sabato 17 gennaio 2026

Sant'Antonio Abate e il maialino

Alfredo Cattabiani, nel Calendario del 1988, riporta una leggenda del nuorese secondo cui, in tempi antichi, il mondo era privo di fuoco e gli uomini soffrivano il freddo. Una delegazione sarebbe stata inviata nel deserto della Tebaide a pregare Sant'Antonio affinché procurasse loro il fuoco. Dopo molte insistenze, l'eremita acconsentì e si recò alle porte dell'inferno accompagnato dal suo maialino. I diavoli, riconoscendone il potere, tentarono di respingerlo, ma il maialino riuscì a introdursi nell'inferno seminando il caos tra le schiere demoniache. Incapaci di fermarlo, Satana e i suoi angeli furono costretti a implorare Sant'Antonio perché lo riprendesse. Durante il ritorno sulla terra, il bastone a forma di tau del santo prese fuoco, permettendogli di accendere una catasta di legna, da quel momento il fuoco riscaldò l'umanità.
Questa leggenda riprende gli schemi narrativi già presenti nelle Tentazioni di Sant'Antonio della letteratura agiografica medievale, in cui l'eremita affronta i demoni e sfida l'inferno. Alla struttura agiografica si aggiunge la presenza del maialino, che Cattabiani interpreta come residuo di un nucleo precristiano, ipotesi sviluppata anche da Margarethe Riemschneider, secondo cui il maialino sarebbe la forma sostitutiva di un più antico cinghiale sacro, attributo del dio celtico Lug, divinità della luce, della rinascita e della fecondità. Lo scambio del cinghiale con il maiale domestico verrebbe spiegata come effetto della cristianizzazione.

Madonna tra i santi Antonio Abate e Giorgio 1445 circa - Pisanello - National Gallery - Londra

Madonna tra i santi Antonio Abate e Giorgio 1445 circa - Pisanello - National Gallery - Londra

Questa interpretazione si colloca nella tradizione analogica inaugurata da James George Frazer nel Ramo d'oro, secondo cui la ricorrenza di simboli simili, il fuoco, l'animale astuto, l'oltretomba, indicherebbe una continuità cultuale sotterranea. Tale approccio presuppone che la leggenda conservi una memoria arcaica e che rifletta un culto precedente. Questo metodo comparativo, che mira a postulare continuità genealogica, continuità culturale o simbolica è oggi ampiamente criticato dai medievisti, in quanto è considerato problematico perché trascura l’evidenza cronologica e sociale delle pratiche documentabili.
Nei bestiari e nella letteratura allegorica medievale, il comportamento naturale del cinghiale è percepito come aggressivo, indomabile, selvaggio e viene assunto come allegoria morale e spirituale delle passioni umane. Gli amanuensi medievali, se avessero voluto, avrebbero potuto caricare l'animale di significati ancor più negativi; nella maggior parte dei casi, invece, si limitarono a trasmetterne un valore simbolico e morale.
In questa prospettiva, anche la scelta artistica delle raffigurazioni di Sant'Antonio con il cinghiale, come quelle di Pisanello, del 1445 circa, visibile alla National Gallery di Londra e dell'incisione di Antonio Tempesta del 1597, utilizzate dalla Riemschneider a sostegno della propria tesi, vanno lette come elaborazioni iconografiche colte, in cui il cinghiale rappresenta la ferinità, il peccato o gli ostacoli alla virtù superati dall'asceta. Si tratta di immagini allegoriche, non di testimonianze di un culto pagano sopravvissuto.

Sant'Antonio con il cinghiale - 1597 - Incisione Antonio Tempesta

Sant'Antonio con il cinghiale - 1597 - Incisione Antonio Tempesta

L'origine storicamente documentabile dell'associazione tra Sant'Antonio e il maiale come abbiamo visto l'anno scorso in l'ignis sacer, si colloca nell'XI secolo, in seguito alla traslazione delle reliquie del santo in Francia e alla diffusione del cosiddetto Fuoco di Sant'Antonio e alla cura dell'ergotismo. In questo contesto, gli ospedali antoniani allevavano maiali, che venivano distinti dagli altri animali vaganti mediante una campanella al collo, secondo pratiche ufficialmente autorizzate dal Papa. Il maiale fungeva da risorsa concreta, forniva carne, grasso per unguenti terapeutici e sostegno economico alle istituzioni assistenziali. Non si trattava di un animale sacro, ma di uno strumento di carità. Solo successivamente diventa attributo iconografico del santo.
L'evoluzione dell'immagine di Sant'Antonio Abate, da asceta del deserto a protettore degli animali e figura centrale della religiosità contadina, mostra in modo particolarmente chiaro il carattere storico e dinamico del culto. L'Antonio delle fonti tardoantiche, come emerge dalla Vita Antonii di Atanasio di Alessandria, è un eremita egiziano impegnato nella lotta ascetica e spirituale contro le tentazioni e i demoni interiori, non si menziona alcun maiale, né alcuna funzione di donatore del fuoco. Solo in epoca medievale, proprio a partire dalla diffusione del fuoco di Sant'Antonio e dall'attività degli ospedali antoniani, la figura del santo viene progressivamente reinterpretata come guaritore e protettore contro la malattia. Nel contesto della religiosità rurale, questa funzione si estende alla protezione degli animali domestici e delle comunità contadine. Tale trasformazione non è il riflesso di una sopravvivenza di culti agrari precristiani, ma il risultato di una rielaborazione storica e popolare del culto cristiano, che adatta la figura del santo ai bisogni concreti delle comunità nel corso del tempo.
Il parallelismo tra la leggenda nuorese e il mito di Prometeo è evidente nella struttura narrativa; in entrambi i casi un mediatore sottrae il fuoco a una potenza ostile per restituirlo agli uomini; questo non implica una continuità cultuale, ma mostra come la cultura medievale potesse attingere a schemi narrativi universali, anche di origine classica, per esprimere in forma simbolica funzioni cristiane. In questo caso, il racconto spiega in modo eziologico e accessibile perché Sant'Antonio guarisca il "fuoco" e perché sia accompagnato da un maiale, traducendo pratiche devozionali e assistenziali in una narrazione efficace.
La leggenda nuorese, dunque, non consente di dimostrare l'esistenza di un residuo pagano, ma permette di osservare la creatività del cristianesimo medievale nella costruzione di immagini, simboli e racconti legati al male, alla malattia e alla salvezza. Il culto di Sant'Antonio si sviluppa nel Mediterraneo attraverso l'interazione tra fonti agiografiche, iconografia e pratiche devozionali concrete, non attraverso la sopravvivenza di culti precristiani. L'associazione con il maiale e con il fuoco è il prodotto di un contesto medievale ben definito.
Dagli anni Settanta del Novecento, medievisti come Peter Brown, Jean-Claude Schmitt, Jacques Le Goff, André Vauchez e Caroline Walker Bynum hanno mostrato che il folklore cristiano va analizzato partendo dalle pratiche documentate e dalle funzioni sociali, per poi considerare i segni distintivi, l'iconografia, le narrazioni e infine le interpretazioni simboliche. È in questa prospettiva che va letta la leggenda nuorese di Sant'Antonio, espressione storicamente situata della religiosità cristiana medievale e non trasmissione di un mito pagano.
E allora, alla fine, la domanda è se dietro la leggenda di Sant'Antonio si nasconda un frammento di storia mitologica, un cinghiale, dei pagani, o qualcosa di più semplice e molto più vero?
Ti sei mai chiesto dove nasce davvero il senso di un simbolo, esclusivamente nei miti antichi, o nelle menti degli uomini? Il resto, che sia fuoco, maiale, demone, provalo. Funziona solo quando lo vedi accendersi.

Lieta Festa di Sant'Antonio Abate!
Per ulteriori informazioni:

domenica 11 gennaio 2026

Il Battesimo di Gesù Cristo

La domenica successiva alla festa dell'Epifania si celebra uno degli eventi fondamentali della tradizione evangelica, il battesimo di Gesù nel fiume Giordano per mano di Giovanni Battista. Questo episodio, attestato da tutti e quattro i Vangeli canonici, segna l'inizio della vita pubblica di Gesù e costituisce una delle prime e più solenni manifestazioni della sua identità messianica.
Nel Battesimo al Giordano emerge il mistero di Cristo nella sua presenza trinitaria: il cielo si apre, lo Spirito Santo scende in forma di colomba e la voce del Padre proclama Gesù come Figlio prediletto.
Fin dalle origini, la Chiesa riconosce in questo evento una epifania, cioè una rivelazione divulgativa della natura divina di Gesù e della sua missione salvifica; il Battesimo non è quindi un gesto puramente simbolico, ma un momento fondativo della cristologia e della teologia trinitaria.
Nei primi secoli del cristianesimo, soprattutto nelle Chiese d'Oriente, il 6 gennaio all'interno della grande festa dell'Epifania o Teofania si commemoravano diversi eventi rivelativi, la nascita di Gesù Cristo, l'adorazione dei Magi, il Battesimo nel Giordano e, in alcune tradizioni, il miracolo delle nozze di Cana; con il passare del tempo, Oriente e Occidente svilupparono percorsi liturgici differenti, in Oriente il Battesimo divenne il centro della Teofania, mentre in Occidente l'Epifania si concentrò prevalentemente sulla visita dei Magi, favorendo una distinzione più netta tra le diverse celebrazioni.
Con la fissazione del Natale al 25 dicembre nel IV secolo, il calendario liturgico occidentale si strutturò attorno a un vero e proprio tempo di Natale e, in questo contesto, il Battesimo di Cristo venne collocato dopo l'Epifania, non secondo una logica cronologica, poiché l'evento avvenne quando Gesù aveva circa trent'anni, ma, secondo un criterio teologico per cui esso appartiene alle manifestazioni di Cristo e inaugura la sua missione pubblica, l'inizio della sua vita sociale che condurrà fino al mistero pasquale.
Secondo il Vangelo di Luca, la Presentazione di Gesù al Tempio avvenne quaranta giorni dopo la nascita, in conformità alla Legge mosaica che prescriveva la purificazione rituale della madre e l'offerta del primogenito al Signore; contando a partire dal 25 dicembre, questa data cade il 2 febbraio ed è sempre stata mantenuta dalla Chiesa come festa fissa.
Nel calendario liturgico occidentale anteriore al Concilio Vaticano II, la Presentazione di Gesù al Tempio costituiva la conclusione del tempo di Natale; pur appartenendo ancora ai racconti dell'infanzia di Gesù, rappresentava l'ultimo evento del ciclo natalizio, chiudendo simbolicamente il mistero dell'Incarnazione.
Con la riforma liturgica entrata in vigore nel 1969, la conclusione del tempo di Natale venne invece anticipata alla festa del Battesimo del Signore, mentre la Presentazione del 2 febbraio rimase una celebrazione autonoma.

Pallina di Natale in cioccolato fondente

Nelle Chiese orientali il Battesimo di Cristo conserva ancora oggi grande solennità, spesso accompagnata dal rito della benedizione delle acque, che richiama il valore battesimale e cosmico dell'evento del Giordano. In Occidente la celebrazione è più sobria, senza giudizio di merito, e mantiene un forte riferimento al battesimo dei fedeli, fondamento della vita cristiana. Accanto all'ordinamento liturgico attuale, del ritorno al tempo ordinario dopo il Battesimo di Cristo, permane la memoria storica della Presentazione al Tempio del 2 febbraio che testimonia una struttura più ampia e articolata del ciclo natalizio, durata per secoli e ancora viva nella tradizione popolare e si esprime, in molte realtà locali, nella prassi devozionale e culturale, con il mantenimento del presepe e dell'albero di Natale fino alla Candelora, mostrando una conclusione simbolica pur senza che ciò sia più previsto ufficialmente dal rito romano.
Il Battesimo, apre la vita pubblica di Gesù, diventa così un ponte tra la gioia della nascita e il compimento della sua missione, orienta lo sguardo verso la Pasqua e verso ciò che si realizzerà nella sua morte e risurrezione, rende evidente come ogni festa, ogni rito e ogni memoria liturgica siano parte di un senso che si svela nel tempo.

Dedica su pergamena

Nel mese di dicembre, mentre eravamo impegnati nel nostro Calendario dell’Avvento, sono stata invitata a un incontro dedicato al tumore al seno.
Gli organizzatori mi hanno regalato una pallina di cioccolato fondente con una piccola pergamena che dice:
"Sii dolce con te stessa: la vera forza è saper accogliere la propria fragilità con tenerezza."
Oggi voglio condividere questa frase con tutti voi, perché credo che possa accarezzare non solo le donne a cui è dedicata, ma tutti noi, ogni volta che ne abbiamo bisogno.

Lieta festa del Battesimo di Gesù Cristo!

martedì 6 gennaio 2026

Novena dell'Epifania

Epifania con i Re Magi

L'Epifania è il tempo in cui Gesù si manifesta non solo al popolo di Israele, ma idealmente a tutti i popoli. I Re Magi, giunti dall'Oriente per rendergli omaggio, diventano così il simbolo di un'umanità in cammino, capace di riconoscere un segno e di mettersi in ricerca. Alla vigilia della festa si concludono i nove giorni di preghiera iniziati il 28 dicembre, un percorso che accompagna a sostare sul mistero della manifestazione di Gesù al mondo.

Epifania con la Befana

La novena dell'Epifania offre uno degli esempi di come la tradizione cristiana abbia saputo coniugare riflessione teologica, pratica spirituale e dimensione comunitaria. La sua storia mostra il ruolo della pietà devozionale nel favorire una comprensione più profonda dell'Epifania come evento di rivelazione e di apertura universale, capace di parlare a culture e popoli diversi.

Lucerna dell'anno nuovo

La sua diffusione è il risultato di un lento processo di elaborazione devozionale, che si consolida tra il Medioevo e l'età moderna, in un contesto caratterizzato da una crescente attenzione alla dimensione interiore ed emotiva della fede. Ordini religiosi, predicatori e confraternite laicali contribuirono in modo determinante alla diffusione di cicli di preghiere e meditazioni in preparazione alla festa, favorendo una partecipazione più consapevole e condivisa.
Il suo contenuto si struttura generalmente attorno a una meditazione progressiva del racconto evangelico di Matteo 2,1-12; il cammino dei Magi viene proposto come immagine della ricerca umana di Dio; la stella come segno di una presenza che orienta e accompagna; i doni di oro, incenso e mirra come riconoscimento simbolico dell'identità di Gesù e del significato della sua venuta. Ne emerge una visione ampia, aperta, capace di includere l'esperienza umana nella sua pluralità.

Incenso per l'Epifania

In questa prospettiva, la novena non è soltanto una preparazione alla festa liturgica, ma un itinerario spirituale che invita a un movimento interiore di ascolto, conoscenza e discernimento e può essere letta, sul piano interpretativo, anche attraverso la distinzione riconosciuta dagli storici tra cristianesimo istituzionale e cristianesimo vissuto, il complesso linguaggio teologico incontra la creatività della devozione popolare e assume forme espressive semplici, si traduce in esperienze accessibili, condivise, partecipate con canti tradizionali, recite comunitarie, rappresentazioni simboliche che si fanno folklore e spesso utilizzate anche in ambito parrocchiale e familiare con finalità educative.
In un contesto culturale segnato dalla pluralità e dalla mobilità, la novena dell'Epifania conserva una particolare attualità; il suo messaggio di ricerca, apertura e incontro continua a offrire uno spazio di riflessione sul senso del cammino umano e sul desiderio di orientarsi che attraversa le diverse culture.

Lieta Epifania e un abbraccio alle sorelle Befane!


Nel video  Sarvesham Svastir Bhavatu, il mantra cantato da Tina Turner

Sarvesham Svastir Bhavatu - Che tutti siano felici e in salute
Sarvesham Shantir Bhavatu - Che tutti siano in pace
Sarvesham Poornam Bhavatu - Che tutti siano completi, pieni
Sarvesham Mangalam Bhavatu - Che ci sia benessere e prosperità per tutti
Om Shanti Shanti Shanti - Om, pace, pace, pace"

giovedì 1 gennaio 2026

Capodanno sulla soglia del 45 a. C.

Saliamo a bordo del veliero magico di Anima Mundi per il nostro consueto viaggio nel tempo; navighiamo su un mare di stelle e raggiungiamo la Roma del 45 a.C., ci troviamo tra le strade appena rischiarate dai primi raggi del sole invernale. L'aria è fredda e tagliente; il marmo del Foro, ancora umido di brina, riflette la luce con una nitidezza quasi viva, mentre la città attenta e curiosa si risveglia. L'alba annuncia un Capodanno diverso in cui conosciamo il nuovo calendario giuliano, introdotto dalla riforma voluta da Giulio Cesare e realizzato con l'aiuto dell'astronomo egiziano Sosigene di Alessandria, per porre fine al caos cronologico che aveva disorientato Roma per decenni.
È composto da 365 giorni e ogni 4 anni, dopo il 24 febbraio si aggiunge un giorno extra, il dies bis sextus, ovvero il sesto secondo giorno prima delle Kalende di marzo; forma così un anno di 366 giorni.
Incontriamo gli antichi Romani che non contano i giorni in sequenza, ma a ritroso rispetto alle tre date fisse:
Le Kalende che rappresentano il 1º giorno del mese
Le None che rappresentano il 5º o il 7º giorno del mese (per gennaio - 5 gennaio)
le Idi che rappresentano il 13º o il 15º giorno del mese (per gennaio - 13 gennaio)
Per cui se il primo gennaio è definito Kalendae Ianuariae, il 2 gennaio è a.d. IV Non. Ian. - ante diem IV Nonas Ianuarias ovvero il 4° giorno prima delle None.
L'Urbs si sveglia sapendo che il tempo, questa volta, non è semplicemente passato da un anno all'altro, ma trova la sua misura; il 46 a. C. si è appena concluso, per mesi si è parlato di giorni aggiunti, di mesi innestati come pezzi estranei, di un anno che sembrava non voler finire mai che ha divorato stagioni, ha confuso i contadini, ha spostato le feste, ha fatto invecchiare le cariche pubbliche oltre misura. Tutti lo chiamano ormai, con un nome che pesa come una condanna, l'annus confusionis durato ben 445 giorni, un sacrificio necessario per riallineare le convenzioni umane con le stagioni e il corso del sole.
Cassio Dione, tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C., nella sua Storia romana - XLIII 26, lo descriverà come un periodo di disordine temporale.

Capodanno sulla soglia del 45 a. C.

Ora, finalmente è terminato è nel freddo del mattino, sui muri del Foro il calendario torna a seguire una struttura stabile, i mesi non attendono più l'intervento dei sacerdoti per allungarsi o accorciarsi; non dipendono più dagli umori della politica, seguono il sole. Un vecchio pontefice passa la mano sulle incisioni come se volesse sentirne la spessore; questa volta, pensa, non toccherà a lui correggere il tempo. Ianuarius con i suoi 31 giorni, Februarius con i suoi 28 che diventano 29 negli anni bisestili; Martius con 31, Aprilis con 30, Quintilis, che nel 44 a. C. diventerà Iulius, di giorni ne ha 31 e Sexstilis, che nell' 8 a. C. diventerà Augustus, ne ha 31, segue September con 30, October con 31, November con 30 e December con 31.
Davanti al tempio di Giano, i sacerdoti si concentrano sulle formule per i sacrifici, il fumo leggero dei piccoli fuochi accesi si diffonde nell'aria; il dio delle soglie viene invocato e per l'anno che esce e per quello che entra, si attraversa il confine invisibile tra l'instabilità passata e l'ordine ricostituito; le due facce del dio sembrano osservare rispettivamente l'errore alle spalle e la correzione di fronte.
Nei mercati la gente discute su i cicli solari, sul giorno che verrà aggiunto ogni quattro anni; tra una strenna e l'altra, sentiamo frasi spezzate: "stavolta le calende resteranno in inverno", "le idi torneranno al loro posto". Lungo le vie principali, la vita è in piena attività, i banchi traboccano di frutta secca e fresca, olive lucide, spezie profumate e stoffe dai colori vividi, mentre l'odore del pane appena sfornato e del formaggio si mescola a quello dei fiori e delle erbe aromatiche. Tra i venditori che chiamano i clienti e le monete che tintinnano, si scambiano consigli e notizie, si controllano date e scadenze sulle tavole esposte sui muri. Gli artigiani battono il ferro, lavorano il legno e modellano utensili, mentre gli scribi compilano registri secondo le regole appena entrate in vigore.
Anche lo Stato si muove con cautela, i magistrati entrano in carica sapendo che il loro mandato non verrà stirato o accorciato da un mese inventato; i tribunali consultano i fasti con attenzione quasi reverente, un giorno sbagliato sarebbe considerato di cattivo auspicio e Roma, che passo dopo passo sta diventando Caput Mundi, non può permetterselo. 
Il sole, intanto, fa la sua parte, sale, descrive l'arco previsto, scende; scopriamo affascinati che qualcuno lo nota guardando l'ombra di una colonna tornare dove dovrebbe essere, nessuno applaude, si annuisce soltanto.
Quando arriva il tramonto, il primo giorno del nuovo anno si chiude senza clamore, non ha avuto bisogno di eccessi per imprimersi nella memoria, ha fatto qualcosa di più sottile, ha dimostrato che il tempo può essere governato senza essere violato.
E con il vespro il nostro viaggio finisce. La riforma di Roma di 2070 anni fa si allontana lentamente, ma il suo gesto rimane, ogni calendario che sfogliamo, ogni data che consideriamo "naturale", nasce qui, in questo Capodanno diverso, in cui gli uomini hanno deciso di smettere di inseguire il tempo e di camminargli accanto.

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