sabato 8 marzo 2014

Io sono te e in te per sempre



Interior si avvicinò a piedi nudi alla finestra; l' inverno era stato piuttosto mite e adesso che stava per giungere la primavera faceva freddo, pioveva, il cielo era coperto e non lasciava filtrare neanche un raggio di luna; si accostò allo specchio, guardò riflesse le forme di Sasha distesa sul letto, la sentiva sospesa nel vuoto e sapeva di dover rispettare il suo silenzio; Sasha percepì la presenza di Interior, si voltò e vide che sullo specchio appannato  c'era un messaggio per lei:

Inquieta
Osservo

Solitarie
Ombre
Nubi
Oscure

Tuoni
Echeggiano

E

Incombono
Nervosi

Tempesta
Eterna

Pioggia
E
Respiro

Si
Espandono
Mentre
Parabole
Rompono
Equilibri

Sasha sorrise, si poggiò una mano sul cuore e si lasciò cullare dai suoi battiti. Interior ora poteva concedersi a Morfeo.

Sasha nel cuore di Iterior
Sciarada Sciaranti

martedì 4 marzo 2014

La festa dei moccoletti

Il Martedì Grasso annuncia la conclusione del Carnevale e a Roma una tradizione nata nel 1773 lo salutava al tramonto con "la festa dei moccoletti", una folla umana in maschera con delle lanterne o con delle candele protette da paralumi di carta che potevano avere le dimensioni di "un cero pasquale" o di una "coda di un sorcio" si riversava come un fiume in piena lungo piazza del Popolo, via del Corso e piazza Venezia, che insieme si trasformavano in una suggestiva:

"via Lattea dei lumi"

L'improvvisatore
Hans Christian Andersen

avvolgente teatro all'aperto di una rappresentazione che alternava le luci alle tenebre e la vita alla morte. Ogni partecipante cercava di proteggere il suo moccolo e tentava di spegnere quello del suo avversario costringendolo così a togliersi la maschera e ovviamente il divertimento era maggiore e diventava più interessante se i contendenti appartenevano al sesso opposto.


La festa dei moccoletti
Jean Louis Baptiste Thomas
1817

" Mentre al calar delle tenebre, festoni e maschere e ogni cosa va a poco a poco sbiadendo e perdendosi in una messa oscurità che tutto involge in un colore grigio cupo, ad un tratto, qua e là, alle finestre, sulle altane, sui balconi, nelle carrozze e tra la folla a piedi, cominciano a risplendere dei lumi; prima radi, poi più spessi, crescono, s'estendono, invadono tutto il Corso che si trasforma quant'è lungo in un gran tagliare e in una vampa di fuoco. 
Allora tutte le persone presenti non hanno più' che un solo pensiero, che un solo scopo costante, quello di spegnere la candela degli altri e conservare accesa la propria; e uomini, donne, ragazzi, signori e signore, principi e contadini, cittadini e forastieri, gridano e strillano e urlano senso posa il motto di scherno a chi s'è lasciato spegnere il lume: 
«Senza moccolo! Senza moccolo! », tantoché ben tosto non si sente più altro che un immenso coro di queste due parole, misto a scrosci di risa. Lo spettacolo a questo punto oltrepassa ogni immaginazione. Le carrozze s'avanzano lentamente colle persone che hanno dentro, ritte in piedi sui cuscini e sul serpe, col traccio disteso e alzato per tenere il lumicino fuori di pericolo; alcuni lo portano dentro un cartoccio; altri tiene un mazzo di candeline strette insieme e tutte accese, senza alcuna difesa; altri portano delle torce abbaglianti, ed altri un candelino che appena sta acceso. 
Persone a piedi, ficcandosi tra un veicolo e l'altro e seguitandoli, aspettano e colgono il destro per fare un salto e soffiare su un certo lumicino o dargli su un colpo; altri s'arrampicano sulle carrozze, e chinandosi verso l'interno, lo strappano dalle mani di qualcuno a viva forza; altri, inseguendo qualche sviato torno torno alla di lui carrozza, prima che salga a riaccendere la candela spenta della campagna, gli spengono la sua ch'egli è sceso a chiedere in favore o a rubare a qualcuno; altri, col cappello levato dinanzi allo sportello d'una carrozza, si fanno a pregare con gran rispetto ed umilmente una gentile signora, perché voglia porgere il suo lume per accendere il sigaro, e mentr'essa sta esitando dubbiosa di porgerlo o no, le soffian sul candelino custodito e difeso con tanta tenerezza dalla sua manina; gente alle finestre tentano con un uncino attaccato ad una cordicella di pescare qualche candela; o con fazzoletti legati all'estremità d'una pertica le spengono destramente nella mano stessa del portatore nel momento stesso del suo trionfo: uno, appiattato dietro una cantonata, aspetta il momento giusto per balzar fuori all'improvviso addosso alle superbe torce, con uno smisurato spegnitoio che pare un'alabarda; altri circondano una carrozza e vi si aggrappano; altri tirano a furia aranci e mazzolini di fiori contro una ostinata lanternina, o fanno un regolare bombardamento contro una piramide d'uomini con uno su in cima che porta sulla testa un lumicino sfidando tutti. 
« Senza moccolo! Senza moccolo! ». "

Impressioni d'Italia
Charles Dickens


La festa dei moccoletti
Ippolito Caffi
1852

Nel 1837 Ippolito Caffi nel descrivere un suo quadro esposto all'Accademia di Venezia illustra così la festa dei moccoletti:

"è illuminato dalla luna nella parte superiore delle fabbriche; di sotto un numero infinito di moccoli, torce a vento, palloni di carta colorita...
La quantità di maschere in carrozza, a piedi e sulle finestre ... il miscuglio, il moto, il fracasso ... e il veder tutti affaccendati a smorzar moccoli e tutti attenti ad accenderli amichevolmente. Le case son tutte piene di tappeti e le carrozze e i carri trionfali son tutti adornati ad uso d'un baccanale. Sentiremo cosa dirà il pubblico."




Per ulteriori informazioni

sabato 22 febbraio 2014

Il Carnevale romano

"Il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se stesso. Il governo non fa né preparativi né spese. Non illuminazioni, non fuochi artificiali, non processioni splendide, ma un semplice segnale che autorizza ciascuno ad essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace, ed annunzia che, salvo le bastonate, e le coltellate, tutto è permesso".

Viaggio in Italia
Johann Wolfgang von Goethe

Il Carnevale Romano - Achille Pinelli 1835

Achille Pinelli 1835

Il Carnevale più bello e originale del mondo, lustro per i giochi agonali, per i tornei, per le giostre, per la Commedia dell'Arte, per le sfilate in maschera, per i carri allegorici, per l'attesa "corsa dei cavalli berberi" e per la famosissima "festa dei moccoletti", descritto dai più grandi artisti italiani e stranieri, che fin dalle sue origini medievali iniziava 11 giorni prima del Mercoledì delle Ceneri, ma non comprendeva il sabato e la domenica giorni dedicati al Signore. Un segno convenzionale, esattamente alle ore 19.00, apriva i festeggiamenti con le sfilate delle carrozze delle autorità in maschera sull'antica via Lata ovvero l'odierna via del Corso.  

" ... al bombo della campana di Campidoglio s'apre la venuta delle carrozze, e in poco d'ora il Corso n'è, pieno a doppia fila e vi si fa un baccano inestimabile. Le dette carrozze son tutte aperte, e i gran signori usano i carri da caccia colle sponde a piuoli: tutta la cassa v'è foderata di mussola bianca; le donne sono in abiti a sacco e gli uomini in candidi camiciotti, e in cappelloni flosci colar di cenere: nel mezzo del cocchio son due panieri; l'uno pieno di confettini a granuola di gesso, e l'altro di massetti di fiori. Le finestre, le logge, i balconi ed i palchi son tutti messi a drappelloni e a ricascate di damaschi, di zendadi e di mussoline, vermiglie e cilestri; e i davanzali son pieni di spettatori, i quali hanno anch'essi di gran ceste piene di confetti che gettano nelle carrozze." 

Edmondo - o Dei costumi del popolo romano
Padre Antonio Bresciani

Il primo luogo dei festeggiamenti del Carnevale romano fu piazza Navona, qui si svolgevano:
le tauromachie in cui i tori si scontravano tra di loro, con altri animali e anche con l'uomo,
le giostre del saracino in cui un cavaliere armato di lancia, colpendo un fantoccio che roteava, metteva in scena una sorta di rappresentazione della lotta agli infedeli

La giostra del saracino di Andrea Sacchi - 1634

La giostra del saracino
Andrea Sacchi
 1634

e i giochi dell'anello in cui un cavaliere doveva costringere la sua lancia entro un anello posto al di sotto di un contenitore d'acqua che si rovesciava sui partecipanti,

Il gioco dell'anello di Bartolomeo Pinelli - 1825

Il gioco dell'anello
 Bartolomeo Pinelli
 1825

ma nel 1464, con l'elezione a pontefice di Paolo II che spostò la sua residenza a palazzo Venezia dalle cui finestre, alla fine di lauti banchetti, lanciava del denaro al popolo in festa, via del Corso divenne il cuore degli intrattenimenti del Carnevale e qui, sotto il nuovo Papa, come sostiene l'architetto Andrea Busiri Vici: 

" si facevano altri sei pallii, oltre quelli d'oro e di seta pei cavalli romani, per quelli forensi e pei conduttori di asini, e cioè:
Uno per gli ebrei che correvano il lunedi prima della domenica.
Uno pei fanciulli cristiani pel martedì.
L'altro pei giovani cristiani nel mercoledì.
Il quarto pei sessagenari nel venerdì.
Il quinto per gli asini nel lunedì.
Il sesto per le bufale nel martedì di Carnevale.

Nel 1545  invece in questa via fu riproposta la sfilata dei carri trionfali degli antichi romani rivisitata dai Rioni:

1. Rioni: Trastevere.  Carro che rappresentava il Carro Massimo.
2. Rione Ripa.  La statua della Fortuna e vari emblemi.
3. Rione Sant'Angelo.  La citta di Costantinopoli.
4. Rione Campitelli.  Gli orti delle Esperidi.
5. Rione Pigna.  La statua di Cibele Turrita.
6. Rione Sant'Eustacchio.  Un Concilio in atto di condannare gli eretici.
7. Rione Regola.  Un corvo che inseguiva alcuni serpenti avendone afferrato uno in bocca.
8. Rione Parione.  Uno smisurato grifone alla custodia di un nascondiglio d'oro.
9. Rione Ponte. Due cavalieri a cavallo affrontati insieme sopra un ponte ; uno vestito alla romana, l'altro alla barbara, dei quali il primo restava vincitore.
10. Rione Campomarzio. Due eserciti sopra, da una parte turchi, e dall'altra italiani, tedeschi, spagnoli e francesi che venivano alle mani dichiarandosi la vittoria pei secondi.
11 . Rione Colonna. Due monti, Abila e Calpe, con un braccio di mare intermedio, sul quale veleggiava una nave verso oriente. Dopo tal carro gran quantità di guastatori con vettovaglie, artiglierie, ed arnesi di campo militare.
12. Rione Trevi.  Un cavaliere armato alla romana che con la lancia in mano superava un barbaro con vigore già sotto i piedi."

Nel '700 le nobili famiglie romane non lesinavano la loro presenza sui carri di cui finanziavano l'addobbo:
nel 1711 il principe Pamphili si circondava di ussari, e il principe Ruspoli era un sultano accompagnato da una schiera di eunuchi, di giannizzeri e di mammalucchi,
nel 1719 i Colonna proposero un carro trionfale diverso per ogni giorno del Carnevale,

non mancavano neanche i carri che celebravano le vittorie politiche

nel 1721 venne rappresentata la vittoria diplomatica della Quadruplice Alleanza sulla Spagna con emblemi mitologici indossati da cavalieri tedeschi,
nel 1735 il principe Rospigliosi si travestì da magnate polacco accompagnato dai suoi staffieri e gli allievi dell'Accademia di Francia si cimentarono in una cavalcata cinese,
nel 1763 la duchessa Gravina Orsini diventò Diana cacciatrice su un carro dove era rappresentato un colle con alberi e grotte che custodivano delle ninfe; le famiglie Barberini, Boncompagni, Borghese e Spada si travestirono da sacerdoti e sacerdotesse Indù indossando turbanti e veli, abiti di seta riccamente ricamati e gioielli di diamanti e smeraldi per rappresentare l'atto di un sacrificio alle divinità dell'India. 

Carro trionfale  1748

 Carro trionfale
 1748

Una delle manifestazioni più importanti del Carnevale romano era la corsa dei cavalli berberi, si svolgeva ogni giorno della festa al tramonto del sole:

"Il carnovale romano s'accentra sulla via del Corso ov'è la carriera de' berberi, e il giro delle carrozze. Nella piazza del Popolo, a piè dell'obelisco rizzasi uno steccato a semicerchio, ov'è la mossa de' corsieri: ai due lati s'alzano due magnifici padiglioni, in cui seggono parte dei conservatori di Roma per presiedere alla sferrata de' berberi, e per su tutta quella lunghissima e dirittissima via son palchi e steccati  sino alla ripresa, ov'è un altro padiglione de' giudici della meta. La mossa de' berberi si fa dopo la calata del sole"

Edmondo - o Dei costumi del popolo romano
Padre Antonio Bresciani

Era caratterizzata dalla mossa ovvero la partenza che avveniva dall'obelisco di piazza del Popolo dove erano allestiti i palchi per le alte personalità;

La mossa dei cavalli berberi di Thomas jones Barker - 1859

La mossa dei cavalli berberi
Thomas jones Barker
1859

i cavalli che appartenevano alle famiglie benestanti e che erano tenuti a bada dai palafrenieri venivano liberati dalle briglie e dalle gualdrappe di tela bianca, le sfere acuminate legate con delle corde agli animali venivano private della loro protezione di cuoio affinché queste con il movimento pungolassero i cavalli per farli correre di più, lungo il tragitto venivano incitati dal popolo che aveva preso un posto a pagamento lungo i lati della via per assistere alla gara e al traguardo che era posto a piazza Venezia, veniva messa in atto la ripresa dei cavalli da parte dei barbareschi che erano gli addetti alle stalle di questi animali.

La ripresa dei cavalli berberi di Achille Pinelli - 1832

La ripresa dei cavalli berberi
Achille Pinelli 
1832

Il cavallo vincitore assicurava al suo padrone una non indifferente somma di denaro, le felicitazioni da parte del senatore e il palio di broccato d'oro fissato a un'asta colorata che nella parte inferiore aveva un ricamo che rappresentava un cavallo al galoppo.

"Sulla piazza del Popolo è tirata la fune alle mosse; dietro a quella i barberi addestrati dai barbareschi zampeggiano, s'inalberano, rignano, fremono, divorando cogli occhi l'agone; essi non hanno che una testieretta in capo, sopra cui ondeggia un piumino e ai fianchi e alle groppe hanno appiccato con pece delle pallottole a punte d'ago. 
Al segno dato, è tolta la fune; i barberi sferrano, e via L'impeto del primo slancio, le grida del popolo, il pungolo degli spilli, l'emulazione che li arrovella, impegnando si fattamente il corso de' barberi, che l'occhio li può appena seguire. Gli Agonoteti o il Magistrato della mèta gli attende dal padiglione; i barbareschi gli aspettano a pie fermo alla tenda della ripresa; i due o tre barberi che anelano alla vittoria si dinanzano di poco, e si soffiano addosso, e danno e ricevono stimolo a vicenda: al primo che giunge il barbaresco si scaglia alla testa; e tanto è l'impeto della foga che il barbero lo si leva per aria. I plausi al vincitore echeggiano intorno; e il padrone del barbero si presenta tra i festeggiamenti degli amici al magistrato, e riceve solennemente il pallio di velluto o di tocca d'oro. 
Allora il barberesco addestra il corsiere e un altro gli tien sollevato il pallio sopra un' asta, e a suon di stromenti lo mena lungo il Corso e per le più popolate contrade a ricevere dagli spettatori gli onori del trionfo. Il sentimento dell'animale è meraviglioso, sì procede superbo: e tiene il capo alto; e guarda con occhio giulivo; e inarca il collo; e guizza gli orecchi, ed agita la criniera, e porta la persona ristretta con un andar gagliardo e sonante. "

Edmondo - o Dei costumi del popolo romano
Padre Antonio Bresciani

Nel 1874  durante la gara, un giovane attraversò la strada, fu travolto dai cavalli e perse la vita, Vittorio Emanuele II che era presente all'evento decise di eliminare la corsa dei cavalli berberi dalle manifestazioni del Carnevale, questa scelta inflisse un duro colpo a quella che, riconosciuta a livello mondiale, era considerata la festa del popolo e solo da pochi anni a questa parte sta riconquistando il suo vigore. 

Per ulteriori informazioni

venerdì 14 febbraio 2014

Sotto un cielo blu


Conveniamo tutti che l'amore non può essere contenuto dalle pareti ristrette di un giorno perché è parte del nostro essere ed è sempre in noi, la festa che lo celebra ha più un valore collettivo che ferma un momento di riconoscimento che nella quotidianità tende spesso ad offuscarsi anche se non dovrebbe, ma siamo dei fragili esseri umani,  non possediamo un libretto per le istruzioni e tante volte ci lasciamo travolgere dagli eventi che sporcano l' amore e rendono pesante la nostra Anima, scegliamo poi singolarmente quale sia l'attimo opportuno per depurarla e se ne abbiamo voglia possiamo condividerlo in questo giorno che è un semplice abbraccio che coinvolge tutti; pertanto auguro ad ognuno di voi di trovarsi sotto un cielo blu in cui l'amore vinca attraverso le sue infinite sfumature e inebri gli istanti più importanti della vostra vita!

lunedì 27 gennaio 2014

" Per mia fortuna ... "


Primo Levi

"Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull'inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi d'accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano. A molti individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che "ogni straniero è nemico". Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo*, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo. 
... Il bisogno di raccontare agli "altri" , di fare gli "altri" partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore... "

 Se questo è un uomo 
Primo Levi

sillogismo* :

Tutti gli stranieri sono nemici (Premessa maggiore)
I nemici devono essere soppressi (Premessa minore)
Tutti gli stranieri devono essere soppressi (Conclusione)



Esprimo piena solidarietà alla comunità ebraica di Roma che nei giorni scorsi è stata attaccata con dei gesti di gretta meschinità ed inoltre come proprietaria di questo blog chiedo scusa per l'inopportuna pubblicità che il susseguente video propone con la conseguente e ovvia strumentalizzazione che non approvo e da cui mi dissocio; ho scelto non a cuor leggero di mostrarlo ugualmente augurandomi che possiate soffermarvi solo ed esclusivamente sulle immagini e la musica.




בְּגֵיא צַלְמָוֶת,
לֹא-אִירָא רָע
כִּי-אַתָּה עִמָּדִי
"
שִׁבְטְךָ וּמִשְׁעַנְתֶּךָ,
הֵמָּה יְנַחֲמֻנִי

Gam-Gam-Gam Ki Elekh
Be-Beghe Tzalmavet
Lo-Lo-Lo Ira Ra
Ki Atta Immadì
Gam-Gam-Gam Ki Elekh
Be-Beghe Tzalmavet
Lo-Lo-Lo Ira Ra
Ki Atta Immadì
Shivtekhà umishantekhà
Hema-Hema yenahmuni
Shivtechà umishantechà
Hema-Hema yenahmuni

Anche se andassi
nella valle oscura
non temerei nessun male,
perché Tu sei sempre con me;
"
Perché Tu sei il mio bastone, il mio supporto,
Con Te io mi sento tranquillo.

Gam Gam è un canto ebraico in cui viene riproposto il quarto versetto del Salmo 23 dell'Antico Testamento attribuito a re David, è stato composto da Elie Botbol ed eseguito dal coro franco-israeliano Chevatim ; 
nel film "Jona che visse nella balena" di Roberto Faenza viene insegnato dalla maestra ai bambini del lager e l'arrangiamento della versione cinematografica segue uno stile ritmato e melodico dalla poliedrica orchestrazione che viene chiamato klezmer - kley zemer - strumenti di canto, tipico della tradizione ebraica yiddish europea.

sabato 18 gennaio 2014

Gocce di pioggia









Nell'inverno che vede  il 1838 cedere il posto al 1839, Frédéric Chopin per alleviare i disturbi che la tisi gli provoca, si concede insieme alla compagna George Sand, un soggiorno nella certosa di Valldemosa sull' isola spagnola di Maiorca nell'arcipelago delle Baleari, qui le gocce di pioggia che assumono un aspetto greve, trasformandosi con l'immaginazione in lacrime, ispirano, come accenna la Sand nel suo libro "Storia della mia vita", il più famoso preludio composto da Chopin: "Preludio Op. 28, No. 15 Re bemolle Maggiore", conosciuto anche come "Preludio della Goccia di pioggia" 
 
" ... È là che egli compose le più belle fra quelle brevi pagine che intitolò modestamente Preludi 
… Ve n’è uno che gli fu ispirato da una di quelle lugubri serate di pioggia che gettano l’animo in un terribile stato di prostrazione. Quel giorno l’avevamo lasciato in buona salute, Maurice e io, per recarci a Palma e acquistare alcune cose di cui avevamo necessità. Era venuta la pioggia, i torrenti erano straripati, avevamo impiegato sei ore per percorrere tre leghe e trovarci, poi, nel mezzo di una inondazione. Rientrammo in piena notte, senza scarpe, abbandonati dal nostro vetturino, fra ogni sorta di pericoli. Ci affrettavamo pensando alla inquietudine del nostro ammalato: inquietudine che in effetti era stata viva, ma si era poi raggelata in una sorta di disperazione tranquilla, ed egli suonava piangendo il suo mirabile preludio. Vedendoci entrare balzò in piedi e lanciò un grido, poi, stravolto in viso e con voce strana, ci disse: "ah! lo sapevo che eravate morti!". Quando si riprese e dopo essersi reso conto dello stato in cui eravamo fu nuovamente colto dall’inquietudine per i pericoli che avevamo corso. In seguito mi confessò che mentre ci aspettava aveva visto tutto come in un sogno; poi, non riuscendo più a distinguere il sogno dalla realtà, si era calmato e quasi assopito suonando il pianoforte, persuaso di esser morto egli stesso. Si vedeva annegato in un lago, pesanti gocce d’acqua gelida gli cadevano sul petto con cadenza regolare, e quando gli feci notare il rumore delle gocce di pioggia che effettivamente cadevano ritmate sul tetto negò di averle udite. Si stizzì anzi della mia allusione a questa armonia imitativa e protestò con tutte le sue forze – e aveva ragione – contro la puerilità di queste imitazioni dell’orecchio. La sua composizione di quella sera era ben piena delle gocce di pioggia che risuonavano sulle tegole della certosa, ma esse si erano tradotte, nella sua anima e nel suo canto, in lacrime che cadevano dal cielo nel suo cuore..."



Se siete interessati alla vita di  questo grande compositore potete cliccare su Frédéric Chopin, un post di un comune amico blogger

lunedì 6 gennaio 2014

Il dono dei Magi

In questa Epifania, per ringraziarvi di tutti gli auguri che mi avete lasciato, vi propongo un testo ambientato tra la vigilia e il giorno di Natale, un testo che segue la via del cuore dei Re Magi che porta verso l'amore.

Buona Epifania a tutti
 e buon lavoro a tutte le sorelle Befane


Sembra che la mia Sorellina sia convinta che tutte le Befane in commercio con gli occhi azzurri mi somiglino, quest'anno oltre al nasone ho anche  un bel sorriso sdentato
1

Un dollaro e ottantasette cents. Era tutto. E sessanta cents erano in pennies. Pennies risparmiati uno o due per volta, contesi al droghiere e al verduraio e al macellaio, finché, convinti di taccagneria da quelle puntigliose trattative, le guance vi si coprono di rossore. Tre volte Della contò il denaro. Un dollaro e ottantasette cents. E l’indomani era Natale. Era chiaro: non c’era altro da fare che lasciarsi cadere sul nudo lettino e mettersi a urlare. E così appunto si comportò Della. E ciò vale a stimolare la riflessione morale che la vita è fatta di singhiozzi, sospiri e sorrisi, con una certa preponderanza di sospiri. Mentre la signora della casa gradualmente trapassa dal primo al secondo stadio, date una occhiata alla casa. Un appartamento ammobiliato a otto dollari per settimana. Non si può dire che superi qualsiasi descrizione: ma certo la mette a duro cimento. Nell’atrio, a pianterreno, stava una cassetta delle lettere in cui non entrava mai una lettera, ed un pulsante elettrico dal quale nessun dito umano avrebbe potuto estorcere un suono. A tutto ciò aggiungevasi un cartoncino recante il nome - Mr. James Dillingham Young -. Durante trascorsi periodi di prosperità, quando il proprietario guadagnava trenta dollari la settimana, quel - Dillingham - aveva garrito al vento. Ora, ridottosi il reddito a venti dollari, le lettere del - Dillingham - apparivano confuse, quasi meditassero seriamente di contrarsi in un modesto, sommesso D. Ma ogni qualvolta Mr. James Dillingham Younh tornava a casa, al suo appartamento al piano di sopra, si sentiva chiamare - Jim - e grandemente lo coccolava la signora Dillingham Young, già presentatavi col nome di Della. E ciò è molto bello. Della portò a termine il suo pianto e si passò il piumino sulle guance. Poi si pose alla finestra a guardare stancamente il gatto grigio che percorreva la stecconata grigia del grigio cortile.
L’indomani era Natale, e lei aveva soltanto un dollaro e ottantasette cents per fare un regalo a Jim. Per mesi aveva risparmiato un cent dopo l’altro: e quello era il risultato. Con venti dollari la settimana non si fa gran che. Le spese erano state maggiori del previsto. Succede sempre così. Solo un dollaro e ottantasette per comprare un regalo a Jim. Al suo Jim. Molte ore felici ella aveva trascorso a pensare qualcosa di carino per lui. Qualcosa di bello e raro e autentico, qualcosa che non fosse troppo indegno dell’onore di appartenere a Jim. Tra le due finestre della stanza stava uno specchio stretto e alto. Forse voi li avete già visti, questi specchi da muro che si trovano negli appartamenti da otto dollari. Una persona agile e sottile può, cogliendo la propria immagine in una rapida sequenza di strisce longitudinali, pervenire ad un concetto sostanzialmente adeguato del proprio aspetto. Della, che era sottiletta, era padrona dell’arte. Con una piroetta improvvisa si scostò dalla finestra e ristette di fronte allo specchio. Gli occhi le splendevano intensamente, ma in venti secondi il suo volto perse ogni colore. Rapidamente si sciolse la chioma e la lasciò cadere per tutta la sua lunghezza.


2

Ora, di due possessi i Dillingham erano profondamente orgogliosi. Uno era l’orologio d’oro di Jim, che era stato di suo padre e del padre di suo padre. L’altro era la chioma di Della. Se la regina di Saba avesse abitato nell’appartamento di fronte, Della avrebbe lasciato pendere i capelli alla finestra per asciugarli, soltanto per fare scorno ai gioielli e ai doni di Sua Maestà. Se re Salomone fosse stato il portiere con tutti i suoi tesori ammucchiati in cantina, Jim avrebbe tratto dal taschino il suo orologio ogni qualvolta gli fosse passato davanti, per il solo gusto di vederlo strapparsi la barba per l’invidia. Così ora cadde la bella chioma di Della, ondeggiante e splendente come una cascata di acque scure. Le arrivò fin sotto il ginocchio, la avvolse quasi come un vestito. Poi Della la riavvolse, con gesti rapidi e nervosi. Parve esitare un istante, e rimase immobile, mentre una o due lacrime cadevano sul rosso tappeto frusto. Indossò la vecchia giacca marrone. Si mise in capo il vecchio capello marrone. Con un frullo di gonne, gli occhi ancora luccicanti, scivolò fuori della porta, scese le scale e raggiunse la strada. Si fermò davanti ad una insegna: " M.me Sofronie. Parrucche di ogni tipo ". Della salì di corsa una rampa di scale, e si fermò ansimante. Madame, ampia, troppo bianca, gelida, non aveva l’aria di una " Sofronie ".
" Volete comprare i miei capelli? " domandò Della.
" Io compro capelli " disse Madame.
 " Fate un po’ vedere ". Si disciolse la bruna cascata.
" Venti dollari " disse Madame, reggendo la massa con mano esperta.
" Datemeli subito " disse Della.
Oh, le due ore seguenti volarono su ali di rosa. Perdonate la trita metafora. Della andava setacciando un magazzino dopo l’altro, in cerca di un regalo per Jim. Lo trovò alla fine. Certamente era stato fatto per Jim e per nessun altro. Niente di simile aveva trovato in tutti gli altri negozi, e li aveva passati da cima in fondo. Era una catenella per orologio, da taschino, in platino, di casto e semplice disegno, che opportunamente manifestava il proprio valore per virtù della sola sostanza, senza far ricorso a indecorosi orpelli: come debbono tutte le buone cose. Era perfino degno dell’orologio. Non appena l’ebbe vista, ella seppe che spettava a Jim. Era come lui. Pregio e semplicità, la definizione valeva per entrambi. Le presero ventun dollari, ed ella si precipitò a casa con i suoi ottantasette cents. Con quella catena all’orologio, in qualsiasi compagnia si fosse trovato, Jim avrebbe potuto senza disdoro preoccuparsi di tanto in tanto del trascorrere del tempo. Per quanto meraviglioso fosse l’orologio, infatti, ora gli accadeva di scrutarlo con occhiate furtive, per via di quel vecchio cinturino di cuoio che usava in vece di catenella. Quando Della giunse a casa l’ebbrezza cedette un poco alla prudenza e alla ragione. Trasse fuori i ferri per arricciare i capelli, accese il gas, e si accinse a porre riparo al guasto fatto dalla generosità aggiunta all’amore. E questo è sempre un compito terribile, amici carissimi, un’impresa da mammut. Quaranta minuti dopo, Della aveva una testa coperta di ricci fitti e minuti, che la facevano del tutto somigliante ad uno scolaretto scapestrato. Considerò la propria immagine allo specchio, a lungo, minutamente, e con occhio critico.
"Se Jim non mi uccide prima di darmi una seconda occhiata , " si disse " dirà che sembro una corista di Coney Island. Ma che potevo fare, ahimè, che potevo fare con un dollaro e ottantasette cents? ".
Alle sette il caffè era fatto, e la padella era dietro la stufa, calda e pronta a cuocere le costolette. Jim non era mai in ritardo. Della chiuse nella mano la catenella dell’orologio e sedette su un angolo della tavola vicino alla porta. Poi udì il suo passo sulla prima rampa delle scale, e per un istante diventò pallida.
Aveva l’abitudine di dire piccole preghiere silenziose per le cose più semplici di ogni giorno ed ora ella sussurrò:  " Dio, per piacere fagli pensare che sono ancora carina ".
La porta si aprì, Jim entrò e la rinchiuse. Era assai magrolino, e d’aria tanto seria. Povero diavolo, soltanto ventidue anni e già con il carico di una famiglia! Aveva proprio bisogno di un cappotto nuovo, e non aveva guanti.


Varcata la soglia, Jim si fermò immobile come un setter che abbia colto l’usta della quaglia. I suoi occhi erano fissi su Della, ed avevano una espressione che non riusciva di decifrare, che l’atterriva. Non era ira, né sorpresa, né biasimo, né orrore, né alcun altro sentimento che ella avesse previsto. La guardava con occhi fissi e intenti, e il suo volto aveva quella strana espressione. Cautamente Della scese dal tavolo e gli si avvicinò.
" Jim, caro, " gridò " non guardarmi a quel modo. Mi son fatta tagliare i capelli e li ho venduti perché non avrei potuto sopravvivere a questo Natale se non avessi potuto farti un regalo. Cresceranno di nuovo… A te non dispiace, vero? Dovevo farlo. I miei capelli crescono così alla svelta. Dimmi “Buon Natale”, Jim, e siamo felici. Tu non sai che bel regalo, che regalo splendido ho trovato per te ".
" Tu ti sei tagliata i capelli? " chiese Jim faticosamente, come se nemmeno dopo il più intenso sforzo mentale fosse riuscito ad afferrare quel fatto del tutto evidente.
 " Li ho tagliati e venduti " disse Della. " Non ti piaccio lo stesso? Sono io anche senza i miei capelli, vero? ".
Jim si guardò attorno con aria curiosa.
" Hai detto che i tuoi capelli non ci sono più? " disse, con un tono che rasentava l’idiozia.
" Non cercarli, " disse Della. " Li ho venduti, ti dico; li ho venduti, non ci sono più. E’ la vigilia di Natale. Sii buono con me, l’ho fatto per te. Forse i capelli che stavano sul mio capo erano contati, " proseguì con una subitanea dolce gravità " ma nessuno potrebbe mai misurare il mio amore per te. Vuoi che metta su le costolette, Jim? ".
Jim parve riscuotersi bruscamente dal suo stordimento. Abbracciò la sua Della. Per dieci secondi vogliamo il nostro sguardo discreto da un’altra parte. Che differenza vi è tra otto dollari alla settimana e un milione di dollari l’anno? Un matematico o un uomo di spirito ci darebbe la risposta sbagliata. Doni di gran pregio recarono i Magi, ma non questo. Oscura asserzione, che verrà chiarita più avanti.
Jim si trasse un pacchetto dalla tasca del cappotto e lo gettò sul tavolo. " Non fraintendermi, Della " disse. " Non penso che un taglio di capelli o una rasatura o uno sciampo possano rendere meno bella la mia ragazza. Ma se vorrai aprire quel pacchetto, capirai perché mi avevi fatto restare senza fiato ".
Candide dita ed agili lacerarono corda e carta. E poi un estatico grido di gioia; e poi, ahimè, un subito femmineo insorgere di isteriche lacrime e gemiti, che imposero l’immediato intervento di tutti i poteri consolatori del signore della dimora. Giacché lì stavano i pettini, tutta intera la serie dei pettini da porre sulla nuca e ai lati, che Della aveva a lungo vagheggiato in una vetrina di Broadway. Splendidi pettini, puro guscio di tartaruga con orli ingioiellati: e per l’appunto della tinta che si accordava alla splendida chioma svanita. Ed erano pettini di pregio, ella lo sapeva, ed il cuore li aveva bramati ed anelati senza alcuna speranza di possesso. Ora erano suoi, ma le trecce che dovevano adornarsi degli agognati ornamenti erano scomparse.
Ma se li strinse al seno, ed alla fine riuscì ad alzare i suoi occhi scuri e a sorridere mentre diceva: " I miei capelli crescono così alla svelta, Jim! ". E poi Della si mise a saltare come un gattino scottato e gridò: " Oh! oh! ".
Jim non aveva ancora visto il suo bel regalo. Della glielo porse ansiosamente sulla palma aperta. Il prezioso metallo opaco pareva balenare del riflesso della sua anima luminosa ed ardente.
" Non è un amore, Jim? Ho frugato tutta la città per trovarlo. Adesso dovrai guardare le ore cento volte al giorno. Dammi l’orologio. Voglio vedere come sta ".
Invece di ubbidire, Jim si lasciò andare sul letto, si mise le mani dietro la nuca e sorrise. " Della, " disse " mettiamo via i nostri regali di Natale per un po’ di tempo. Sono troppo belli per usarli subito. Io ho venduto l’orologio per comparti i pettini. Ora è forse il momento di mettere su le costolette ".


4

I Magi, come sapete, erano uomini saggi – uomini incredibilmente saggi – che portarono i doni al Bambino nella mangiatoia. Furono loro ad inventare l’arte di fare regali a Natale. Giacché eran saggi, non v’è dubbio che anche i loro regali fossero saggi, e probabilmente era possibile scambiarli, nel caso ve ne fossero due uguali. Io vi ho goffamente raccontato la povera cronaca di due sciocchi bambini che senza saggezza sacrificarono l’uno per l’altro i più grandi tesori della loro casa. Ma si dica un’ultima parola ai saggi dei nostri giorni: di tutti coloro che fanno doni, quei due furono i più saggi. Di tutti coloro che ricevono e fanno doni, questi sono i più saggi. Dovunque e sempre essi sono i più saggi. Sono loro i re Magi.

O. Henry

mercoledì 1 gennaio 2014

"Il significato del Capodanno"


"...festeggiamo il nuovo anno, fermiamoci a riflettere sull'anno che è appena passato per ricordarci sia i nostri trionfi che i nostri fallimenti e anche le promesse fatte e infrante... le volte che ci siamo aperti per vivere grandi avventure o ci siamo chiusi in noi stessi per paura di essere feriti. È questo il significato del Capodanno, avere un'altra occasione, l'occasione di perdonare, di fare meglio, di fare di più, di dare di più, di amare di più e di smetterla di pensare alle conseguenze, cominciare finalmente ad accettare quello che verrà. Ricordiamoci di essere buoni l'uno con l'altro, gentili l'uno con l'altro e non solo questa notte ma tutto l'anno!"

Claire Morgan - Hilary Swank
Capodanno a New York


Chi è interessato a conoscere le origini del Capodanno la cui radice si dipana tra gli antichi usi e costumi delle tradizione babilonese, egiziana, greca e romana può cliccare su Capodanno

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