sabato 10 luglio 2010

Lo specchio di Golconda - I nuovi templari


- Stanotte ho avuto freddo papà.
- La nostra casa è crollata figlio mio, ma stai tranquillo stiamo andando a Roma vedrai.
- Papà ho fame!
- Lo so tesoro ma a Roma vedrai mangeremo.
- Papà ho paura senza i nonni!
- Tra poco saremo tutti insieme, così ci hanno detto da Roma tesoro mio.
- A Roma sono buoni Papà?
- Certo, sono cavalieri invincibili che ci proteggono.
- Eccoli papà li vedo tutti vestiti con le corazze, gli scudi, le lance, sono loro?
- Si amore aspetta ancora un po'.
- Papà perché sanguini?
- Il sangue serve per asfaltare le strade della nostra città è giusto così, ma tu stai dietro di me.
- Circondano la mamma!
- Ma no, la stanno difendendo dai cattivi.
Papà ci stanno passando sopra, ho male!
- Dai coraggio, così arriveranno prima ad aiutarci.
- Papà! Papà! Rispondimi, perché non parli più? Muoviti papà, dai ci sono i buoni, vedrai loro ti aiuteranno. Papà! Papà! Tu stai morendo, Perché?
- Amore mio, perchè papà non ha avuto coraggio. Ma tu no, ricordati, tu tieni la testa sempre alta e combatti.
- Te lo giuro papà!

STRINGIAMOCI A CORTE
SIAM PRONTI ALLA MORTE
SIAM PRONTI ALLA MORTE
L'ITALIA CHIAMO'

E ancora una volta sprezzanti del pericolo, un manipolo di eroi cavalieri impavidi, hanno respinto le soverchianti forze nemiche, menando fendenti a destra e a manca contro feroci invasori della nostra patria.

- Comandante dite a Roma che gli Aquilani sono battuti, gli uomini dispersi, le donne battono in ritirata e gli anziani già stanno rientrando nei loro ospizi, abbiamo vinto!

Un altro giorno di gloria è stato scritto, impresso nelle pagine della nostra storia, rimarrà nei secoli. E io sono costretto ancora una volta a provare vergogna di me stesso, ma tu che leggi ormai ben conosci la mia codardia, io parlo solo di me, tu cerca solo di non somigliarmi.

© Golconda

giovedì 8 luglio 2010

La terra dei faraoni - Il villaggio nubiano

" ... La più bella virtù dei popoli barbari, l'ospitalità, scompare affatto in quei celebri villaggi del Nilo, dove abbondano ciceroni, interpreti, albergatori e compiacenti mercurii. Nella Nubia invece, raramente frequentata dagli Europei , il tipo primitivo si conserva in tutta la sua semplicità. L'ospitalità, il disinteresse, e sopra tutto la sobrietà, sono virtù che sorprendono piacevolmente il visitatore di quelle ignorate contrade. Le capanne d'un villaggio nubiano s'aprono tutte allo straniero, le cui orecchie non sono più assordate dal continuo grido baksciseli, bakschisch (la mancia, l' elemosina) che Io perseguitavano |n Egitto. È difficile per un Europeo formarsi un' idea della sobrietà dei Nubiani. Abituati dalla miseria e favoriti da una naturale robustezza che sfida le privazioni e gli stenti, ignari d'altronde di tutte le delicature del vivere civile, essi domandano al più meschino nutrimento la forza di sopportare fatiche ...
... Con tre o quattro dozzine di datteri e poche gocce d'acqua putrefatta, un Nubiano scorterà i vostri cammelli nel deserto, camminando per dodici ore continue sotto un sole infuocato, colla testa ignuda e sopra un terreno di sabbie che brucerebbe le suole delle nostre scarpe.

La stessa vigoria che fa resistere i Nubiani alla fatica, li sostiene anche contro al dolore; e m'avvenne talvolta di vederne sopportare cento colpi di bastone con impassibile sofferenza e in uno sdegnoso silenzio. Da ciò possiamo formarsi un'idea del partito immenso che si potrebbe cavare da uomini siffatti, ove fossero retti da un capo intelligente e risoluto. Nè mancan essi d'una sufficiente dose d'ingegno naturale. Molte centinaia di Nubiani abbandonano ogni anno la loro patria, e si recano al Cairo, a Costantinopoli o nella Siria, per esercitarvi la professione di domestici; l' attività e fedeltà loro sono in que' paesi divenute proverbiali. L' agricoltura e le altre arti necessarie alla vita possono dirsi in Nubia affatto nell'infanzia: ogni famiglia non coltiva se non ciò che. le è assolutamente necessario per campare la vita e pagare i tributi al governo. I villaggi non constano che d' un piccolo numero di casolari, grossolanamente fabbricati in mattoni crudi; la sola porta e qualche rozza fessura nelle pareti servono a dar aria e luce all'unica camera dove s'accolgono confusamente uomini, donne, fanciulli e gli animali domestici. Non vi hanno moschee od oratorii, tanto frequenti in ogni paese maomettano, se non nelle principali borgate. In generale la religione musulmana non trova in Nubia che assai tiepidi credenti. Le cinque preghiere quotidiane sono quasi sempre dimenticate, e le abduzioni di precetto omesse ancor più di frequente per la preferenza accordata alle unzioni ... "
Viaggio in Egitto, nel Sudan, in Siria ed in Palesstina - 1850 - 51
Emilio Dandolo











" ... la più bella virtù de' popoli barbari, l'ospitalità, scomparve nella maggior parte de' villaggi del Nilo. Nella Nubia invece frequentata di rado dagli europei si conserva nella sua semplicità il primiero tipo: l'ospitalità e soprattutto la sobrietà sono virtù che sorprendono il visitatore di quelle ignorate contrade: le capanne d'un villaggio nubiano apronsi tutte allo straniero, le cui orecchie non assorda più l'incessante grido del bakscisch, ossia mancia, che lo persegue in Egitto ... "

Viaggio nell'Egitto e nell'Alta Nubia - 1859
 Giuseppe Forni












" ... Quell'oasi abbondavadi uno splendore energico, che aveva messole sue grandi radici in terra d'Africa. Prendemmo la feluca e andammo a visitare un villaggio nubiano. Vedevo gli scurissimi indigeni scendere sulle loro piccole imbarcazioni le correnti quiete del Nilo, sfruttando con abilità, la debole brezza. E sulle rive, le palme stormire per il dolce vento.

La nostra barca era molto lenta, eppure si chiamava Concorde. Feci notare la cosa al nocchiere imbastendo una stentata conversazione in inglese e ci ridemmo sopra. Mi disse che il termine ' Nubia ' significava ' oro '. I nubiani, in genere, non usano né l'arabo, né l'inglese, ma hanno conservato la loro lingua.
Le terre in cui vivevano, a causa dell'aumento del livello dell'acqua provocato dalla costruzione della Diga Alta di Assuan, erano state sommerse. Moltissimierano i siti archeologici perduti per sempre. La gente, invece, si era trasferita sulle isole del fiume ... "

Sly - 1998
Banana Yoshimoto
traduzione Alessandro Giovanni Gerevini

mercoledì 7 luglio 2010

Colombi nel parco

" ... Porrai la colombaia, che la vegga l’acqua, et non la porre troppo alta, ma cosi a modo, accioche i colombi stracchi dal volare, quasi con l’alie scherzando liete, s’allegrino sdrucciolarvi ad alie chiuse. Sono alcuni che dicono, che le colombe presi i semi de la campagna, quanto più fatica et viaggio haranno a fare a portarli a lor figliuoli, tanto più gli faranno grossi ... "

Della architettura della pittura e della statua
Leon Battista Alberti






Parco di Castel Sant'Angelo

sabato 3 luglio 2010

Lo specchio di Golconda - Il peso della giovinezza


Corri ragazzo corri, va in fretta alla casa dei tuoi genitori e ringraziali, se li hai persi, va alla loro tomba e prega su di essa. Mostrati felice perché sei vivo, ben sanno quante notti, hanno chiesto e continueranno a chiedere che ti sia concesso ancora un giorno.
Loro non è la colpa se tu muori di fame, se non puoi curare i tuoi figli, se l'aria che ti è concesso respirare è solo quella che esce dalle fogne, se avessero potuto scegliere, non qui, non in questo paese avrebbero posato il loro amore.
Il paese della libertà, dell'onore, delle pari opportunità che ti chiede solo di darti da fare.
Ma si, cosa ci vuole ad arrivare lassù , qualche furto qua e la, un paio di condanne penali, due o tre mogli e qualche compagnia occasionale, bastano anche semplici tentativi di estorsione et voila il gioco è fatto sei pronto per essere onorevole.
Certo per salire più in alto devi metterci maggiore impegno, qui non si fanno favori, niente sconti devi scegliere, altrimenti non lamentarti se ti chiamano "bamboccione". Cazzo! Come devono dirtelo, non ti bastano i continui, assidui, frequenti esempi che tidanno? Deciditi, almeno due o tre litri di sangue infetto, piazzali! Poi vedrai il resto verrà da se. Non voglio illuderti, ma se ti applichi con impegno forse ci scappa anche una macchina blu con tanto di scorta, i bastardi verranno protetti. Però se tutto questo proprio non ti riesce, se proprio non vuoi elevare la tua vita, se credi di non farcela anche a costo di negare a te stesso e a chi ami la speranza di una esistenza migliore, anche la più piccola, allora continua a ringraziare i tuoi genitori affinchè non si stanchino di pregare chi può concederti un altro giorno di vita.
Comunque ricordati, io parlo a me stesso e sono un vigliacco, tu pensa solo se mi somigli un po'.

© Golconda

mercoledì 30 giugno 2010

Ponte Milvio

" ... Ecco, un grido io ti do - Morte a’ tiranni - ;
Portalo, fiume, a Ponte Milvio, tu.

Portal con suono ch’ogni suon confonda,
Portal con le procelle d’Apennin,
Portalo, o fiume; e un’eco ti risponda ... "

Agli amici della valle Tiberina
Giosuè Carducci


Le fonti accertano che il primo riferimento a ponte Milvio risale alla seconda guerra punica, a quando precisamente ci fu il ritorno dalla battaglia di Metauro nel 207 a. C. . Si parla di un ponte di legno costruito da un Molvius della "gens Molvia" per unire la Flaminia alla Cassia.
Il ponte Mollo, come è anche chiamato, tra il 110 e il 109 a. C. fu ricostruito in muratura dal censore Marco Emilio Scauro.
Nel 312 fu il fulcro della battaglia tra Costantino, che secondo la leggenda vide scritto in cielo: " In hoc signos vinces ", e Massenzio.
Nel 1849 Garibaldi lo fece saltare per fermare l'avanzata delle truppe francesi e nel 1850 fu restaurato da papa Pio IX.


Su ispirazione del libro del 1992 e del successivo film "Tre metri sopra il cielo" di Federico Moccia è nata la tradizione da parte degli innamorati di agganciare un lucchetto ai lampioni del ponte per suggellare i loro sentimenti.
Nel 2007 però sotto il peso dell'amore uno dei lampioni ha ceduto ed è precipitato nel Tevere; il comune di Roma ha perciò installato dei pilastri con delle catene dove si può continuare a incatenare i lucchetti; l'amore è salvo!!!


Vista dal ponte

© Sciarada Sciaranti

lunedì 28 giugno 2010

I papaveri rossi


" ... quando il cielo sereno potrà penetrare attraverso le vòlte cadenti e risalutare le erbe e i rossi papaveri - il mio cuore palpiterà di nuovo verso i templi ... "


Così parlò Zarathustra
Friedrich Nietzsche

sabato 26 giugno 2010

Lo specchio di Golconda - Il popolo zombi

Da oggi si apre questo spazio che non mi appartiene; come sostiene l'autore (scherzando naturalmente) sono solo l'editore che pubblica i suoi pezzi, a volte delineati da una vena di pazzia aggiungo io, ma cos'è la pazzia se non un altro modo di vedere la realtà. Non sempre sono d'accordo con ciò che dice, ma la maggior parte delle volte riesce a far vibrare le corde della mia anima, per questo ho deciso di averlo come mio ospite. Non so quanto durerà questo spazio, non abbiamo posto un tempo limite, si vedrà. Golconda parla a se stesso guardandosi allo specchio per rivelare la sua parte oscura, l'ombra che è parte integrante della sua essenza, urla la sua realtà, le sue verità, senza freni inibitori.


Il Quarto Stato
1901
Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il popolo zombi

Non cercarli nei riti voodoo dell'Africa nera, tantomeno nei racconti di antiche leggende popolari; potrai illuderti nelle pagine di scrittori dalla fervida fantasia che ti parleranno di vampiri e licantropi, ma anche li, quando la tua fantasia morirà non ne troverai, eppure esistono! Sono reali, fatti di vera materia, respirano, si nutrono, si può toccarli, milioni di morti che camminano. Una massa enorme, da cui solo i privilegiati se ne tengono fuori ed i reietti ne sono respinti, tutto il resto Zombi.
Io sono uno Zombi, tu che mi leggi sei uno Zombi, la casa in cui rientri ne è piena, i miei figli, i tuoi che ogni notte accarezzi già mostrano i sintomi, eppure non vediamo, non vogliamo vedere, ingannandoci con piccoli sogni mai realizzati.
Vigliacchi totali che giustificano se stessi e la dignità che vendono ai dispensatori di favori, si questo siamo null'altro che questo, maestri di invidia, mercanti di affetti, ladri, corrotti e corruttori nello stesso istante, traditori e porci intellettuali.
Un popolo incapace di darsi una guida e di seguirla, amico di Caino, fratello di Giuda, figlio di Erode e padre di tutti costoro.
Se per un attimo, un solo attimo tu pensassi che tutto questo non sia la realtà allora meriti di morire, se tu credessi che sia possibile cambiarlo, che DIO ti regali al più presto la pazzia, se reputi che il pazzo sia io allora hai già ricevuto il regalo.
Tornerò a scrivere e tu a leggermi se ne avrai voglia, sappi che quando lo farò starò parlando di me, chiediti se mi somigli.

© Golconda

venerdì 25 giugno 2010

" Il Porcino della Minerva"

Quest'opera di Gian Lorenzo Bernini si erge nel rione Pigna di Roma, inizialmente venne chiamata popolarmente "Porcino della Minerva" perché per i romani l'animale scolpito, più che a un elefante, assomigliava a un piccolo maiale; successivamente fu anche chiamato "Pulcin della Minerva".


La sua esistenza è legata essenzialmente al luogo in cui si trova perché al tempo degli antichi romani qui sorgevano tre templi: il Minervium di origine domiziana dedicato a Minerva Calcidica, l'Iseum dedicato a Iside e il Serapeum dedicato a Serapide; sui resti del tempio di Iside venne costruito un convento per i domenicani che scavando nel giardino scoprirono nel 1665 un obelisco, gemello di quello Macuteo che si trova non molto distante in piazza della rotonda davanti al Pantheon, e  papa Alessandro VII, in accordo con i frati che non volevano che il reperto  fosse allontanato dalla loro casa professa, decise di farlo erigere sul sito dell' attuale piazza della Minerva.


Padre Paglia, un architetto domenicano propose un progetto in cui l'obelisco, che reca incisioni su tutti e quattro i lati,  dedicato al faraone Hofra del VI secolo a.C., e nominato anche nelle Sacre Scritture:
"Ecco, io darò il Faraone Hofra, re d'Egitto, in mano dei suoi nemici, in mano di quelli che cercano la sua vita, come ho dato Sedekia, re di Giuda, in mano di Nebukadnetsar, re di Babilonia, suo nemico, che cercava la sua vita."
Ger. 44,30

doveva sormontare sei piccoli colli in onore dello stemma dei Chigi, famiglia alla quale Alessandro VII apparteneva, e quattro cani, uno per ogni angolo, per rappresentare la fedeltà dei "Domini canes" ovvero dei domenicani - cani del Signore. Il Papa però non approvò il progetto perché voleva un simbolo della "Divina Sapienza" per rendere omaggio a Cristo, pertanto fu chiamato Gian Lorenzo Bernini che, ispirato da un romanzo del XV secolo di Francesco Colonna "l'Hypnerotomachia Poliphili - La battaglia d'amore in sogno di Polifilo", scelse la figura dell'elefante in quanto sembrava perfetto per rappresentare simbolicamente la forza e per sorreggere strutturalmente l'obelisco. Padre Paglia però contrastò l'idea del Bernini di scolpire l'elefantino senza una base sottostante, asserendo che: 
"Niuno perpendicolo di pondo non debi sotto a sè habere aire overamente, perché essendo  intervacuo non è solido ne durabile" -
"Nessun peso perpendicolare deve poggiare sul vuoto perché non è ne solido ne duraturo",
e il papa ordinò che l'elefantino venisse supportato da una base.

  

Il Bernini cercò di coprire il supporto cubiforme facendo indossare all'elefantino una gualdrappa su cui era scolpito lo stemma dei Chigi, sei monti sovrastati da una stella a otto punte, ma non riuscì rendere più leggero il senso di pesantezza dell'opera.


Nel disegno definitivo del Bernini che fu poi realizzato dall'allievo Ercole Ferrata nel 1667, l'elefantino porgeva le terga con la coda spostata di lato e la proboscide al convento dei domenicani,
 
  
sottigliezza questa che non sfuggì a Monsignor Sergardi che con lo pseudonimo di Quinto Settano scrisse questo epigramma:
"Vertit terga elephas versaque proboscide clamat: Kiriaci frates hic ego vos habeo" -
"L'elefante volge le terga è grida con la proboscide rivolta all'indietro: fratelli del Kirie io vi ho qui"


Sui lati del cubo si legge:
"Alessandro VII, l'antico obelisco, monumento di Pallade Egizia, venuto fuori dal suolo ed eretto nella piazza dedicata a Minerva e ora  alla Madre di Dio, nell'anno 1667 dedicò alla Divina Sapienza." 
Scritto da Alessandro VII


"Oh, tu, che vedi trasportati qui da un elefante, il più forte tra gli animali, i geroglifici del sapiente Egitto, comprendi l'ammonimento: è necessaria una robusta mente per sostenere la solida sapienza."
Scritto da Alessandro VII


 Stemma papale


Sulla destra si può vedere parte dell'ex convento dei domenicani, oggi biblioteca del senato dedicata a Giovanni Spadolini e dietro l'obelisco la cupola del Pantheon.

© Sciarada Sciaranti

mercoledì 23 giugno 2010

Matisse e la leggenda

Gatto tra i vasi

L'antica popolazione dei Khmer viveva in Birmania prima della venuta del Buddha e venerava varie divinità a cui erano dedicati dei bellissimi templi, quello di Lao-Tsu era per la dea della reincarnazione delle anime Tsun Kian Kseche che veniva raffigurata in una statua d'oro massiccio con due enormi e splendidi occhi di zaffiri blu.
Il tempio veniva custodito dai monaci Kittahs che si prendevano cura di cento gatti bianchi dagli occhi dorati e dalle zampe color della terra, in cui si reincarnavano dopo la morte.
Si racconta che Sinh, uno dei gatti del tempio, nel giorno in cui vide uccidere da alcuni predoni il gran sacerdote Mun Ha mentre stava in meditazione davanti alla statua di Tsun Kian Kse, in un moto d'affetto da compagno fedele, salì sul corpo senza vita di Mun Ha e guardò profondamente gli occhi di zaffiro della dea come se volesse chiedere giustizia per il su amico, mise anche in allerta gli altri monaci che così riuscirono a salvarsi dall'attacco dei predoni.
Superato il pericolo, per volere di Tsun Kian Kse, il pelo di Sinh divenne dorato come la statua, i suoi occhi divennero blu zaffiro come quelli della dea, le sue zampette divennero bianche come simbolo di purezza e gli arti, il muso, le orecchie e la coda assunsero il colore della terra.
I novantanove gatti rimanenti assunsero tutti i colori di Sinh che vennero così trasmessi all'intera discendenza dei Sacri di Birmania.

© Sciarada Sciaranti

martedì 22 giugno 2010

Matisse


Vi presento Matisse, è un Sacro di Birmania blue point, la sua famiglia proviene dal Myanmar - Birmania e risale al XIX secolo. 


Gatto

Il blue point introdotto dagli allevatori nel 1950, è un colore che si avvicina al grigio argento dal tono freddo ma delicato. I point sono i punti freddi del corpo: muso, orecchie, zampe e coda e negli esemplari maschi anche i genitali. 
Dove la temperatura del corpo è più alta, il colore si presenta più chiaro, addirittura bianco, la diversità del pigmento è dovuta al gene himalaiano che agisce sul pelo di crescita per cui i peli che si trovano in una parte calda del corpo si sbiadiscono durante la crescita, quelli che si trovano in una parte fredda del corpo si scuriscono. 

© Sciarada Sciaranti

lunedì 21 giugno 2010

Il pony

Avrei preferito vedere questo pony senza briglie libero di pascolare a suo piacimento.


La Fédération Équestre Internationale ha ufficialmente chiamato pony un cavallo che misura meno di 152 centimetri.


In Australia cavalli che misurano tra i 140 e i 150 centimetri sono chiamati gallopony. 
Gli indiani d'America usano il termine pony per riferirsi ai loro cavalli anche se questi sono di dimensioni notevolmente superiori rispetto a quelle ufficiali standard.

domenica 20 giugno 2010

La fragilità

" ... La fragilità è un valore umano.

Non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell’affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione.
La fragilità è come uno scudo che ci difende dalle calamità, quello che di solito consideriamo un difetto è invece la virtuosa attitudine che ci consente di stabilire un rapporto di empatia con chi ci è vicino.
Il fragile è l’uomo per eccellenza, perché considera gli altri, suoi pari e non, potenziali vittime, perché laddove la forza impone, respinge e reprime, la fragilità accoglie, incoraggia e comprende ... "

L'uomo di vetro
 Vittorino Andreoli


giovedì 17 giugno 2010

Il nido


" È istinto di natura

L'amor del patrio nido. Amano anch'esse
Le spelonche natìe le fiere istesse. "

Metastasio



Nel giardino della Mamy abbiamo scoperto questo nido



Al centro di questa foto si intravede l'uccellino che fa la guardia
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