domenica 27 gennaio 2013

Il mio nome è ...


"...per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere quest'offesa, la demolizione, di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. 
Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga... 
Haftling*: ho imparato che io sono uno Haftling. Il mio nome è 174517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro. 
L'operazione è stata lievemente dolorosa, e straordinariamente rapida: ci hanno messi tutti in fila, e uno ad uno, secondo l'ordine alfabetico dei nostri nomi, siamo passati davanti a un abile funzionario munito di una specie di punteruolo dall'ago cortissimo. Pare che questa sia l'iniziazione vera e propria: solo " mostrando il numero" si riceve il pane e la zuppa. Sono occorsi vari giorni, e non pochi schiaffi e pugni, perché ci abituassimo a mostrare il numero prontamente, in modo da non intralciare le quotidiane operazioni annonarie di distribuzione; ci son voluti settimane e mesi perché ne apprendessimo il suono in lingua tedesca. E per molti giorni, quando l'abitudine dei giorni liberi mi spinge a cercare l'ora sull'orologio a polso, mi appare invece ironicamente il mio nuovo nome, il numero trapunto in segni azzurrognoli sotto l'epidermide. 
Solo molto più tardi, e a poco a poco, alcuni di noi hanno poi imparato qualcosa della funerea scienza dei numeri di Auschwitz, in cui si compendiano le tappe della distruzione dell'ebraismo d'Europa. Ai vecchi del campo, il numero dice tutto: l'epoca di ingresso al campo, il convoglio di cui faceva parte, e di conseguenza la nazionalità..." 

Haftling*= Detenuto 

Sul fondo - Se questo è un uomo 
Primo Levi


venerdì 18 gennaio 2013

Lo specchio di Golconda - Preghiera per un DIO che non c'è

Siamo ormai da tanto tempo dentro un sistema bloccato, in cui il nucleo direzionale è inaccessibile alla serietà del fare e del pensare, siamo dentro un sistema che favorisce solo chi è capace di sfruttare il nostro paese per i suoi scopi personali e presenzia nei vari teatrini televisivi raccontando del nulla più assoluto; la situazione è ben più complicata, amara e dura di quella che ci viene presentata ed è assolutamente necessario guardare in faccia la concretezza della realtà che non può più permettersi speranze illusorie; il testo che segue espone lo stato d'animo di chi è consapevole che continuare a seguire una strada che ci offre di scegliere il meno peggio, non risolve ed uccide chi non è servo del potere ma padrone della sua vita e vuole essere rappresentato da capacità, competenza e onestà

Sciarada Sciaranti 

Difficile esserci - olio su tela

Difficile esserci 
tecnica mista su tela dim. cm. 70 x 50 
anno 2012 
Carla Colombo 
arteCarlaColombo blog 

Cosa altro è concesso a un miserabile cittadino quale io sono da una società che non ha posto per me? Cosa altro posso decidere di fare se non deridere e umiliare la mia immagine a ogni superficie che la riflette? Cosa rimane se anche al DIO cui ti aggrappi quale estrema speranza nega la sua presenza mentre tu lo implori di girare lo sguardo e fissare un figlio malato, inutile, incosciente incapace peso morto e mal sopportato da una società governante e giudicante posta con giusto merito al fianco del Padre? Persino commiserare me stesso è colpa da nascondere, proibito piangere finanche sulla mia sfortunata e in ogni benedetto istante rimarcata incapacità. E allora lasciate al mio misero LIBERO ARBITRIO almeno quel piccolo innocente sogno concesso ai bambini che non disturberà nessuno, l'amico immaginario. Siate si altruisti voi, che siete carne viva di una società giusta e caritatevole, illuminata dalla luce del SUPREMO, di concedere il sollievo di una preghiera fatta da una nullità verso un DIO che non c'è.

La creazione di Adamo - Michelangelo - Cppella Sistina in Vaticano

La creazione di Adamo 
Michelangelo Buonarroti 
Cappella Sistina 1475 - 1481 
Città del Vaticano 

Prego con fervore e profonda convinzione di poter vivere nel mondo che ho anelato, quel mondo assurdo e inconcepibile, nel quale il miglior rappresentante della scienza medica, corra come un pazzo nella notte rischiando la vita a ogni curva per la madre morente di un barbone.
Prego ancora più forte affinché a ciascuno sia imposto di essere ciò che è, perché voglio viver accanto al prete e al peccatore, al ladro e al derubato, al potente e alla nullità, ma pretendo di riconoscerli senza scambiare l'uno con l'altro.
E se vi è ancora un piccolo spazio per quel Dio che io prego, allora domando di farmi grazia e donarmi il bene dell'intelletto, così finanche io possa comprendere mille cose a me oscure.
Comprenderò tutti coloro che con inutili sforzi tentano di spiegarmi che si è indegni se non si va a votare, quell'arma che il popolo ha per scegliere i migliori... e infamia ancor più grande è dimenticare quanti hanno pagato con la vita affinché io potessi liberamente dire :" IO VOGLIO ESSERE GUIDATO DA UOMINI GIUSTI E SAGGI E DA ME SCELTI ", già, veramente infame e cieco, tutto ciò basta guardare e anche un povero infame come me dovrebbe capire. Ma purtroppo redimermi è compito arduo, convincermi che quel Dio fortunatamente non c'è, è battaglia lunga e inutile, così resto nella fogna a farfugliare parole incomprensibili con la pietosa compagnia dei ratti a cui racconto ripetutamente perché non andrò a votare.
Loro sono attenti, assorti, sembrano vivamente interessati a ciò che esce dalle mie labbra, ma io so che non è vero, lo fanno per capire quanto dovranno attendere per vedere la mia fine così da divorare la mia carne, nulla di diverso tra qui sotto e lì sopra, ma almeno loro costretti dalla fame subiscono la mia voce che urla, urla che non voterò mai più chi per anni mi ha promesso un lavoro che non ho, una casa che pago ma che non è mia, una giustizia che nemmeno mi ascolta.
Di stesso abominio mi macchierò verso coloro che in nome del popolo che domandava loro di alzare le bandiere rosse di sangue e sudore e farle avanzare, inconsapevole però che ben poca strada avevano da fare quelle bandiere perché già sedute agli stessi tavoli.


Il bacio di Giuda  Giotto  Cappella degli Scrovegni - XIV secolo  Padova

Il bacio di Giuda 
Giotto 
Cappella degli Scrovegni - XIV secolo 
Padova

Solo lo spregio che alberga nella mia mente può partorire idee così ripugnanti da desiderare la cancellazione totale, lo sterminio assoluto, il rifiuto eterno, che impongo a me stesso, di ogni minimo barlume di pentimento verso costoro e la loro voce.
Nemmeno lo squillo dell'ultimo SALVATORE, annunciato dai peana del mondo, sospinto dai venti del sapere e battezzato da quelli dell'avere, muteranno i miei pensieri, anzi mi inducono a barricarmi ancor di più nella fogna in cui vivo, perché avverto paura.
Sì, paura, quella vera, una sensazione neppure troppo strisciante di assoluto terrore, verso qualcosa che oltre a non capire mi fa tremare come un vento gelido.
Non marchio colui che è venuto quasi sfiorando le acque di vergogna, so, sento nelle sue parole solo verità, non promesse vacue, ma impegni solenni e promessa di accadimento.
E allora tremo perché si capisce con chiarezza che divide questo mondo in due categorie: la massa, la grande massa a cui concedere di vivere in sentieri precisi, stretta da regole ferree, certa di ricevere prebende sufficienti a vivere senza disturbare, a lavorare in nome e per conto, che compri la sua bella lavatrice a rate e soprattutto che vengano pagate puntualmente, pena la vergogna e il pubblico ludibrio, poi c'è il resto, quelli che comandano, che è giusto che comandino, che sono nati per questo, una sorta di nobiltà dell'umanità di cui il nuovo MESSIA si sente parte, neppure l'ombra della presunzione, ma solo l'assoluta presa di coscienza che così è, nessuna minima concessione a chi non è capace di elevarsi economicamente, a chi non capisce se gli parlano in inglese, nessun cedimento per chi non si fregia di laurea ottenuta presso prestigiose e costose università a pagamento o almeno di referenze bancarie.
Di questo ho paura, non certo dell'intima e innocente convinzione che ognuno coltiva dentro di sé, quella di essere il migliore, perché è peccato veniale, ma considerare sé stesso elemento di una casta superiore, e crederci coltivandola con fermezza, una sorta di eletti, una razza ARIANA di recente memoria destinata a governare, e allora tremo.
Ho terminato la mia lunga preghiera verso il DIO che non c'è e ancora una volta non mi aiuta a capire.
Ma non mi rassegno fosse solo per negare il cibo ai miei amici ratti,


Topi a colazione

così resto a fissare quel seggio elettorale che aspetta e prego che nessuno si avvicini, prego intensamente un DIO che non c'è 

Golconda



Giuseppe Garibaldi diceva: 
" Italiani siate seri " 
e io aggiungo : 
" Pretendete, pretendiamo serietà e rispetto "

venerdì 11 gennaio 2013

Il regno degli alberi spogli

Alberi d'inverno

" L'uomo è come un albero e in ogni suo inverno levita la primavera che reca nuove foglie e nuovo vigore. " 

Cronaca familiare 
Vasco Pratolini

domenica 6 gennaio 2013

I Magi che adorano Cristo

L'Adorazione dei Magi  Santa Maria Annunziata di Scolca - Rimini  1547- 1548  Giorgio Vasari

L'Adorazione dei Magi 
Santa Maria Annunziata di Scolca - Rimini 
1547- 1548 
Giorgio Vasari 


"Ora, mentre che io faceva quest’opere, avendo condotto a buon termine il libro delle vite degl’artefici del disegno, non mi restava quasi altro a fare che farlo trascrivere in buona forma, quando a tempo mi venne alle mani don Gian Matteo Faetani da Rimini, monaco di Monte Oliveto, persona di lettere e d’ingegno, perché io gli facessi alcun’opere nella chiesa e monasterio di Santa Maria di Scolca d’Arimini, là dove egli era abate. Costui dunque, avendomi promesso di farlami trascrivere a un suo monaco eccellente scrittore e di correggerla egli stesso, mi tirò ad Arimini a fare, per questa comodità, la tavola et altar maggiore di detta chiesa, che è lontana dalla città circa tre miglia. Nella qual tavola feci i Magi che adorano Cristo, con una infinità di figure da me condotte in quel luogo soletario con molto studio, imitando quanto io potei gl’uomini delle corti di tre re, mescolati insieme, ma in modo però che si conosce all’arie de’ volti di che regione e soggetto a qual re sia ciascuno. Conciò sia, che alcuni hanno le carnagioni bianche, i secondi bigie, et altri nere, oltre che la diversità delli abiti e varie portature fa vaghezza e distinzione. È messa la detta tavola in mezzo da due gran quadri, nei quali è il resto della corte, cavalli, liofanti e giraffe, e per la cappella in varii luoghi sparsi Profeti, Sibille, Evangelisti in atto di scrivere." 

Per la traduzione automatica 

"Ora, mentre che io facevo queste opere, avendo condotto a buon termine il libro delle vite degli artefici del disegno, non mi restava quasi altro da fare che farlo trascrivere in buona forma, quando a tempo mi venne alle mani don Gian Matteo Faetani da Rimini, monaco di Monte Oliveto, persona di lettere e di ingegno, perché io gli facessi alcune opere nella chiesa e monastero di Santa Maria di Scolca di Rimini, là dove egli era abate. Costui dunque, avendomi promesso di farmi trascrivere da un suo monaco eccellente scrittore e di correggerla egli stesso, mi tirò ad Rimini a fare, per questa comodità, la tavola dell' altare maggiore di questa chiesa, che è lontana dalla città circa tre miglia. In questa tavola feci i Magi che adorano Cristo, con una infinità di figure da me condotte in quel luogo solitario con molto studio, imitando quanto io potei gli uomini delle corti di tre re, mescolati insieme, ma in modo però che si conosce dall'aria dei volti di che regione e soggetto a qual re sia ciascuno. Con ciò sia, che alcuni hanno le carnagioni bianche, i secondi grige, e altri nere, oltre che la diversità degli abiti e di quello che portano che fanno la differenza tra vaghezza e distinzione. È messa la detta tavola in mezzo tra due gran quadri, nei quali è il resto della corte, cavalli, leocorni e giraffe, e per la cappella in vari luoghi sparsi Profeti, Sibille, Evangelisti in atto di scrivere." 

Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri 
Giorgio Vasari 

Buona Epifania a tutti e un abbraccio alle sorelle Befane! 

Per chi vuole approfondire:

martedì 1 gennaio 2013

La diligenza da dodici posti

Anima Mundi 2013

Faceva un freddo intenso, pungente: il cielo luccicava tutto di stelle: non tirava un alito di vento.
Pum! Ecco che una vecchia stagna da petrolio venne a colpire l’uscio di una casa. Pim! Pam! fecero i mortaretti di rimando, perché si festeggiava l’anno nuovo. Era la notte di San Silvestro, e l’orologio della chiesa aveva sonato allora allora dodici tocchi. 
Troc troc! Troc troc! Teretee! Il carrozzone della diligenza arrivava, pesante, mezzo sconquassato; e si fermò alla porta della città. Dentro c’erano dodici passeggeri, né di più avrebbe potuto portarne: tutti i posti erano presi. 
"Evviva, evviva!" - gridava la gente in tutte le case della città, perché era l’ultima sera dell’anno; e allo scoccar della mezzanotte tutti riempirono i bicchieri, e bevvero alla fortuna dell’anno nuovo. 
"Buon anno, buon anno!" - era l’augurio di tutti: "Salute, pace, felicità... figli maschi e quattrini in quantità!" 
Tutti ripetevano l’augurio, i bicchieri si toccavano, tintinnavano... e proprio in quel momento, alla porta della città si fermava il carrozzone con i dodici forestieri. 
Chi erano quei viaggiatori? Ciascuno aveva il suo passaporto ed il suo bagaglio; e portavano persino dei regali, per te, per me, per tutta la gente della città. Ma chi erano? Che volevano? Che cosa portavano poi? 
"Buon anno!" - gridarono alla sentinella, ch’era di guardia alla porta della città. 
"Buon anno!" - rispose la sentinella; e al primo che scese dalla diligenza: "Il suo nome e la professione?" - domandò. 
"Veda lei, nel passaporto!" - rispose l’uomo: "Io son chi sono!" - Ed era un bel tipo davvero, tutto ravvolto in una pelliccia d’orso e con gli scarponi col pelo: "Sono colui su cui tanti e tanti concentrano le speranze. Venga da me domani, e le darò una bella strenna di capo d’anno. Spargo per tutto mance e doni, e faccio inviti a balli e a feste; ma più di trentuno non ne posso dare. Le mie navi sono in mezzo ai ghiacci; ma nel mio scrittoio è caldo e si sta bene. Sono negoziante all’ingrosso: il mio nome è Gennaro, e porto con me una quantità di conti e di polizze." 
Scese a terra il secondo: era un allegro camerata, impresario di teatri, direttore di balli figurati, anima di tutti i divertimenti possibili e immaginabili. Tutto il suo bagaglio consisteva in un grosso barile. 
"Quando c’è questo, l’allegria non manca mai!" - diss’egli: "Voglio far divertire, ma voglio anche divertirmi, poi che ho poco tempo da vivere: di tutta la famiglia, sono quello che vive meno - ventotto giorni solamente. Tutt’al più, ogni tanto, mi buttan là un giorno per soprammercato; ma non ci conto molto, e faccio buon sangue egualmente. Evviva!" 
"Non tanto chiasso!" - fece la sentinella. 
"Posso fare quanto chiasso mi pare e piace!" - ribattè il viaggiatore: "Sono il Principe Carnevale, e viaggio incognito sotto il nome di Febbraio." 
Scese il terzo. Era magro come la quaresima, ma camminava col naso all’aria, perch’era parente dei Quaranta Cavalieri danesi, e del nostro Pescatore di Chiaravalle, di Maranguelone da Tuorgna e dello Schiesone: faceva lunarii e prediceva il tempo e le stagioni. Il mestiere, però, non era troppo lucroso, ed ecco perché consigliava tanto i digiuni. Portava all’occhiello un mazzolino di violette, ma piccine piccine e stente. 
"Don Marzo, Don Marzo!" - gli gridò il viaggiatore sceso dopo di lui, e gli battè sulla spalla: "Non senti un buon odorino? Va’ subito nella saletta dei doganieri: stanno bevendo un ponce, la tua bevanda prediletta. L’ho sentita subito alla fragranza. Corri, corri, Don Marzo!" 
Ma non era vero niente; colui che parlava non voleva se non fargli una chiapperella, uno de’ suoi famosi pesci, perché aveva nome Aprile, e col primo pesce cominciava la sua carriera nella città. Sembrava molto allegro; lavorava poco, ma perché aveva più vacanze di tutti. 
"Basterebbe che ci fosse un po’ più di stabilità a questo mondo!" - disse: "Ma tal volta siamo di umore gaio, tal’altra uggioso, secondo le circostanze. Ora piove, ora fa sole; ora si sgombera, ora si torna. Io tengo una specie di agenzia di collocamenti, fitti e vendite, ed ho anche l’impresa dei trasporti funebri. Rido o piango, a seconda del momento. In questa valigia ho i miei vestiti da estate, ma non sono tanto sciocco da mettermeli. Eccomi qui! La domenica vado alla messa con le calze di seta a trafori e col manicotto!" 
Dopo di lui, scese una giovinetta. Aveva nome Maggiolina, portava un leggero vestito da estate, d’un verde tenero, e, sopra le scarpette, un paio di galosce. Nei capelli aveva un mazzolino di anemoni, ed era tanto profumata di timo, che la sentinella starnutì. 
"Dio vi benedica!" - esclamò la fanciulla; e quello fu il suo saluto. Com’era bella! E come sapeva cantare! Non era cantatrice da teatro, nè da camera; era cantatrice di bosco, perché andava errando lietamente per la verde foresta e cantava per suo piacere. Nella borsetta da lavoro, aveva due libriccini, uno di poesie, uno di fiabe. 
"Largo, che scende la signora!" - disse il conduttore della diligenza. 
Scese a terra una giovane dama, un po’ altera nella sua delicata bellezza. Si vedeva subito ch’era una dama, la dama di Giugno, abituata ad essere servita dai Sette Dormienti. Dava una grande festa nel giorno più lungo dell’anno, perché gli ospiti avessero tempo di approfittare di tutti i piatti della sua ricchissima tavola. Veramente, ella teneva carrozza per conto suo; ma viaggiava in diligenza con gli altri, perché non avessero a dire ch’era boriosa. Non viaggiava però sola, né senza protezione. Aveva con sé il suo fratello minore, Luglio. 
Era questi un giovanotto grassoccio, vestito da estate, con un grande cappello Panama. Non aveva che poco bagaglio, perché col caldo tutto dà noia; per ciò, non portava con sè che le mutandine da bagno, e quelle poco ingombro gli davano. 
Veniva poi mamma Agostina, venditrice di frutta all’ingrosso, proprietaria di una grande quantità di valli da pesca, e coltivatrice di vasti terreni. Aveva una crinolina molto rigonfia, era grassa e accaldata; sapeva lavorare con le sue mani, e portava ella stessa il mezzovino nei campi ai lavoratori. 
"Ti guadagnerai il pane col sudore della fronte," - diceva: "È scritto nel Libro. E soltanto dopo vengono le gite, le scampagnate, i balli, i giochi nei boschi e le feste del messidoro." 
È una brava massaia mamma Agostina. 
Dopo di lei, scese dalla diligenza un pittore, il grande colorista Prof. Settembre. Tutta la foresta lo conosce! Le foglie mutano colore, - e con che magnificenza! - al solo suo cenno: ben presto il bosco splenderà di rosso acceso, di giallo, di bruno dorato. Il maestro zufola come un merlo, lavora spedito, e intreccia i verdi viticci del luppolo intorno al suo boccale di birra. Così ornato, il boccale ha un bellissimo aspetto, ed in verità il Prof. Settembre ha per l’ornamentazione un gusto squisito. Era arrivato con i suoi tubetti di colore, che formavano tutto il suo bagaglio. 
Lo seguiva un signore di campagna, uno che non si occupa se non di seminare, di arare e di dissodare, ed ha la passione dei cavalli e della caccia. Il conte Ottobre aveva con sè il cane ed il fucile, e la carniera piena di noci, che facevano un rumorino secco quando camminava. Tra suoi innumerevoli bagagli, aveva persino un aratro di fabbrica inglese; e non parlava che di agricoltura, ma a mala pena si sentiva quel che diceva, per la gran tosse e le rumorose soffiate di naso del suo vicino. 
Quegli che tossiva così era Novembre, molto seccato da una tremenda infreddatura: già, a lui, diceva, fruttava più il naso della tasca. E a mal grado dell’infreddatura, gli toccava andar in giro con le nuove cuoche e le domestiche, per condurle a far le provviste ed insegnar loro il servizio d’inverno. Diceva che si sarebbe liberato de’ suoi malanni andando al bosco a far legna: doveva spaccarla e segarla, perché era Gran Guardiano nella Confraternita dei segantini e fornitore del focolare. Passava la sera a intagliare suole di legno per i pattini, perché sapeva bene, diceva, che tra poche settimane ci sarebbe grande richiesta di quel genere di calzature. 
Finalmente, comparve l’ultimo viaggiatore, il vecchio nonno Decembre, con lo scaldino in mano. Era tutto intirizzito, ma gli occhi gli brillavano vividi come due stelle e teneva tra le braccia un vaso da fiori, dove cresceva un piccolo abete. 
"Avrò cura di quest’alberello, perché cresca bene, e per la sera di Natale possa arrivare con la vetta a toccare il soffitto, a ad ornarsi di cento candeline colorate, e di mele d’argento e di figurine una più bella dell’altra. Questo scaldino manda un calore, che pare una stufa... Caverò di tasca il libro delle novelle e leggerò forte, per far che tutti i bambini di casa stiano buoni buoni. E allora le figurine dell’albero di Natale diverranno vive, e il piccolo angelo di cera spiegherà le alucce di stagnola dorata e volerà giù dalla vetta dell’albero, e bacerà grandi e piccini, tutti quelli che sono nel salotto caldo, ed anche i poveri bambini che stanno fuori in istrada, e cantano la canzone della stella di Betlemme." 
"Bene; ora la diligenza può andare!" - disse la sentinella: "Tutti i dodici passeggeri sono scesi. Frusta, cocchiere!" 
"Prima bisogna che i dodici viaggiatori vengano qui da me!" - disse il Gabelliere. "Uno per volta! I passaporti restano a me. Ognuno è valido per un mese; finito il mese, scriverò sul passaporto le generalità e le note a seconda della loro condotta. Don Gennaro, abbia la bontà di venir qui." 
E Don Gennaro si presentò al Gabelliere. 
Di qui a un anno, credo che sarò in grado di dirvi quello che i dodici viaggiatori avranno portato in dono a me, a voi, a tutti. Ora, non lo so, parola d’onore; e sto per dire che forse non lo sanno nemmeno loro. Si vive in certi tempi così curiosi... 

Hans Christian Andersen


Felice 2013 
a tutti voi, 
pace, amore 
e... 
figlie femmine

Rita Levi Montalcini

Ciao Rita

venerdì 28 dicembre 2012

L'Uomo di Neve

Le pitture rupestri degli uomini preistorici raccontano della primordiale e innata voglia dell'essere umano di rappresentare sé stesso e il mondo attraverso una forma d'arte; non è difficile pertanto pensare, anche se di ciò non possiamo averne memoria, che, durante l'inverno, la neve fosse adoperata come materiale per realizzare piccole o grandi ed effimere figure che arricchivano di giovialità le lunghe e fredde giornate di una stagione così ostica per la sopravvivenza. L'uomo di neve nel corso dei secoli ha abbattuto le classi sociali ponendo la sua esistenza egualmente nelle mani di ricchi e poveri e nella fantasia di tutta la gente che aveva, ha e avrà il desiderio di dare libera esternazione al genio della propria immaginazione. 

Il pupazzo di neve

Nella vita secunda S. Francisci scritta tra il 1246 e il 1247, da Tommaso da Celano incontriamo una famiglia di pupazzi di neve: 
116. Nell'eremo dei frati di Sarteano il maligno, che sempre invidia il progresso spirituale dei figli di Dio, ebbe addirittura questa presunzione. Vedendo che il Santo attendeva continuamente alla sua santificazione, e non tralasciava il guadagno di oggi soddisfatto di quello del giorno precedente, una notte, mentre pregava nella sua celletta, lo chiamò per tre volte: "Francesco, Francesco, Francesco". "Cosa vuoi?". E quello: "Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito. Ma chiunque causa la propria morte con una penitenza rigida non troverà misericordia in eterno ". Il Santo riconobbe subito, per rivelazione, l'astuzia del nemico, come cercava di indurlo alla tiepidezza. Ma, cosa crederesti? Il nemico non tralasciò di rinnovargli un altro assalto. Vedendo che in tale modo non era riuscito a nascondere il laccio, ne prepara un altro, cioè uno stimolo carnale. Ma inutilmente, perché non poteva essere ingannato dalla carne, chi aveva scoperto l'inganno dello spirito. Gli manda dunque il diavolo, una violentissima tentazione di lussuria. Appena il Padre la nota, si spoglia della veste e si flagella con estrema durezza con un pezzo di corda. "Orsù, frate asino,--esclama--così tu devi sottostare, così subire il flagello! La tonaca è dell'Ordine, non è lecito appropriarsene indebitamente. Se vuoi andare altrove, va' pure ". 117. Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava, mentre tutte le membra erano arrossate di lividi, aprì la celletta e, uscito nell'orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo: "Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa' presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore ". All'istante il diavolo confuso si allontanò, ed il Santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio. Un frate di spirito, che allora attendeva alla preghiera, osservò tutto, perché splendeva la luna in cielo. Ma, quando più tardi il Santo si accorse che un frate l'aveva visto nella notte, molto spiaciuto, gli ordinò di non svelare l'accaduto a nessuno, fino a che fosse in vita. 
Capitolo LXXXII Il diavolo lo chiama per tentarlo di lussuria, ma il santo lo vince 

Pupazzi di neve

In un Libro delle Ore risalente al 1380 d.C. conservato alla Koninklijke Bibliotheek dell'Aia, precisamente in una pagina che parla della crocifissione di Gesù Cristo, incontriamo invece la prima miniatura di un uomo di neve che ci dà le spalle con il volto di profilo, indossa un cappello di stile ebraico e si trova sopra uno sgabello posto su un braciere acceso che potrebbe simboleggiare la forza di affrontare il dolore 

Uomo di neve

e se nel 1461 Francois Villon nella ballata delle "Dame di un Tempo" si rammarica per l'assenza della neve:
 
Ditemi dove, in quale contrada
è Flora, la bella Romana
dov'è Taide, Archiapada,
che fu sua cugina germana;
Eco, che parla se su sullo stagno 
o sul fiume voce si dà,
e più che umana ebbe beltà.
Dove le nevi dell'altro anno?

Dov'è Eloisa tanto dotta
per il cui amore fu castrato
Pietro Abelardo e poi accolto 
a San Dionigi, tonsurato? 
E dov'è la regina al cui cenno 
chiuso in un sacco fu gettato 
Buridano dentro la Senna? 
Dove le nevi dell'altro anno? 

Bianca, regina, ch'era un giglio,
e voce aveva di sirena, 
Berta-gran-piè, Beatrice,Alice, 
Aremburgi,signora del Maine, 
e di Lorena la buona figlia, 
Giovanna, arsa viva a Rouan; 
dove, o Vergine, dove mai stanno? 
Dove le nevi dell'altro anno? 

Di loro Principe, non chiedete
dove sono, ora o fra un anno, 
se il ritornello non volete: 
dove le nevi dell'altro anno? 

L'uomo di neve con mantelle e cappello a cilindro

il grande Michelangelo il 20 gennaio del 1494, dopo un'abbondante nevicata su Firenze, per volere di Piero de' Medici, realizza un uomo di neve con le fattezze di Ercole che resistette integro per ben otto giorni e che gli permise di riacquistare il privilegio di frequentare palazzo De' Medici dopo la morte del suo mecenate Lorenzo, avvenuta nel 1492.

Michelangelo Buonarroti - Jacopino del Conte

Nel 1510 nel diario di un farmacista fiorentino Luca Landucci si legge: " Un certo numero dei più bei leoni di neve sono stati effettuati a Firenze ... e molte figure nude sono state fatte anche da buoni maestri " e 
nel 1511, complice la temperatura che per sei settimane non superò lo zero, in ogni angolo di Bruxelles, furono create con la neve numerose figure che si rifacevano a temi di vario genere tra le quali spiccavano quelle di soggetti verso cui gli abitanti manifestavano il loro dissenso, tali opere originarono una sorta di contrasti che spinsero i funzionari locali a diffondere dei volantini in cui si leggeva: " Gli uomini nobili della città di Bruxelles proclamano che nessuno, durante il giorno o di notte, può danneggiare un qualsiasi personaggio di neve " e chiunque avesse disobbedito sarebbe incorso in pene severissime, situazione questa, opposta a quella di Zurigo che vedeva e vede tutt'oggi ad Aprile, nella festa di primavera, il falò del fantoccio Böögg e l'esplosione dei pupazzi di neve che salutano e pongono fine all'inverno, la festa è chiamata Sechseläuten - sei rintocchi, a ricordo della campana del Grossmünster che alle sei, durante il periodo estivo, annunciava la fine della giornata lavorativa.

Il falò dell'uomo di neve

L'otto febbraio 1690 due ore prima dell'alba, durante la guerra che vedeva contrapposti gli inglesi e i francesi per la supremazia delle colonie del Nord America, le truppe francesi sostenute dai nativi americani, Mohawk, Sault e Algonquin, saccheggiando e bruciando case e fienili, causando la morte di 62 vittime tra cui 30 uomini, 10 donne e 12 bambini e facendo prigioniere 27 persone, misero in atto un incursione nel villaggio di Schenectady New York State, superando l'avamposto composto da due pupazzi di neve che le sentinelle, non immaginando che in una notte così fredda qualcuno potesse attaccarli, lasciarono illusoriamente di guardia davanti al portone rimasto socchiuso a causa del gelo.

Massacro di Schenectady 1690

Nel XVII e XVIII secolo anche i marinai a bordo delle loro navi solevano costruire i loro pupazzi di neve.
Si racconta che nel 1851 l'equipaggio della Pioneer mentre era intrappolato tra i ghiacci della Groenlandia impiegò il tempo nella messa in opera di statue di neve tra cui quella di una donna seduta con un una lancia ed uno scudo, la Britannia allegoria della Gran Bretagna.

Britannia

" Fa così freddo che scricchiolo tutto" disse l'uomo di neve. " Il vento, quando morde, fa proprio resuscitare! Come mi fissa quello là!" e intendeva il sole, che stava per tramontare. "Ma non mi farà chiudere gli occhi, riesco a tenere le tegole ben aperte. " Infatti i suoi occhi erano fatti con due pezzi di tegola di forma triangolare. La bocca invece era un vecchio rastrello rotto, quindi aveva anche i denti. Era nato tra gli evviva dei ragazzi, salutato dal suono di campanelli e dagli schiocchi di frusta delle slitte. Il sole tramontò e spuntò la luna piena, rotonda e grande, bellissima e diafana nel cielo azzurro."Eccolo che arriva dall'altra parte!" disse l'uomo di neve. Credeva infatti che fosse ancora il sole che si mostrava di nuovo.
"Gli ho tolto l'abitudine di fissarmi, ora se ne sta lì e illumina appena perché io possa vedermi. Se solo sapessi muovermi mi sposterei da un'altra parte. Vorrei tanto cambiare posto! Se potessi, scivolerei sul ghiaccio come hanno fatto i ragazzi, ma non sono capace di correre."
"Via, via!" abbaiò il vecchio cane alla catena. Era un po' rauco, lo era diventato da quando non stava più in casa e non dormiva più vicino alla stufa. "Il sole ti insegnerà senz'altro a correre! L'ho già visto con il tuo predecessore dell'anno scorso, e con quello dell'anno prima. Via, via! e tutti ve ne andrete!"
"Non ti capisco, amico!" disse l'uomo di neve. "Quello lassù mi deve insegnare a correre?" e intendeva la luna. "È corso via infatti, quando l'ho fissato prima, ma ora spunta fuori da un'altra parte!"
"Tu non sai nulla" gli rispose il cane alla catena "ma sei appena stato fatto! Quella che tu vedi si chiama luna, quello che se n'è andato era il sole. Tornerà domani e ti insegnerà a scorrere nel fosso. Tra poco cambierà il tempo, lo sento dalla zampa posteriore che mi fa male. Cambierà il tempo."
"Non lo capisco" commentò l'uomo di neve "ma ho la sensazione che stia dicendo qualcosa di spiacevole. E quello che mi fissava e se ne è andato si chiama sole, non deve essermi amico neppure lui, lo sento."
"Via! Via!" abbaiò il cane alla catena, poi girò tre volte su se stesso e si ritirò nella cuccia per dormire.
Il tempo cambiò davvero. Una nebbia fitta e umida si stese durante la mattinata su tutto il territorio, all'alba cominciò a soffiare il vento, un vento gelato che fece spuntare dappertutto il ghiaccio, ma che splendore quando comparve il sole! Tutti gli alberi e i cespugli erano ricoperti di ghiaccio, era come vedere un intero bosco di coralli bianchi, come se tutti i rami fossero ricoperti di lucenti fiori bianchi. Quei rami sottili che d'estate non si possono vedere a causa delle molte foglie si mostravano ora uno per uno, sembravano un ricamo, e tutto era bianco splendente come se da ogni ramo sgorgasse un bianco splendore. La betulla si piegava al vento, c'era vita in lei, come in tutti gli alberi nel periodo estivo, era uno splendore senza fine. Quando brillò il sole ogni cosa scintillò, come se tutto fosse stato ricoperto di una polvere lucente, e sulla distesa di neve che ricopriva la terra luccicavano grandi diamanti, o meglio si poteva credere che bruciassero infiniti lumini ancora più bianchi della bianca neve.
"È una meraviglia incredibile!" disse una fanciulla che con un giovane attraversava il giardino, poi si fermò proprio vicino all'uomo di neve e si mise a guardare quei meravigliosi alberi "In estate non c'è una vista così bella!" disse, e le brillavano gli occhi."E non abbiamo neppure un tipo come questo qui!" disse il giovane indicando l'uomo di neve. "È proprio bello!"La fanciulla rise, fece una riverenza all'uomo di neve e ballò col suo amico sulla neve che scricchiolò sotto di loro, come fosse stata di celluloide."Chi erano quei due?" chiese l'uomo di neve al cane alla catena. "Tu vivi da più tempo qui nel cortile, li conosci?" "Certo!" disse il cane alla catena. "Lei mi ha accarezzato, e lui mi ha dato un osso. Così non li mordo."
"Ma che cosa rappresentano qui?" chiese l'uomo di neve.
"Innamo-o-r-a-t-i" disse il cane. "Si trasferiranno in un canile e rosicchieranno insieme le ossa. Via! Via!"
"E due come loro sono importanti quanto te e me?" chiese l'uomo di neve.
"Appartengono alla classe dei padroni" disse il cane. "Non si sa proprio nulla quando si è nati ieri, lo vedo bene guardando te! Io invece sono vecchio e ho una grande conoscenza delle cose, conosco tutti qui nel cortile! E ho conosciuto un tempo in cui non stavo qui al freddo e alla catena. Via! Via!"
"Il freddo è bello» disse l'uomo di neve. "Racconta, racconta! ma non devi agitare la catena perché mi fa scricchiolare."
"Via! Via!" abbaiò il cane. "Io ero un cucciolo; piccolo e grazioso, così dicevano, quando stavo su una sedia di velluto o mi prendeva in grembo il padrone più importante; mi baciavano sulla gola e mi asciugavano le zampette con un fazzoletto ricamato. Mi chiamavamo “Bellissimo”, “Tesoruccio”, ma poi divenni troppo grande per loro, allora mi diedero alla governante. Passai così al pianterreno. Lo puoi vedere da dove ti trovi, puoi vedere in quella cameretta dove io sono stato padrone, quando ero dalla governante. Naturalmente era più piccola di quella di sopra, ma era molto più piacevole: non venivo stuzzicato e trascinato dappertutto dai bambini, come accadeva di sopra; e avevo del buon cibo, proprio come prima, anzi di più! avevo il mio cuscino e poi c'era una stufa che in questa stagione è la cosa più bella del mondo! Mi raggomitolavo lì sotto e era come se sparissi. Oh, quella stufa me la sogno ancora. Via! Via!"
"È bella la stufa?" chiese l'uomo di neve. "Mi assomiglia?"
"È proprio il tuo contrario! È nera come il carbone, ha un lungo collo e uno sportelletto d'ottone; divora pezzetti di legno, così le esce il fuoco dalla bocca. Bisogna mettersi proprio di fianco, vicini vicini, o anche sotto, che meraviglia! Tu dovresti riuscire a vederla attraverso la finestra!"
L'uomo di neve guardò e vide veramente un grande oggetto nero, lucido, con una porticina di ottone, e il pavimento intorno tutto illuminato. L'uomo di neve si sentì molto strano, aveva una sensazione che non riusciva a spiegarsi, sentiva qualche cosa che non conosceva, ma che tutti conoscono se non sono fatti di neve. "Perché l'hai lasciata?" chiese l'uomo di neve: sentiva che doveva essere una creatura femminile. "Come hai potuto lasciare un posto simile?"
"Ci fui costretto" spiegò il cane alla catena. "Mi cacciarono fuori e mi misero alla catena. Avevo morso il padrone più giovane alla gamba, perché aveva dato un calcio a un osso che stavo rosicchiando. Osso per osso, pensai io! Ma loro se la presero molto e da allora mi trovo alla catena e ho perso la mia bella voce: senti come sono rauco! Via! Via! E così finì la bella vita per me."
L'uomo di neve non ascoltava più, fissava continuamente la stanza della governante dove si trovava la stufa sulle quattro gambe di ferro: sembrava alta quanto lui. "Come scricchiolo!" disse. "Riuscirò mai a entrare? Sarebbe un desiderio innocente e tutti i nostri desideri innocenti dovrebbero venire esauditi. È la mia massima aspirazione, il mio unico desiderio, e sarebbe quasi ingiusto se non venisse esaudito. Devo andare lì dentro, devo arrivare fino a lei, anche se devo rompere il vetro."
"Non entrerai mai!" rispose il cane alla catena. "E se mai arrivassi alla stufa, allora te ne andresti, hai capito? te ne andresti."
"È come se fossi già andato!" disse l'uomo di neve. "Mi viene da vomitare."
Per tutto il giorno l'uomo di neve guardò in quella stanza; nella penombra il locale sembrava ancora più bello, dalla stufa proveniva una luce così tenue che neppure la luna o il sole sapevano eguagliare, un bagliore tipico di una stufa quando c'è qualcosa dentro. Se aprivano la porta, allora usciva una fiammata, era una sua abitudine; questa fece diventare il bianco volto dell'uomo di neve tutto rosso, e lo illuminò fino al petto. "Non resisto più!" disse. "Come le dona tirar fuori la lingua!"
La notte fu molto lunga, ma non per l'uomo di neve che si era abbandonato ai suoi bellissimi pensieri, e questi, gelando, scricchiolavano. Al mattino le finestre del pianterreno erano gelate, ricoperte dei più bei fiori di ghiaccio che un uomo di neve possa desiderare, ma gli toglievano la vista della stufa. Il ghiaccio dei vetri non voleva sciogliersi, così lui non riusciva a vederla. Si sentiva uno scricchiolio, un crepitio, era proprio un tempo da gelo che doveva divertire un uomo di neve, ma lui non era per niente divertito: avrebbe potuto sentirsi felicissimo ma non lo era, perché aveva nostalgia della stufa.
"È una pessima malattia per un uomo di neve!" commentò il cane alla catena. "Ho sofferto anch'io di quella malattia, ma ormai l'ho superata. Via! Via! Ora cambierà il tempo."
E infatti il vento cambiò, e sciolse la neve. Venne il caldo, e l'uomo di neve dimagrì. Non disse nulla, non scricchiolò, e questo era proprio il segno della fine. Una mattina crollò. Nel punto in cui si trovava rimase infilzato qualcosa che assomigliava a un manico di scopa: i ragazzi ce lo avevano costruito intorno. "Adesso capisco quella sua nostalgia!" disse il cane alla catena. "L'uomo di neve aveva un raschiatoio della stufa in corpo; è quello che lo turbava, ma adesso tutto è finito. Via! Via!"
E ormai anche l'inverno era quasi finito.
"Via! Via!" abbaiava il cane alla catena, ma le bambine in giardino cantavano:
Affrettati, mughetto, bello e fresco,
getta i rametti, o salice.
Venite, cuculi, allodole, cantate!
C'è già primavera alla fine di febbraio!
Io canto con voi, cuculi, cucù!
Vieni, caro sole, esci anche tu!
E nessuno pensò più all'uomo di neve.

L'Uomo di Neve
Hans Christian Andersen

N.B. Jackie Wullschlager, biografo di Andersen sostiene che l'uomo di neve del 1861, sia una favola complementare all'Abete scritta nel 1844, lo scrittore manifesta tutto il suo tormento e la sua frustrazione per la insoddisfacente ma felice relazione d'amore con Harald Scharff, ballerino del Royal Theatre di Copenaghen.

L'Uomo di neve

La diffusione dei biglietti e delle cartoline augurali nel XIX secolo (vedi post di Elettra: I biglietti augurali) su cui viene ampiamente raffigurato, colloca l'uomo di neve tra le icone del Natale; caratterizza lo spirito invernale che accompagna Babbo Natale, è il Jokul Frosti ( Jack Frost) - ghiacciolo di ghiaccio, il Padre inverno degli antichi vichinghi che aveva il compito di far nevicare per mimetizzare e nascondere le tracce di Santa Claus durante la consegna dei regali.

l'Uomo di neve

Bisogna avere una mente da inverno 
Per contemplare il gelo e i rami
Dei pini incrostati di neve; 

Ed aver avuto freddo a lungo
Per osservare i ginepri irti dal ghiaccio,
I rudi abeti spogliati nel luccichio remoto 

Del sole di gennaio; e non pensare
Ad una infelicità nel gemito del vento,
Nel suono delle poche foglie, 
Voce della terra visitata
da quel vento che sempre
Soffia nello stesso luogo spoglio 

Per l'ascoltatore, che ascolta nella neve,
E, niente lui stesso, osserva
Niente che non è li e il niente che è.


L'uomo di neve 
Wallace Stevens
1921

Nella notte dell'inverno,
galoppa un grande uomo bianco.
E' un pupazzo di neve
con un pipa di legno
un grande pupazzo di neve
perseguitato dal freddo.
In una piccola casa
entra senza bussare
e per riscaldarsi
si siede sulla stufa rovente
e sparisce d'un tratto
lasciando solo lo sua pipa
in mezzo ad una pozza d'acqua
ed il suo vecchio cappello.

Il pupazzo di neve
Jacques Prevert

Di certo il testo e le poesie che vi ho proposto stringono un po' il cuore, ma l'uomo di neve in realtà non muore, si trasforma per far si che il ciclo della natura continui in una vita perpetua.

Nevicò per due notti e due giorni. Ininterrotamente e a larghi fiocchi asciutti, che si posavano pesantemente sugli strati precedenti ispessendoli e consolidandoli. In quei giorni e in quelle notti nessuno uscì di casa, chi aveva gli stivali per non rovinarli, chi non li aveva per non riempirsi gli zoccoli di neve. Gli unici percorsi che si vedevano segnati dalla neve per il frequente calpestio andavano dalla porta di casa alla stalla, ed erano i più brevi possibili. I soli ad uscire erano i bambini. Anzi, stavano fuori tutto il giorno, incuranti del freddo che neppure sentivano, riscaldati come erano da frenetici giochi. In quei due giorni il paese appartenne a loro, alle primitive slitte di legno che uno tirava con una fune mentre un altro stava seduto, alle palle e ai pupazzi di neve, in cui esprimevano la loro fantasia, ironica e talvolta perversa. Il paese risuonava dei richiami di madri irate, degli appelli disperai perché rientrassero a spaccar legna o a fare qualche lavoretto: aiutare alla mungitura, rimuovere il bastone nella zagola per il burro, scavare un buco nell’orto per raccogliere un cavolo o una rapa per la cena. Ma erano richiami senza risposta, e loro lo sapevano. Alla sera tutti i bambini rientravano nelle loro case, spinti dalla fame, dal buio che scendeva improvviso; ed erano sgridate, strilli, scapaccioni mentre i padri più avveduti tacevano, pur gettando sui figli occhiate severe, ché ricordavano i tempi della loro infanzia, quando anch’essi aspettavano la neve per impadronirsi della città, proprio come ora facevano i figliuoli. 

La lunga notte di Exilles
Laura Mancinelli
2006

Il pupazzo di neve con sciarpa e cappello

" Potrei leggere il desiderio d'eternità perfino negli occhi di un pupazzo di neve."

Valeriu Butulescu

Il pupazzo di neve porta doni

Nel 2008 i cittadini di Bethel nel Maine hanno innalzato un pupazzo di neve da Guinnes dei primati, si sono mobilitati e per quattordici giorni hanno accumulato tanta neve per realizzare Olympia, la donna delle nevi, un colosso alto 37,21 metri, con tre metri di braccia di sempreverdi, con un naso di mussola a forma di carota di due metri e mezzo, con una bocca di pneumatici, con occhi di 4 piedi e con una sciarpa rossa lunga 30 metri, hanno superato il precedente record che nel febbraio 1999 li vedeva vincitori con Angus King of the mountain, un gigante alto all'incirca 34 metri, chiamato così in onore del loro governatore.
Sembra che il momento opportuno per realizzare il pupazzo di neve perfetto sia dopo un abbondante nevicata che può raggiungere dai 5 ai 10 centimetri di spessore, nelle ore pomeridiane quando l'aria è più calda e la neve tende a fondersi diventando più compatta.

La donna delle nevi

Olympia

martedì 25 dicembre 2012

Preghiera di Natale


Verbo Incarnato, che nuovamente
condividi con noi il tuo Natale
insegnaci a condividere con gli altri
i nostri progetti di pace e solidarietà.

Tu che nella Grotta di Betlemme
hai proposto agli uomini di ogni tempo
un itinerario di amore e riconciliazione
illumina l’umanità di oggi a ritrovare
la strada che porta ad incontrare l’altro
nel dialogo, nell’amore e nel rispetto profondo.

Piccolo grande Dio, che nell’umiltà più sentita
hai indicato in Te la via maestra che porta alla verità
aiutaci ad eliminare da questa terra l’orgoglio,
la falsità e la menzogna, cause dirette
del male del mondo moderno.

Tu che leggi nel profondo di ogni cuore
trasforma i nostri personali risentimenti
in atteggiamenti e comportamenti fraterni,
gli unici che danno gioia vera e
trasformano il Natale in festa vera.

Messia atteso da secoli
e giunto nella pienezza dei tempi
guida l’umanità del terzo millennio
verso mete di giustizia più certe
per ogni uomo di questa terra.

Tu che tutto sai e puoi
conosci le attese di ciascuno di noi
anche per questo annuale anniversario della tua venuta tra noi
fa nascere nel cuore di tutti gli uomini della terra
un solo raggio della tua infinita carità
e della tua bontà illimitata.

Non permettere, Gesù, figlio dell’uomo,
che nessun bambino, giovane, adulto ed anziano
del pianeta terra continui a soffrire a causa
della cattiveria che si annida nel cuore di tanta gente.

Fa di tanti cuori segnati dall’odio e dalla morte
cuori capaci di amare e di perdonare
come tu hai perdonato alla Maddalena,
ai tuoi crocifissori ed al buon ladrone
morto in croce accanto a Te sul Golgota.

Dalla capanna di Betlemme
anche quest’anno si irradi in tutto il mondo
la luce del tuo Natale, che è sempre
motivo di speranza e di pace per l’intera umanità.

Papa Giovanni Paolo II

venerdì 14 dicembre 2012

Il tridente d'oro

Foglie di felce d'autunno

"... Le felci arborescenti contendono i raggi all'aurora, 
dall'uno all'altro fusto s'allaccia la flora ..." 

Risveglio sul Picco d'Adamo 
Guido Gozzano

sabato 8 dicembre 2012

L'Abete

L'otto dicembre Anna e Gioacchino concepirono priva di peccato originale, colei che sarebbe diventata madre di Gesù Cristo: Maria Vergine Immacolata e nello stesso giorno di questa celebrazione, per tradizione si addobba anche l'albero di Natale, Pluto e Topolino lo fanno in modo divertente aiutati da due strani folletti curiosi, mentre Hans Christian Andersen, già citato da Jenny nella novella "Natale sul Reno" di Luigi Pirandello, mostra e pone l'attenzione su un aspetto decisamente più triste, insensibile e irrispettoso di questa consuetudine folcloristica. Se qualcuno è interessato all'Immacolata concezione clicchi su La colonna dell' Immacolata e se qualcuno è interessato alla storia dell' albero di Natale clicchi su L' Albero di Natale



C’era una volta nel bosco un piccolo abete, che avrebbe dovuto essere molto contento della propria sorte: era bello, e in ottima posizione; aveva sole e aria quanta mai ne potesse desiderare, e amici più grandi di lui, pini ed abeti, che gli stavan d’attorno a tenergli compagnia. Ma egli non aveva che una smania sola: crescere. Non gli importava di sole caldo né di aria fresca; né si curava dei contadinelli che gli passavano dinanzi chiacchierando, quando venivano al bosco in cerca di fragole e di more. Spesso, quando ne avevano colto tutto un panierino, o quando avevan fatto una coroncina di fragole, infilate su di una paglia, venivano a sedere accanto al piccolo abete, e dicevano: "Com’è grazioso, così piccolino!" - Ma all’abete quel complimento poco garbava.
L’anno appresso era cresciuto di un nodo intero, e l’anno dopo ancora, di un altro; perchè negli abeti dal numero dei nodi si può sempre dire il numero degli anni che sono cresciuti.
"Oh, se fossi alto come quell’albero laggiù!" - sospirava il piccolo abete: "Allora sì, che stenderei i miei bravi rami in lungo e in largo, e dalla mia vetta guarderei per tutto il mondo. Allora gli uccelli potrebbero fare il nido tra le mie fronde, e, quando tira vento, potrei accennare a dondolarmi superbamente anch’io come i grandi."
Non trovava piacere nel calore del sole, negli uccellini, nelle nuvole di porpora che passavano sul suo capo mattina e sera.
Tal volta, nell’inverno, quando la neve era sparsa per tutto bianca e scintillante, una lepre veniva correndo a tutto spiano, e saltava pari pari sopra l’abete. Oh, gli faceva una rabbia... Ma gl’inverni passarono, uno dopo l’altro; e, quando giunse il terzo, il piccolo abete era divenuto così alto, che la lepre fu obbligata in vece a girargli attorno.
"Oh, crescere, crescere, divenir grandi, divenir vecchi! Ecco la sola cosa bella di questo mondo! - pensava il piccolo abete.
Ogni autunno solevano venire i taglialegna a segare gli alberi più alti; e così fecero anche quell’anno. Il piccolo abete, che oramai si era fatto bello alto, rabbrividiva dallo spavento, perchè i grandi alberi maestosi piombavano a terra con fracasso; e poi avevan mozzati tutti i rami, così che rimanevano nudi, lunghi e sottili, da non riconoscerli nemmeno più. E poi erano caricati sui barocci, e i cavalli li trascinavano fuori dal bosco. Dove andavano? che destino li aspettava?
A primavera, quando venivano le rondini e la cicogna, l’alberello domandava loro: "Sapete dove li abbiano portati? Non li avete incontrati per via?"
Le rondini nulla ne sapevano; ma la cicogna, fatta pensosa, scrollava il capo e diceva:
"Sì, credo di saperne qualche cosa. Ho incontrato molti bastimenti nuovi, tornando dall’Egitto; e i bastimenti avevano certi alberi alti... M’immagino che fossero quelli. Odoravano di pino. Posso darti la mia parola ch’erano maestosi, molto maestosi."
"Oh, se fossi grande abbastanza da andar per mare! Che roba è questo mare? A che somiglia?"
"Sarebbe troppo lungo a spiegare..." - e la cicogna se ne andava per i fatti suoi.
"Godi la tua gioventù," - dicevano i raggi di sole: "Rallegrati della tua nuova altezza, della vita giovanile che è dentro di te."
E il vento baciava l’alberello, e la rugiada lo bagnava di lacrime; ma il piccolo abete non comprendeva.
All’avvicinarsi del Natale, furono tagliati certi abeti giovani giovani, taluni anche più giovani e più bassi del nostro alberello, il quale era in continua agitazione, dalla gran voglia che aveva di andarsene. Questi piccoli alberi, ed erano per l’appunto i più belli, si caricavano intatti, con tutti i loro rami, sopra i barocci, per portarli fuori del bosco.
"Ma dove vanno tutti?" - domandava l’abete: "Non sono più alti di me; uno, anzi, era molto più piccino. E perchè a questi non tagliano i rami? Dove li portano?"
"Noi sì, che lo sappiamo! Noi sì, noi sì!" - pigolarono i passeri. "Laggiù, in città, noi guardiamo dentro dalle finestre. Noi sì, sappiamo dove li portano, noi sì! Oh bisogna vedere come li rivestono, con che lusso, con che splendore! Abbiamo guardato dentro dalle finestre, ed abbiamo veduto come li piantino nel mezzo della stanza calda e li adornino delle cose più belle - mele dorate, noci, dolci, balocchi, e centinaia e centinaia di candeline colorate."
"E poi? e poi?" domandava l’abete, e tremava persino, dalla vetta alle radici, per la grande ansietà: "E poi? che cosa avviene poi?"
"Poi? non abbiamo veduto altro. Ah, ma era una bellezza!"
"Chi sa ch’io non sia destinato un giorno ad una simile gloria?" - gridò l’albero allegramente: "È ancora meglio che viaggiar per mare. Ah, che struggimento! Vorrei che fosse oggi Natale! Oramai sono grande e grosso come quelli che furono menati via l’anno passato. Ah, mi par mill’anni d’essere sul baroccio! Mi par mill’anni d’essere nella stanza calda, tra tutta quella pompa, tra quello splendore! E poi? Già, deve poi venire qualche cosa di più bello ancora: se no, perchè mi adornerebbero a quel modo? deve venire poi una grandezza, una gloria anche maggiore; ma quale? Oh, che struggimento, che struggimento! Non so nemmen io che cos’abbia per soffrire così!"
"Gioisci e contentati di noi!" - dicevano l’aria e il sole: "Rallegrati della tua fresca giovinezza nella foresta!"
Ma l’abete non si rallegrava punto: non faceva che crescere e crescere, inverno e estate, sempre più verde, d’un bel verde cupo. La gente diceva: "Che bell’albero!" - e, a Natale, fu tagliato prima di tutti gli altri. L’ascia andò profonda, sino al midollo, e l’albero cadde a terra con un sospiro; provava un dolore, una sensazione di sfinimento, non poteva davvero pensare a felicità: è così triste lasciare il posto dove si è nati e cresciuti... Sapeva che non avrebbe rivisti mai più i vecchi compagni, i piccoli cespugli ed i fiori ch’erano lì attorno - nemmeno gli uccelli, forse... Ah, il distacco fu tutt’altro che lieto!
L’albero non tornò in sè che quando fu scaricato in un cortile insieme con molti altri, e sentì dire:
"Questo sì, ch’è magnifico: non voglio vederne altri. Prendiamo questo."
Vennero due domestici in livrea gallonata, e portarono l’albero in una grande splendida sala. Le pareti erano tutte coperte di quadri, e presso una enorme stufa stavano due vasi della Cina con due leoni dorati sul coperchio: c’erano due poltrone a dondolo, e divani di broccato, e grandi tavole cariche di bei libri con le figure; e balocchi che valevano cento volte cento lire - almeno, così dicevano i bambini. E l’abete fu posto in un grande mastello pieno di sabbia; ma nessuno avrebbe detto che fosse un mastello, perchè era stato ricoperto di stoffa verde, e collocato nel mezzo d’un bel tappeto a colori. Ah, come tremava, ora, il nostro abete! Che sarebbe accaduto? I domestici, ed anche le signorine di casa, incominciarono ad ornarlo. Ad un ramo appesero tante piccole reti intagliate nella carta colorata, ed ogni rete era piena di dolci; noci e mele dorate pendevano qua e là, che parevano nate sull’albero; e più di cento candeline, bianche, rosse e verdi, erano attaccate ai rami. Bambole, che sembravan vive - l’abete non ne aveva mai vedute, di simili, prima d’allora, - si dondolavano tra mezzo al fogliame; e su in alto, sulla vetta dell’albero, era inchiodata una stella di similoro. Insomma, una bellezza, come non se ne vedono.
"Questa sera," - dicevan tutti: "Questa sera ha da esser bello, tutto illuminato!"
"Ah!" - pensava l’albero: "Mi par mill’anni che venga sera, e che i lumicini sien tutti accesi! Quando sarà? Son curioso di sapere se gli alberi verranno dal bosco per vedermi! E i passeri? Chi sa se voleranno contro ai vetri delle finestre? Chi sa come crescerò, qui, tutto adorno così, estate e inverno!"
Sì, l’aveva per l’appunto inzeccata! Ma, a forza di allungare la vetta e di struggersi dal desiderio, s’era buscato un fortissimo mal di tronco; ed il mal di tronco è cattivo per gli alberi, come il mal di capo per gli uomini.
Finalmente le candeline furono accese. Che luccichìo! Che bellezza! L’albero tremava tanto, per tutti i rami, che una delle candele appiccò il fuoco ad un ramoscello verde, il quale n’ebbe una buona sbucciatura.
"Per amor di Dio!" - gridarono le signorine, e si precipitarono a spegnere il fuoco.
Ora l’albero non osava più nemmeno tremare. Ah, che spavento! Stava fermo fermo per non dar fuoco a qualcuno de’ suoi bei gingilli... E poi, tutti quei lumi lo stordivano. In quella le porte del salotto furono spalancate, ed una frotta di bimbi irruppe correndo, come se volessero rovesciare l’albero ed ogni cosa: i grandi li seguirono, con più calma. I piccini rimasero muti, a bocca aperta... oh, ma per un minuto soltanto: poi, principiarono a fare un chiasso così indiavolato, che la stanza ne rimbombava; e si misero a ballare rumorosamente intorno all’albero, e tutti i regali furono colti dai rami, uno dopo l’altro.
"Che fanno?" - pensava l’albero: "Ed ora, che cosa accadrà?"
Le candele andavano consumandosi, e quando erano tutte bruciate, sino al ramo, si spegnevano. Dopo che furono spente, fu permesso ai bambini di spogliare l’albero. Ah, ci si avventarono sopra con una furia, che tutti i rami scricchiolarono. Se la vetta non fosse stata assicurata al soffitto per mezzo della stellina di similoro, sarebbe certo caduto a terra.
I bambini ballavano per la stanza con i bei balocchi nuovi. Nessuno guardava più l’albero, all’infuori della vecchia bambinaia, che gli si accostò e spiò tra i rami; ma soltanto per vedere se mai un fico od una mela vi fosse rimasta dimenticata.
"Una novella! una novella!" - gridarono i bambini, e strascinavano verso l’albero un piccolo signore grasso; ed egli vi si sedette sotto: "Così saremo in un bel bosco verde," - disse; "e l’albero avrà la fortuna di sentire la novella. Ma non ve ne posso raccontare che una sola. Volete quella di Ivede-Avede, oppure quella di Zucchettino-Durettino, che cadde giù dallo scalino, ma poi tornò su, e fu rimesso in onore e sposò la Principessa?"
"Ivede-Avede!" - gridarono alcuni. "Zucchettino-Durettino!" - urlarono gli altri; e ci furono strilli e ci furono anche pianti. L’abete solo rimaneva zitto zitto e pensava: "O io? Che non ci abbia ad entrare?" Ma egli aveva avuto la sua parte nei divertimenti della serata, ed aveva dato, oramai, quello che da lui si voleva.
E il signore grasso raccontò di Zucchettino, che era caduto giù dallo scalino, ma poi era salito ai più alti onori ed aveva sposato la Principessa. E i bambini batterono le mani e gridarono: "Un’altra! un’altra! Raccontane un’altra!" perchè ora volevano la novella di Ivede-Avede; ma dovettero accontentarsi di quella di Zucchettino. L’abete se ne stava zitto zitto, tutto pensieroso: mai gli uccelli del bosco avevano raccontato una storia simile. "Zucchettino era caduto, e pure era tornato in onore, ed aveva sposato la Principessa! Sì, così accade nel mondo!" - pensava l’abete, e credeva che fosse tutto vero verissimo: quegli che aveva raccontato la storia era un signore così per bene!...
"Dopo tutto, chi può dire mai nulla? Forse che anch’io cadrò, e poi sposerò una Principessa!" Ed in tanto si rallegrava tutto al pensiero d’essere adornato di nuovo, la sera dopo, con tanti lumicini e tanti balocchi, e frutta e lustrini: "Domani non tremerò mica più!" - pensava: "Sarò, in vece, tutto felice del mio splendore. Domani, sentirò di nuovo la storia di Zucchettino-Durettino, e forse, chi sa? imparerò anche quell’altra, di Ivede-Avede..."
E l’albero rimase fermo tutta la notte, a pensare.
La mattina entrarono i domestici e la cameriera.
"Ecco che ora ricomincia il mio splendore!" - pensò l’albero. Ma, in vece, fu portato fuori del salotto, e su per la scala, sin nel solaio, in un angolo buio, dove nemmeno arrivava un raggio di sole.
"Che significa questa faccenda?" - pensò l’albero: "Che vogliono che faccia qui ? Ed ora, che cosa accadrà?"
E si appoggiò al muro, e stette lì a pensare, a pensare. E tempo n’ebbe sin troppo, perchè passarono i giorni e le notti, e mai che venisse alcuno; e quando finalmente uno capitò, non fu se non per deporre in un angolo certe grandi casse. Così l’albero rimaneva ora del tutto nascosto: probabilmente, lo avevano dimenticato.
"Fuori è inverno, ora" - pensava l’albero: "la terra è dura e coperta di neve, e non potrebbero piantarmi; sarà per questo che mi tengono qui al riparo sin che non torni la primavera. Quanti riguardi! Che buona gente! Ah, se non fosse questo buio e questa terribile solitudine!.... Mai che si veda nemmeno un leprattino! Era bello, però, il bosco, quando c’era la neve alta, e la lepre passava correndo; sì, anche quando mi passava sopra d’un salto... Allora, mi faceva arrabbiare... Che malinconia in questa solitudine!"
"Piip, piip!" - disse a un tratto un topolino, e fece qualche passo avanti; e poi ne venne subito un altro, piccolino piccolino. Fiutarono l’abete, e si ficcarono tra mezzo ai rami.
"Fa tanto freddo..." - dissero i due topolini: "Se non fosse freddo, si starebbe abbastanza comodi quassù; non le pare, vecchio abete?"
"Non son punto vecchio," - disse l’abete: "Ce ne sono molti e molti più vecchi di me."
"Di dove viene?" - domandarono i topolini "E che nuove porta?" (Erano terribilmente curiosi.) "Ci racconti, la prego, del più bel paese del mondo. C’è stato lei? È stato nella dispensa, dove ci sono i formaggi sopra gli scaffali, e i prosciutti pendono dalla travatura, dove si può ballare sui pacchi di candele, dove si va dentro magri e si esce grassi grassi?"
"Non conosco questo paese;" - rispose l’abete: "Ma conosco il bosco, dove il sole splende e gli uccelli cantano."
E allora raccontò del tempo della sua giovinezza.
I topolini, che non avevano mai udito nulla di simile, stavano attenti; poi dissero: "Quante cose ha vedute lei, signor abete, e come dev’essere stato felice!"
"Io?" - esclamò l’abete, e ripensò a tutto quello che aveva raccontato: "Sì, davvero che quelli erano tempi felici!" Ma poi raccontò della sera di Natale, quand’era tutto carico di dolci e di candeline.
"Oh!" - disse il topo più piccino: "Come dev’essere stato felice lei, nonno abete!"
"Ma non sono nonno, non sono vecchio io!" - disse l’abete: "Sono uscito dal bosco appena quest’inverno. Sono nel fiore dell’età; gli è soltanto che sono cresciuto un po’ in fretta."
"Che magnifiche novelle sa raccontare lei!" - disse il topolino.
E la notte dopo, vennero con altri quattro topolini a sentire quello che l’albero sapeva raccontare così bene; e più raccontava, e più chiaro gli si riaffacciava il ricordo di tutto, e pensava: "Quelli erano tempi lieti! Ma possono tornare. Anche Zucchettino-Durettino cadde dallo scalino, ma poi sposò la Principessina." E allora l’abete ripensò ad una graziosa betulla, che cresceva nella foresta; per l’abete, quell’alberella era una vera Principessa.
"Chi è Zucchettino-Durettino?" - domandò il topo più piccolo.
L’abete gliene raccontò tutta la storia. La ricordava parola per parola; e i topolini, dalla gioia, per poco non gli saltarono sino in vetta. La notte dopo, vennero addirittura in frotta; e la domenica comparvero persino due ratti; ma questi dissero che la storia non era bella, e ai topolini ciò rincrebbe, perchè ora non piaceva più tanto nemmeno a loro.
"Non ne sa altre, novelle?" - domandarono i ratti.
"Non so che questa;" - rispose l’albero: "La udii nella più bella serata della mia vita: non sapevo, allora, quanto fossi felice."
"È una storia molto meschina. Non ne sa una di prosciutti e di candele di sego? non sa storielle di dispensa?"
"No," - disse l’albero.
"E allora, servi devoti!" - dissero i ratti; e tornarono alle loro famiglie. Anche i topolini alla fine se ne andarono; e l’abete sospirò, e disse:
"Era bello, però, quando mi stavano tutti attorno, quei cari topolini così allegri, ed ascoltavano i miei racconti. Ora, è finita anche questa. Ma mi ricorderò di essere contento quando mi levano di qui".
Quando lo levarono? Mah! Fu una mattina che la gente di casa venne su a frugare per tutto il solaio: le grandi casse furono scostate, e l’albero fu scovato fuori: veramente, lo buttarono a terra con certo mal garbo; ma poi un domestico lo strascinò subito sulla scala, alla luce del giorno.
"Ah! la vita ricomincia!" - pensò l’abete.
Sentì la prima aria fresca, i primi raggi di sole, e si trovò fuori, in un cortile. Tutto ciò era accaduto così rapidamente, che l’albero aveva dimenticato di guardare a se stesso: c’era tanto da guardare intorno a lui!... Il cortile confinava con un giardino; e nel giardino, tutto era in fiore: le rose pendevano fresche e profumate al disopra del piccolo steccato; i gigli erano in piena fioritura, e le rondini gridavano "Videvit! Videvit! Viene mio marito-marit!" Ma non intendevano già con questo di parlare dell’abete.
"Ora sì, che vivrò!" - disse l’abete tutto allegro, e distese un po’ più le braccia... Ma, ahimè! Erano tutte secche e gialle; ed egli si vide buttato là, in un angolo, tra le ortiche e le male erbacce. Sulla vetta aveva ancora la stella di similoro, che scintillava al sole.
Nel cortile giocavano due di quegli allegri fanciulli che avevano ballato intorno all’albero la sera di Natale, e lo avevano tanto ammirato. Il più piccino corse a strappargli la stellina dorata.
"Guarda che cosa c’è attaccato a quel brutto alberaccio!" - disse il bambino; e calpestò le rame, che scricchiolarono sotto alle sue scarpette.
L’albero guardò a tutti i fiori lussureggianti, a tutti gli splendori del giardino, e poi guardò a se stesso, e gli dolse di non essere rimasto nell’angolo buio del solaio: ripensò alla sua fresca giovinezza nel bosco; alla lieta notte di Natale; ai topolini, che avevano ascoltato con tanto piacere la novella di Zucchettino.
"È finita! è finita!" - disse il vecchio albero: "Almeno avessi goduto quando potevo! È finita, finita, finita!"
Venne un domestico, segò l’albero in pezzi, e ne fece una fascina. La fascina mandò una bella fiamma sotto la caldaia che bolliva, e sospirò profondamente; ed ogni sospiro era come un lieve scoppiettìo. I bambini, che giocavano lì attorno, corsero a mettersi dinanzi al fuoco; e guardavano, e facevano: "Puff Puff!" Ma ad ognuno di quegli scoppiettii, che era un profondo sospiro, l’albero pensava ad una bella giornata d’estate nel bosco, o ad una notte d’inverno, quando le stelle scintillavano sopra gli abeti; pensava alla sera di Natale ed alla novella di Zucchettino, l’unica novella che avesse mai sentita, l’unica che avesse mai saputo raccontare... E finalmente, l’abete fu tutto finito di bruciare.
Poco dopo i bambini giocavano nel giardino, ed il più piccolo aveva appuntata sul petto una stella dorata, proprio quella che l’abete aveva portata nella più bella serata della sua vita. Era finita, ora: finita la vita dell’albero, e finita anche la novella: finita, finita, finita, come accade di tutte le novelle.

Hans Christian Andersen

Buona festa dell Immacolata 


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