sabato 31 gennaio 2026

La Merla bianca e la Merla nera

Eccoci giunti al terzo dei Tre giorni della Merla, la stagione trattiene il fiato mentre la terra riposa sotto un velo di freddo sottile; ancora un ultimo passo e ci troveremo nel mezzo inverno illuminato dalla Candelora, il punto di svolta che ci accompagnerà verso la primavera. Oggi invece conosciamo la variante della Colombina bianca nei dintorni di Ospedaletto Lodigiano.

La Merla bianca e la Merla nera - I Tre Giorni della Merla

"Nei dintorni di Ospedaletto Lodigiano si canta la canzone detta la Filerina (1) la quale non è altro che la Colombina o Merla; tuttavia in quesso paese la canzone subisce qualche variante, ed ha alcune aggiunte colle quali si tirano in ballo alcune località del Lodigiano.
A spiegare questo non sono necessari molti commenti: una volta stabilita la canzone ed il fatto principale, il popolo trova facilmente la combinazione di aggiungere alla trama oramai ordita,
qualche cosa di particolare al paese o riferibile a circostanze speciali e proprie al medesimo tnto per allungare il divertimento. La canzone però non ha marcati così bene quei contorni caratteristici che si osservano altrove. - Noi la riportiamo per intiero, ommettendone, per economia di spazio, il ritornello.

(1) La Giovane Filatrice.

D. La Filerina la sta in cambera
O viva l'amor vivà, olì, olà.

R. Ve' giù da quella tur e canta in terra
Ho vist du bei suldà a la luntana

Vun dimandeva pas e 1'alter guerra.
Vignè chi, o belle pute, se voulì fa speza.
D. Vuriu che faga spesa, non g' hoi moneda.
R. Vignè chi, o belle pute, che farem a creta (1).
D. Quand la creta l' è fai miarà pagala (2).

Alzi gli oci e vedo du barche in mare
Vuna cargada de seta e l'altra de drappe,
Ho vist un bel usel a la luntana
Ch' el vuleva su la brocca,
Ve' giù da quella brocca e salta in terra.

Du gh'i ho e vun t' l prumettarò
Se t' se bianca, negra te farò:
Se t' se negra, bianca te farò.

Ho trai na sciupettada nella gaba
Ho fai sentì l'amor fin a Livraga.
Ho trai na sciupettada in d'un gabet
Ho fai sentì l'amor fin a Borghett.
Ho trai na sciupettada in mezz' all' era
Ho fai sentì l'amor fin a Lardera.
Ho trai na sciupettada in d'un muron
Ho ferid la me bella in d'un galon.

(1) Venite qui, belle ragazze, che faremo a credenza
(2) Quando la credenza e fatta bisognerà pagarla"

Giovanni Agnelli

La filarina lascia la sua stanza, è ancora chiara, giovane, come la merla della leggenda prima che il mondo la tocchi. Scende i gradini ed esce fuori quando l'aria ha ancora il sapore di un tempo non pronto ad accoglierla e le sfiora la pelle con un brivido asciutto, il clima prede forma per misurarla, incontra i due soldati, il primo segno che fuori non c'è riparo, solo il confronto con ciò che attende; le viene chiesto di "fare spesa", cioè di affrontare ciò che comporta l'essere uscita anche senza mezzi. Lei risponde che ogni cosa fatta "a credenza" prima o poi va pagata, ogni passo fuori stagione ha un costo, il tempo rigido non fa sconti a chi arriva in anticipo.
Lontano, sul mare, quasi al margine del cielo, intravede due barche cariche di seta e di drappi, sono la promessa che si attende, ciò che dovrebbe arrivare a compiersi, ma ancora non si concede. Si leva la Merla, si poggia sulla brocca dove l'acqua è contenuta, ma non è più la stessa ha perso il suo candore ed è diventata nera, ha attraversato un tempo che non era pronto per lei. 
I colpi che risuonano fino ai paesi vicini sono la forza dell'evento che la coinvolge, ciò che le accade ha un eco, si diffonde, lascia traccia. È il gelo che morde, la prova che la investe e la attraversa. L’ultimo sparo la raggiunge è la ferisce, è l'impronta concreta dell'essersi esposta troppo presto, dell'aver affrontato l'inverno e il mondo.

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