domenica 26 aprile 2026

Gibbosa crescente alta nel cielo

Gibbosa crescente 26 aprile 2026

" ... Mi destai; e si navigava come in propizia stagione. Era notte, una notte tranquilla, la luna era alta - gli uomini morti giacevano uno accanto all’altro.
Giacevano tutti insieme sul ponte, che pareva diventato un carnaio: tutti fissavan su di me i loro occhi impietriti che brillavano al lume della luna.
L’angoscia, la maledizione con la quale morirono, non era sparita mai: io non potevo staccare i miei occhi dai loro, nè sollevarli per pregare.
Ma finalmente questo incanto fu rotto: ancora una volta rivedevo l’oceano verde; e benchè spingessi lontano lo sguardo, non scorgevo quasi più nulla dei passati prodigi.
Ero come un uomo che in una via solitaria si avanza con timore e terrore, ed essendosi voltato un momento, ricammina senza più volger la testa; perchè sente che un orribil demonio è dietro i suoi passi.
Ma presto alitò una brezza su me, senza produrre suono nè moto; il suo passaggio non era sul mare, nell’onda, o nell’ombra.
Mi sollevava i capelli, mi sventolava su le gote, soave come uno zeffiro sui prati di primavera - si mescolava stranamente anch’essa con le mie paure, eppure la sentivo come un fausto saluto.
Rapida, rapida, filava la nave, eppur veleggiava soavemente; dolcemente spirava la brezza - e spirava sopra me solo.
Oh sogno di gioia! Quella ch’io vedo è davvero la punta del fanale? È quella la collina? quella la chiesa? è proprio questo il mio paese?
Si entrò in porto, e io pregai singhiozzando: Mio Dio fa che ora mi desti - o se questo è un sogno, fammi dormire per sempre!
L’acqua nel porto era limpida come cristallo, e sì placidamente stendevasi! la baia era tutta illuminata dal chiarore lunare.
La rupe risplendeva, e non meno la chiesa che è su la rupe; la luna illuminava in perfetto silenzio l’immobile banderuola.
La baia era tutta bianca nella tacita luce, quand’ecco sorgenti da essa varie forme, che erano ombre, apparvero in vermigli colori ..."

La leggenda del vecchio marinaro - 1798
Samuel Taylor Coleridge
Traduzione Enrico Nencioni

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