lunedì 22 ottobre 2012

La giara

Va diffondendosi nell'aria frizzante di ottobre, 
la fragranza acre, pungente e aromatica 
che annuncia il vivace lavoro delle macine, 
nei frantoi festanti, allegramente affollati 
per la spremitura delle olive. 

Sciarada Sciaranti

Antica giara

" Piena anche per gli olivi quell'annata. Piante massaje, cariche l'anno avanti, avevano raffermato tutte, a dispetto della nebbia che le aveva oppresse sul fiorire. 
Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato che aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto l'olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d'uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa. 
Neanche a dirlo, aveva litigato anche col fornaciajo di là per questa giara. E con chi non l'attaccava Don Lollò Zirafa? Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca di paglia, gridava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti. Così, a furia di carta bollata e d'onorarii agli avvocati, citando questo, citando quello e pagando sempre le spese per tutti, s'era mezzo rovinato. 
Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perché ci si scapasse a cercare da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare. 
Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano: - Sellate la mula! - Ora, invece: - Consultate il calepino! - 
E Don Lollò rispondeva: 
- Sicuro, e vi fulmino tutti, figli d'un cane! 
Quella bella giara nuova, pagata quattr'onze ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata provvisoriamente nel palmento. Una giara così non s'era mai veduta. Allogata in quell'antro intanfato di mosto e di quell'odore acre e crudo che cova nei luoghi senz'aria e senza luce, faceva pena. 
Da due giorni era cominciata l'abbacchiatura delle olive, e Don Lollò era su tutte le furie perché, tra gli abbacchiatori e i mulattieri venuti con le mule cariche di concime da depositare a mucchi su la costa per la favata della nuova stagione, non sapeva più come spartirsi, a chi badar prima. E bestemmiava come un turco e minacciava di fulminare questi e quelli, se un'oliva, che fosse un'oliva, gli fosse mancata, quasi le avesse prima contate tutte a una a una sugli alberi; o se non fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri. Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato, affocato in volto e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di là, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba prepotente rispuntava quasi sotto la raschiatura del rasojo. 
Ora, alla fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato, entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono alla vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se qualcuno, con un taglio netto, prendendo tutta l'ampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti. 
- Guardate! guardate! 
- Chi sarà stato? 
- Oh, mamma mia! E chi lo sente ora Don Lollò? La giara nuova, peccato! 
Il primo, più spaurito di tutti, propose di raccostar subito la porta e andare via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le canne. 
Ma il secondo: 
- Siete pazzi? Con don Lollò? Sarebbe capace di credere che gliel'abbiamo rotta noi. Fermi qua tutti! 
Uscì davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiamò: 
- Don Lollò! Ah, Don Lollòoo! 
Eccolo là sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava al solito furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una rincalcata al cappellaccio bianco. Arrivava talvolta, a forza di quelle rincalcate, a non poterselo più strappare dalla nuca e dalla fronte. Già nel cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo, e tra la pace che scendeva su la campagna con le ombre della sera e la dolce frescura, avventavano i gesti di quell'uomo sempre infuriato. 
- Don Lollò! Ah, Don Lollòoo! 
Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire. Si scagliò prima contro quei tre; ne afferrò uno per la gola e lo impiccò al muro gridando: 
- Sangue della Madonna, me la pagherete! 
Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle facce terrigne e bestiali, rivolse contro se stesso la rabbia furibonda, sbatacchiò a terra il cappellaccio, si percosse le guance, pestando i piedi e sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto: 
- La giara nuova! Quattr'onze di giara! Non incignata ancora! 
Voleva sapere chi gliel'avesse rotta! Possibile che si fosse rotta da sé? Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamità o per invidia! Ma quando? Ma come? Non gli si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana! 
Appena i contadini videro che la prima furia gli era caduta, cominciarono ad esortarlo a calmarsi. La giara si poteva sanare. Non era poi rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche l'avrebbe rimessa su, nuova. C'era giusto Zi' Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva, quando aveva fatto presa. Ecco, se don Lollò voleva, domani, alla punta dell'alba, Zi' Dima Licasi sarebbe venuto lì e, in quattro e quattr'otto, la giara, meglio di prima. 
Don Lollò diceva di no, a quelle esortazioni: ch'era tutto inutile; che non c'era più rimedio; ma alla fine si lasciò persuadere, e il giorno appresso, all'alba, puntuale, si presentò a Primosole Zi' Dima Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle. 
Era un vecchio sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un ceppo antico di olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva l'uncino. Mutria o tristezza radicate in quel suo corpo deforme; o anche sconfidenza che nessuno potesse capire e apprezzare giustamente il suo merito d'inventore non ancora patentato. 
Voleva che parlassero i fatti, Zi' Dima Licasi. Doveva poi guardarsi davanti e dietro, perché non gli rubassero il segreto. 
- Fatemi vedere codesto mastice - gli disse per prima cosa Don Lollò, dopo averlo squadrato a lungo con diffidenza. 
Zi' Dima negò col capo, pieno di dignità. 
- All'opera si vede. 
- Ma verrà bene? 
Zi' Dima posò a terra la cesta; ne cavò un grosso fazzoletto di cotone rosso, logoro e tutto avvoltolato; prese a svolgerlo pian piano, tra l'attenzione e la curiosità di tutti, e quando alla fine venne fuori un pajo d'occhiali col sellino e le stanghette rotte e legate con lo spago, lui sospirò e gli altri risero. Zi' Dima non se ne curò; si pulì le dita prima di pigliare gli occhiali; se li inforcò; poi si mise a esaminare con molta gravità la giara tratta sull'aja. Disse: 
- Verrà bene. 
- Col mastice solo però - mise per patto lo Zirafa - non mi fido. Ci voglio anche i punti. 
- Me ne vado - rispose senz'altro Zi' Dima, rizzandosi e rimettendosi la cesta dietro le spalle. 
Don Lollò lo acchiappò per un braccio. 
- Dove? Messere e porco, così trattate? Ma guarda un po' che arie da Carlomagno! Scannato miserabile e pezzo d'asino, ci devo metter olio, io, là dentro, e l'olio trasuda! Un miglio di spaccatura, col mastice solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io. 
Zi' Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo. Tutti così! Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola d'arte, e di dare una prova della virtù del suo mastice. 
- Se la giara - disse - non suona di nuovo come una campana... 
- Non sento niente, - lo interruppe Don Lollò. - I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi debbo dare? 
- Se col mastice solo... 
- Càzzica che testa! - esclamò lo Zirafa. - Come parlo? V'ho detto che ci voglio i punti. C'intenderemo a lavoro finito: non ho tempo da perdere con voi. 
E se ne andò a badare ai suoi uomini. 
Zi' Dima si mise all'opera gonfio d'ira e di dispetto. E l'ira e il dispetto gli crebbero ad ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo spaccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura. Accompagnava il frullo della saettella con grugniti a mano a mano più frequenti e più forti; e il viso gli diventava più verde dalla bile e gli occhi più aguzzi e accesi di stizza. Finita quella prima operazione, scagliò con rabbia il trapano nella cesta; applicò il lembo staccato alla giara per provare se i fori erano a egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quanti erano i punti che doveva dare, e chiamò per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano. 
- Coraggio, Zi' Dima! - gli disse quello, vedendogli la faccia alterata. 
Zi' Dima alzò la mano a un gesto rabbioso. Aprì la scatola di latta che conteneva il mastice, e lo levò al cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, visto che gli uomini non volevano riconoscerne le virtù: poi col dito cominciò a spalmarlo tutt'in giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti, e si cacciò dentro la pancia aperta della giara, ordinando al contadino di applicare il lembo alla giara, così come aveva fatto lui poc'anzi. Prima di cominciare a dare i punti: 
- Tira! - disse dall'interno della giara al contadino. - Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più? Malanno a chi non ci crede! Picchia, picchia! Suona, si o no, come una campana anche con me qua dentro? Va', va' a dirlo al tuo padrone! 
- Chi è sopra comanda, Zi' Dima, - sospirò il contadino - e chi è sotto si danna! Date i punti, date i punti. 
E Zi' Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, l'uno di qua e l'altro di là della saldatura; e con le tanaglie ne attorceva i due capi. Ci volle un'ora a passarli tutti. I sudori, giù a fontana, dentro la giara. Lavorando, si lagnava della sua mala sorte. E il contadino, di fuori, a confortarlo. 
- Ora ajutami a uscirne, - disse alla fine Zi' Dima. 
Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo. Zi' Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso. Ora, prova e riprova, non trovava più il modo di uscirne. E il contadino invece di dargli ajuto, eccolo là, si torceva dalle risa. Imprigionato, imprigionato lì, nella giara da lui stesso sanata e che ora - non c'era via di mezzo - per farlo uscire, doveva essere rotta daccapo e per sempre. 
Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Lollò. Zi' Dima, dento la giara, era come un gatto inferocito. 
Fatemi uscire! - urlava -. Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi ajuto! 
Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci. 
- Ma come? là dentro? s'è cucito là dentro? 
S'accostò alla giara e gridò al vecchio: 
- Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido, ma come? non dovevate prender prima le misure? Su, provate: fuori un braccio... così! e la testa... su... no, piano! Che! giù... aspettate! così no! giù, giù... Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma! - si mise a raccomandare tutt'intorno, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui. - Mi fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo... La mula! 
Picchiò con le nocche delle dita su la giara. Sonava davvero come una campana. 
- Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate! - disse al prigioniero. - Va' a sellarmi la mula! - ordinò al contadino; e, grattandosi con tutte le dita la fronte, seguitò a dire tra sé: «Ma vedete un po' che mi capita! Questa non è giara! quest'è ordigno del diavolo! Fermo! Fermo lì!» 
E accorse a regger la giara, in cui Zi' Dima, furibondo, si dibatteva come una bestia in trappola. 
- Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l'avvocato! Io non mi fido. La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nell'interesse vostro... Intanto, piano! calma! Io mi guardo i miei. E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco: vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi bastano? 
- Non voglio nulla! - gridò Zi' Dima. - Voglio uscire. 
- Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire. 
Le cavò dal taschino del panciotto e le buttò nella giara. Poi domandò, premuroso: 
- Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve l'abbia dato. 
Ordinò che gli si désse; montò in sella, e via di galoppo per la città. Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da sé in manicomio, tanto e in così strano modo gesticolava. 
Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera nello studio dell'avvocato; ma gli toccò d'attendere un bel po', prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe esposto il caso. Delle risa si stizzì. 
- Che c'è da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara è mia! 
Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso com'era stato, per farci su altre risate. " Dentro, eh? S'era cucito dentro? E lui, don Lollò che pretendeva? Te... tene... tenerlo là dentro... ah ah ah... ohi ohi ohi... tenerlo là dentro per non perderci la giara? " 
- Ce la devo perdere? - domandò lo Zirafa con le pugna serrate. - Il danno e lo scorno? 
- Ma sapete come si chiama questo? - gli disse infine l'avvocato. - Si chiama sequestro di persona! 
- Sequestro? E chi l'ha sequestrato? - esclamò lo Zirafa. - Si è sequestrato lui da sé! Che colpa ne ho io? 
L'avvocato allora gli spiegò che erano due casi. Da un canto, lui, Don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall'altro il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine. 
- Ah! - rifiatò lo Zirafa. Pagandomi la giara! 
- Piano! - osservò l'avvocato. - Non come se fosse nuova, badiamo! 
- E perché? 
- Ma perché era rotta, oh bella! 
- Rotta? Nossignore. Ora è sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato! 
L'avvocato gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso. 
- Anzi - gli consigliò - fatela stimare avanti da lui stesso. 
- Bacio le mani - disse Don Lollò, andando via di corsa. 
Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata. Partecipava alla festa anche il cane di guardia, saltando e abbajando. Zi' Dima s'era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi. 
Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la giara. 
- Ah! Ci stai bene? 
- Benone. Al fresco - rispose quello. - Meglio che a casa mia. 
- Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr'onze nuova. Quanto credi che possa costare adesso? 
- Come me qua dentro? - domandò Zi' Dima. 
I villani risero. 
- Silenzio! - gridò lo Zirafa. - Delle due l'una: o il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, così com'è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu. 
Zi' Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse: 
- Rispondo. Se lei me l'avesse fatta conciare col mastice solo, com'io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per giù lo stesso prezzo di prima. Così conciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì e no. 
- Un terzo? - domandò lo Zirafa. - Un'onza e trentatré? 
- Meno sì, più no. 
- Ebbene, - disse Don Lollò. - Passi la tua parola, e dammi un'onza e trentatré. 
- Che? - fece Zi' Dima, come se non avesse inteso. 
- Rompo la giara per farti uscire, - rispose Don Lollò - e tu, dice l'avvocato, me la paghi per quanto l'hai stimata: un'onza e trentatré. 
- Io pagare? - sghignazzò Zi' Dima. - Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi. 
E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l'accese e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara. 
Don Lollò ci restò brutto. Quest'altro caso, che Zi' Dima ora non volesse più uscire dalla giara, nè lui nè l'avvocato l'avevano previsto. E come si risolveva adesso? Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula», ma pensò che era già sera. 
- Ah, sì - disse. - Tu vuoi domiciliare nella mia giara? Testimonii tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e perché mi impedisce l'uso della giara. 
Zi' Dima cacciò prima fuori un'altra boccata di fumo, poi rispose placido: 
- Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare... neanche per ischerzo, vossignoria! 
Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la abbrancò invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo. 
- Vede che mastice? - gli disse Zi' Dima. 
- Pezzo da galera! - ruggì allora lo Zirafa. - Chi l'ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vediamo chi la vince! 
E se ne andò, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara. Con esse, per cominciare, Zi' Dima pensò di far festa quella sera coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna, all'aperto, su l'aja. Uno andò a far le spese in una taverna lì presso. A farlo apposta, c'era una luna che pareva fosse raggiornato. 
A una cert'ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d'inferno. S'affacciò a un balcone della cascina, e vide su l'aja, sotto la luna, tanti diavoli; i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara. Zi' Dima, là dentro, cantava a squarciagola. 
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a rotolare la giara giù per la costa. Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo. 
E la vinse Zi' Dima. " 

La giara 
Novelle per un anno 
Luigi Pirandello 


Grazie a Tiziano mi sono resa conto che il video integrale che raccontava la novella di Pirandello è stato cancellato, pertanto vi propongo questo in cui mancano, grosso modo, i primi 10 minuti 
Buona visione


giovedì 18 ottobre 2012

Il Congresso degli Arguti - Madama Lucrezia

Ed ecco lei, l'unica donna del Congresso degli Arguti:

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

Madama Lucrezia o Lugrezzia, un busto colossale di marmo alto 3 metri risalente al II- III secolo d. C.

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

nell'acconciatura ricorda Faustina Minore moglie dell'imperatore Marco Aurelio

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

e lo scialle plissettato che indossa con il tipico "nodo isiaco" fa pensare che il busto possa essere o di una sacerdotessa della dea Isis il cui culto veniva professato nell'Iseo di Campo Marzio o, ed è anche più credibile, la statua della stessa dea Isis - Sothis sul cane Sirio disposta sul frontone del tempio a lei dedicato.

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

Nel 1500 circa, il cardinale Lorenzo Cybo fece posizionare questo busto a piazza San Marco davanti alla basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio e in seguito fu addossato alla parete della basilica accanto a Palazzetto Venezia nei pressi del quale, dopo la morte del suo amante Alfonso V d'Aragona re di Napoli avvenuta nel 1458, abitò Lucrezia D'Alagno* da cui probabilmente deriva il nome della statua, ipotesi avvalorata dal termine Madama usato a Napoli e non a Roma. 

Lucrezia D'Alagno*= Figlia di Nicola D'Alagno senatore a Roma nel 1428, divenne a 18 anni la favorita del re di Napoli Alfonso V d'Aragona detto il Magnanimo e nel tentativo di far ottenere al suo amante il divorzio, si recò a Roma l'11 ottobre 1457 da papa Callisto III, fu accolta con tutti gli onori dal cardinale Pietro Barbo ( futuro papa Paolo II) che la omaggiò con vari doni d'arte accompagnati da uno scritto che diceva: "donatum dominae Lucretiae", ma non ottenne ciò che voleva, ritornò così a Napoli, ma quando l'anno successivo Alfonso morì e salì al trono suo figlio Ferrante I, Lucrezia lasciò per sempre la città partenopea trasferendosi prima in Dalmazia, a Ravenna e poi a Roma dove morì il 19 febbraio 1479, fu seppellita nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva anche se oggi la tomba è scomparsa. 

Aggiungo che nel XVI secolo un'altra Lucrezia abitò nei pressi di Palazzetto Venezia, la moglie del maestro Giacomo dei Piccini da Bologna, ma l'ipotesi che la statua prenda il nome da lei è meno probabile.

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

Nel 1591 Gregorio XIV quasi moribondo, con la speranza di riprendersi, si fece trasferire a Palazzetto Venezia, un luogo considerato tranquillo perché protetto da un alto steccato che conteneva i fastidiosi rumori provenienti dall'esterno, ma ciò non portò alcun sollievo al papa che lì morì il 16 ottobre di quello stesso anno e Madama Lucrezia spettatrice dell'evento pronunciò una delle pasquinate passate alla storia: " la morte entrò attraverso i cancelli " e nel 1799 durante la Repubblica Romana quando il suo busto cadde rompendosi in otto pezzi disse in riferimento al governo: " Non ne posso veder più ".

Madama Lucrezia - Il Congresso degli Arguti

Nel 1806 Annibale Malatesta ricomponendo tutti i frammenti restaurò Madama Lucrezia, la prorompente dea parlante che tra il settecento e l'ottocento, ogni primo maggio diventava protagonista nella festa del " ballo dei guitti " che si svolgeva a piazza San Marco, " il ballo de li poveretti " in cui uomini e donne si sceglievano simbolicamente come sposi formando delle coppie anche molto improbabili e consacravano la loro unione davanti alla statua addobbata con collane di agli, carote, cipolle, peperoncini e nastri, lanciandosi poi in festeggiamenti e danze sfrenate.

Er ballo de li guitti*

M'arrincontava la bbon'anima de mi' nonna che er ballo de li guitti era 'na festarella che sse faceva a Roma, in de li su' tempi, er primo de maggio.
'Sta festa se faceva su la piazza de San marco, davanti a Madama Lugrezzia, che in quer giorno compariva tutta impimpinata cor un gran toppè de cipolle, d'aji, de nastri de tutti li colori e dde carote.
Era un divertimento, dice, accusì bello, che cce cureva a vvedello tutta Roma sana.
Prima de tutto li guittiche ppijaveno parte al gioco, facevano come se fa a quer gioco de pegni che sse chiama:"A fa' li spòsi" .
Ogn'omo se scejeva, pe' quer giorno, una spòsa qualunque.
Poi còppia pe' ccòppia, prima de principià er ballo se presentava davanti a madama Lugrezzia, e ffaceva infinta de fa' lo sposalizzio, come si llei fussi stata er sinnico o er curato.
Poi se dava comincio ar ballo. Ce n'èreno de coppie sciarmante davero, speciarmente certe paciòccòne de li Monti, che ddice che vve facéveno annà' in brodode guazzétto; ma cc'erenopuro certe gamme a icchese, e ccerti gobbi e ggobbe, che a vvedé', coppie de vecchi bbacucchi e dde sciancati, che, infocati in der ballo, facévenotanti stravèri e ttante bboccaccie, da fa' p'er gran morì' dda ride' , schioppà' er grecile infinenta a Madama Lugrezzia.


De li guitti* = degli spiantati


Luigi detto Giggi Zanazzo

Post dedicati al Congresso degli Arguti

1 Pasquino
2 Marforio
3 Il Facchino
5 L'Abate Luigi
6 Il Babuino



P.S. Il post di Golconda è ancora in divenire, gradualmente risponderà a tutti; lui scrive rigorosamente a penna su carta riciclata, non ha subìto per ora il fascino di internet e non ha neanche un indirizzo di posta elettronica, mi ci vuole un po' di tempo per trascrivere i suoi pensieri per voi che avete provocato una scintilla che non è stata accesa neanche dai miei occhioni spalancati che manifestavano in maniera silenziosa il mio dispiacere per la sua decisione di non scrivere più su questo blog.
Un abbraccio da me e da lui.

venerdì 12 ottobre 2012

Lo specchio di Golconda - Finta fantacrazia

Golconda

Golconda l'antica città dell'india che dalla grandezza e dalla potenza scivola nella rovina

Golconda - René Magritte 1953

Golconda che nel 1953 diventa un quadro surrealista del grande René Magritte in cui uomini sospesi in aria si elevano al cielo o cadono come pioggia 

Golconda che dal 25 giugno 2010 è un uomo che guarda allo specchio il suo alter ego e gioca e parla con lui in uno scambio reciproco di odio e amore

Il mio paese, la mia gente, i miei amori ed i miei ideali, sono tutto ciò per cui ho vissuto. Ho dato battaglia, regalato sorrisi, generato lacrime, imponendo sogni lungo strade asfaltate di delusione. In buona fede, assoluta, cristallina buona fede ho reso cieco chiunque mi fosse accanto. Dio benedica coloro che non annebbiati dal loro amore per me mi hanno deriso, umiliato, abbandonandomi solo con le mie vergogne e benedica tutti coloro che stesso trattamento hanno riservato per i loro padri, mariti o semplici amici che giorno dopo giorno li sospingevano verso un baratro colmo di paura e tristezza invisibile ai loro occhi perché coperti da veli di falsa saggezza.
Adesso e che io sia maledetto solo oggi comprendo le mie colpe e i danni che la superbia di essere un vedente hanno portato. Questo è il prezzo che la mia dignità deve pagare insieme a molti altri figli di questa generazione imbelle, incancrenitasi su se stessa, lasciatasi divorare lentamente incapace di reagire, vigliacca ed ipocrita, divulgatrice di vergogna. Non lamentiamoci se vediamo i nostri figli soffrire ed i nostri padri macerarsi impotenti per i loro nipoti, per qualcosa che noi dovevamo fare e che non abbiamo fatto.
Io so con certezza che questo sarà il prezzo che pagherò per ogni giorno che condurrà alla mia fine e chiedo umilmente perdono per non aver saputo vedere, avvisare, proteggere la mia gente, dagli sciacalli che in ogni epoca, loro si fedeli nei secoli, ubbidiscono all'istinto predatorio che è dalla loro nascita e li accompagna senza incertezza nella crescita. A questi abbiamo concesso senza resistenza di diventar padroni delle nostre vite e quelle future senza alzare le armi che da sempre difendono i popoli, le penne e i forconi. Subìto per anni la tracotanza, la strafottenza, l'assoluta certezza di poter dire e fare a quello stesso popolo che lì colpevolmente li aveva messi e ancor più colpevolmente lasciati a far ciò che più gli piaceva, convinti e purtroppo a ragione, di essere immuni ed impunibili. 
Eravamo troppo intenti a cercare mille cavilli e mille giustificazioni che placassero i flebili cenni di sussulto della dignità così da essere in pari con la nostra coscienza e ora eccoci qua, ora è tardi, ora il mondo ha portato il conto e facciamo come sempre abbiamo fatto, resteremo ad aspettare che altri lo paghino, giovani generazioni condannate a farsi carico prima del tempo di fardelli lasciati da giganti piagnucolosi. Non so se mi sarà di conforto l'aver constatato che molti insieme a me sono caduti arrendendosi prematuramente e che fra loro ve ne erano di più potenti, di più preparati, di più dotati di quanto a me stesso riconosco. Per ogni tempo buio che il nostro paese ha attraversato, per ogni momento di oppressione che il popolo ha subito, sempre ho visto nascere guerrieri che drizzavano la schiena alzando barriere. In questi anni dove erano i simboli della libertà, in cosa si perdevano le associazioni sindacali se non dietro a meschini giochi di privilegio, cosa facevano le penne importanti salvo compiacere come giullari i loro re, ancor più persino gli artisti, anima e voce del popolo, rinunciavano alla resistenza fatta di cento commedie recitate nei teatri, nei versi di poesia di libertà, nelle parole composte non solo per gli stadi, ma per ogni strada per ogni piccolo, invisibile, debole essere umano. In nome di una civiltà presunta abbiamo pensato di annientare il terrorismo in casa di altri permettendo con assoluta indifferenza che barbari assassini portassero devastazione nella nostra terra, dentro le nostre case e fra le nostra gente e pur di compiacerli ci siamo affamati ad osannarli colmandoli della nostra servile attenzione. Questo è il peccato più grande da noi commesso e ripetuto, non aver saputo che un popolo alla fine ha bisogno per andare avanti di cose semplici, visibili, credibili, e quando le parole gli diventano difficili, incomprensibili, in quel momento chi può deve abbandonare l'inerzia, spezzare gli indugi e a voce alta, urlare in modo duro, sgarbato, persino villano ai traditori:"Ma che cazzo stai dicendo! Ma come cazzo puoi pensare che io possa credere che tu non sapevi, che tu non vedevi, che tu non centravi! Anche se il tuo lavoro era solo quello." 
Cosa ci rimane oltre le macerie, solo una speranza, piccola ma viva, dopo di noi forse mossa dal disgusto che il vomito gli suscita nel vederci, la generazione seguente trovi la forza necessaria per spazzare via con la potenza di un uragano dai ruoli e dai compiti affidati dal popolo e per il popolo tutti senza indugio ne distinzione, facendo le uniche due cose possibili: 
la prima torcersi dai dolori che i muscoli dello stomaco daranno loro per le incontenibili risate ascoltando i così detti servitori, 
la seconda provare dolori ancor più forti che stavolta gli deriveranno dai muscoli delle braccia per l'uso prolungato del bastone. Chi come me sa di essere stato incapace non può e non deve dare consigli, ma se solo una minuscola parte della mia esperienza potrà essere utile ora che la mia vita sta per lasciare quella che doveva essere l'età della maturità per entrare in quella dell'anzianità, vi dico di non correre dietro alla vendetta ma non esitate neanche un attimo nel richiedere giustizia, sia concesso al derubato di chiedere al ladro il maltolto , sia il popolo, quello vero, quello che soffre, fatica, combatte ogni giorno a pulire la sua stessa casa, tagliando netto il passato, obbligando a restituire quanto rubato, impedendo per sempre a chi ha amministrato la vita pubblica in qualità di delegato o dirigente, ogni possibilità di prosecuzione presente e futura, riservando, anche se incolpevole, la medesima sorte per la loro discendenza diretta o indiretta per almeno un quarto di secolo, altrimenti la cancrena tornerà ad espandersi. 
Cadranno anche alcuni giusti? Sì, probabile, ma questi davvero potranno essere considerati sacrifici indispensabili; pagheranno figli innocenti per colpa di padri infami? Certamente, mi addolora, ma non stanno forse pagando i nostri figli senza alcuna colpa? 
Golconda muore qui, finisce la sua avventura inutile, si spoglia del metaforico nome e si lascia morire, resta l'uomo, inutile e vinto dalla sua stessa debolezza! 
A mai più e che Dio vi renda capaci di tenere lontano la finta fantacrazia, quella malattia strisciante che devasta le speranze del popolo e cioè la finta per chi la subisce e la fantastica per chi la elargisce democrazia che semplicemente esiste solo per uccidervi. 

© Golconda

lunedì 8 ottobre 2012

Premio Cutie Pie

Buongiorno ragazze e ragazzi, ben ritrovati e grazie per aver continuato a far vivere Anima Mundi con il battito del vostro cuore!

"L'anima non vede, nella vita,
se non ciò che è già nell'anima stessa.
Non crede se non nella propria vicenda,
e quando sperimenta qualcosa
l'esito diventa parte di essa.

Self - Portrait
Kahlil Gibran

Ringrazio Gabriella del blog Cuore Magico ed Enrico del blog Amici in allegria per avermi donato il Premio Cutie Pie - Box del Mercato


Devo: 

Nominare chi ha creato il premio: La creatività di Anna
Citare da chi lo abbiamo ricevuto: Gabriella Franchi e Enrico Zio
Premiare 10 blogger : Passo il premio a tutti  i Box del Mercato che con i loro prodotti, i loro colori e i loro profumi offrono alla gente, ciò che cerca
Descrivere le tre cose più carine del vostro blog o di voi blogger: Come cantava Pino Daniele "Ogni scarrafone è bello a mamma soja - Ogni scarafaggio è bello per la sua mamma", io non riesco a scegliere. Sarebbe interessante sapere cosa voi, considerate carino di questo blog e di me!



P.S. Chiunque voglia il logo del premio può prelevarlo dai blog di Gabriella ed Enrico

sabato 22 settembre 2012

La presenza dell'autunno

Foglie di pioppo bianco in autunno

" ... Siepi, campi, alberi, colline, si offrivano all’occhio colla varietà stupenda del loro verde; qualche rara foglia caduta, qualche leggera tinta di giallo che si confondeva coi colori vivi dell'estate, vi facevano accorti della presenza dell’autunno. Il cielo era limpido; il sole s’incoronava di tutti i suoi raggi; l’aria suonava tutta, delle canzoni degli uccelli e del ronzio degli insetti; e i giardini smaltati di ogni sorta di fiori brillavano sotto la spruzzata rugiada come aiuole di gioielli scintillanti. Ogni cosa portava l’impronta dell’estate, e non uno dei suoi mille colori era impallidito ... " 

Il circolo Pickwick 
Charles Dickens
Traduzione Federigo Verdinois

Foglia di pioppo bianco in autunno

N.B. Con questo post programmato auguro a voi tutti un felice autunno, ci sentiamo tra qualche settimana, una o forse due, di preciso non so. 

Un abbraccio e a presto!

martedì 18 settembre 2012

La triade sospesa

Alberi cadenti

"...E il vento provoca qualcosa che la pioggia non fa. Fa vorticare i tuoi pensieri. Non riesci a concentrarti. Non puoi leggere, scrivere, dipingere o pensare. Ti senti isolata e sospesa..." 

La ragazza sull'albero 
Julia Butterfly Hill

sabato 15 settembre 2012

Lettera di Valerie

So che non posso in nessun modo convincerti che questo non è uno dei loro trucchi, ma non mi interessa. Io sono io.
Mi chiamo Valerie. Non credo che vivrò ancora a lungo e volevo raccontare a qualcuno la mia vita. Questa è l'unica autobiografia che scriverò e … Dio… mi tocca scriverla sulla carta igienica. 
Sono nata a Nottingham nel 1985. Non ricordo molto dei miei primi anni, ma ricordo la pioggia. 
Mia nonna aveva una fattoria a Totalbrook e mi diceva sempre che "Dio è nella pioggia". 
Superai l'esame di terza media ed entrai al liceo femminile. Fu a scuola che incontrai la mia prima ragazza: si chiamava Sara. Furono i suoi polsi… erano bellissimi. Pensavo che ci saremmo amate per sempre. Ricordo che il nostro insegnante ci disse che era una fase adolescenziale, che sarebbe passata crescendo. Per Sara fu così, per me no. 
Nel 2002 mi innamorai di Christina. Quell'anno confessai la verità ai miei genitori. Non avrei potuto farlo senza Chris che mi teneva la mano. Mio padre ascoltava ma non mi guardava. Mi disse di andarmene e di non tornare mai più. Mia madre non disse niente, ma io avevo detto solo la verità, ero stata così egoista? Noi svendiamo la nostra onestà molto facilmente, ma in realtà è l'unica cosa che abbiamo, è il nostro ultimo piccolo spazio… All'interno di quel centimetro siamo liberi. 
Avevo sempre saputo cosa fare nella vita, e nel 2015 recitai nel mio primo film: "Le pianure di sale". Fu il ruolo più importante della mia vita, non per la mia carriera ma perché fu lì che incontrai Ruth. La prima volta che ci baciammo, capii che non avrei mai più voluto baciare altre labbra al di fuori delle sue. 
Andammo a vivere insieme in un appartamentino a Londra. Lei coltivava le Scarlett Carson per me nel vaso sulla finestra e la nostra casa profumava sempre di rose. Furono gli anni più belli della mia vita. 
Ma la guerra in America divorò quasi tutto e alla fine arrivò a Londra. 
A quel punto non ci furono più rose… per nessuno. 
Ricordo come cominciò a cambiare il significato delle parole. Parole poco comuni come "fiancheggiatore" e "risanamento" divennero spaventose, mentre cose come "Fuoco Norreno" e "Gli articoli della fedeltà" divennero potenti. Ricordo come "diverso" diventò "pericoloso". Ancora non capisco perché ci odiano così tanto. 
Presero Ruth mentre faceva la spesa. Non ho mai pianto tanto in vita mia. Non passò molto tempo prima che venissero a prendere anche me. 
Sembra strano che la mia vita debba finire in un posto così orribile, ma per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno. 
Morirò qui… tutto di me finirà… tutto… tranne quell'ultimo centimetro… un centimetro… è piccolo, ed è fragile, ma è l'unica cosa al mondo che valga la pena di avere. 
Non dobbiamo mai perderlo, o svenderlo, non dobbiamo permettere che ce lo rubino… Spero che chiunque tu sia, almeno tu, possa fuggire da questo posto; spero che il mondo cambi e le cose vadano meglio ma quello che spero più di ogni altra cosa è che tu capisca cosa intendo quando dico che anche se non ti conosco, anche se non ti conoscerò mai, anche se non riderò, e non piangerò con te, e non ti bacerò, mai… io ti amo, dal più profondo del cuore… Io ti amo. 

Valerie

Maschera di V per Vendetta

Dalla graphic novel V per Vendetta

Alan Moore autore di V per Vendetta

di Alan Moore

lunedì 10 settembre 2012

Il leone della foresta

Il leone della foresta

" ...Qual, stretto dalla gente e dal romore, 
Turbato esce il leon della foresta, 
Che se vergogna di mostrar timore, 
E va di passo torcendo la testa; 
Batte la coda, mugia con terrore, 
Ad ogni crido se volge ed arresta... " 

Per la traduzione automatica google 


" ...Come stretto dalla gente e dal rumore, 
Turbato esce il leone della foresta, 
Lui si vergogna di mostrare timore, 
E si muove torcendo la testa; 
Batte la coda, mugola con terrore, 
Ad ogni grido si volge e si arresta... " 

Orlando innamorato - Libro I 
Matteo Maria Boiardo 

mercoledì 5 settembre 2012

Premio Semplicità

Ringrazio Adriana del blog Ri-presa nella rete che mi ha carinamente donato l'interessante Premio Semplicità che prevede:



1 la definizione del proprio concetto di semplicità
2 un'immagine dedicata alla premiatrice o al premiatore
3 l'offrire il premio ad altri 12 blog

1

La semplicità è il caos che diventa armonia, è la risoluzione della complicazione, è la complessità che matura, si illumina, capisce, prende coscienza,  non oppone resistenza,  supera la sua vulnerabilità nell'accettazione del dato di fatto e si rende immune alle "aggressioni"; la semplicità è il soffio del vento che ci sfiora e ci sussurra che siamo tutti parte dell'universo

Sciarada


2



Bocca di leone

Ti dedico quest'immagine Adriana, perché le parole, che sono fondamentali per il tuo lavoro, possano sempre avere l'effetto del ruggito del leone che pone la savana in ascolto

3

Il vostro pensiero sulla semplicità sarebbe un prezioso contributo, pertanto estendo il premio a tutti coloro che hanno voglia di esprimerlo

P.S. Chiunque voglia il logo del premio, può cliccare sul titolo del blog di Adriana  

domenica 2 settembre 2012

Pronta e lucida

Panchina di ferro

" ... E così un giorno, mentre è seduto su una panchina della piazza antistante la parrocchia, dà a un cane randagio e affamato il suo panino della merenda, meritandosi il rimbrotto dell'alloro parroco don Meduri: «Con la fame che c'è nel mondo, tu dai da mangiare a un cane?. La risposta di Angelo e pronta e lucida: «Anche il cane è una creatura, piuttosto lei quanti milioni ha speso per il mosaico dell'altare, con la fame che c'è nel mondo?» ... "

Cinque anarchici del Sud
Fabio Cuzzola

mercoledì 29 agosto 2012

Un amoroso sguardo spiritale

Faccia di mela

" Un amoroso sguardo spiritale 
m’ha renovato Amor..." 

Per la traduzione automatica google

"Un amoroso sguardo spirituale 
mi ha rinnovato Amore..." 

Rime 
Guido Cavalcanti

giovedì 23 agosto 2012

Gonfia la terra

Gonfia la terra 
di prolifici semi 
si assopisce 


© Sciarada Sciaranti 


Salix purpurea - Salice rosso 

Sonaglino

Briza media - Sonaglino

Aglio

Allium sativum - Aglio 

Aquilegia

Aquilegia vulgaris - Colombina 

Radicchiella cotonosa

Crepis Setosa - Radicchiella cotonosa 

Erba della vipera

Scorzanera villosa - Erba della vipera 

Clinopodio dei boschi

Clinopodium vulgare - Clinopodium dei boschi 

Ibisco

Hibiscus

La dispersione dei semi è determinata dalla loro minutezza, oppure dalla forma della capsula trasformata in un guscio leggero a guisa di pallone, o dalla massa più o meno consistente e carnosa in cui sono riposti, e che per essere nutriente e vivacemente colorata si offre di pasto agli uccelli; oppure dagli uncini della più diversa forma o delle asprezze con cui s’attaccano alla pelle dei mammiferi; oppure finalmente dalle ali o piumette di forma diversa e di leggiadra struttura che rendon possibile il trasporto a mezzo del più leggero venticello.

Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l'esistenza 
Charles Darwin 

Erba Benedetta

Geum Urbanum - Erba benedetta 

Avena

Avena fatua 

Carota selvatica

Daucus carota - Carota selvatica 

Strigoli

Silene vulgaris - Erba del cucco 

Farinello

Chenopodium album - Farinello comune 

Scilla marittima

Drimia o Urginea maritima L.Stearn, 1978 
Scilla marittima nota anche come Cipolla marina

Coda di lepre

Polypogon monspeliensis - Coda di lepre 

Cardo mariano

Silybum marianum - Cardo Mariano 

"...Truove il saggio ortolan gli eletti semi 
Pur dell’anno medesimo (ai troppo antichi 
Non si può fede aver; ché la vecchiezza 
Mal vien pronta al produr); riguardi ancora, 
Che di pianta non sia dal tempo stanca, 
O che ’l tristo terreno, o ’l poco umore, 
O ’l poco altrui curar l’avesse fatta 
Di forza o di sapor selvaggia e frale: 
E non si pensi alcun, che l’arte e l’opra 
Possin del seme rio buon frutto accorre..."

Per la traduzione automatica google

"...Trova il saggio ortolano gli eletti semi 
Purché dell'anno medesimo (in quelli troppo antichi 
Non si può avere fede; la vecchiezza 
non è disposta bene a produrre); siano ancora, 
Che non provengano da pianta stanca, dal tempo, 
O dal triste terreno, o dalla poca acqua, 
O dalla poca altrui cura prestatagli 
Di forza o di sapore selvaggia e debole: 
E non pensi alcuno, che l'arte e l'opera 
Possano dal seme cattivo buon frutto raccogliere..." 

Della coltivazione
Luigi Alamanni


Mi dispiace che la traduzione in generale e quella automatica del blog non potrà mai cogliere e rendere la bellezza di questi versi, in una lingua diversa dall'italiano

P.S. su richiesta di un gentil cavaliere il post è stato aggiornato il 25/08/2012 con i nomi delle piante a cui appartengono i semi

lunedì 20 agosto 2012

Scocca la vita

Auguri B. S.

Scocca la vita 
nel primigenio soffio 
squilla beata 

Sciarada Sciaranti
P.S.
B.S. è il modo affettuoso in cui io chiamo Elettra, il suo blog è raggiungibile cliccando su Ad Maiora

mercoledì 15 agosto 2012

Evento di una notte di mezza estate

Evento di una notte di mezza estate

Il sole tramonta luminoso 
sopra le mura del giardino del villaggio 
la pioggia di chiaro di luna è oro 
là dove sgorgano cascate 
La gente cammina in quello splendore 
sotto gli alberi sospesi ai raggi delle stelle. 

Lumi di quiete candele scendono al fiume 
che s'increspa sui ciottoli di turchese. 
Fontane di luce dorata esplodono in tremolìi 
che fluttuano tra le stelle. 
Le tavole sono ornate con frutti della vite 
e cedri di Samarcanda. 

I cancelli dorati sono spalancati 
per tutta la gente dei dintorni. 
Un migliaio di candelieri danzanti 
brillano nella camera della mia dama. 

Il mio cavaliere arriva vacillando attraverso il 
salone 
con una caraffa di ambra lucente. 
Il nettare e il brandy, il vino e l'idromele 
scorrono da scintillanti sorgenti. 
Tutti danzano il minuetto di un quartetto d'archi, 
e la figlia del marchese canterà. 

Graziose fanciulle passeggiano nel giardino, 
mentre sono corteggiate dai cavalieri 
del palazzo dell'amore. 
Sono tutte vestite di bianco, 
con i fiori del più pallido giardino; 
tutte cantano canzoni rivolte alla luna dorata. 

Vieni al ballo, amore mio, bevi la dolce ambrosia, 
passeggiamo nel bosco, Titania, amore mio. 

Vuoi del brandy? 
Adesso possiamo andare a cena? 
Suoneremo l'allegro minuetto 
finché non tramonterà la luna dorata... 
Danzeremo per tutta la Notte di Mezza Estate! 

Vieni mio bell'Oberon, 
vieni e canta una canzone dell'estate, 
conosco un pendio dove scivolano le mucche, 
dove cresce il timo selvatico... 
...danza nella Notte di Mezza Estate! 

Vieni mio bel Puck 
e spremi questo magico fiore, 
negli occhi degli innamorati a mezzanotte, 
questo meraviglioso fiore è un magico seme; 
quando si risveglieranno il cielo giacerà ai loro 
piedi... 

Midsummer Nights Happening 
Mike Oldfield

Felice Ferragosto a tutti! 


P.S. Con un immenso ritardo assolutamente non voluto, ringrazio tutti coloro che hanno fatto gli auguri alla mia Raggio di Sole, un grazie infinito di cuore da me e da lei; nei prossimi giorni risponderò alle domande che mi avete gentilmente posto. Grazie anche a te Elettra che sei sempre così disponibile nei miei confronti. 
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