sabato 8 dicembre 2012

L'Abete

L'otto dicembre Anna e Gioacchino concepirono priva di peccato originale, colei che sarebbe diventata madre di Gesù Cristo: Maria Vergine Immacolata e nello stesso giorno di questa celebrazione, per tradizione si addobba anche l'albero di Natale, Pluto e Topolino lo fanno in modo divertente aiutati da due strani folletti curiosi, mentre Hans Christian Andersen, già citato da Jenny nella novella "Natale sul Reno" di Luigi Pirandello, mostra e pone l'attenzione su un aspetto decisamente più triste, insensibile e irrispettoso di questa consuetudine folcloristica. Se qualcuno è interessato all'Immacolata concezione clicchi su La colonna dell' Immacolata e se qualcuno è interessato alla storia dell' albero di Natale clicchi su L' Albero di Natale



C’era una volta nel bosco un piccolo abete, che avrebbe dovuto essere molto contento della propria sorte: era bello, e in ottima posizione; aveva sole e aria quanta mai ne potesse desiderare, e amici più grandi di lui, pini ed abeti, che gli stavan d’attorno a tenergli compagnia. Ma egli non aveva che una smania sola: crescere. Non gli importava di sole caldo né di aria fresca; né si curava dei contadinelli che gli passavano dinanzi chiacchierando, quando venivano al bosco in cerca di fragole e di more. Spesso, quando ne avevano colto tutto un panierino, o quando avevan fatto una coroncina di fragole, infilate su di una paglia, venivano a sedere accanto al piccolo abete, e dicevano: "Com’è grazioso, così piccolino!" - Ma all’abete quel complimento poco garbava.
L’anno appresso era cresciuto di un nodo intero, e l’anno dopo ancora, di un altro; perchè negli abeti dal numero dei nodi si può sempre dire il numero degli anni che sono cresciuti.
"Oh, se fossi alto come quell’albero laggiù!" - sospirava il piccolo abete: "Allora sì, che stenderei i miei bravi rami in lungo e in largo, e dalla mia vetta guarderei per tutto il mondo. Allora gli uccelli potrebbero fare il nido tra le mie fronde, e, quando tira vento, potrei accennare a dondolarmi superbamente anch’io come i grandi."
Non trovava piacere nel calore del sole, negli uccellini, nelle nuvole di porpora che passavano sul suo capo mattina e sera.
Tal volta, nell’inverno, quando la neve era sparsa per tutto bianca e scintillante, una lepre veniva correndo a tutto spiano, e saltava pari pari sopra l’abete. Oh, gli faceva una rabbia... Ma gl’inverni passarono, uno dopo l’altro; e, quando giunse il terzo, il piccolo abete era divenuto così alto, che la lepre fu obbligata in vece a girargli attorno.
"Oh, crescere, crescere, divenir grandi, divenir vecchi! Ecco la sola cosa bella di questo mondo! - pensava il piccolo abete.
Ogni autunno solevano venire i taglialegna a segare gli alberi più alti; e così fecero anche quell’anno. Il piccolo abete, che oramai si era fatto bello alto, rabbrividiva dallo spavento, perchè i grandi alberi maestosi piombavano a terra con fracasso; e poi avevan mozzati tutti i rami, così che rimanevano nudi, lunghi e sottili, da non riconoscerli nemmeno più. E poi erano caricati sui barocci, e i cavalli li trascinavano fuori dal bosco. Dove andavano? che destino li aspettava?
A primavera, quando venivano le rondini e la cicogna, l’alberello domandava loro: "Sapete dove li abbiano portati? Non li avete incontrati per via?"
Le rondini nulla ne sapevano; ma la cicogna, fatta pensosa, scrollava il capo e diceva:
"Sì, credo di saperne qualche cosa. Ho incontrato molti bastimenti nuovi, tornando dall’Egitto; e i bastimenti avevano certi alberi alti... M’immagino che fossero quelli. Odoravano di pino. Posso darti la mia parola ch’erano maestosi, molto maestosi."
"Oh, se fossi grande abbastanza da andar per mare! Che roba è questo mare? A che somiglia?"
"Sarebbe troppo lungo a spiegare..." - e la cicogna se ne andava per i fatti suoi.
"Godi la tua gioventù," - dicevano i raggi di sole: "Rallegrati della tua nuova altezza, della vita giovanile che è dentro di te."
E il vento baciava l’alberello, e la rugiada lo bagnava di lacrime; ma il piccolo abete non comprendeva.
All’avvicinarsi del Natale, furono tagliati certi abeti giovani giovani, taluni anche più giovani e più bassi del nostro alberello, il quale era in continua agitazione, dalla gran voglia che aveva di andarsene. Questi piccoli alberi, ed erano per l’appunto i più belli, si caricavano intatti, con tutti i loro rami, sopra i barocci, per portarli fuori del bosco.
"Ma dove vanno tutti?" - domandava l’abete: "Non sono più alti di me; uno, anzi, era molto più piccino. E perchè a questi non tagliano i rami? Dove li portano?"
"Noi sì, che lo sappiamo! Noi sì, noi sì!" - pigolarono i passeri. "Laggiù, in città, noi guardiamo dentro dalle finestre. Noi sì, sappiamo dove li portano, noi sì! Oh bisogna vedere come li rivestono, con che lusso, con che splendore! Abbiamo guardato dentro dalle finestre, ed abbiamo veduto come li piantino nel mezzo della stanza calda e li adornino delle cose più belle - mele dorate, noci, dolci, balocchi, e centinaia e centinaia di candeline colorate."
"E poi? e poi?" domandava l’abete, e tremava persino, dalla vetta alle radici, per la grande ansietà: "E poi? che cosa avviene poi?"
"Poi? non abbiamo veduto altro. Ah, ma era una bellezza!"
"Chi sa ch’io non sia destinato un giorno ad una simile gloria?" - gridò l’albero allegramente: "È ancora meglio che viaggiar per mare. Ah, che struggimento! Vorrei che fosse oggi Natale! Oramai sono grande e grosso come quelli che furono menati via l’anno passato. Ah, mi par mill’anni d’essere sul baroccio! Mi par mill’anni d’essere nella stanza calda, tra tutta quella pompa, tra quello splendore! E poi? Già, deve poi venire qualche cosa di più bello ancora: se no, perchè mi adornerebbero a quel modo? deve venire poi una grandezza, una gloria anche maggiore; ma quale? Oh, che struggimento, che struggimento! Non so nemmen io che cos’abbia per soffrire così!"
"Gioisci e contentati di noi!" - dicevano l’aria e il sole: "Rallegrati della tua fresca giovinezza nella foresta!"
Ma l’abete non si rallegrava punto: non faceva che crescere e crescere, inverno e estate, sempre più verde, d’un bel verde cupo. La gente diceva: "Che bell’albero!" - e, a Natale, fu tagliato prima di tutti gli altri. L’ascia andò profonda, sino al midollo, e l’albero cadde a terra con un sospiro; provava un dolore, una sensazione di sfinimento, non poteva davvero pensare a felicità: è così triste lasciare il posto dove si è nati e cresciuti... Sapeva che non avrebbe rivisti mai più i vecchi compagni, i piccoli cespugli ed i fiori ch’erano lì attorno - nemmeno gli uccelli, forse... Ah, il distacco fu tutt’altro che lieto!
L’albero non tornò in sè che quando fu scaricato in un cortile insieme con molti altri, e sentì dire:
"Questo sì, ch’è magnifico: non voglio vederne altri. Prendiamo questo."
Vennero due domestici in livrea gallonata, e portarono l’albero in una grande splendida sala. Le pareti erano tutte coperte di quadri, e presso una enorme stufa stavano due vasi della Cina con due leoni dorati sul coperchio: c’erano due poltrone a dondolo, e divani di broccato, e grandi tavole cariche di bei libri con le figure; e balocchi che valevano cento volte cento lire - almeno, così dicevano i bambini. E l’abete fu posto in un grande mastello pieno di sabbia; ma nessuno avrebbe detto che fosse un mastello, perchè era stato ricoperto di stoffa verde, e collocato nel mezzo d’un bel tappeto a colori. Ah, come tremava, ora, il nostro abete! Che sarebbe accaduto? I domestici, ed anche le signorine di casa, incominciarono ad ornarlo. Ad un ramo appesero tante piccole reti intagliate nella carta colorata, ed ogni rete era piena di dolci; noci e mele dorate pendevano qua e là, che parevano nate sull’albero; e più di cento candeline, bianche, rosse e verdi, erano attaccate ai rami. Bambole, che sembravan vive - l’abete non ne aveva mai vedute, di simili, prima d’allora, - si dondolavano tra mezzo al fogliame; e su in alto, sulla vetta dell’albero, era inchiodata una stella di similoro. Insomma, una bellezza, come non se ne vedono.
"Questa sera," - dicevan tutti: "Questa sera ha da esser bello, tutto illuminato!"
"Ah!" - pensava l’albero: "Mi par mill’anni che venga sera, e che i lumicini sien tutti accesi! Quando sarà? Son curioso di sapere se gli alberi verranno dal bosco per vedermi! E i passeri? Chi sa se voleranno contro ai vetri delle finestre? Chi sa come crescerò, qui, tutto adorno così, estate e inverno!"
Sì, l’aveva per l’appunto inzeccata! Ma, a forza di allungare la vetta e di struggersi dal desiderio, s’era buscato un fortissimo mal di tronco; ed il mal di tronco è cattivo per gli alberi, come il mal di capo per gli uomini.
Finalmente le candeline furono accese. Che luccichìo! Che bellezza! L’albero tremava tanto, per tutti i rami, che una delle candele appiccò il fuoco ad un ramoscello verde, il quale n’ebbe una buona sbucciatura.
"Per amor di Dio!" - gridarono le signorine, e si precipitarono a spegnere il fuoco.
Ora l’albero non osava più nemmeno tremare. Ah, che spavento! Stava fermo fermo per non dar fuoco a qualcuno de’ suoi bei gingilli... E poi, tutti quei lumi lo stordivano. In quella le porte del salotto furono spalancate, ed una frotta di bimbi irruppe correndo, come se volessero rovesciare l’albero ed ogni cosa: i grandi li seguirono, con più calma. I piccini rimasero muti, a bocca aperta... oh, ma per un minuto soltanto: poi, principiarono a fare un chiasso così indiavolato, che la stanza ne rimbombava; e si misero a ballare rumorosamente intorno all’albero, e tutti i regali furono colti dai rami, uno dopo l’altro.
"Che fanno?" - pensava l’albero: "Ed ora, che cosa accadrà?"
Le candele andavano consumandosi, e quando erano tutte bruciate, sino al ramo, si spegnevano. Dopo che furono spente, fu permesso ai bambini di spogliare l’albero. Ah, ci si avventarono sopra con una furia, che tutti i rami scricchiolarono. Se la vetta non fosse stata assicurata al soffitto per mezzo della stellina di similoro, sarebbe certo caduto a terra.
I bambini ballavano per la stanza con i bei balocchi nuovi. Nessuno guardava più l’albero, all’infuori della vecchia bambinaia, che gli si accostò e spiò tra i rami; ma soltanto per vedere se mai un fico od una mela vi fosse rimasta dimenticata.
"Una novella! una novella!" - gridarono i bambini, e strascinavano verso l’albero un piccolo signore grasso; ed egli vi si sedette sotto: "Così saremo in un bel bosco verde," - disse; "e l’albero avrà la fortuna di sentire la novella. Ma non ve ne posso raccontare che una sola. Volete quella di Ivede-Avede, oppure quella di Zucchettino-Durettino, che cadde giù dallo scalino, ma poi tornò su, e fu rimesso in onore e sposò la Principessa?"
"Ivede-Avede!" - gridarono alcuni. "Zucchettino-Durettino!" - urlarono gli altri; e ci furono strilli e ci furono anche pianti. L’abete solo rimaneva zitto zitto e pensava: "O io? Che non ci abbia ad entrare?" Ma egli aveva avuto la sua parte nei divertimenti della serata, ed aveva dato, oramai, quello che da lui si voleva.
E il signore grasso raccontò di Zucchettino, che era caduto giù dallo scalino, ma poi era salito ai più alti onori ed aveva sposato la Principessa. E i bambini batterono le mani e gridarono: "Un’altra! un’altra! Raccontane un’altra!" perchè ora volevano la novella di Ivede-Avede; ma dovettero accontentarsi di quella di Zucchettino. L’abete se ne stava zitto zitto, tutto pensieroso: mai gli uccelli del bosco avevano raccontato una storia simile. "Zucchettino era caduto, e pure era tornato in onore, ed aveva sposato la Principessa! Sì, così accade nel mondo!" - pensava l’abete, e credeva che fosse tutto vero verissimo: quegli che aveva raccontato la storia era un signore così per bene!...
"Dopo tutto, chi può dire mai nulla? Forse che anch’io cadrò, e poi sposerò una Principessa!" Ed in tanto si rallegrava tutto al pensiero d’essere adornato di nuovo, la sera dopo, con tanti lumicini e tanti balocchi, e frutta e lustrini: "Domani non tremerò mica più!" - pensava: "Sarò, in vece, tutto felice del mio splendore. Domani, sentirò di nuovo la storia di Zucchettino-Durettino, e forse, chi sa? imparerò anche quell’altra, di Ivede-Avede..."
E l’albero rimase fermo tutta la notte, a pensare.
La mattina entrarono i domestici e la cameriera.
"Ecco che ora ricomincia il mio splendore!" - pensò l’albero. Ma, in vece, fu portato fuori del salotto, e su per la scala, sin nel solaio, in un angolo buio, dove nemmeno arrivava un raggio di sole.
"Che significa questa faccenda?" - pensò l’albero: "Che vogliono che faccia qui ? Ed ora, che cosa accadrà?"
E si appoggiò al muro, e stette lì a pensare, a pensare. E tempo n’ebbe sin troppo, perchè passarono i giorni e le notti, e mai che venisse alcuno; e quando finalmente uno capitò, non fu se non per deporre in un angolo certe grandi casse. Così l’albero rimaneva ora del tutto nascosto: probabilmente, lo avevano dimenticato.
"Fuori è inverno, ora" - pensava l’albero: "la terra è dura e coperta di neve, e non potrebbero piantarmi; sarà per questo che mi tengono qui al riparo sin che non torni la primavera. Quanti riguardi! Che buona gente! Ah, se non fosse questo buio e questa terribile solitudine!.... Mai che si veda nemmeno un leprattino! Era bello, però, il bosco, quando c’era la neve alta, e la lepre passava correndo; sì, anche quando mi passava sopra d’un salto... Allora, mi faceva arrabbiare... Che malinconia in questa solitudine!"
"Piip, piip!" - disse a un tratto un topolino, e fece qualche passo avanti; e poi ne venne subito un altro, piccolino piccolino. Fiutarono l’abete, e si ficcarono tra mezzo ai rami.
"Fa tanto freddo..." - dissero i due topolini: "Se non fosse freddo, si starebbe abbastanza comodi quassù; non le pare, vecchio abete?"
"Non son punto vecchio," - disse l’abete: "Ce ne sono molti e molti più vecchi di me."
"Di dove viene?" - domandarono i topolini "E che nuove porta?" (Erano terribilmente curiosi.) "Ci racconti, la prego, del più bel paese del mondo. C’è stato lei? È stato nella dispensa, dove ci sono i formaggi sopra gli scaffali, e i prosciutti pendono dalla travatura, dove si può ballare sui pacchi di candele, dove si va dentro magri e si esce grassi grassi?"
"Non conosco questo paese;" - rispose l’abete: "Ma conosco il bosco, dove il sole splende e gli uccelli cantano."
E allora raccontò del tempo della sua giovinezza.
I topolini, che non avevano mai udito nulla di simile, stavano attenti; poi dissero: "Quante cose ha vedute lei, signor abete, e come dev’essere stato felice!"
"Io?" - esclamò l’abete, e ripensò a tutto quello che aveva raccontato: "Sì, davvero che quelli erano tempi felici!" Ma poi raccontò della sera di Natale, quand’era tutto carico di dolci e di candeline.
"Oh!" - disse il topo più piccino: "Come dev’essere stato felice lei, nonno abete!"
"Ma non sono nonno, non sono vecchio io!" - disse l’abete: "Sono uscito dal bosco appena quest’inverno. Sono nel fiore dell’età; gli è soltanto che sono cresciuto un po’ in fretta."
"Che magnifiche novelle sa raccontare lei!" - disse il topolino.
E la notte dopo, vennero con altri quattro topolini a sentire quello che l’albero sapeva raccontare così bene; e più raccontava, e più chiaro gli si riaffacciava il ricordo di tutto, e pensava: "Quelli erano tempi lieti! Ma possono tornare. Anche Zucchettino-Durettino cadde dallo scalino, ma poi sposò la Principessina." E allora l’abete ripensò ad una graziosa betulla, che cresceva nella foresta; per l’abete, quell’alberella era una vera Principessa.
"Chi è Zucchettino-Durettino?" - domandò il topo più piccolo.
L’abete gliene raccontò tutta la storia. La ricordava parola per parola; e i topolini, dalla gioia, per poco non gli saltarono sino in vetta. La notte dopo, vennero addirittura in frotta; e la domenica comparvero persino due ratti; ma questi dissero che la storia non era bella, e ai topolini ciò rincrebbe, perchè ora non piaceva più tanto nemmeno a loro.
"Non ne sa altre, novelle?" - domandarono i ratti.
"Non so che questa;" - rispose l’albero: "La udii nella più bella serata della mia vita: non sapevo, allora, quanto fossi felice."
"È una storia molto meschina. Non ne sa una di prosciutti e di candele di sego? non sa storielle di dispensa?"
"No," - disse l’albero.
"E allora, servi devoti!" - dissero i ratti; e tornarono alle loro famiglie. Anche i topolini alla fine se ne andarono; e l’abete sospirò, e disse:
"Era bello, però, quando mi stavano tutti attorno, quei cari topolini così allegri, ed ascoltavano i miei racconti. Ora, è finita anche questa. Ma mi ricorderò di essere contento quando mi levano di qui".
Quando lo levarono? Mah! Fu una mattina che la gente di casa venne su a frugare per tutto il solaio: le grandi casse furono scostate, e l’albero fu scovato fuori: veramente, lo buttarono a terra con certo mal garbo; ma poi un domestico lo strascinò subito sulla scala, alla luce del giorno.
"Ah! la vita ricomincia!" - pensò l’abete.
Sentì la prima aria fresca, i primi raggi di sole, e si trovò fuori, in un cortile. Tutto ciò era accaduto così rapidamente, che l’albero aveva dimenticato di guardare a se stesso: c’era tanto da guardare intorno a lui!... Il cortile confinava con un giardino; e nel giardino, tutto era in fiore: le rose pendevano fresche e profumate al disopra del piccolo steccato; i gigli erano in piena fioritura, e le rondini gridavano "Videvit! Videvit! Viene mio marito-marit!" Ma non intendevano già con questo di parlare dell’abete.
"Ora sì, che vivrò!" - disse l’abete tutto allegro, e distese un po’ più le braccia... Ma, ahimè! Erano tutte secche e gialle; ed egli si vide buttato là, in un angolo, tra le ortiche e le male erbacce. Sulla vetta aveva ancora la stella di similoro, che scintillava al sole.
Nel cortile giocavano due di quegli allegri fanciulli che avevano ballato intorno all’albero la sera di Natale, e lo avevano tanto ammirato. Il più piccino corse a strappargli la stellina dorata.
"Guarda che cosa c’è attaccato a quel brutto alberaccio!" - disse il bambino; e calpestò le rame, che scricchiolarono sotto alle sue scarpette.
L’albero guardò a tutti i fiori lussureggianti, a tutti gli splendori del giardino, e poi guardò a se stesso, e gli dolse di non essere rimasto nell’angolo buio del solaio: ripensò alla sua fresca giovinezza nel bosco; alla lieta notte di Natale; ai topolini, che avevano ascoltato con tanto piacere la novella di Zucchettino.
"È finita! è finita!" - disse il vecchio albero: "Almeno avessi goduto quando potevo! È finita, finita, finita!"
Venne un domestico, segò l’albero in pezzi, e ne fece una fascina. La fascina mandò una bella fiamma sotto la caldaia che bolliva, e sospirò profondamente; ed ogni sospiro era come un lieve scoppiettìo. I bambini, che giocavano lì attorno, corsero a mettersi dinanzi al fuoco; e guardavano, e facevano: "Puff Puff!" Ma ad ognuno di quegli scoppiettii, che era un profondo sospiro, l’albero pensava ad una bella giornata d’estate nel bosco, o ad una notte d’inverno, quando le stelle scintillavano sopra gli abeti; pensava alla sera di Natale ed alla novella di Zucchettino, l’unica novella che avesse mai sentita, l’unica che avesse mai saputo raccontare... E finalmente, l’abete fu tutto finito di bruciare.
Poco dopo i bambini giocavano nel giardino, ed il più piccolo aveva appuntata sul petto una stella dorata, proprio quella che l’abete aveva portata nella più bella serata della sua vita. Era finita, ora: finita la vita dell’albero, e finita anche la novella: finita, finita, finita, come accade di tutte le novelle.

Hans Christian Andersen

Buona festa dell Immacolata 


mercoledì 5 dicembre 2012

Natale sul Reno

" Roma, fine del 1914

- La mamma, - gridò Jenny entrando esultante nella mia camera e battendo le mani - la mamma acconsente per te!
Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco, in cui stavo da circa un’ora tutto ristretto in me dal freddo, con le mani e i piedi al caldo alito del camino, e l’anima... oh, l’anima, chi sa dir dove se ne vada in certi momenti, quasi alienata dai sensi, inerti, mentre gli occhi par che guardino e pur non vedono?
- Uh! - riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio freddo. - Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse davvero caduta qui!
E così dicendo, mi scompigliò su la testa i capelli.
Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra le mie:
- Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma?
- A festeggiare il Santo Natale! - esclamò Jenny, riprendendo la vivacità, con cui era entrata in camera mia, e nascondendo in quella la confusione che provava nel sentirsi stringere le mani da me. - Compreremo un bell’abetino, alto... alto... lasciami dir come...
- Come? - le domandai io sorridendo, tenendole vieppiù strette le mani.
Ma ella ne svincolò una, e fece tosto:
- Alto così!
- Oh brava! Sarà bello...
- Quanto tu sei brutto... Non si scherza, sai, su queste cose... Lasciami quest’altra mano... A che pensavi?
Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro per le narici.
Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o sentivo io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale cadenzato d’una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di pianto che avevo dentro di me, e che certo, per il groppo che mi stringeva la gola, prima che la via delle labbra, avrebbero trovato quella degli occhi? Era gonfia quella zampogna lontana dei profondi sospiri della mia intensa malinconia? E quel fuoco innanzi a me non era la gregal fiammata di fasci d’avena innanzi a un rustico altarino in una piazza della mia lontanissima città natale, nelle rigide sere della pia novena? Tintinnava l’acciarino? Sonava davvero, lontano lontano, la zampogna?
Come talvolta, anzi spesso, in questa società arriviamo finanche a vergognarci della dignità dell’anima nostra, così un certo pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare anche a una gentile persona, intima nostra, certi sentimenti che, sembrandoci troppo squisiti e quasi puerili per la delicata loro innocenza, sospettiamo potrebbero essere accolti con dileggio o, nella migliore ipotesi, non apprezzati, essendo nati in noi da specialissime condizioni di spirito. Per ciò non dissi a Jenny quel che pensavo.
- Questo vento mi opprime! - dissi invece. - Non posso più sentirlo... Tutto il giorno così, a lamentarsi entro la mia stanza per la gola del camino... Di sera poi, tu intendi, nel silenzio, nella solitudine, riesce proprio intollerabile...
- Ho capito! - fece allora Jenny, prendendo una seggiola. - Eccomi accanto a te, brontolone! Via, via, un altro tizzo per me, nel camino! Aspetta!... lo piglio io: tu sei tutto imbacuccato... Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai inteso! E acconsente per te! Son due anni, te l’ho detto, che non si festeggia più il Natale in casa nostra. Quest’anno vogliamo compensarcene: figurati come saranno liete le bambine!...
Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle uterine. Il Natale non si festeggiava da due anni in casa L. in segno di lutto per la violenta morte del secondo marito della signora Alvina, madre di Jenny. Il signor Fritz L. , dopo una vita disordinatissima, s’era ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, in Neuwied su la riva destra del Reno. Jenny mi aveva narrato più volte i truci particolari di questo suicidio, seguito a una serie di orribili scene in famiglia, e mi aveva rappresentato con tanta evidenza la figura e i modi del patrigno, che a me sembrava quasi di averlo conosciuto. Avevo letto la sua ultima lettera alla moglie, da Neuwied, ove erasi recato per porre in effetto l’orrendo proposito; e non ricordavo d’aver letto mai parole d’addio e di pentimento più belle e più sincere. È fama che da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro punto delle contrade del Reno, il levar del sole. "Ho veduto tutto e tutto provato", scriveva alla moglie il marito, "tranne una cosa sola: in quarant’anni di vita non ho mai veduto nascere il sole. Assisterò domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima mi promette incantevole. Vedrò nascere il sole, e sotto il bacio del suo primo raggio chiuderò la mia vita."
- Domani compreremo l’albero... - continuò Jenny. - Il tino c’è, è su nell’abbaino, e debbono esserci dentro i lumicini colorati, i festelli variopinti, come li ha lasciati lui l’ultima volta. Perché, sai, l’albero ogni vigilia, lo adornava lui, di nascosto, nella sala giù, accanto a quella da pranzo; e come sapeva adornarlo bene per le sue bambine! Diventava buono una volta all’anno, di queste sere qui.
Jenny, turbata dal ricordo, volle nascondere il volto appoggiando la fronte sul bracciuolo della mia poltrona, e certo, in silenzio, pregò.
- Cara Jenny! - feci io, intenerito, posando una mano sul suo capo biondo.
Quando ella si rialzò dalla preghiera, aveva gli occhi pieni di lacrime; e, sedendo novamente accanto a me, disse:
- Diventiamo buoni tutti, quando è prossima la Santa Notte, e perdoniamo! Divento buona anch’io che pur dico sempre di non sapergli perdonare lo stato in cui ci ha ridotte... Non ne parliamo! Domani, dunque, senti; andrò prima da Frau R. , qui accanto, per una grembiata d’arena del suo giardino: ne riempiremo il tino e v’infiggeremo l’abete, che ci porteranno domattina per tempo, prima che le bambine si sian levate da letto. Non debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami, e pomi e noci: i fiori ce li darà Frau R. dalla sua serra... Vedrai, vedrai, come sarà bello il nostro albero... Sei contento?
Io feci più volte cenno di sì col capo. E Jenny sorse in piedi.
- Lasciami andar via, adesso... A domani! Altrimenti il tuo vicino farà cattivi pensieri sul conto mio. È lì, sai, in camera sua, e avrà certo udito, che sono entrata da te...
- Ci sarà anche lui per la festa? - domandai io contrariato.
- Oh no! Vedrai, egli se n’andrà a far baldoria co’ suoi degni socii... Addio; a domani!
Jenny scappò via in punta di piedi, richiudendo pian piano l’uscio. E io ricaddi in preda ai miei tristi pensieri, finché il grido lamentoso intollerabile del vento non mi cacciò dal canto del fuoco. Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora, turbinosamente.
Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell’appannatura mi ridestò d’improvviso un ricordo degli anni miei primi, quand’io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo così, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata...

Comprammo il domani l’albero sacro alla festa; poi salimmo nell’abbajno per veder quanta parte degli ornamenti rimasti lassù potesse ancora servirci, prima d’uscire a comprarne di nuovi.
Era in un canto buio il vecchio abetino di tre anni addietro, tutto stecchito, come uno scheletro.
- Ecco, - disse Jenny - questo è l’ultimo albero, ch’egli adornò. Lasciamolo lì, dove lui l’ha lasciato; così non avrà in tutto la sorte dell’abetino di Giovan Cristiano Andersen, che finì tagliuzzato sotto una caldaia. Ecco qui il tino. Vedi: è pieno; speriamo che l’umido non abbia tolto il lucido e il colore ai globetti di vetro, ai lumicini.
Era ogni cosa in buono stato.
Più tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i giocattoli e i dolci.
Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo intenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore della natura a render la festa del Natale in questi paesi più raccolta e profonda, più soavemente malinconica e poetica e religiosa, che da noi!
La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la stanza accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo portar giù dalla serva il tino; lo collocammo presso un angolo e lo riempimmo d’arena intorno al fusto dell’albero.
Lavorammo fino a tarda notte a parar l’abetino, che pareva contento di tutti quegli ornamenti, e che si prestasse riconoscente alle nostre cure amorose, protendendo i rami per regger le collane di carta dorata e argentata, i festelli, i globetti, i lumicini, i panierini di dolci, i giocattoli, le noci.
"No, queste noci, no!", pensava forse l’abetino. "Queste noci non m’appartengono: sono frutti d’un altr’albero."
Ingenuo abetino! Tu non sai ch’è l’arte nostra più comune, questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non abbiamo scrupolo, troppo spesso, d’appropriarci il frutto dei sudori altrui...
- Aspetta: la cometa! - esclamò Jenny, quando l’albero fu tutto parato. - Dimenticavamo la cometa!
E in cima all’albero io appiccicai, con l’ajuto della scaletta, una stella di carta dorata.
Ammirammo a lungo l’opera nostra; poi chiudemmo a chiave l’uscio della stanza, perché nessuno il domani vedesse prima di sera l’albero adorno, e andammo a letto ripromettendoci pel domani in compenso del freddo, della veglia e della fatica, le lodi della madre e la gioia delle bambine.
Invece... Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato, per le sue povere bambine, non doveva la sera dopo mettersi a piangere, come fece, quella buona signora Alvina alla vista dello splendido albero illuminato su quel tappeto di fiori!
Era andato così bene, fino all’ultimo servito, il pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e l’oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s’eran messe dietro l’uscio della stanza, ove sorgeva l’albero, e con le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico:
Stille Nacht, heilige Nacht...
Non dimenticherò mai più quell’albero di Natale, ch’io adornai per altri più che per me, e quella festa terminata in pianto; né mai, mai si cancellerà dagli occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo! Il babbo! mentre l’albero sacro, carico di giocattoli, illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori. "
Luigi Pirandello 

domenica 2 dicembre 2012

" Si vestì di piuma "

Pima sospesa

Piuma sospesa

" ... E tutto si vestì di piuma oscura ... " 

Le Metamorfosi Libro V 
Publio Ovidio Nasone

Piuma sospesa

Piuma sospesa



giovedì 29 novembre 2012

L'annuncio degli zampognari

Tra i vicoli delle città illuminate da festose luci colorate dove l'aria è impregnata dal profumo della legna bruciata che fuoriesce dai comignoli dei camini accesi che riempiono di tepore le case, mescolato a quello delle caldarroste fumanti che esce dai bracieri ardenti e a quello degli oli essenziali che proviene dalle bucce degli agrumi, si odono suoni di arcaici strumenti musicali eseguiti dalle abili mani degli zampognari, scesi a valle dalle montagne per annunciare l'inizio delle novene, dal 29 novembre al 7 dicembre per celebrare l'Immacolata e dal 16 al 24 dicembre per celebrare il Natale, i due pastori che con i loro conici cappelli vellutati, con i mantelli neri su cui poggiano velli di pecora e con le zaricchie o cioce ai piedi dotate di stringhe che avvolgono i polpacci, si pongono sulle soglie delle porte e intonano antiche melodie natalizie in attesa di un offerta che può essere in denaro o anche in generi alimentari e a chi li assume per l'intera novena, come simbolo che consacra l'avvenuto patto, portano in dono un cucchiaio di legno intagliato chiamato "cucchiarella" e un'immaginetta sacra che raffigura Gesù Bambino sul cui retro c'è scritto "Tu scendi dalle stelle".

La zampogna è costituita da un insufflatore che serve per immettere aria in un otre di pelle di capra o di pecora legata a un ceppo in cui possono essere inserite da una a cinque canne di legno di ciliegio o d'ulivo, in rari casi di acero, di mandorlo, di prugno o di sorbo, le canne che sono dotate di ance sono di due tipi: 
i Chanters, servono a produrre la melodia, quello corto con 5 fori sta a destra e quello lungo con quattro fori sta a sinistra, 
e i Bordoni servono come accompagnamento e hanno una nota fissa, quello maggiore emette il suono ed il minore invece è muto

© Sciarada Sciaranti

Gli zampognari

A ttempo mio, quinici o ssedici ggiorni prima der Santo Natale, da la Ciociarìa e dda l' Abbruzzi, scegneveno a Roma li Bbiferari, a ffa' le novene a ttutte le Madonne che staveno pe' le strade, pe' le bbotteghe e ppe' le case.
Mi' padre, pe' nun èsse' preso de mira dar guverno, per ogni artarino che cciavemio pe' ll'osterie, je faceva fa' co' quattro pavoli du' novene, una la mmatina e una la sera, che dduraveno diciotto ggiorni. 
Li bbiferari erano sempre in dua; quello ppiù vvecchio sonava la zampogna; e quello ppiù ggiovine la bbifera. 
'Gni sonata poi l'intrammezzaveno co' 'na canzona religgiosa (dicevano loro) che mmai a gnisuno e riuscito de capilla. 
Noi romani dicemio che ccantaveno accusì: 
"E quanto so' mminchioni 'sti romani 
che ddanno da magnà' a 'sti villani". 
Li bbiferari se n'aritornaveno ar paese 15 ggiorni doppo de Natale 

Li Bbiferari 
Luigi detto Giggi Zanazzo

Zampognari

" Non c'è epoca dell'anno più gentile e buona, per il mondo, che il Natale e le settimane precedenti. 
Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne. 
Sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo si inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano un po' abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino danno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini le grevi contese d'interesse si placano e lasciano posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più originale.
Tutti sono presi dall'atmosfera alacre e cordiale che si espande per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto - come ci ricorda il suono, firulf, firuli delle zampogne, è ciò che conta. " 

Natale con gli zampognari
Italo Calvino




lunedì 26 novembre 2012

Melodia d' Amore

Alberi in autunno

Melodia d'Amore 

già cadute sono le foglie 
una sull’altra leggere 
s'un grigio e muto selciato 

alberi che s'apprestano 
a dimenticare l’estate 
radici che chiudono gli occhi 
sepolte in terre d’autunno 

e cadono uno sull’altro 
baci di ieri e l’altro ieri 
di quel tempo soltanto 
ricordi d’immagini care 
chiuse in solo respiro 

e respira l’aria l’inverno 
echi di parole dolcissime 
suoni che sublimano 
al pentagramma del cuore 

quando silenziosa scende la bruma 
e cantan le note d'una melodia 
che mai oblio silenzierà in oblio

Sergio Celle

Alberi in autunno

In autunno, nella stagione del distacco, dagli alberi che si accingono a dormire dopo il vigore estivo, le foglie cadono e cedono i loro caldi colori alla terra priva ormai della sua vivacità, sono come i baci dati e caduti nel loro tempo vissuto che si offrono ai ricordi sprigionati dal profumo di un respiro che ci scalda, ci colora e che si moltiplica poi nell'inverno dell'esistenza facendo giungere a noi echi di parole d'amore, suoni che nel nostro cuore si armonizzano in note melodiose che per il loro esser state nella vita, per l'eternità, non potranno mai trovare il silenzio nell'oblio.
La poesia non vuole velarsi di tristezza ma esaltare il soave e idilliaco prendersi per mano della natura che si rigenera in uno scambio reciproco di attenzioni che comprende l'uomo e l'universo e che si attua, in una simbiosi ancestrale, quando una "zolla" si affida all'altra.

© Sciarada Sciaranti 

N.B. l'analisi del testo è un'interpretazione assolutamente personale ; se l'autore ha qualcosa da obiettare, questo spazio è aperto ai suoi pensieri, alle sue opinioni e precisazioni.

Alberi d'autunno

Questa poesia di Sergio è un dono che lui ha fatto al mio blog, lasciandola come commento a questo post: Dall'inverno alla primavera, l'ho ritenuta troppo bella per lasciarla costretta nello spazio di un commento, pertanto ho chiesto l'autorizzazione all' autore che me l' ha concessa ed eccola qui per voi.

domenica 25 novembre 2012

Gaio il cuore

Auguri Raggio di Sole

Gaio il cuore 
palpiti d'amore 
erige per te

© Sciarada Sciaranti 

Felice giorno Raggio di Sole da me e Sorellina

giovedì 15 novembre 2012

Abbondanza

L'immagine allegorica dell'Abbondanza che vi presento fa parte di una raccolta iconologica, "necessaria à Poeti, Pittori, et Scultori, per rappresentare le virtù, vitij, affetti et passioni humane". Lo studioso e accademico Cesare Ripa Perugino ispirato da: gli "Hieroglyphica" di Pierio Valeriano, gli "Emblemata" di Andrea Alciato, il "Discorso sopra le medaglie degli antichi" di Sebastiano Erizzo e le "Pitture" di Anton Francesco Doni, nel 1593 presenta a Roma la prima versione di questa antologia priva di figure che invece appariranno nella variante ampliata dedicata a Lorenzo Salviati del 1603, xilografie tratte da disegni originali attribuiti a Giuseppe Cesari conosciuto meglio come Cavalier D'Arpino; ancora più arricchite saranno le edizioni del 1611 - 1613 - 1618 e del 1620 composta da tre volumi, postume sono invece le edizioni del 1625 - 1630 -1645 e quelle, come si legge nel titolo, " Notabilmente Accresciuta di Immagini, Annotazioni e di Fatti dall'Abate Cesare Orlandi", del 1764 e del 1767 che constano di ben cinque volumi. 
Il testo che accompagna l'icona è una rielaborazione personale adattata al linguaggio odierno che si rifà un po' a tutte le edizioni. 

Qualcuno di voi si ricorderà che avevo già iniziato a proporvi questi post, ma per uno stupido errore nel riordinare le etichette sono riuscita, ancora non ho capito come, a eliminarli perdendo tutto il lavoro fatto, comunque se precedentemente avevo scelto di presentare le immagini del 1645 perché erano più facili da fotografare nei dettagli, adesso ho optato per quelle del 1764 che sono per me stilisticamente più belle.

Abbondanza - Cesare Ripa

Abbondanza - Cesare Ripa

L'Abbondanza è rappresentata, entro un paesaggio agreste, da una fanciulla dall'aspetto gradevole, bella e desiderabile come ciò che testimonia, indossa un abito verde, che celebra la campagna i cui campi si presentano in rigogliosa e allegra crescita ed è fregiato d'oro, nobile metallo che ricorda la maturazione dei frutti che la terra ci dona. 
Porta in testa una ghirlanda di fiori che una volta impollinati permettono la nascita dei frutti; 
con la mano sinistra* custodisce il Corno della Dovitia, la Cornu - Copiae, il potente Corno dell'Abbondanza che il divino Giove, per ringraziare la Capra Amaltea di averlo nutrito ancora in fasce sul monte Ida a Creta, dotò del potere di far ottenere a chi lo possedeva ciò che più desiderava e che le Naiadi - ninfe delle acque dolci, in segno di fecondità, riempirono di copiosi frutti e fiori profumati; 
con la mano destra* abbraccia invece un covone di grano, nutrimento per eccellenza, e le capsule fertili dei papaveri che cadono frementi per riunirsi alla terra, tondeggianti e divise internamente in sezioni che contengono i semi a immagine dell'intero mondo con i suoi diversi generi di animali, fiumi, montagne e luoghi, così faticose da aprire che rievocano il difficile lavoro dei campi. 

Mano sinistra e destra* = Nel testo la prospettiva per indicare la posizione della mano sinistra e destra è quella di chi guarda l'immagine 

L' Abondanza Terrestre terrà tra le spighe la "Medaglia di Antonino Pio con iscrittione, ANNONA AUG." 

L'Abondanza Marittima sulla prora di una nave terrà invece un timone con la mano destra e le spighe con la mano sinistra. 

Sciarada Sciaranti 

Fatto Storico Sagro 

"A Faraone, mentre col corpo in profondo sonno, posava vagando con la mente parve trovarsi alla riva di un Fiume dal quale uscivano sette belle, e grasse Vacche, che in paludosi luoghi a pascer posero; quandoche dallo stesso Fiume altre sette smunte, sordide Vacche sortirono, prendendo cibo lungo la riva di detto Fiume in luoghi verdeggianti, e fioriti, ed affamate, vidde, che assalite le grasse tutte le fecero loro pasto. Atterrissi Faraone, si scosse dal sonno, pensò forse la vanità de' sogni, addormissi di nuovo. Ed ecco altro consimile sogno turbargli la fantasia. Sette bellissime Spighe di Grano mirò esser depresse, ed affatto consunte da altrettante spighe aride, e prive totalmente di frutto, Destatosi con spavento radunò i Savi del Regno per l'interpretazione della Visione: nessuno seppe decifrarla. Giuseppe figlio di Giacobbe Ebreo, che da fratelli venduto, dalla impudica Moglie di Putifar falsamente accusato nelle Carceri della Corte di Egitto gemeva, chiamato perciò alla sua presenza, spiegò, che tanto le sette grasse Vacche, quanto le sette colme Spighe denotavano i sette Anni che stati sarebbono di Abbondanza, seguiti da sette di tale Carestia, che consumato interamente avrebbono tuttociò avesse prodotto la Terra ne' sopraddetti sette Anni di fertilità. Saggiamente perciò pensando Faraone, Sopraintendente lo elesse all'Abbondanza del Regno, ed a Lui tutta la cura affidò del buon Provvedimento de' suoi Popoli. Verificossi intanto il suo presagio. Venne l'Abbondanza, ed Egli in tal tempo fece radunare nell'Egitto quanto mai Frumento potè trovarsi. Seguì la Carestia, e con tal furore si avanzò, che miseramente la Gente di fame si moriva. Tutti all'Egizia Corte correvano fino dalle più remote Regioni; Tutti la saggia Provvidenza di Giuseppe benedivano, confermandolo ed acclamandolo col Nome di Salvatore del Mondo - Esod . cap. 41" 

Cesare Ripa

lunedì 12 novembre 2012

Rovi d'autunno

Foglir di rovo rosse

" ... I rovi, le schegge, le scaglie 
feriscono, e i ginepri aspri. Non sanguini 
anche tu? Oh profumo! Sale a un tratto 
come una vampa ... " 

Alcyone 
Gabriele D'Annunzio

Foglia di rovo rossa

" ... Provai a gettare dei sassolini nei cespugli di rovi e di vitalbe che cascavano dai muri bordeggianti le acque, e mi accorsi che gli Agrion scomparsi, erano colà rifugiati ..."

Osservazioni zoologiche 
Antonio Villa

Foglia di rovo rossa

" ... Due file di càrpini e di querce scapitozzate con macchie di rovi legate insieme da volubili madriselve sorgevano ombrose sull’alto delle due ripe, più a guisa di parete che di siepe, lasciando cadere dai cigli corrosi le pendole barbe delle radici nude ... " 

Canti 
Aleardo Aleardi

Foglia di rovo rossa

" ... Cominciarono a inerpicarsi per un sentiero ronchioso, angusto, a ogni tratto ingombro di rovi; e si valevano quasi ad un modo dei piedi e delle mani ... " 

Le rive della Bormida nel 1794 
Giuseppe Cesare Abba

Foglia di rovo rossa

" ... Un verde giro 
D’argine rustical cinge la vasta 
Pianura stesa in cima ad erto monte, 
Che di pungenti vepri e d’alti e densi 
Ispidi ha i lati e d’ogni parte il varco 
Rovi tra lor confusamente attorti 
Impenetrabil fa ... "

Il paradiso perduto 
John Milton 

N.B. Le citazioni di Gabriele D'Annunzio e di Antonio Villa sono temporalmente inserite nella stagione estiva, ma le ho volute abbinare ugualmente all'autunno

martedì 6 novembre 2012

"Guarda le farfalle volteggiare"

Farfalla sul trifoglio

" ... La fuori tutto un altro mondo c'è 
guarda le farfalle volteggiare! 
E' solo te che stanno ad aspettare ... " 


La canzone di Arrietty* 
Cécile Corbel 

Arrietty* il mondo segreto sotto il pavimento è un film di animazione giapponese del regista Hiromasa Yonibayashi che si è ispirato a "The Borrowers - Gli Sgraffignoli, una serie di racconti fantasy scritta dall'autrice inglese Mary Norton. 
La protagonista è Arrietty, una prendinprestito quattordicenne alta più o meno dieci centimetri che insieme alla madre Homily e al padre Pod vive comodamente sotto il pavimento di una graziosa villa di campagna nella quale entra attraverso vari passaggi segreti per " prendere in prestito" oggetti sparsi, dimenticati o che non servono più, ma utili per lei e per la sua famiglia, prelibate sono per loro le zollette di zucchero usate per preparare il succo di perilla ottimo da mettere nel tè. Arrietty ha il divieto assoluto di farsi vedere dagli umani che potrebbero costituire un vero e proprio pericolo, ma lo infrange quando alla villa arriva Sho un quattordicenne umano che ha la passione per la Divina Commedia di Dante e che ha bisogno di riposare in tranquillità per poter affrontare una difficile operazione al cuore, i due si scoprono e creano un rispettoso rapporto di amicizia in cui la diversità è un punto di forza e non un limite, nasce tra loro un legame così profondo che sosterrà entrambi nelle difficili scelte esistenziali: Arrietty dovrà iniziare una nuova vita lontano dalla confortevole villa per garantire la sopravvivenza alla sua specie e Sho dovrà spronare la sua volontà per arrivare a credere che la sua operazione avrà un esito positivo. Arrietty e Sho si diranno addio, ma ognuno di loro porterà per sempre l'altro nella mente e nel cuore.

sabato 3 novembre 2012

La foglia trasparente

Foglia d'autunno

" ... La foglia trasparente mostra piú bel colore che non il suo naturale; l’illuminata dall’aria lo mostra di piú vero colore; il lustro partecipa piú del colore dell’aria che si specchia nella densità della superficie della foglia che del suo natural colore ..." 

Trattato della pittura 
Leonardo da Vinci

mercoledì 31 ottobre 2012

Il Calendario di Coligny e Samhain, Ognissanti e Commemorazione dei Defunti

Nel novembre 1897 a Coligny, un comune francese del dipartimento di Ain, il signor Roux ritrovò in un pozzo una statua del dio Marte e 73 frammenti di una tavola bronzea risalente al II secolo d.C. su cui era stato inciso, in lingua gallica e caratteri latini, un antico calendario celtico lunisolare composto da 62 mesi complessivi ovvero: 


1 - ben cinque anni sinodici - lunari formati da 355 giorni ciascuno, distribuiti in 12 mesi di 30 giorni definiti MAT - fausti e 29 giorni definiti ANMAT - infausti, suddivisi a loro volta in due quindicine separate dalla parola ATENOVOX- di nuovo all'oscurità.

Il calendario di Coligny - Dettaglio

Ogni mese iniziava probabilmente la notte della fase del primo quarto di luna, quindi la prima quindicina che comprendeva la fase del primo quarto di luna e il plenilunio veniva definita come il tempo della luce e l'ultima quindicina che comprendeva la fase dell'ultimo quarto di luna e il novilunio veniva definita il tempo dell'oscurità. 

Perciò non calcolano il tempo 
contando i giorni, ma le notti: 
le date natalizie, i principi dei 
mesi e degli anni sono contati 
facendo incominciare la giornata 
con la notte. 

De Bello Gallico VI - 18 
Caio Giulio Cesare

Il calendario di Coligny - Dettaglio

Nomi dei mesi del calendario celtico

Samonios - è composto da 30 giorni quindi un mese Mat - fausto
Dumannios - è composto da 29 giorni quindi è un mese Anmat - infausto 
Rivros - è composto da 30 giorni quindi è un mese Mat - fausto 
Anagantios - è composto da 29 giorni quindi è un mese Anmat - infausto 
Ogronios - è composto da 30 giorni quindi è un mese Mat - fausto 
Cutios - è composto da 30 giorni quindi è un mese Anmat - infausto 
Giamonios - è composto da 29 giorni quindi è un mese Mat - fausto 
Simivisonios - è composto da 30 giorni quindi è un mese Anmat - infausto 
Equos - che pur essendo composto da 30 giorni è un mese Anmat - infausto
Elenbiuos - è composto da 29 giorni quindi è un mese Anmat - infausto 
Edrinios  - è composto da 30 giorni quindi è un mese Mat - fausto
Cantlos - è composto da 29 giorni quindi è un mese Anmat - infausto

più

2 - due mesi intercalari di 30 giorni ciascuno,Quimonios e Sonnocingos inseriti ogni due anni sinodici e mezzo che servivano: 
a - per compensare il computo dell'anno lunare più breve di 11 giorni di quello solare che garantiva la corrispondenza annuale tra i mesi e le stagioni che altrimenti si sarebbe persa e ritrovata dopo un ciclo di 30 anni 
b - per vari calcoli astronomici relativi alla posizione della luna e del sole nel cielo che prevedevano a esempio il sorgere e il tramontare dei due astri, le fasi lunari e le eclissi 

E innanzitutto il sesto giorno della Luna, che segna per questi gli inizi dei mesi, degli anni e dei secoli
che durano 30 anni, giorno scelto perché la Luna ha già tutte le sue forze senza essere a metà del suo corso.

Naturalis Historia 
Plinio il Vecchio - XVI 

Il calendario di Coligny - Dettaglio

Sulla tavola di Coligny (oggi conservata nel Museo della Civiltà Gallo- Romana di Lione), che più che un calendario è un vero e proprio almanacco che ci fa capire quanto i celti fossero legati alla natura e alla ciclicità delle stagioni, due giorni dopo l'ultimo quarto di luna, nel secondo giorno della seconda quindicina di Samonios che non sappiamo con certezza se corrisponde al nostro maggio, al nostro novembre o ancora a un altro mese, si legge la scritta: Trinvx(tion) Samoni Sindiv(os) - Le tre notti di Samonios cominciano adesso; popolarmente la si associa alla festività di Samhain, l'unica citata delle quattro rilevanti, secondo le fonti medievali, per i celti che facevano parte di un ciclo cosmico chiamato Hnot - intreccio in cui uomo e natura erano uniti da un profondo vincolo di sopravvivenza. Una sorta di capodanno agricolo che James George Frazer nel 19° secolo collegò arbitrariamente alla Vigilia di Ognissanti/Halloween.  
L'iscrizione secondo l'etnologo Michel Lejeune potrebbe invece riferirsi alla festa delle 10 notti dedicata a Apollo Grannus registrata a Limoges in un'iscrizione latina del I secolo d.C.:
postvmvs dv[m]norigis f(ilivs) verg(obretvs) aqvam martiam decamnoctiacis granni d[e] s[va] p[ecvnia] d
I celti non hanno lasciato nulla di scritto, le loro tradizioni venivano trasmesse per via orale di generazione in generazione pertanto tutte le notizie che a oggi ci sono pervenute dipendono da testimonianze indirette. 

" I Romani posero fine a queste usanze, nonché ai sacrifici e alle pratiche divinatorie contrastanti con le nostre istituzioni. Così un uomo era stato consacrato agli dei, lo si colpiva alla spalla con una spada da combattimento e si divinava il futuro a seconda delle convulsioni dell'agonizzante. Non si praticavano mai sacrifici senza l'assistenza dei druidi: così talora uccidevano le vittime a colpi di frecce, o le crocifiggevano nei loro templi o, ancora, fabbricavano un colosso di fieno e di legno, vi introducevano animali domestici e selvatici di ogni tipo assieme a degli uomini e vi appiccavano fuoco." 

Geografia IV - 5
Strabone

Testimonianze, come queste, sulla pratica dei sacrifici umani da parte dei sacerdoti celti durante le cerimonie, sono servite ai detrattori di Samhain, che oggi cerca di sopravvive nell'aspetto folkloristico della festa cattolica di Halloween - Vigilia di Tutti i Santi, per renderla il palcoscenico preferito di alcune sette che sembra svolgano alcune pratiche veramente inumane. Samhain però è stata sganciata dal suo contesto storico in cui il concetto di vita e di morte non era certamente uguale a quello odierno, è stata privata della sua originale connotazione ed è stata demonizzata amplificando l'aspetto macabro che la snatura sotto i colpi degli abusi che in essa vengono perpetrati da una parte e non arginati dall'altra. 

Come dicendo messa il dì de’ morti, frate Giovanni della Vernia vide molte anime liberate del purgatorio.
Dicendo una volta il detto frate Giovanni la messa il dì dopo Ognissanti per tutte l’anime de’ morti, secondo che la Chiesa ha ordinato, offerse con tanto affetto di carità e con tanta pietà di compassione quello altissimo Sacramento (che per la sua efficacia l’anime de’ morti desiderano sopra tutti gli altri beni che sopra tutto a loro si possono fare) ch’egli parea tutto che si struggesse per dolcezza di pietà e carità fraterna. Per la qual cosa in quella messa levando divotamente il corpo di Cristo e offerendolo a Dio Padre e pregandolo che per amore del suo benedetto figliuolo Gesù Cristo, il quale per ricomperare le anime era penduto in croce, gli piacesse liberare delle pene del purgatorio l’anime de’ morti da lui create e ricomperate; immantanente egli vide quasi infinite anime uscire di purgatorio, a modo che faville di fuoco innumerabili ch’uscissono d’una fornace accesa, e videle salire in cielo per li meriti della passione di Cristo, il quale ognindì è offerto per li vivi e per li morti in quella sacratissima ostia, degna d’essere adorata in secula seculorum. 
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen. 

I fioretti di SanFrancesco 
Anonimo 

 Per ulteriori informazioni:


Felice Samhain. Felice Halloween. 
Felice Ognissanti e serena Commemorazione dei Defunti

venerdì 26 ottobre 2012

Lo specchio di Golconda - I miracoli esistono

Golconda non scriveva su Anima Mundi da tanto tempo e in una fase profondamente acuta di odio per il suo alter ego o per se sé stesso in cui la sofferenza e la rabbia erano dilanianti, è ritornato per annunciare la sua morte, ma un istante dopo aver ucciso il suo nome metaforico è risorto dalle sue ceneri proprio come l'Araba Fenice; Golconda tra grandezza e rovina, tra luce e ombra, tra amore e odio, sospeso tra cielo e terra ha sentito la sintonia del mondo esterno, ha sentito il sostegno non viziato dall'affetto o dalla conoscenza e sta rigenerando con fatica la voglia di vivere e raccontare.

Sperando di non essere contagiato dall'infezione politichese contratta da portatori sani quali i nostri politici, bensì mosso unicamente da sparuti rigurgiti della mia fede cattolica, torno a scrivere consapevole del disprezzo che posso suscitare per aver dichiarato la morte di Golconda e subito dopo la sua resurrezione, comportamento abituale del politico italiano, però forte è il desiderio di testimoniare un miracolo. 
Solo tre giorni orsono in preda al desiderio di sconfiggere il peggior nemico di me stesso, la testardaggine, mi sono imposto di piazzarmi davanti al televisore per tutto il giorno, nell'ultimo disperato tentativo di cogliere una qualsiasi forma, anche appena accennata, di razionalità nei discorsi che tutti i praticanti della politica ed i loro derivati potessero esternare. Vi confermo che i miracoli esistono; ma non crediate nemmeno per un secondo che possa essere accaduto quanto anelavo, in seguito chiarirò l'aspetto mistico. 
Non posso riportare tutte le stronzate sarebbe un sacrificio lungo e masochistico, ma tre cose sono rimaste impresse più di altre per la loro perfetta, compiuta, persino artistica idiozia. 
La prima di buon mattino, così da ambientarsi subito all'odore del pattume, è uscita dalla bocca di una giornalista, la signora Annunziata da me oltretutto ritenuta di livello più alto, suonava pressapoco così: è tempo di dire agli italiani che anno vissuto per anni al di sopra delle loro possibilità!". 
Ma che vuol dire? Che quando compravo la macchina, magari spendendo più di quanto potevo, correva lo Stato, magari a mia insaputa, a pagare le rate? O forse senza accorgermene i soldi di molteplici quanto inutili telefonini di ultima generazione distrutti dai miei figli provenivano dalla Cassa Depositi e Prestiti? 
Finitela di raccontarci cazzate! Non sono gli italiani ad aver vissuto oltre i propri limiti, ma lo Stato mediante i suoi voracissimi esponenti politici senza distinzione di colore e tanto meno di statura morale, che hanno gettato il denaro del popolo nei loro personali pozzi dei desideri senza soluzione di continuità. 
Questi si, vivevano oltre le loro possibilità, ma cosa ben peggiore oltre le loro capacità. 
Così di buon mattino ero già in preda alla nausea ma determinato nel mio intento continuavo ad ascoltare.
Solo verso l'ora di pranzo tra un mare di inutili rumori si stagliava la voce di Massimo D'Alema che con fare istituzionale affermava essere sua ferma intenzione, il sostegno al candidato Bersani nelle primarie del centro - sinistra, cosa più o meno condivisibile, ma aggiungendo subito dopo che in caso di sconfitta di Pier Luigi Bersani a vantaggio di Matteo Renzi sarebbe stata la guerra. 
Alla faccia della libertà, se vinco io bene, se perdo butto all'aria il tavolo. 
Complimenti! Mai esempio di democrazia fu più fulgido. Immaginate voi se per un attimo Hillary Clinton durante le primarie dei democratici avesse dichiarato in tutta tranquillità in caso di sua sconfitta a vantaggio di Barack Obama che lei si sarebbe prodigata nel tentativo di combattere in ogni modo il prossimo presidente degli Stati Uniti ? Non oso pensare alle conseguenze . 
Eppure il nostro ben amato ex Premier, ex ministro, ex segretario, ex presidente ed ex di qualcosa che ora dimentico dichiara al popolo che o è così, o ...

Antonio De Curtis

"Ma mi faccia il piacere!" avrebbe detto Totò, non sarà forse che a Massimo D'Alema oggi il color rosso non si addica più? Magari può tentare con qualcosa di più scuro viste le intenzioni, noo? 
Verso sera le speranze si erano ridotte a lumicino e avevo fatto appello alla mia fede affinché almeno una minuscola, insignificante parola decente, saltasse fuori da quella starnazzante assemblea di oche giulive ( beninteso con oche giulive comprendo ambedue i sessi ), ma nulla, anzi proprio in chiusura una voce si faceva largo tra le altre come stella cometa, fuoriuscendo dalla caverna orale di una famosa economista di cui per mia fortuna non ricordo nemmeno il nome, la quale a precisa domanda per quale motivo le banche non dessero denaro alle imprese dopo averne ricevuto in quantità, usando parole forse diverse ma dall'identico significato di quelle che io sto per usare, rispondeva più o meno così:" è evidente che in un periodo di crisi così profonda le banche non diano denaro a chi in teoria potrebbe correre il rischio di non farcela". 
Già sul momento può apparire sensato, stavo per illudermi quando una vocina maligna mi ha sussurrato nell'orecchio :" fammi capire, ma non erano proprio le banche a correre il rischi di insolvenza? Senza considerare che forse erano anche la causa di tutto? E allora perché hanno ricevuto denaro in quantità industriale, denaro dato dagli Stati e quindi dei popoli? Perché loro si e le imprese no? Vuoi vedere che sono davvero enti benefici e per questo non pagano nemmeno l'I.M.U.? 
A tarda sera mi sono arreso con l'unico rammarico che anche il mio Dio non aveva voluto regalarmi un piccolo segno, ma da misero miscredente sbagliavo e il perché sto per dirvelo. Così mi sono alzato per spegnere mentre quelli rimasti si scambiavano le solite frasi trite e ritrite. 
L'ultima che ho udito è stata:" credi di vivere come Alice nel Paese delle Meraviglie?", frase mille volte ripetuta da questi poco fantasiosi idioti, sbagliando anche favola, impossibile neppur sognandolo quel paese. 
Piuttosto indicherei Cappuccetto Rosso almeno di lupi, ne volessi!



Ho pensato anche a proporre "I Tre Porcellini", ma ho scartato subito l'ipotesi perché per quanto giravo e rigiravo il numero tre non ci stava da nessuna parte, mi avanzavano sempre alcune migliaia di porci. 

Scusate se vi ho tediato ma avevo un bisogno impellente di vomitare tutto fuori, siate benevoli con me perché rispetto tutti voi gente del popolo. 

P.S. Ah! Dimenticavo il miracolo, sono andato a dormire triste ritenendomi non meritevole neppure di un segno divino, il mattino seguente alzandomi ho premuto il tasto di accensione del televisore che è rimasto inattivo, in quello stesso istante ho appreso che la società per l'energia mi aveva ridotto la potenza, ero inadempiente e potevo usufruire solo di una minima parte della medesima, lampadine e poco altro, niente frigo, niente asciuga - capelli e soprattutto niente T.V. 
Un attimo di stupore poi il miracolo mi è apparso chiaro come per San Paolo sulla via di Damasco, non potevo più sentire tutte quelle cazzate anche l'avessi voluto. 
Beh! Non ci crederete di buon mattino mi venne di pregare. 
Ora sto meglio, solo un po' stanco, ma poco, perché non dormo da tre giorni, monto la guardia ininterrottamente al mio contatore esterno, hai visto mai che a qualcuno passasse per la testa di ridarmi potenza!

Golconda



Il Caporale Tiziano Chierotti originario di Sanremo, appartenente al Secondo Reggimento di Cuneo, inquadrato nella brigata Taurinense, ha perso la vita a 24 anni, alle ore 19.45 ora afghana del 25 ottobre 2012, dopo essere stato ferito all'addome in un attacco a fuoco, mentre era di pattuglia a Bakwa nella provincia di Farah a sud di Herat - Afghanistan




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