasone
Traduzione Giambatista Bianchi

Laūrūs in latino fino all'inizio del XIV secolo era considerato un termine di genere femminile, alcuni vocabolari riportano entrambi i generi, e preceduto dal pronome dimostrativo illa, con valore di articolo, formava la dicitura illa laurŭs  - quell'alloro da cui, per crasi probabilmente deriva l' alloro laudem - gloria del trionfo che incorona le vittorie.
La querna corona o corona civica la più antica onoreficenza romana formata dall'intreccio di foglie di quercia veniva donata a chi si distingueva per aver salvato la vita a un uomo in combattimento, quella di Augusto era esposta sul suo palazzo incorniciata da due alberi di alloro. Quando si vinceva una guerra per darne notizia in patria si spedivano le laurĕātae, lettere avvolte e decorate con le foglie di alloro.
Nei trionfi i carri dei vincitori trainati dai cavalli erano addobbati con i rami di alloro e le fronde intrecciate con un nastro rosso componevano anche la corona aurea che cingeva la testa dei centurioni che in battaglia avevano ucciso un nemico, la testa del generale vittorioso che veniva salutato con il titolo di Imperator era invece cinta con la corona triumphalis realizzata in foglie d'alloro d'oro e il suo ingresso nella Città Eterna era preceduto da dei soldati che ponevano ramoscelli d'alloro sulla statua di Giove Feretrio in Campidoglio, sulla quale lui stesso poneva poi come trofei le spolia opima ovvero l' armatura e le armi del comandante nemico. La corona di alloro veniva portata in testa anche dai poeti per favorire l'ispirazione e l'imperatore Tiberio la indossava durante i temporali per proteggersi dai fulmini.

" ... Apollo stesso del suo casto alloro
Qualche foglia ti porge, e in un ti vieta
Tuonar parole per l’insano fóro.
Ne le astuzie di Amor sarai poeta,
Ecco il tuo campo; e a te verrà. la schiera,
Cui de le Muse l’almo fonte asseta ... "

Elegie - Libro IV - I
Sesto Properzio
Traduzione Antonio Cavalli

I rami che venivano chiamati strenue perché raccolti nel bosco sacro della dea Strenua erano considerati dei doni da offrire il primo marzo agli amici; per buon auspicio si esponevano sulle porte delle case e le fronde intinte nell'acqua erano usate nella lustratio, cerimonia di purificazione in cui si  aspergevano i mercanti e le merci messe in vendita, i campi da coltivare, le greggi, gli animali scelti per i sacrifici che si facevano girare uno dietro l'altro rigorosamente in cerchio per il valore simbolico di protezione che questa figura geometrica rappresenta. Con il legno dell'albero dell'alloro si costruivano i pali di sostegno per le viti e le assi degli aratri.

" ... Fatti memorabili che riguardano l'alloro sono connessi anche col divino Augusto. Infatti Livia Drusilla, che poi assunse col matrimonio il nome di Augusta, quando ancora era fidanzata a Cesare
Augusto, stando seduta, ricevette in grembo una gallina di notevole bianchezza che un'aquila aveva lasciato cadere dall'alto, illesa; mentre ancora osservava, senza provar paura, un altro prodigio si aggiunse, perché la gallina teneva nel becco un ramo di alloro carico delle sue bacche: gli indovini ordinarono di conservare il volatile e la prole, nonché di piantare quel ramo e di custodirlo religiosamente. La prescrizione fu eseguita nella dimora di campagna dei Cesari, sulle rive del Tevere, sulla via Flaminia a nove miglia da Roma, che è chiamata per questo « Alle galline » , e li attorno
nacque prodigiosamente un boschetto. È l'alloro proveniente da li che Cesare Augusto, da quel momento in poi, tenne in mano mentre celebrava i suoi trionfi e di cui portò sul capo la corona: dopo di lui questa fu consuetudine comune a tutti gli imperatori. È cosi invalso l'uso di piantare i rami di alloro da loro tenuti in mano ed esistono tuttora dei boschi distinti dai nomi dei vari imperatori , motivo per cui, forse, furono sostituiti gli allori da trionfo. 
È il solo albero il cui nome può essere imposto a dei maschi nella lingua latina, il solo di cui la foglia ha un nome speciale: infatti la chiamiamo laurea. Il suo nome persiste in un toponimo di Roma, poiché si chiama Loreto, sull'Aventino, il luogo sul quale sorgeva una selva d'alloro. Questo stesso albero è impiegato nelle purificazioni e, sia detto incidentalmente, si può piantare anche usando un suo ramo ... "

Storia naturale - Libro XV
Plinio il Vecchio
Traduzione Andrea Aragosti

" È dunque vero che Cesare, tornando a noi dalle regioni Iperboree, si
prepara a percorrere le vie Ausonie?1 Manca una prova sicura, ma tutti lo
dicono: io ho fiducia, o Fama, in te, perché tu suoli dire la verità. Le lettere
di vittoria testimoniano la pubblica gioia, le aste dei guerrieri hanno le
punte rivestite di verde lauro. Evviva! Roma acclama di nuovo i tuoi grandi
trionfi, e sei salutato, o Cesare, col nome di Invitto nella tua città. Ma
perché ci sia ormai un motivo più sicuro di gioia, torna tu stesso
annunziatore della vittoria sui Sarmati. "

Epigrammi Libro VII - VI
Marco ValerioMarziale
Traduzione Giuseppe Norcio

Poniamo orchestre anco in pià stretta via,
E di fronzuto alloro e verdeggiante
Bello d’ ogni magion l’ ingresso sia,

Satire - VI
Decimo Giuno Giovenale
Traduzione Zefirino Re

D’ogni altra pianta a lei più caro inoltre
Vera un alloro che pudico il letto
Verginale di grata ombra spargea.
Reciso questo ella mirò da l’ime
Radici, e i rami suoi guasti e d’ immonda
Polve imbrattati.

Il ratto di Proserpina - Libro III
Claudio Claudiano
Traduzione Tommaso Giraldi
395 e il 398 d. C.

L' alloro assunse un ruolo infausto sulle navi dove era considerato laurus insana che genera risse: Polluce uno degli argonauti uccise Amico re dei Bebrici che possedeva una grande forza e che per diletto sfidava gli stranieri costrigendoli a combattere contro di lui. Un ramo di alloro fu portato sulla nave per festeggiare la vittoria, ma non fu una buona idea perché si racconta che i membri dell'equipaggio iniziarono ad azzuffarsi:  

" ... Nel Ponto, al di qua di Eraclea, ci sono gli altari di Giove soprannominato Stratios, e là esistono due querce piantate da Ercole. Nella medesima zona si trova il porto di Amico, famoso per l'uccisione del re Bebrice. Dal giorno della sua morte il suo tumulo è coperto da un alloro che chiamano pazzo, perché se un ramoscello staccato da questa pianta viene portato a bordo di una nave scoppiano risse nell'equipaggio fino a che non lo si butta via ... "

Storia naturale
Plinio il Vecchio
Libro XVI
Traduzione
Francesca Lechi

" ... Or io di questa pianta
ben' augurata, o gloriosa,

O buono Apollo, all’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.

Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m‘è uopo entrar nell’aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tùe
sì come quando Marsia traesti
della vagina delle membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,

venir vedra’mi al tuo diletto legno,
e coronarmi allor di quelle foglie
che la matera e tu mi farai degno.

Divina Commedia - Paradiso - Canto I
Dante Alighieri

Così come Apollo era innamorato di Dafne, Francesco Petrarca lo era di Laura 

Quand’io veggio dal ciel scender l’Aurora
co la fronte di rose et co’ crin’ d’oro,
Amor m’assale, ond’io mi discoloro,
et dico sospirando: Ivi è Laura ora.

O felice Titon, tu sai ben l’ora
da ricovrare il tuo caro tesoro:
ma io che debbo far del dolce alloro?
che se ’l vo’ riveder, conven ch’io mora.

I vostri dipartir’ non son sí duri,
ch’almen di notte suol tornar colei
che non â schifo le tue bianche chiome:

le mie notti fa triste, e i giorni oscuri,
quella che n’à portato i penser’ miei,
né di sè m’à lasciato altro che ’l nome.

Quand'io veggio dal ciel scender l'Aurora
Francesco Petrarca

Alloro

L'alloro - Laurus nobilis appartenente alla famiglia delle Lauraceae originario dell'area mediterranea con i suoi profumatissimi rami verdi in gioventù che virano verso il nero in maturità, con le sue foglie verde chiaro in germoglio e verde scuro in pieno sviluppo, coriacee e ovate, lucide nella pagina superiore e opache in quella inferiore, con i suoi fiori giallo chiaro raggruppati a ombrello, nel Dizionario universale economico rustico del 1797 è descritto così:

Alloro, Lauro, lat. Laurus fr. Laurier. Albero assai noto. Nei paesi caldi l'alloro cresce ad essere albero e conserva anche d'inverno le sue foglie verdi; e perciò è pregiato nei giardini per ornar prospettive e far pergolati. Nasce dal seme il quale sia stato macerato per due giorni nell'acqua. Si propaga eziandio per via delle marcotte o propagini, stendendo un ramo tenero attaccato ancora all'albero in un solco ricoperto di terra ove egli piglia radice in sei mesi. Si alleva in piana terra e nelle cassette come gli augrumi, ama luoghi umidi, serve ottimamente a fare spalliere ed a coprire le pareti del giardino. Si tonde di primavera e mai di autunno per timore che i nuovi getti non soggiacciano al gelo. Se mai la pianta gelasse tagliatene tutto il tronco; essa ripullula dalla radice. Seve in cucina per tramezzarsi ai fegatelli, uccelletti, salciccia ed anguilla. Serve per odore nei marinati di pesce e nella gelatina di animale. Sopra le foglie dell'alloro si pone la cotognata; ed un ramuscello d'alloro acceso messo entro lo strutto bollente gli dà odore e lo toglie dal pericolo di irrancidirsi, e conserva assai bene i fichi secchi ai quali si tramezza. Sulla fede di Tibullo gli antichi cavavano i presagi del lauro. Se abbruciandolo strepitava assai ne auguravano buona raccolta; se poi si udiva poco strepito ne presagivano il contrario. Il decotto d'alloro sparso in terra scaccia i tafani, e le foglie e messe tra i libri li difendono dal tarlo. D'alloro ve ne sono molte specie, alloro regio, alloro imperiale, lauro ceraso, lauro timo, lauro rosa, lauro spinoso, detto anche agrifoglio ...

Alloro

Nella medicina popolare l'alloro è usato per l'alitosi, la bronchite, per le contratture muscolari per la dismenorrea, la flautolenza, i dolori muscolari, l'infiammazione del cavo orale l'influenza e il raffreddore, il nervosismo, i problemi digestivi, lo scarso appetito e la stanchezza.
Dalle bacche di alloro si ottiene l'olio che insieme  a  acqua, idrossido di sodio e olio di oliva, è usato per produrre il sapone di Aleppo. Per realizzarlo è necessario cuocere lentamente l'olio di oliva, aggiungendo poi l'olio di alloro e la soda che è estratta dal sale marino. Il composto ottenuto dalla bollitura si versa negli stampi si lascia raffreddare e essiccare per un anno.  

" L'alloro ha proprietà calorifiche sia nelle foglie che nella scorza che nelle bacche; pertanto il suo decotto, soprattutto di foglie, è concordemente riconosciuto utile per l'utero e la vescica. Le foglie, in applicazione, combattono il veleno delle vespe, dei calabroni e delle api, nonché dei serpenti, specialmente la sepala dipsade e la vipera. Cotte nell'olio giovano anche al flusso mestruale, mentre le piu tenere, pestate con farinata d'orzo, alle infiammazioni oculari, con la ruta a quelle dei testicoli, con olio di rose o d'iris al mal di testa. In piu, tre foglie masticate e deglutite ogni giorno per tre giorni consecutivi, liberano dalla tosse, mentre le medesime, pestate con miele, guariscono dall'asma. Le donne incinte devono evitare la scorza della radice. La radice di per sé sbriciola i calcoli, giova al fegato presa in dose di 3 oboli nel vino profumato. Le foglie, in pozione, provocano il vomito. Le bacche, pestate e applicate in pessario, ovvero prese in pozione, provocano il mestruo. Due bacche, sbucciate e prese in pozione nel vino, guariscono la tosse cronica e l' ortopnea; nel caso vi sia anche febbre, si prendono in acqua o in elettuario nel vino passito o cotte, nell'idromele. Impiegate nello stesso modo, giovano anche alla tisi e ad ogni sorta di catarro del petto; portano infatti a maturazione il muco e lo fanno espellere. Contro gli scorpioni si prendono quattro bacche in pozione nel vino. Una lozione di bacche e olio guarisce le epinittidi, le lentiggini, le ulcere sierose, quelle della bocca e le desquamazioni, mentre il succo delle bacche guarisce la fodora e la ftiriasi 1 Nel caso di mal d'orecchi o di sordità lo si ,, istilla unito a vino stagionato e olio di rose. Tutti gli animali velenosi stanno lontani da chi se ne sia cosparso. Tale succo, anchepreso in pozione, giova contro le morsicature, specialmente il succo ricavato dalle bacche d'alloro a foglie molto strette. Le bacche, col vino, combattono il veleno dei serpenti, degli scorpioni e dei ragni. In olio e aceto se ne fanno applicazioni anche per la milza e il fegato, insieme a miele per la cancrena. Inoltre, nel caso di affaticamento o di raffreddamento, giova farsene delle unzioni con l'aggiunta di nitro. Secondo l'opinione di alcuni la radice, bevuta in acqua nella dose di un acetabolo, accelera di molto il parto ed è piu efficace fresca che secca. Alcuni prescrivono di somministrare in pozione 10 bacche contro le punture degli scorpioni nonché, come rimedio contro il rilasciamento dell'ugola, di far bollire un quadrante di bacche e di foglie in 3 sestari d'acqua finché il liquido si riduca ad un terzo, di gargarizzare calda questa pozione e, nel mal di testa, di pestare con olio e scaldare un numero dispari di bacche. Le foglie di alloro di Delfi, pestate ed odorate di tanto in tanto, preservano dal contagio nel caso di epidemie, tanto piu se fatte anche bruciare. L'olio di alloro delfico si impiega utilmente per fare cerotti e farmaci lenitivi, per vincere i raffreddamenti e, per rilassare i tendini, per la pleurite, per le febbri fredde 3; ed ancora, scaldato nella buccia di una melagrana, giova al mal di orecchie. Le foglie, bollite finché l'acqua si riduca ad un terzo, restringono, in gargarismo, l'ugola; in pozione calmano i dolori del ventre e dell'intestino; le foglie piu tenere, pestate nel vino e applicate durante la notte, eliminano le bolle e il prurito. Le altre specie di alloro hanno proprietà molto simili. L'alloro alessandrino, detto anche alloro ideo 1 , accelera il parto, se si prende in pozione la sua radice nella dose di 3 denari in 3 ciati di vino dolce; causa inoltre l'espulsione della placenta e provoca le mestruazioni. Preso in pozione allo stesso modo, l'alloro selvatico, chiamato dafnoide o con quei nomi che abbiamo indicato è benefico: le foglie fresche o secche, nella dose di 3 dracme con sale nell' idromele, sono lassative. Masticate, fanno espellere il muco; la foglia, che ha anche proprietà emetiche, è nociva allo stomaco. Si prendono anche quindici bacche alla volta per purgarsi. "

Storia naturale - Libro XV
Plinio il Vecchio
Traduzione Andrea Aragosti

Contiene acidi grassi monoinsaturi, acidi grassi polinsaturi, calcio, carboidrati, colesterolo, ferro, fibre, fosforo, grassi saturi, magnesio, manganese, niacina, olio essenzial come eugenolo e limonene; piridossina, potassio, proteine, rame, riboflavina B2, selenio, sodio, tiamina B1, vitamina A, B9, C, zinco. È un antiossidante, antisettico, antivirale, astrigente, digestivo, diuretico, espettorante, rilassante, stimola l’appetito, è anche un repellente per gli insetti.
Uso esterno, olio di alloro per massaggi decontratturanti e il sapone di Aleppo per la crosta lattea dei neonati, per il cuoio capelluto e per lenire gli arrosamenti da depilazione e rasatura.
Nel linguaggio dei fiori l'alloro rappresenta la difesa, la gloria, la perpetuità, la potenza della vittoria, il vaticinio. Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.


Una ninfa gentil, leggiadra e bella,
piú che mai Febo amasse o altro dio,
cresciuto ha co’ suoi pianti il fresco rio,
dove lasciata fu la meschinella.
Lí duolsi e spesso accusa or questa or quella
cagion del viver suo tanto aspro e rio:
poi che lasciò Diana, il suo disio
s’è vòlto ad ubbidir la terza stella.
E nulla altro conforta il suo dolore,
se non che quel che gli ha tanto ben tolto,
gli renda il desiato e car tesoro.
Sol nasce un dubbio, che quel tristo core
che al pianger tanto s’è diritto e vòlto,
pria non diventi un fonte o qualche alloro.

Sonetto fatto di Rimaggio a certi che vi s’erono trovati a far festa
Lorenzo De' Medici

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Brucia con le coccole il legno di ginepro

mercoledì 9 giugno 2021

La sacra salubrità della salvia

" ... Care compagne, la novella detta da Panfilo mi tira a doverne dire una in niuna altra cosa alla sua simile, se non che, come l’Andreuola nel giardino perdé l’amante, e cosí colei di cui dir debbo: e similmente presa, come l’Andreuola fu, non con forza né con vertú, ma con morte inoppinata si diliberò dalla corte. E come altra volta tra noi è stato detto, quantunque Amor volentieri le case de’ nobili uomini abiti, esso per ciò non rifiuta lo ’mperio di quelle de’ poveri, anzi in quelle si alcuna volta le sue forze dimostra, che come potentissimo signore da’ piú ricchi si fa temere. Il che, ancora che non in tutto, in gran parte apparirá nella mia novella, con la qual mi piace nella nostra cittá rientrare, della quale questo dí, diverse cose diversamente parlando, per diverse parti del mondo avvolgendoci, cotanto allontanati ci siamo.
Fu adunque, non è ancora gran tempo, in Firenze una giovane assai bella e leggiadra secondo la sua condizione, e di povero padre figliuola, la quale ebbe nome Simona: e quantunque le convenisse con le proprie braccia il pan che mangiar volea guadagnare, e filando lana sua vita reggesse, non fu per ciò di sí povero animo, che ella non ardisse a ricevere Amore nella sua mente, il quale con gli atti e con le parole piacevoli d’un giovanetto di non maggior peso di lei, che dando andava per un suo maestro lanaiuolo lana a filare, buona pezza mostrato aveva di volervi entrare. Ricevutolo adunque in sé col piacevole aspetto del giovane che l’amava, il cui nome era Pasquino, forte disiderando e non attentando di far piú avanti, filando, ad ogni passo di lana filata che al fuso avvolgeva mille sospiri piú cocenti che fuoco gittava, di colui ricordandosi che a filar gliele aveva data. Quegli, dall’altra parte, molto sollecito divenuto che ben si filasse la lana del suo maestro, quasi quella sola che la Simona filava, e non alcuna altra, tutta la tela dovesse compiere, lei piú spesso che l’altre sollecitava. Per che, l’un sollecitando ed all’altra giovando d’esser sollecitata, avvenne che, l’un piú d’ardir prendendo che aver non solea e l’altra molta della paura e della vergogna cacciando che d’avere era usata, insieme a’ piacer comuni si congiunsono; li quali tanto all’una parte ed all’altra aggradirono, che, non che l’un dall’altro aspettasse d’essere invitato a ciò, anzi a dovervi essere si faceva incontro l’uno all’altro invitando.
E cosí questo lor piacer continuando d’un giorno in uno altro e sempre piú nel continuare accendendosi, avvenne che Pasquino disse alla Simona che del tutto egli voleva che ella trovasse modo di poter venire ad un giardino lá dove egli menarla voleva, acciò che quivi piú ad agio e con men sospetto potessero essere insieme.
La Simona disse che le piaceva, e dato a vedere al padre, una domenica dopo mangiare, che andar voleva alla perdonanza a San Gallo, con una sua compagna chiamata la Lagina al giardino statole da Pasquino insegnato se n’andò, dove lui insieme con un suo compagno che Puccino avea nome, ma era chiamato lo Stramba, trovò: e quivi, fatto uno amorazzo nuovo tra lo Stramba e la Lagina, essi a far de’ lor piaceri in una parte del giardin si raccolsero, e lo Stramba e la Lagina lasciarono in un’altra. Era in quella parte del giardino dove Pasquino e la Simona andati se n’erano, un grandissimo e bel cesto di salvia; a piè della quale postisi a sedere e gran pezza sollazzatisi insieme, e molto avendo ragionato d’una merenda che in quello orto ad animo riposato intendevan di fare, Pasquino, al gran cesto della salvia rivolto, di quella colse una foglia e con essa s’incominciò a stropicciare i denti e le gengie, dicendo che la salvia molto bene gli nettava d’ogni cosa che sopra essi rimasa fosse dopo l’aver mangiato. E poi che cosí alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della merenda della qual prima diceva: né guari di spazio persegui ragionando, che egli s’incominciò tutto nel viso a cambiare, ed appresso il cambiamento non istette guari che egli perdé la vista e la parola, ed in brieve egli si morí. Le quali cose la Simona veggendo, cominciò a piagnere ed a gridare ed a chiamar lo Stramba e la Lagina; li quali prestamente lá corsi, e veggendo Pasquino non solamente morto, ma giá tutto enfiato e pieno d’oscure macchie per lo viso e per lo corpo divenuto, subitamente gridò lo Stramba: - Ahi! malvagia femina, tu l’hai avvelenato!
- E fatto il romor grande, fu da molti che vicini al giardino abitavan sentito; li quali, corsi al romore e trovando costui morto ed enfiato, ed udendo lo Stramba dolersi ed accusar la Simona che con inganno avvelenato l’avesse, ed ella, per lo dolore del subito accidente che il suo amante tolto avesse, quasi di sé uscita non sappiendosi scusare, fu reputato da tutti che cosí fosse come lo Stramba diceva; per la qual cosa presala, piagnendo ella sempre forte, al palagio del podestá ne fu menata.
Quivi, prontando lo Stramba e l’Atticciato ed il Malagevole, compagni di Pasquino, che sopravvenuti erano, un giudice senza dare indugio alla cosa si mise ad esaminarla del fatto, e non potendo comprendere costei in questa cosa avere operata malizia né esser colpevole, volle, lei presente, vedere il morto corpo ed il luogo ed il modo da lei raccontatogli, per ciò che per le parole di lei nol comprendeva assai bene. Fattola adunque senza alcun tumulto colá menare dove ancora il corpo di Pasquino giaceva, gonfiato come una botte, ed egli appresso andatovi, maravigliatosi del morto, lei domandò come stato era. Costei, al cesto della salvia accostatasi ed ogni precedente istoria avendo raccontata, per pienamente dargli ad intendere il caso sopravvenuto, cosí fece come Pasquino avea fatto, una di quelle foglie di salvia fregatasi a’ denti.
Le quali cose mentre che per lo Stramba e per l’Atticciato e per gli altri amici e compagni di Pasquino sí come frivole e vane, in presenza del giudice, erano schernite, e con piú istanza la sua malvagitá accusata, niuna altra cosa per lor domandandosi se non che il fuoco fosse di cosí fatta malvagitá punitore: la cattivella, che dal dolore del perduto amante e dalla paura della domandata pena dallo Stramba ristretta stava, per l’aversi la salvia fregata a’ denti, in quel medesimo accidente cadde che prima caduto era Pasquino, non senza gran maraviglia di quanti eran presenti. O felici anime, alle quali in un medesimo di addivenne il fervente amore e la mortal vita terminare; e piú felici, se insieme ad un medesimo luogo n’andaste; e felicissime, se nell’altra vita s’ama, e voi v’amate come di qua faceste! Ma molto piú felice l’anima della Simona innanzi tratto, quanto è al nostro giudicio che vivi dietro a lei rimasi siamo, la cui innocenza non patì la fortuna che sotto la testimonianza cadesse dello Stramba e dell’Atticciato e del Malagevole, forse scardassieri o piú vili uomini, piú onesta via trovandole, con pari sorte di morte al suo amante, a svilupparsi dalla loro infamia ed a seguitar l’anima tanto da lei amata del suo Pasquino. Il giudice, quasi tutto stupefatto dell’accidente insieme con quanti ve n’erano, non sappiendo che dirsi, lungamente soprastette, poi, in miglior senno rivenuto, disse: - Mostra che questa salvia sia velenosa, il che della salvia non suole avvenire. Ma acciò che ella alcuno altro offender non possa in simil modo, taglisi infino alle radici e mettasi nel fuoco.
- La qual cosa colui che del giardino era guardiano in presenza del giudice faccendo, non prima abbattuto ebbe il gran cesto in terra, che la cagione della morte de’ due miseri amanti apparve. Era sotto il cesto di quella salvia una botta* di maravigliosa grandezza, dal cui venenifero fiato avvisarono quella salvia esser velenosa divenuta. Alla qual botta non avendo alcuno ardire d’appressarsi, fattale dintorno una stipa grandissima, quivi insieme con la salvia l’arsero, e fu finito il processo di messer lo giudice sopra la morte di Pasquin cattivello. Il quale insieme con la sua Simona, cosí enfiati come erano, dallo Stramba e dall’Atticciato e da Guccio Imbratta e dal Malagevole furono nella chiesa di San Paolo sepelliti, della quale per avventura erano popolani. "

botta* = Termine toscano che indica un batrace - rospo

Decamerone - Giornata IV - Novella VII
Giovanni Boccaccio
XIV secolo

Salvia officinalis

Nella Novella della quarta giornata del Decamerone di Giovanni Boccaccio Panfilo racconta che Pasquino e Simona muoiono per essersi sfregati i denti con delle foglie di salvia prese da una cesta posata sopra un rospo e Castore Durante nel suo Herbario nuovo ci spiega il perché:

" ... Non è da tralasciare, che per tutto la Salvia deve esser accompagnata con la ruta negli horti, altrimente s'infetta dalle serpi, e dai rospi non senza gran pericolo di coloro, che l'usa no, percioché questi velenosi animali si ricoverano voléntieri sotto la Salvia, e l'infettano co l'alito loro velenoso, e con la saliva pestifera, il che con bellissima è memorabile historia insegna Giovan Boccaccio, raccontando che duo Amanti stropicciandosi i denti con la Salvia, miseramente morirono, che cauandoi poi quella Salvia vi fu trovato un Rospo. Ha la salvia virtù mirabili, chiamasi salvia, perché salva, onde si dice.
Cur morietur homo, cui saluia crescet in horto*
Alche si risponde con questa bella antifona;
Contra vim mortis, non est medicamen in hortis* ... "

Cur morietur homo, cui salvia crescet in horto* = Perché morirà l’uomo, al quale la salvia crescerà nell’orto…? - Frase della Scuola Medica Salernitana che esaltava l'alto valore terapeutico della salvia
Contra vim mortis, non est medicamen in hortis* = Contro la forza della morte, non c’è medicamento negli orti

Il rospo, per esempio, morso o avvelenato da qualche altra bestia,
va a cercare la ruta o la salvia con cui stropiccia la ferita.

La filosofia occulta
Cornelio Agrippa 1531

Maria durante la fuga in Egitto con Gesù e Giuseppe vede avvicinarsi i soldati di Erode, chiede aiuto alla rosa che rifiuta per non sciupare i suoi petali bellissimi, chiede aiuto alla violacciocca che impegnata nella fioritura rifiuta mentre a rendersi disponibile è la salvia che allunga le sue spighe, fiorisce e nasconde la Sacra Famiglia salvandola. Maria grata per il gesto la benedice e le dice che verrà ricordata nel tempo.
La predisposizione salvifica della salvia raccontata in questa leggenda cristiana è connaturata anche nel suo nome:

Salvia officinalis

La parola elelìsfaco composta dal verbo greco ἐλελίζω - elelìzo - girare intorno - e dal sostantivo σφάκος - sfákos - salvia, indica la salvia selvatica con la sua ruvidità e con il suo fiore a forma di spiga che gira intorno a sé stesso, mentre σφάκος, che per assonanza, corruzione, e in riferimento alle valide proprietà curative della salvia, potrebbe derivare dal verbo σῴζω - sozo - conservare sano o salvare e βίος - bios - vita, indica la salvia domestisca con le sue foglie più piccole e delicate.

" Coltivasi per tutti gli horti la domestica e la salvatica nasce spontaneamente in luoghi aspri e aridi "

Herbario nuovo 
Castore Durante

La derivazione latina di salvĭa invece è legata all'aggettivo salvus - sano e al verbo salvĕo - salvare  che con sălūs - salute, e sălūbrĭtās - salubrità, condivide la radice sal - sale sostanza che protegge gli alimenti dalla decomposizione. 
Quest'arbusto è originario dell'Europa meridionale e appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, ne esistono circa 900 specie con rami, foglie e colore dei fiori che si diversificano, nel Dizionario universale economico rustico del 1797, che bacchetta la credenza del rospo, viene descritta così:

" Salvia, lat. Salvia fr. Sauge. Si distinguono parecchie specie di salvia che differiscono nella forma colore delle loro foglie, le quali in alcune sono rotonde ed in altre dentate, strette in queste ultime e larghe nelle prime si distingue ancora in salvia maggiore e in salvia minore e in salvia aromatica. Le salvie portano dei fiori labiati, odoriferi; il labbro superiore dei medesimi è grande e ricurvo a guisa di falcetto, e quello inferiore è diviso in tre parti: si trovano nella parte interiore 2 stami interi e altri 2 abortiti; sì fatti stami sono uniti insieme ed in un modo singolare mediante un filo inforcato, inserviente a distinguere le piante di tal genere. A questi succedono certe semenze rotonde; le foglie sono ovali, rilevate al di sotto, spinose, salienti e scavezzate ai di sopra di solchi profondi e stanno situate a 2. a 2. su i rami. Viene considerata la salvia cefalica, cordiale ed alessiteria; si ordina in infusione come il thè, massime la specie minore. 1 Cinesi amano cotanto la salvia che si stupiscono come gli Europei vadano a cercare il thè nei loro paesi, mentrechè posseggono una pianta così eccellentee che realmente è preferibile al medesimo: quindi gli Olandesi hanno una gran cura di comperare a buon mercato quasi tutta la raccolta della salvia che cresce sulle costiere della Provenza e di portarla nella Cina ove la vendono a carissimo prezzo si ai Cinesi, come ai Giapponesi. Si pretende che ne cambio d’una cassa di salvia ne ottengano 2. e sovente 3. di thè verde. Tal industria ci dee servire d’esempio e impegnarci a fare noi stessi tal commercio di cambio. Coi fiori della salvia viene preparata una conserva ed un’ acqua distillata; colla pianta intera un olio distillato e un olio per infusione e per decozione; e colle foglie e coi fiori si fa una specie di acero. Il suddetto olio aromatico è assai buono pei reumatismi. Si fuma la salvia come il tabacco per disimbarazzare il cervello. La decozione delle foglie e dei fiori di detta pianta è utilissima per fortificare i nervi, ammollire i tumori e dissipare le enfìagioni. Siccome le salvie conservano le loro foglie nell’inverno, sono assai proprie per render adorni i boschetti durante siffatta stagione, massime le specie con foglie dipinte o screziate Tutte le specie suddette fanno una bella comparsa nel mese di giugno quando sono fiorite perloché si formano delle file di queste piante negli orti. Tali piante non sono in verun conto dilicate rispetto alla natura del suolo: amano il sole. Facilissima a moltiplicarsi la salvia. Le barbatelle attaccano sempre che si mettano in terra. Cresce ella prestissimo e si dilata assai. Il tosarla ed il diramarla la rende più forte. L’unica coltura che richiede si è adacquarla quando ne abbia bisogno. L’odore che sparge e la prontezza in propagarsi la rende gradita nei giardini ed accomodata a far cordoni ai sentieri ed alle aiuole. Una novella del Boccaccio e qualche sciocco segretista fa credere che la salvia sia gradita ai rospi e perciò da alcuni venga abborrita: non nego che sotto un cespo di salvia non si sia potuta trovare la tana di qualche rospo, come si può trovare sotto una quercia o sotto un frutice. Nego però che il rospo sia, almeno nei nostri climi velenoso; ed essendolo ho della molta difficoltà, che possa avvelenare una pianta come la salvia. Acciò però si tolga ogni scrupolo ed ogni ombra di timore consigliano di piantare fralla salvia della ruta, come quella la quale è nemica o tale si crede agli animali velenosi. V. Rospo. Gli usi della salvia sono infiniti. Le foglie secche di salvia si conservano o per gli speziali o in cucina o per imbalsamare i corpi. Amata viene dalle api che dai di lei fiori cavano un mele saporito; stropicciandosi colle sue foglie i denti vengono bianchi ed una foglia verde tenuta sotto la lingua la rende agile e sciolta: dicesi perciò che gli avvocati ed i predicatori se ne servano. Se crediamo a Bruirino Campeggi, una donna che bevuto abbia mezzo bicchiere di sugo di salvia concepirà di sicuro. La salvia cruda mescolata con alquanto di cipolla in insalata eccita l’appetito, massime posta sopra veste ogni arrosto, massime uccelletti ai quali dà buon odore. Pesta e stemperata con aceto, mista con zucchero e aglio fa una salsa non isgradevole. Le minestre di leguminose massimamente i ceci, prendono sapore dalla salvia. Involte nella colla di farina stemperata col vino si friggono. Se la farina però sarà di castagna, le frittelle sono molto migliori. Cotta con aceto, olio, zafferano ed alquanto di zucchero fa un ottimo marinato per il pesce. Friggesi la salvia con olio, burro o strutto, e se ne regalano vivande arrostite. Un po' di sugo di melangolo dà l'anima a queste frittelle. La salvia sta bene per tutto fuori che negli allessi, nei quali non dice bene per la sua amarezza. "

Della predilezione dei cinesi per la salvia ci parla anche Tomas de Yriarte nel  " Le favole letterarie d'Yriarte tradotte da Filippo Irenico " in cui si precisa che per una cassa di salvia gli orientali ne offrivano due se non tre di tè verde: 

" Il Tè, e la Salvia
Il Tè, venendo dall’Imperio Cinese, s’incontrò per via nella Salvia. Questa gli disse: Compare, dove vai ? - In Europa, Comare, dove so che mi comprano a caro prezzo. - Io, rispose la Salvia, vado alla Cina; poiché là mi ricevono stimandomi molto per gusto e per medicamento. In Europa mi trattano di salvatica e non ho potuto mai farvi fortuna. Va' pure in pace colà; non perderai il tuo vantaggio; perché non havvi Nazione che non dia con diletto denari ed applauso ad ogni forestieri.
Mi perdoni la Salvia , perchè la sua massima si oppone al commercio. Se si trattasse di commercio letterario, non sarei di contraria opinione ; perchè in esso è un vizio per alcuni ciò che in generale è un benefìzio. Ed uno Spagnuolo, che reciterà qualche volta cinquecento versi del Tasso o di Boileau, può darsi che pur non sappia in quale idioma ha scritti i suoi Garcilasso. "

Fiore di salvia officinalis

La salvia per le sue proprietà ha conquistato lo status di erba sacra, gli egiziani la utilizzavano, così come il timo, nelle imbalsamazioni e la ritenevano un ottimo rimedio contro l'infertilità. Nell'antica Roma la raccolta che non doveva servirsi di strumenti in ferro per non farla annerire, avveniva solo dopo l'esecuzione di un rito purificatorio del corpo e delle vesti che comprendeva anche un'offerta di alimenti.
Nella medicina popolare la salvia è utile per abbassare la temperatura corporea, per l'afonia, per l'artrite, per gli ascessi, le carie e le gengiviti, per l'eccessiva sudorazione, per la gotta, per l'herpes labiale, per le infiammazioni della bocca e della gola, della cistifellea, del fegato, dello stomaco, della pelle e del tratto respiratorio e urinario, per detergere e sbiancare i denti senza paura del rospo, per l'emicrania, per la microcircolazione, per la nausea, per i reumatismi, per la ritenzione idrica, per la sinusite, per la tosse e per il vomito.

" C'è una lenticchia* selvatica, chiamata dai Greci elelisfaco, altrimenti sfaco, dalla foglia piu liscia, piu piccola, piu secca e piu odorosa di quella della lenticchia coltivata. Ce n'è anche un'altra specie, ancor piu selvatica, dall'odore intenso. La specie meno selvatica ha le foglie che ricordano quelle del cotogno, ma piu piccole e bianche: vengono cotte con i rami. Questa pianta provoca il mestruo, ha effetto diuretico, guarisce le ferite inferte dalla pastinaca marina, intorpidendo però la parte colpita. La si prende anche in pozione, con l'assenzio, in caso di dissenteria. Ancora, col vino, provoca il mestruo in caso di ritardo, mentre il suo decotto, bevuto, ferma quello troppo abbondante. Applicata da sola, la pianta ferma il sangue delle ferite. Disinfetta anche i morsi dei serpenti e, se la si cuoce nel vino, calma il prurito dei testicoli. I nostri moderni erboristi chiamano elelisfaco alla greca e salvia alla latina una pianta simile alla menta, bianchiccia, odorosa. La usano, in applicazione, per fare uscire i feti morti, come anche i vermi delle ulcere e delle orecchie. "

lenticchia* = In realtà Plinio ha commesso un errore di scrittura, ha usato la parola phakós - lenticchia invece di sphákos - salvia

Storia naturale - Libro XXII
Plinio il Vecchio
Traduzione Anna Maria Cotrozzi

Contiene: acidoferulico, caffeico, rosmarinico e vanillico, apigenina, luteolina e quercetina, oli essenzialicome  borneolo, canfora, cariofillene, cineolao, colina, limonene, tujone; vitamina A, B₁, B₂, C, e k. L', e tannini; è antibatterica, antibiotica, antinffiamatoria, antidiabetica, antimicotica, antimicrobica, antisettica, antispasmodica, astringente, antisudorifera, antivirale carminativa, cicatrizzante, digestiva, espettorante e mucolitica, seboregolatricee e tonica.
Uso esterno in lozione o in impacchi, per l'acne, per purificare e normalizzare la pelle e il cuoio capelluto,  per gli edemi, per ferite e piaghe.
Da non usare in stato di gravidanza, di epilessia e di ipertensione, il tujone in dosi eccessive è TOSSICO.
Nel linguaggio dei fiori rappresenta la salute e più nello specifico: la salvia aurata rappresenta la venalità, la salvia azzurra rappresenta l'apprezzamento, la salvia dai fiori porpora rappresenta l'ambizione. Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entambi i numeri sono sacri. 

Al tremor delle mani.
Piglia Salvia, e falla seccare all'ombra, poi ne farai polvere, e di quella ne piglierai un scrupolo per mattina in brodo di Vitello e fino sarai guarito.

L'esperienza vincitrice
Giacomo Trabia

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Per chi è interessato

domenica 6 giugno 2021

Il soffio vitale del timo

" ... Il timo è per le api un luogo di ricerca del cibo, e quello bianco è meglio di quello rosso...
... L’elaborazione del miele si svolge in due occasioni, in primavera e in autunno. Più buono, più chiaro e complessivamente migliore è quello primaverile, rispetto a quello autunnale. Il miele migliore viene a prodotto da un favo nuovo e da piante giovani. Quello rosso è peggiore a causa del favo, poiché si rovina come fa il vino a causa del recipiente, e pertanto occorre farlo asciugare. Quando il timo è in fiore e il favo si riempie, il miele non si solidifica. È buono quello dorato; quello bianco non viene da timo misto, ma è buono per gli occhi e le piaghe. La parte debole del miele, quella che bisogna eliminare, sale sempre in superficie, quella pura è in basso. Quando la foresta è in fiore lavorano la cera, perciò è allora che bisogna estrarre la cera dall’alveare, poiché subito si mettono al lavoro. Le piante di cui si servono sono queste: cardone, meliloto, asfodelo, mirto, giunco, agnocasto, ginestra. Quando lavorano sul timo, fanno una mistura con acqua prima di ricoprire il favo ... "

Ricerche sugli animali - Libro IX
Aristotele
Traduzione Mario Vegetti

Fiore di thymus serpyllum

Dalla radice indoeuropea dheu - fumo - nuvola - polvere - vapore che rimanda all'atto dello smaterializzarsi e del sollevarsi con leggerezza, deriva la greca θυμ - Tium o Tym, se aggiungiamo la desinenza ιάω - iao, formeremo il verbo θυμιάω - Tiumao o Tymao che significa profumare mentre se aggiungiamo ίαμα - iama avremo il sostantivo θυμίαμα - Tiumίama o Tymίama che significa profumo, ora alla radice θυμ - Tium o Tym proviamo ad aggiungere la desinenza ός - s che andrà a comporre la parola θυμός - Tiums o Tyms che significa forza vitale, animo, seguiamo un ultimo passaggio e spostiamo l'accento dalla alla , otterremo la parola θύμος -Tiúmos o Týmos che significa timo, soffio vitale che si eleva, si sparge e inebria l'aria con il suo profumo. Il timo è il respiro dell'anima, usato nei riti sacri per la sua capacità purificatrice e disinfettante, composto in fascine chiamate astemie dal latino abs - distante da e temetum - vino puro o bevanda inebriante, nutriva il fuoco dei nephália, sacrifici in cui non si ardeva legna di fico e di vite e si libava l'acqua e il miele, il latte, ma non il vino. I soldati in un rito propiziatorio si lustravano con il timo prima delle battaglie per acquisire il suo potere rinvigorente e veniva anche sparso sulle tavole dei banchetti per diffondere la sua gradevole fragranza; celebre era il suo connubio con le api divulgato da scrittori e poeti, che realizza la felice produzione di un miele eccellente.

" ... il citiso* contribuisce molto per la sanità delle api, così il timo per la composizione del miele. Per la qual cosa il miele di Sicilia porta la palma sopra tutti gli altri, perchè colà il timo è buono ed in copia; e perciò alcuni pestano il timo nel mortaio, e lo spargono sopra tutte le seminagioni che si sono seminate per le api, dopo averlo prima stemperato nell’ acqua tepida ...
... si dice che esse non raccolgano iondistintamente sopra ogni pianta quanto loro fa di bisogno per la formazione del propolis, dell'ertihace, del favo, e del miele. Soddisfano ad un solo oggetto, cioè raccolgono il cibo sopra il granato e lo asparago; dall'olivo traggono la cera, e dal fico il miele, il quale però non è buono. Altre piante servono a due fini: come la fava, la melissa, la zucca ed il cavolo, delle quali traggono la cera ed il nodrimento. Servono altresì a due fini il pomo ed il pero che sieno selvaggi; e questi somministrano il cibo ed il miele: lo stesso è del papavero, da cui traggono cera e miele. Sonovi pure delle piante, per mezzo delle quali soddisfano a tre oggetti, come il mandorlo ed il cavolo selvaggio, da cui traggono il nodrimento, il miele e la cera. Parimente con altri fiori servono o ad un solo fine, ovvero a parecchi. Havvi ancora un’altra differenza, cui abbadano le api nel succhiare le piante, o per meglio dire, questa differenza è forzata per esse; imperocché da alcune piante traggono un miele liquido, come dal fiore del cece, e per contrario da altre denso, come dal ramerino. Egli è lo stesso delle altre piante: il fico dà un miele insipido, il citiso lo dà buono, ed ottimo il timo ... "

citiso* = Ginestra

Dell'agricoltura libri tre di Marco Terenzio Varrone -
Marco Terenzio Varrone 1851
Traduzione Giangirolamo Pagani

" ... Come api nell’estate nuova per le fiorite campagne, che esercita al sole il lavoro: quando lo sciame adulto trae fuori i nati, o quando i liquidi mieli addensano, coprendo di quel dolce nettare le celle, ovvero il carico raccolgono di quelle che arrivano o schierate a battaglia l’ignavo branco dei fuchi dalle mangiatoie respingono; ferve l’opera, odora di timo la fragranza dei mieli ... "

Eneide - Libro I
Virgilio Marone
Traduzione Carlo Carena

" ... Mio dono è il mel: per fare il mele alletto
Le api a -lugger viole, e il bianco fiore
Del fresco timo, e il citiso diletto ... "

I Fasti - Libro V
Publio Ovidio Nasone
Traduzione Giambatista Bianchi

" Altrettante sono anche le varietà di timo: c'è quello bianco* e quello nerastro. Fiorisce verso il solstizio d'estate. Quello è anche il momento in cui le api lo succhiano, cosicché esso diviene presagio di miele; infatti gli apicoltori sperano in un buon provento se questa pianta ha un'abbondante fioritura. Le piogge danneggiano il timo facendogli perdere i fiori. Il suo seme sfugge alla vista, mentre quello dell'origano, per quanto minuscolo, non è invisibile. Ma che importa se la natura l'ha nascosto? Ci si rende conto che è dentro il fiore stesso e che, se si semina il fiore, nasce la pianta. Che cosa non hanno tentato gli uomini? Il miele attico è il piu decantato in tutto il mondo: si è dunque trapiantato il timo dell'Attica e a fatica, a quanto apprendiamo, lo si è riprodotto seminandone il fiore. Ma un altro fattore naturale è di ostacolo: il timo dell'Attica non resiste se non è esposto alla brezza marina.
Un tempo, per il vero, si pensava che questo valesse per ogni specie di timo, e che per questo motivo non crescesse in Arcadia, come anche si credeva che l'olivo crescesse solo entro una distanza di 300 stadi dal mare. Ma oggi noi sappiamo che di timo sono pieni anche i Campi delle Pietre, nella provincia Narbonese, e che questa, là, è quasi l'unica fonte di guadagno, dato che vi confluiscono, da regioni lontane, migliaia di capi di bestiame, condotti a pascolare il timo ... "

bianco* = Satureia thymbra

Storia Naturale - Libro XXI
Plinio il Vecchio
Traduzione Anna Maria Cotrozzi

Il timo prediletto dalle api diventa metafora:

" ... le api, pur volando in continuazione su prati di viole, di rose e di giacinti, vanno a posarsi sul timo, la più acre e pungente delle piante, e vi si fermano «al biondo miele pensando» [Sim. 88 P.]; poi, attinto qualcosa di utile, volano via all’opera loro. Così l’ascoltatore fine e puro deve lasciar perdere le parole
fiorite e delicate e pensare che gli argomenti teatrali e spettacolari sono solo «pastura di fuchi» [Plat. resp. 564e] sofisticheggianti, e immergersi invece con la concentrazione fino a cogliere il senso profondo del discorso e la reale disposizione d’animo di chi parla, per ricavarne ciò che è utile e giovevole ... "

L'arte di ascoltare
Plutarco
Traduzione Giuliano Pisani

Quando il re di Creta Asterione muore, il figlio adottivo Minosse erede al trono, per avvalorare il suo diritto di successione davanti ai fratelli Radamanto e Sarpedonte, erige vicino al mare un altare in onore di Poseidone e gli chiede in dono un toro da immolare, ma il toro è di una bellezza tale che Minosse non lo sacrifica e l'ira di Poseidone si abbatte sulla famiglia reale. La regina Parsifae, moglie di Minosse si innamora del toro, indossa un simulacro di legno che imita una giovenca e si congiunge a lui generando il Minotauro, un essere biforme con la testa taurina e il corpo umano. Minosse lo rinchiude nel labirinto costruito su sua richiesta da Dedalo e per sfamarlo gli dà in pasto sette fanciulle e sette fanciulli provenienti da Atene, tributo che gli è dovuto ogni anno dagli ateniesi per l'uccisione del figlio Androgeo. Per liberare la sua città da questa orribile imposizione, al terzo viaggio, Teseo figlio di re Egeo si propone tra i ragazzi offerti in sacrificio perché vuole uccidere il Minotauro, raggiunge Creta e qui trova un'alleata nella figlia del re Minosse Arianna che per fargli trovare la strada d'uscita dal labirinto gli dà un gomitolo di filo da dipanare lungo tutto il percorso. Teseo riesce nell'impresa, uccide il Minotauro, esce dal labirinto e riparte portando con sé Arianna, prima di giungere ad Atene si fermano sull'isola di Nasso*, Arianna si addormenta e al risveglio si ritrova sola e abbandonata, le sue lacrime si concedono alla terra e dal loro abbraccio fecondo nasce il timo; il pianto della principessa cattura l'attenzione del dio Dioniso che si innamora subito di lei, le leva il diadema che porta in testa e lo lancia in cielo dando vita alla costellazione della Corona Boreale e nel lieto fine i due si sposano realizzando dopo la sofferenza la felicità.
Teseo, invece, arrivato nelle vicinanze di Atene, si scorda di sostituire le vele nere con quelle bianche atte a indicare la sua vittoria sul Minotauro e il padre Egeo disperato si getta in quel mare che oggi porta il suo nome.

Nasso* = Da qui deriverebbe l'aspetto mitologico del detto "piantare iN asso", locuzione che dal punto di vista logico è invece riconducibile all'asso delle carte da gioco che è solo.

" ... Le persone assennate, invece, come alle api fornisce miele il timo, la più acre e secca delle piante, traggono spesso convenienza e utilità dagli eventi più penosi ... "

La serenità interiore
Plutarco
Traduzione Giuliano Pisani


E per la sua predisposizione a crescere nei terreni asciutti, il timo, potrebbe oltrepassare i confini della Terra per vivere sulla Luna:

" ... Invece il timo o centaurea, qualora sia seminato in una terra buona e ricca e venga inumidito e bagnato, perde le sue qualità costitutive e le sue forze, mentre ama l’asciutto che gli permette di crescere nel modo a esso congeniale. Se dunque, come dicono, alcune piante, come la maggior parte di quelle Arabe, non sopportano neppure la rugiada, ma bagnate si indeboliscono e muoiono, perché meravigliarsi se sulla luna nascono radici, semi e alberi che non hanno bisogno d’acqua ma sono invece ben disposti
verso la tenue aria estiva? Perché non è verosimile che si levino venti riscaldati dalla luna e che delle brezze si accompagnino saldamente al moto rotatorio della sua rivoluzione diffondendo e spargendo intorno rugiada e leggera umidità che disperdendosi sono sufficienti a far nascere la vegetazione, e che, in aggiunta, la luna stessa quanto a temperatura non sia ardente e arida, ma mite e acquosa. Infatti non giunge a noi da essa alcun effetto dell’aridità, ma molti dell’umidità: la crescita delle piante, l’imputridimento della carne, il cambiamento e la scipitezza dei vini, la tenerezza dei legni e la fecondità delle donne... "

Sul volto che appare sulla luna
Plutarco
Traduzione Maria G. Castello

Nel secondo secolo d. C. Galeno per una questione di somiglianza dà lo stesso nome della pianta del timo alla ghiandola grigio-rosa, bilobata che nel corpo umano è parte del sistema endocrino, linfatico e immunitario ed è collocata tra lo sterno e il cuore.  
L'arbusto che si diversifica in circa 300 specie è originario dell'area mediterranea, appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, i suoi rami verde chiaro in gioventù, diventano legnosi e scuri in maturità e radicano al livello dei nodi conferendo alla pianta un portamento sepeggiante, le piccole foglie, ricche di olio essenziale, verde intenso nella pagina superiore e più argentee in quella inferiore, lanceolate, ovate o subrotonde con i margini lisci e revoluti sono opposte a due a due e disposte ad angolo retto rispetto a quelle sottostanti, i fiori crescono sulle ascelle delle foglie, sono piccoli, bianco rosati e raggruppati a formare una semisfera.
La pianta e le sue varietà, nel Dizionario universale economico rustico del 1797 sono descritte così:

" Timo, lat. Thymiis , Thymum , fr. Thim , Thym. Pianta di cui se ne distinguono parecchie spezie. Noi ne distingueremo solamente 4. le quali servono per i nostri manicaretti e si possono l’un l’altro sostituire.
1.Timo eretico o il timo di Dioscoride, Thymus capitatus, qui Dioscoridis, C.Bauh. fr. Thym de Crete, ou de Cande il cui odore è assai grato. Nasce comunemente in Candia o nella Sicilia ove le coste si rivolgono a mezzo di, ed anche in Ispagna. Gli Italiani lo coltivano ne’ giardini, ma fra gli oltramontani è difficile troppo ad allevarsi per non esser raro.
2. Timo comune a foglie larghe, Thymus vulgaris, C. Bauh. fr. Thym a larges feuilles. Questa pianta cresce spontanea nei paesi caldi. Si coltiva ne’ giardini ove fiorisce in maggio ed in tutta l'estate. La sua radice è vivace, il tronco basso e ramoso, le foglie piccole e strette, d’un verde scuro. I fiori nascono come nella specie precedente a maniera di testa nella sommità de’ rami di color porporino. Questi sono oriformi, cioè fatti a forma di bocca, rappresentando ciascuno un tubo tagliato in alto da 2. labbra.
3. Timo minore ortense, Thymum minus nostras, Thymus vulgarìs, Linn. folio tenuiore, C. Bauh. fr. Tetit Thym des jardin, Thym a feuilles étroites. Questo cresce abbondevolmente in Italia e col suo odore aromatico profuma i nostri giardini e non teme i rigori del verno. La sua radice è piccola, legnosa, circondata di fibre e vivace. Da essa pullulano come sott’arbusti molti piccioli ramuscoli rotondi e corredati di piccole foglie più strette di quelle del serpillo. I fiori nascono nella sommità in forma di spiga e sono simili ai precedenti
4. Timo selvatico ordinario. V. Serpollo. Tutte le descritte specie hanno un odore soave ed un sapore penetrante. Trovasi del timo cedrato e del timo senz’odore. Si propaga sterpandolo ogni tre anni, e dividendone la pianta colle radiche o barbatelle. Bisogna aver attenzione di piantarlo più profondo di quello che era dapprima perchè cacci nuove radiche a fiordi terra. Si può moltiplicare anche di seme. L’una e l’altra di queste operazioni debbono farsi o in marzo o in ottobre, adacquando frequentemente il timo trapiantato fino a tanto che abbia ben preso. Quanto più il terreno è magro, tanto più il timo si mantiene; nelle terre sostanziose perisce pel freddo. Il timo non perdendo le foglie serve a fare le guarnizioni ai viali ed alle aiuole, si tonde colle forbici e fa bellissima comparsa verso il giugno, tempo in cui è nella maggior copia de’ suoi fiori. L’odore di questo sott’arbusto si collega bene coll’odore delle rose, e perciò se ne fanno de’ mazzetti che hanno il suo merito. Le api e le pecore ne fanno un delizioso pascolo. "

Il fiore del thymus serpyllum

Gli egiziani con l'olio essenziale di timo impedivano la proliferazione dei batteri e la conseguente putrefazione dei tessuti nell'imbalsamazione dei loro morti e i romani bruciavano le foglie per tenere lontani gli scorpioni, in cucina oltre ad aromatizzare le bevande, la carne, i formaggi, il pesce e le verdure serviva per le conserve alimentari.   

" ...  Il timo va raccolto quando è in fiore e va fatto seccare all'ombra. Ve ne sono due tipi: quello bianco, che ha radice legnosa, nasce in collina, ed è piu apprezzato; l'altro è scuro, con i fiori scuri anch'essi. Ad entrambi i tipi si riconosce una grande efficacia nel conferire una vista chiara, sia che il timo venga assunto come alimento, sia come preparato medicinale. Nella tosse cronica in elettuario con aceto e sale agevola l'espettorazione; preso con miele impedisce la coagulazione del sangue; applicato esternamente con senape riduce i catarri cronici della gola, e guarisce del pari i disturbi di stomaco e di intestino. Però va usato in quantità modica, perché ha effetto riscaldante; è grazie a tale proprietà che esercita un'azione astringente sull'intestino: se questo presenta delle ulcerazioni, bisogna mettere un denario di timo in un sestario di aceto e miele; lo stesso in caso di pleurite, o di dolore fra le scapole o al torace. In pozione con aceto e miele il timo cura l'epigastrio, e preparato in questo stesso modo si somministra anche nei casi di alienazione mentale e di atrabile. Viene impiegato anche per gli epilettici, perché con il suo odore li fa riprendere dagli attacchi del male. Si dice anche che a questi ammalati faccia bene dormire su timo fresco. Giova anche a chi soffre di ortopnea, di asma, alle donne che hanno ritardo nel flusso mestruale o qualora abbiano nell'utero feti morti: per tali occorrenze il timo va fatto bollire in acqua finché non si riduce ad un terzo. Giova anche agli uomini, con miele e aceto, per ovviare alle flatulenze, alla tumefazione dell'intestino o dei testicoli, o nei casi di dolori alla vescica. Applicato con vino, il timo elimina gonfiori e sfoghi; con aceto, callosità e verruche. Per i dolori alle anche si usa in impiastro con vino, contro l'artrite e in caso di lussazioni lo si trita con olio, versandolo su lana, in cataplasma; in caso di ustioni lo si mescola a grasso di maiale. Contro l'artrite lo si usa anche in pozione, nella quantità di tre oboli per tre ciati di aceto e miele; tritato e con l'aggiunta di sale cura l'inappetenza ... "

Storia Naturale - Libro XXI
Plinio il Vecchio
Traduzione Anna Maria Cotrozzi

Nella leggenda cristiana il timo funge da giaciglio per la Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto e la medicina popolare lo utilizza per l'asma, la bronchite, la cefalea, i dolori artritici e reumatici, la flatulenza, la gengivite, l'indigestione, le infiammazioni e le infezioni dell'apparato genitale e urinario, la nausea, i parassiti intestinali, il raffreddore, la sinusite e il vomito. Rilassa il sistema nervoso e favorisce il sonno, rafforza il sistema immunitario e respiratorio, allevia il mal di gola e la tosse.
Contiene: acido folico, acqua, borneolo, calcio, carboidrati, carvacolo, geraniolo, grassi, ferro, fibra, flavonoidi, folati, fosforo, linalolo, magnesio, manganese, niacina, potassio, riboflavina, saponine, selenio, sodio, tannini, terpineolo, tiamina, timolo, tujanolo, vitamina A, vitamina B6, vitamina E, vitamina K, zinco ed è un antianemico, antibatterico, antibiotico, antidepressivo, antielmintico, antifungino, antinfiammatorio, antiossidante, antisettico, antispasmodico, antitumorale, antivirale, decongestionante, digestivo, diuretico, emmenagogo, epatoprotettivo, espettorante, fluidificante.. 
Uso esterno in impacchi per detergere le ferite, le piaghe, le verruche e il viso e in infuso per i capelli grassi e per la forfora. Le foglie fresche si possono strofinare sulla pelle per lenire il fastidio provocato dalle punture degli insetti.
Nel linguaggio dei fiori rappresenta la diligenza e l’operosità. Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Brucia con le coccole il legno di ginepro

mercoledì 2 giugno 2021

Repubblica concettuale

Festa della Repubblica Italiana - 2 giugno

Repubblica

Nella moderna tipologia delle forme di Stato il termine Repubblica è contrapposto a monarchia: in questa il capo dello Stato accede al sommo potere per diritti ereditari, nella prima il Capo dello Stato, che può essere una persona singola come un collegio di più persone (Svizzera), è eletto dal popolo o direttamente o indirettamente (tramite assemblee primarie o le assemblee rappresentative).
Tuttavia il significato del termine Repubblica si evolve e muta profondamente nel tempo (la cesura avviene nell'età della Rivoluzione democratica); e acquista connotazioni diverse, a seconda dei contesti concettuali in cui viene inserita.

Dizionario di politica
Norberto Bobbio, Nicola Matteucci
e Gianfranco Pasquino

Buona Festa della Repubblica a tutti voi!
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