Era l'autunno del 1943. Dopo l'armistizio dell'8 settembre, Roma cadde sotto l'occupazione tedesca, e la città visse settimane di incertezza e paura costante. I tedeschi, subentrati al controllo delle forze fasciste, avviarono subito rastrellamenti e arresti, in particolare contro la popolazione ebraica. Il 16 ottobre 1943, nel cosiddetto grande rastrellamento del Ghetto, oltre mille ebrei romani furono deportati ad Auschwitz e pochissimi fecero ritorno; un tragico evento che segnò l'inizio di una persecuzione sistematica e metodica.
Con il rafforzamento dei controlli, anche gli ospedali iniziarono a essere perquisiti dalle autorità tedesche alla ricerca di ebrei nascosti. Come proteggere i pazienti ebrei senza attirare l'attenzione dei nazisti? La risposta fu tanto rischiosa quanto ingegnosa, inventare una malattia che non esisteva.
Ospedale Fatebenefratelli
Sull'Isola Tiberina, l'Ospedale Fatebenefratelli, gestito dall'Ordine dei Frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio, offrì il contesto ideale. Grazie alla combinazione di personale religioso e laico, alla certa autonomia gestionale e alla storica reputazione dell'istituzione, era possibile orchestrare un stratagemma difficile da contestare. I medici dell'ospedale inventarono il cosiddetto "Morbo di K", una malattia fittizia descritta come altamente contagiosa e potenzialmente mortale, con sintomi respiratori e neurologici gravi; bastavano una cartella clinica convincente e il timore del contagio a rendere credibile l'inganno.
La scelta della lettera K, secondo alcune testimonianze, era un riferimento ironico e silenzioso a comandanti tedeschi come Albert Kesselring o Herbert Kappler, figure centrali nell'occupazione di Roma. Un gesto di beffa sottilissimo, invisibile ai più, ma carico di significato morale, una forma di resistenza silenziosa nascosta dietro il linguaggio della medicina.
Durante le ispezioni, i soldati tedeschi venivano avvertiti del pericolo di contagio. I pazienti classificati come affetti dal Morbo di K simulavano tosse, difficoltà respiratorie e stati di agitazione. Di fronte a una malattia sconosciuta e apparentemente letale, i militari preferivano allontanarsi rapidamente, evitando quei reparti. Così l'ospedale divenne un rifugio sicuro, inaccessibile ai controlli più aggressivi.
Tra i protagonisti dell'operazione, spiccano tre figure chiave, Giovanni Borromeo, Direttore sanitario dell'ospedale, coordinò l'accoglienza degli ebrei nascosti e avallò l'invenzione del Morbo di K, assumendosi una responsabilità enorme. Per il suo coraggio, è stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni.
Adriano Ossicini, medico e giovane antifascista, partecipò attivamente alla simulazione della malattia e al contatto con i pazienti nascosti. La sua esperienza lo segnò profondamente, e in seguito intraprese anche una lunga carriera politica.
Vittorio Sacerdoti, medico ebreo costretto a vivere sotto falsa identità per evitare l’arresto, continuò a lavorare al Fatebenefratelli grazie alla protezione di Borromeo. La sua presenza aumentava il rischio, ma allo stesso tempo rendeva ancora più significativo il gesto di salvare vite mentre la propria era in pericolo.
Questa era l'Italia della Resistenza e il Morbo di K, ne rappresenta un esempio morale e pratico straordinario che si manifestò nella discrezione, nell'ingegno e nella scelta quotidiana di dire "no" all'ingiustizia con i mezzi disponibili. L'operazione del Fatebenefratelli dimostra come la solidarietà, il coraggio e l'intelligenza possano diventare armi potenti per proteggere la vita con astuzia e umanità contro la persecuzione, la violenza e la stupidità.
P.S. È importante ricordare che, oltre a Roma, simili forme di protezione si svilupparono in altri contesti ospedalieri e religiosi in Italia, contribuendo a costruire una memoria di resistenza che va oltre le armi e le barricate.
Se vi va e avete tempo, questa sera sintonizzatevi su RAI 1 per seguire "Morbo K" la storia di un incredibile atto di genio.

Spero che almeno oggi gli imbecilli abbiano il coraggio di stare zitti, ne dubito. Segugio
RispondiEliminaIo lo seguirò. Segugio
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