venerdì 28 dicembre 2012

L'Uomo di Neve

Le pitture rupestri degli uomini preistorici raccontano della primordiale e innata voglia dell'essere umano di rappresentare sé stesso e il mondo attraverso una forma d'arte; non è difficile pertanto pensare, anche se di ciò non possiamo averne memoria, che, durante l'inverno, la neve fosse adoperata come materiale per realizzare piccole o grandi ed effimere figure che arricchivano di giovialità le lunghe e fredde giornate di una stagione così ostica per la sopravvivenza. L'uomo di neve nel corso dei secoli ha abbattuto le classi sociali ponendo la sua esistenza egualmente nelle mani di ricchi e poveri e nella fantasia di tutta la gente che aveva, ha e avrà il desiderio di dare libera esternazione al genio della propria immaginazione. 

Il pupazzo di neve

Nella vita secunda S. Francisci scritta tra il 1246 e il 1247, da Tommaso da Celano incontriamo una famiglia di pupazzi di neve: 
116. Nell'eremo dei frati di Sarteano il maligno, che sempre invidia il progresso spirituale dei figli di Dio, ebbe addirittura questa presunzione. Vedendo che il Santo attendeva continuamente alla sua santificazione, e non tralasciava il guadagno di oggi soddisfatto di quello del giorno precedente, una notte, mentre pregava nella sua celletta, lo chiamò per tre volte: "Francesco, Francesco, Francesco". "Cosa vuoi?". E quello: "Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito. Ma chiunque causa la propria morte con una penitenza rigida non troverà misericordia in eterno ". Il Santo riconobbe subito, per rivelazione, l'astuzia del nemico, come cercava di indurlo alla tiepidezza. Ma, cosa crederesti? Il nemico non tralasciò di rinnovargli un altro assalto. Vedendo che in tale modo non era riuscito a nascondere il laccio, ne prepara un altro, cioè uno stimolo carnale. Ma inutilmente, perché non poteva essere ingannato dalla carne, chi aveva scoperto l'inganno dello spirito. Gli manda dunque il diavolo, una violentissima tentazione di lussuria. Appena il Padre la nota, si spoglia della veste e si flagella con estrema durezza con un pezzo di corda. "Orsù, frate asino,--esclama--così tu devi sottostare, così subire il flagello! La tonaca è dell'Ordine, non è lecito appropriarsene indebitamente. Se vuoi andare altrove, va' pure ". 117. Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava, mentre tutte le membra erano arrossate di lividi, aprì la celletta e, uscito nell'orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo: "Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa' presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore ". All'istante il diavolo confuso si allontanò, ed il Santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio. Un frate di spirito, che allora attendeva alla preghiera, osservò tutto, perché splendeva la luna in cielo. Ma, quando più tardi il Santo si accorse che un frate l'aveva visto nella notte, molto spiaciuto, gli ordinò di non svelare l'accaduto a nessuno, fino a che fosse in vita. 
Capitolo LXXXII Il diavolo lo chiama per tentarlo di lussuria, ma il santo lo vince 

Pupazzi di neve

In un Libro delle Ore risalente al 1380 d.C. conservato alla Koninklijke Bibliotheek dell'Aia, precisamente in una pagina che parla della crocifissione di Gesù Cristo, incontriamo invece la prima miniatura di un uomo di neve che ci dà le spalle con il volto di profilo, indossa un cappello di stile ebraico e si trova sopra uno sgabello posto su un braciere acceso che potrebbe simboleggiare la forza di affrontare il dolore 

Uomo di neve

e se nel 1461 Francois Villon nella ballata delle "Dame di un Tempo" si rammarica per l'assenza della neve:
 
Ditemi dove, in quale contrada
è Flora, la bella Romana
dov'è Taide, Archiapada,
che fu sua cugina germana;
Eco, che parla se su sullo stagno 
o sul fiume voce si dà,
e più che umana ebbe beltà.
Dove le nevi dell'altro anno?

Dov'è Eloisa tanto dotta
per il cui amore fu castrato
Pietro Abelardo e poi accolto 
a San Dionigi, tonsurato? 
E dov'è la regina al cui cenno 
chiuso in un sacco fu gettato 
Buridano dentro la Senna? 
Dove le nevi dell'altro anno? 

Bianca, regina, ch'era un giglio,
e voce aveva di sirena, 
Berta-gran-piè, Beatrice,Alice, 
Aremburgi,signora del Maine, 
e di Lorena la buona figlia, 
Giovanna, arsa viva a Rouan; 
dove, o Vergine, dove mai stanno? 
Dove le nevi dell'altro anno? 

Di loro Principe, non chiedete
dove sono, ora o fra un anno, 
se il ritornello non volete: 
dove le nevi dell'altro anno? 

L'uomo di neve con mantelle e cappello a cilindro

il grande Michelangelo il 20 gennaio del 1494, dopo un'abbondante nevicata su Firenze, per volere di Piero de' Medici, realizza un uomo di neve con le fattezze di Ercole che resistette integro per ben otto giorni e che gli permise di riacquistare il privilegio di frequentare palazzo De' Medici dopo la morte del suo mecenate Lorenzo, avvenuta nel 1492.

Michelangelo Buonarroti - Jacopino del Conte

Nel 1510 nel diario di un farmacista fiorentino Luca Landucci si legge: " Un certo numero dei più bei leoni di neve sono stati effettuati a Firenze ... e molte figure nude sono state fatte anche da buoni maestri " e 
nel 1511, complice la temperatura che per sei settimane non superò lo zero, in ogni angolo di Bruxelles, furono create con la neve numerose figure che si rifacevano a temi di vario genere tra le quali spiccavano quelle di soggetti verso cui gli abitanti manifestavano il loro dissenso, tali opere originarono una sorta di contrasti che spinsero i funzionari locali a diffondere dei volantini in cui si leggeva: " Gli uomini nobili della città di Bruxelles proclamano che nessuno, durante il giorno o di notte, può danneggiare un qualsiasi personaggio di neve " e chiunque avesse disobbedito sarebbe incorso in pene severissime, situazione questa, opposta a quella di Zurigo che vedeva e vede tutt'oggi ad Aprile, nella festa di primavera, il falò del fantoccio Böögg e l'esplosione dei pupazzi di neve che salutano e pongono fine all'inverno, la festa è chiamata Sechseläuten - sei rintocchi, a ricordo della campana del Grossmünster che alle sei, durante il periodo estivo, annunciava la fine della giornata lavorativa.

Il falò dell'uomo di neve

L'otto febbraio 1690 due ore prima dell'alba, durante la guerra che vedeva contrapposti gli inglesi e i francesi per la supremazia delle colonie del Nord America, le truppe francesi sostenute dai nativi americani, Mohawk, Sault e Algonquin, saccheggiando e bruciando case e fienili, causando la morte di 62 vittime tra cui 30 uomini, 10 donne e 12 bambini e facendo prigioniere 27 persone, misero in atto un incursione nel villaggio di Schenectady New York State, superando l'avamposto composto da due pupazzi di neve che le sentinelle, non immaginando che in una notte così fredda qualcuno potesse attaccarli, lasciarono illusoriamente di guardia davanti al portone rimasto socchiuso a causa del gelo.

Massacro di Schenectady 1690

Nel XVII e XVIII secolo anche i marinai a bordo delle loro navi solevano costruire i loro pupazzi di neve.
Si racconta che nel 1851 l'equipaggio della Pioneer mentre era intrappolato tra i ghiacci della Groenlandia impiegò il tempo nella messa in opera di statue di neve tra cui quella di una donna seduta con un una lancia ed uno scudo, la Britannia allegoria della Gran Bretagna.

Britannia

" Fa così freddo che scricchiolo tutto" disse l'uomo di neve. " Il vento, quando morde, fa proprio resuscitare! Come mi fissa quello là!" e intendeva il sole, che stava per tramontare. "Ma non mi farà chiudere gli occhi, riesco a tenere le tegole ben aperte. " Infatti i suoi occhi erano fatti con due pezzi di tegola di forma triangolare. La bocca invece era un vecchio rastrello rotto, quindi aveva anche i denti. Era nato tra gli evviva dei ragazzi, salutato dal suono di campanelli e dagli schiocchi di frusta delle slitte. Il sole tramontò e spuntò la luna piena, rotonda e grande, bellissima e diafana nel cielo azzurro."Eccolo che arriva dall'altra parte!" disse l'uomo di neve. Credeva infatti che fosse ancora il sole che si mostrava di nuovo.
"Gli ho tolto l'abitudine di fissarmi, ora se ne sta lì e illumina appena perché io possa vedermi. Se solo sapessi muovermi mi sposterei da un'altra parte. Vorrei tanto cambiare posto! Se potessi, scivolerei sul ghiaccio come hanno fatto i ragazzi, ma non sono capace di correre."
"Via, via!" abbaiò il vecchio cane alla catena. Era un po' rauco, lo era diventato da quando non stava più in casa e non dormiva più vicino alla stufa. "Il sole ti insegnerà senz'altro a correre! L'ho già visto con il tuo predecessore dell'anno scorso, e con quello dell'anno prima. Via, via! e tutti ve ne andrete!"
"Non ti capisco, amico!" disse l'uomo di neve. "Quello lassù mi deve insegnare a correre?" e intendeva la luna. "È corso via infatti, quando l'ho fissato prima, ma ora spunta fuori da un'altra parte!"
"Tu non sai nulla" gli rispose il cane alla catena "ma sei appena stato fatto! Quella che tu vedi si chiama luna, quello che se n'è andato era il sole. Tornerà domani e ti insegnerà a scorrere nel fosso. Tra poco cambierà il tempo, lo sento dalla zampa posteriore che mi fa male. Cambierà il tempo."
"Non lo capisco" commentò l'uomo di neve "ma ho la sensazione che stia dicendo qualcosa di spiacevole. E quello che mi fissava e se ne è andato si chiama sole, non deve essermi amico neppure lui, lo sento."
"Via! Via!" abbaiò il cane alla catena, poi girò tre volte su se stesso e si ritirò nella cuccia per dormire.
Il tempo cambiò davvero. Una nebbia fitta e umida si stese durante la mattinata su tutto il territorio, all'alba cominciò a soffiare il vento, un vento gelato che fece spuntare dappertutto il ghiaccio, ma che splendore quando comparve il sole! Tutti gli alberi e i cespugli erano ricoperti di ghiaccio, era come vedere un intero bosco di coralli bianchi, come se tutti i rami fossero ricoperti di lucenti fiori bianchi. Quei rami sottili che d'estate non si possono vedere a causa delle molte foglie si mostravano ora uno per uno, sembravano un ricamo, e tutto era bianco splendente come se da ogni ramo sgorgasse un bianco splendore. La betulla si piegava al vento, c'era vita in lei, come in tutti gli alberi nel periodo estivo, era uno splendore senza fine. Quando brillò il sole ogni cosa scintillò, come se tutto fosse stato ricoperto di una polvere lucente, e sulla distesa di neve che ricopriva la terra luccicavano grandi diamanti, o meglio si poteva credere che bruciassero infiniti lumini ancora più bianchi della bianca neve.
"È una meraviglia incredibile!" disse una fanciulla che con un giovane attraversava il giardino, poi si fermò proprio vicino all'uomo di neve e si mise a guardare quei meravigliosi alberi "In estate non c'è una vista così bella!" disse, e le brillavano gli occhi."E non abbiamo neppure un tipo come questo qui!" disse il giovane indicando l'uomo di neve. "È proprio bello!"La fanciulla rise, fece una riverenza all'uomo di neve e ballò col suo amico sulla neve che scricchiolò sotto di loro, come fosse stata di celluloide."Chi erano quei due?" chiese l'uomo di neve al cane alla catena. "Tu vivi da più tempo qui nel cortile, li conosci?" "Certo!" disse il cane alla catena. "Lei mi ha accarezzato, e lui mi ha dato un osso. Così non li mordo."
"Ma che cosa rappresentano qui?" chiese l'uomo di neve.
"Innamo-o-r-a-t-i" disse il cane. "Si trasferiranno in un canile e rosicchieranno insieme le ossa. Via! Via!"
"E due come loro sono importanti quanto te e me?" chiese l'uomo di neve.
"Appartengono alla classe dei padroni" disse il cane. "Non si sa proprio nulla quando si è nati ieri, lo vedo bene guardando te! Io invece sono vecchio e ho una grande conoscenza delle cose, conosco tutti qui nel cortile! E ho conosciuto un tempo in cui non stavo qui al freddo e alla catena. Via! Via!"
"Il freddo è bello» disse l'uomo di neve. "Racconta, racconta! ma non devi agitare la catena perché mi fa scricchiolare."
"Via! Via!" abbaiò il cane. "Io ero un cucciolo; piccolo e grazioso, così dicevano, quando stavo su una sedia di velluto o mi prendeva in grembo il padrone più importante; mi baciavano sulla gola e mi asciugavano le zampette con un fazzoletto ricamato. Mi chiamavamo “Bellissimo”, “Tesoruccio”, ma poi divenni troppo grande per loro, allora mi diedero alla governante. Passai così al pianterreno. Lo puoi vedere da dove ti trovi, puoi vedere in quella cameretta dove io sono stato padrone, quando ero dalla governante. Naturalmente era più piccola di quella di sopra, ma era molto più piacevole: non venivo stuzzicato e trascinato dappertutto dai bambini, come accadeva di sopra; e avevo del buon cibo, proprio come prima, anzi di più! avevo il mio cuscino e poi c'era una stufa che in questa stagione è la cosa più bella del mondo! Mi raggomitolavo lì sotto e era come se sparissi. Oh, quella stufa me la sogno ancora. Via! Via!"
"È bella la stufa?" chiese l'uomo di neve. "Mi assomiglia?"
"È proprio il tuo contrario! È nera come il carbone, ha un lungo collo e uno sportelletto d'ottone; divora pezzetti di legno, così le esce il fuoco dalla bocca. Bisogna mettersi proprio di fianco, vicini vicini, o anche sotto, che meraviglia! Tu dovresti riuscire a vederla attraverso la finestra!"
L'uomo di neve guardò e vide veramente un grande oggetto nero, lucido, con una porticina di ottone, e il pavimento intorno tutto illuminato. L'uomo di neve si sentì molto strano, aveva una sensazione che non riusciva a spiegarsi, sentiva qualche cosa che non conosceva, ma che tutti conoscono se non sono fatti di neve. "Perché l'hai lasciata?" chiese l'uomo di neve: sentiva che doveva essere una creatura femminile. "Come hai potuto lasciare un posto simile?"
"Ci fui costretto" spiegò il cane alla catena. "Mi cacciarono fuori e mi misero alla catena. Avevo morso il padrone più giovane alla gamba, perché aveva dato un calcio a un osso che stavo rosicchiando. Osso per osso, pensai io! Ma loro se la presero molto e da allora mi trovo alla catena e ho perso la mia bella voce: senti come sono rauco! Via! Via! E così finì la bella vita per me."
L'uomo di neve non ascoltava più, fissava continuamente la stanza della governante dove si trovava la stufa sulle quattro gambe di ferro: sembrava alta quanto lui. "Come scricchiolo!" disse. "Riuscirò mai a entrare? Sarebbe un desiderio innocente e tutti i nostri desideri innocenti dovrebbero venire esauditi. È la mia massima aspirazione, il mio unico desiderio, e sarebbe quasi ingiusto se non venisse esaudito. Devo andare lì dentro, devo arrivare fino a lei, anche se devo rompere il vetro."
"Non entrerai mai!" rispose il cane alla catena. "E se mai arrivassi alla stufa, allora te ne andresti, hai capito? te ne andresti."
"È come se fossi già andato!" disse l'uomo di neve. "Mi viene da vomitare."
Per tutto il giorno l'uomo di neve guardò in quella stanza; nella penombra il locale sembrava ancora più bello, dalla stufa proveniva una luce così tenue che neppure la luna o il sole sapevano eguagliare, un bagliore tipico di una stufa quando c'è qualcosa dentro. Se aprivano la porta, allora usciva una fiammata, era una sua abitudine; questa fece diventare il bianco volto dell'uomo di neve tutto rosso, e lo illuminò fino al petto. "Non resisto più!" disse. "Come le dona tirar fuori la lingua!"
La notte fu molto lunga, ma non per l'uomo di neve che si era abbandonato ai suoi bellissimi pensieri, e questi, gelando, scricchiolavano. Al mattino le finestre del pianterreno erano gelate, ricoperte dei più bei fiori di ghiaccio che un uomo di neve possa desiderare, ma gli toglievano la vista della stufa. Il ghiaccio dei vetri non voleva sciogliersi, così lui non riusciva a vederla. Si sentiva uno scricchiolio, un crepitio, era proprio un tempo da gelo che doveva divertire un uomo di neve, ma lui non era per niente divertito: avrebbe potuto sentirsi felicissimo ma non lo era, perché aveva nostalgia della stufa.
"È una pessima malattia per un uomo di neve!" commentò il cane alla catena. "Ho sofferto anch'io di quella malattia, ma ormai l'ho superata. Via! Via! Ora cambierà il tempo."
E infatti il vento cambiò, e sciolse la neve. Venne il caldo, e l'uomo di neve dimagrì. Non disse nulla, non scricchiolò, e questo era proprio il segno della fine. Una mattina crollò. Nel punto in cui si trovava rimase infilzato qualcosa che assomigliava a un manico di scopa: i ragazzi ce lo avevano costruito intorno. "Adesso capisco quella sua nostalgia!" disse il cane alla catena. "L'uomo di neve aveva un raschiatoio della stufa in corpo; è quello che lo turbava, ma adesso tutto è finito. Via! Via!"
E ormai anche l'inverno era quasi finito.
"Via! Via!" abbaiava il cane alla catena, ma le bambine in giardino cantavano:
Affrettati, mughetto, bello e fresco,
getta i rametti, o salice.
Venite, cuculi, allodole, cantate!
C'è già primavera alla fine di febbraio!
Io canto con voi, cuculi, cucù!
Vieni, caro sole, esci anche tu!
E nessuno pensò più all'uomo di neve.

L'Uomo di Neve
Hans Christian Andersen

N.B. Jackie Wullschlager, biografo di Andersen sostiene che l'uomo di neve del 1861, sia una favola complementare all'Abete scritta nel 1844, lo scrittore manifesta tutto il suo tormento e la sua frustrazione per la insoddisfacente ma felice relazione d'amore con Harald Scharff, ballerino del Royal Theatre di Copenaghen.

L'Uomo di neve

La diffusione dei biglietti e delle cartoline augurali nel XIX secolo (vedi post di Elettra: I biglietti augurali) su cui viene ampiamente raffigurato, colloca l'uomo di neve tra le icone del Natale; caratterizza lo spirito invernale che accompagna Babbo Natale, è il Jokul Frosti ( Jack Frost) - ghiacciolo di ghiaccio, il Padre inverno degli antichi vichinghi che aveva il compito di far nevicare per mimetizzare e nascondere le tracce di Santa Claus durante la consegna dei regali.

l'Uomo di neve

Bisogna avere una mente da inverno 
Per contemplare il gelo e i rami
Dei pini incrostati di neve; 

Ed aver avuto freddo a lungo
Per osservare i ginepri irti dal ghiaccio,
I rudi abeti spogliati nel luccichio remoto 

Del sole di gennaio; e non pensare
Ad una infelicità nel gemito del vento,
Nel suono delle poche foglie, 
Voce della terra visitata
da quel vento che sempre
Soffia nello stesso luogo spoglio 

Per l'ascoltatore, che ascolta nella neve,
E, niente lui stesso, osserva
Niente che non è li e il niente che è.


L'uomo di neve 
Wallace Stevens
1921

Nella notte dell'inverno,
galoppa un grande uomo bianco.
E' un pupazzo di neve
con un pipa di legno
un grande pupazzo di neve
perseguitato dal freddo.
In una piccola casa
entra senza bussare
e per riscaldarsi
si siede sulla stufa rovente
e sparisce d'un tratto
lasciando solo lo sua pipa
in mezzo ad una pozza d'acqua
ed il suo vecchio cappello.

Il pupazzo di neve
Jacques Prevert

Di certo il testo e le poesie che vi ho proposto stringono un po' il cuore, ma l'uomo di neve in realtà non muore, si trasforma per far si che il ciclo della natura continui in una vita perpetua.

Nevicò per due notti e due giorni. Ininterrotamente e a larghi fiocchi asciutti, che si posavano pesantemente sugli strati precedenti ispessendoli e consolidandoli. In quei giorni e in quelle notti nessuno uscì di casa, chi aveva gli stivali per non rovinarli, chi non li aveva per non riempirsi gli zoccoli di neve. Gli unici percorsi che si vedevano segnati dalla neve per il frequente calpestio andavano dalla porta di casa alla stalla, ed erano i più brevi possibili. I soli ad uscire erano i bambini. Anzi, stavano fuori tutto il giorno, incuranti del freddo che neppure sentivano, riscaldati come erano da frenetici giochi. In quei due giorni il paese appartenne a loro, alle primitive slitte di legno che uno tirava con una fune mentre un altro stava seduto, alle palle e ai pupazzi di neve, in cui esprimevano la loro fantasia, ironica e talvolta perversa. Il paese risuonava dei richiami di madri irate, degli appelli disperai perché rientrassero a spaccar legna o a fare qualche lavoretto: aiutare alla mungitura, rimuovere il bastone nella zagola per il burro, scavare un buco nell’orto per raccogliere un cavolo o una rapa per la cena. Ma erano richiami senza risposta, e loro lo sapevano. Alla sera tutti i bambini rientravano nelle loro case, spinti dalla fame, dal buio che scendeva improvviso; ed erano sgridate, strilli, scapaccioni mentre i padri più avveduti tacevano, pur gettando sui figli occhiate severe, ché ricordavano i tempi della loro infanzia, quando anch’essi aspettavano la neve per impadronirsi della città, proprio come ora facevano i figliuoli. 

La lunga notte di Exilles
Laura Mancinelli
2006

Il pupazzo di neve con sciarpa e cappello

" Potrei leggere il desiderio d'eternità perfino negli occhi di un pupazzo di neve."

Valeriu Butulescu

Il pupazzo di neve porta doni

Nel 2008 i cittadini di Bethel nel Maine hanno innalzato un pupazzo di neve da Guinnes dei primati, si sono mobilitati e per quattordici giorni hanno accumulato tanta neve per realizzare Olympia, la donna delle nevi, un colosso alto 37,21 metri, con tre metri di braccia di sempreverdi, con un naso di mussola a forma di carota di due metri e mezzo, con una bocca di pneumatici, con occhi di 4 piedi e con una sciarpa rossa lunga 30 metri, hanno superato il precedente record che nel febbraio 1999 li vedeva vincitori con Angus King of the mountain, un gigante alto all'incirca 34 metri, chiamato così in onore del loro governatore.
Sembra che il momento opportuno per realizzare il pupazzo di neve perfetto sia dopo un abbondante nevicata che può raggiungere dai 5 ai 10 centimetri di spessore, nelle ore pomeridiane quando l'aria è più calda e la neve tende a fondersi diventando più compatta.

La donna delle nevi

Olympia

martedì 25 dicembre 2012

Preghiera di Natale


Verbo Incarnato, che nuovamente
condividi con noi il tuo Natale
insegnaci a condividere con gli altri
i nostri progetti di pace e solidarietà.

Tu che nella Grotta di Betlemme
hai proposto agli uomini di ogni tempo
un itinerario di amore e riconciliazione
illumina l’umanità di oggi a ritrovare
la strada che porta ad incontrare l’altro
nel dialogo, nell’amore e nel rispetto profondo.

Piccolo grande Dio, che nell’umiltà più sentita
hai indicato in Te la via maestra che porta alla verità
aiutaci ad eliminare da questa terra l’orgoglio,
la falsità e la menzogna, cause dirette
del male del mondo moderno.

Tu che leggi nel profondo di ogni cuore
trasforma i nostri personali risentimenti
in atteggiamenti e comportamenti fraterni,
gli unici che danno gioia vera e
trasformano il Natale in festa vera.

Messia atteso da secoli
e giunto nella pienezza dei tempi
guida l’umanità del terzo millennio
verso mete di giustizia più certe
per ogni uomo di questa terra.

Tu che tutto sai e puoi
conosci le attese di ciascuno di noi
anche per questo annuale anniversario della tua venuta tra noi
fa nascere nel cuore di tutti gli uomini della terra
un solo raggio della tua infinita carità
e della tua bontà illimitata.

Non permettere, Gesù, figlio dell’uomo,
che nessun bambino, giovane, adulto ed anziano
del pianeta terra continui a soffrire a causa
della cattiveria che si annida nel cuore di tanta gente.

Fa di tanti cuori segnati dall’odio e dalla morte
cuori capaci di amare e di perdonare
come tu hai perdonato alla Maddalena,
ai tuoi crocifissori ed al buon ladrone
morto in croce accanto a Te sul Golgota.

Dalla capanna di Betlemme
anche quest’anno si irradi in tutto il mondo
la luce del tuo Natale, che è sempre
motivo di speranza e di pace per l’intera umanità.

Papa Giovanni Paolo II

venerdì 14 dicembre 2012

Il tridente d'oro

Foglie di felce d'autunno

"... Le felci arborescenti contendono i raggi all'aurora, 
dall'uno all'altro fusto s'allaccia la flora ..." 

Risveglio sul Picco d'Adamo 
Guido Gozzano

sabato 8 dicembre 2012

L'Abete

L'otto dicembre Anna e Gioacchino concepirono priva di peccato originale, colei che sarebbe diventata madre di Gesù Cristo: Maria Vergine Immacolata e nello stesso giorno di questa celebrazione, per tradizione si addobba anche l'albero di Natale, Pluto e Topolino lo fanno in modo divertente aiutati da due strani folletti curiosi, mentre Hans Christian Andersen, già citato da Jenny nella novella "Natale sul Reno" di Luigi Pirandello, mostra e pone l'attenzione su un aspetto decisamente più triste, insensibile e irrispettoso di questa consuetudine folcloristica. Se qualcuno è interessato all'Immacolata concezione clicchi su La colonna dell' Immacolata e se qualcuno è interessato alla storia dell' albero di Natale clicchi su L' Albero di Natale



C’era una volta nel bosco un piccolo abete, che avrebbe dovuto essere molto contento della propria sorte: era bello, e in ottima posizione; aveva sole e aria quanta mai ne potesse desiderare, e amici più grandi di lui, pini ed abeti, che gli stavan d’attorno a tenergli compagnia. Ma egli non aveva che una smania sola: crescere. Non gli importava di sole caldo né di aria fresca; né si curava dei contadinelli che gli passavano dinanzi chiacchierando, quando venivano al bosco in cerca di fragole e di more. Spesso, quando ne avevano colto tutto un panierino, o quando avevan fatto una coroncina di fragole, infilate su di una paglia, venivano a sedere accanto al piccolo abete, e dicevano: "Com’è grazioso, così piccolino!" - Ma all’abete quel complimento poco garbava.
L’anno appresso era cresciuto di un nodo intero, e l’anno dopo ancora, di un altro; perchè negli abeti dal numero dei nodi si può sempre dire il numero degli anni che sono cresciuti.
"Oh, se fossi alto come quell’albero laggiù!" - sospirava il piccolo abete: "Allora sì, che stenderei i miei bravi rami in lungo e in largo, e dalla mia vetta guarderei per tutto il mondo. Allora gli uccelli potrebbero fare il nido tra le mie fronde, e, quando tira vento, potrei accennare a dondolarmi superbamente anch’io come i grandi."
Non trovava piacere nel calore del sole, negli uccellini, nelle nuvole di porpora che passavano sul suo capo mattina e sera.
Tal volta, nell’inverno, quando la neve era sparsa per tutto bianca e scintillante, una lepre veniva correndo a tutto spiano, e saltava pari pari sopra l’abete. Oh, gli faceva una rabbia... Ma gl’inverni passarono, uno dopo l’altro; e, quando giunse il terzo, il piccolo abete era divenuto così alto, che la lepre fu obbligata in vece a girargli attorno.
"Oh, crescere, crescere, divenir grandi, divenir vecchi! Ecco la sola cosa bella di questo mondo! - pensava il piccolo abete.
Ogni autunno solevano venire i taglialegna a segare gli alberi più alti; e così fecero anche quell’anno. Il piccolo abete, che oramai si era fatto bello alto, rabbrividiva dallo spavento, perchè i grandi alberi maestosi piombavano a terra con fracasso; e poi avevan mozzati tutti i rami, così che rimanevano nudi, lunghi e sottili, da non riconoscerli nemmeno più. E poi erano caricati sui barocci, e i cavalli li trascinavano fuori dal bosco. Dove andavano? che destino li aspettava?
A primavera, quando venivano le rondini e la cicogna, l’alberello domandava loro: "Sapete dove li abbiano portati? Non li avete incontrati per via?"
Le rondini nulla ne sapevano; ma la cicogna, fatta pensosa, scrollava il capo e diceva:
"Sì, credo di saperne qualche cosa. Ho incontrato molti bastimenti nuovi, tornando dall’Egitto; e i bastimenti avevano certi alberi alti... M’immagino che fossero quelli. Odoravano di pino. Posso darti la mia parola ch’erano maestosi, molto maestosi."
"Oh, se fossi grande abbastanza da andar per mare! Che roba è questo mare? A che somiglia?"
"Sarebbe troppo lungo a spiegare..." - e la cicogna se ne andava per i fatti suoi.
"Godi la tua gioventù," - dicevano i raggi di sole: "Rallegrati della tua nuova altezza, della vita giovanile che è dentro di te."
E il vento baciava l’alberello, e la rugiada lo bagnava di lacrime; ma il piccolo abete non comprendeva.
All’avvicinarsi del Natale, furono tagliati certi abeti giovani giovani, taluni anche più giovani e più bassi del nostro alberello, il quale era in continua agitazione, dalla gran voglia che aveva di andarsene. Questi piccoli alberi, ed erano per l’appunto i più belli, si caricavano intatti, con tutti i loro rami, sopra i barocci, per portarli fuori del bosco.
"Ma dove vanno tutti?" - domandava l’abete: "Non sono più alti di me; uno, anzi, era molto più piccino. E perchè a questi non tagliano i rami? Dove li portano?"
"Noi sì, che lo sappiamo! Noi sì, noi sì!" - pigolarono i passeri. "Laggiù, in città, noi guardiamo dentro dalle finestre. Noi sì, sappiamo dove li portano, noi sì! Oh bisogna vedere come li rivestono, con che lusso, con che splendore! Abbiamo guardato dentro dalle finestre, ed abbiamo veduto come li piantino nel mezzo della stanza calda e li adornino delle cose più belle - mele dorate, noci, dolci, balocchi, e centinaia e centinaia di candeline colorate."
"E poi? e poi?" domandava l’abete, e tremava persino, dalla vetta alle radici, per la grande ansietà: "E poi? che cosa avviene poi?"
"Poi? non abbiamo veduto altro. Ah, ma era una bellezza!"
"Chi sa ch’io non sia destinato un giorno ad una simile gloria?" - gridò l’albero allegramente: "È ancora meglio che viaggiar per mare. Ah, che struggimento! Vorrei che fosse oggi Natale! Oramai sono grande e grosso come quelli che furono menati via l’anno passato. Ah, mi par mill’anni d’essere sul baroccio! Mi par mill’anni d’essere nella stanza calda, tra tutta quella pompa, tra quello splendore! E poi? Già, deve poi venire qualche cosa di più bello ancora: se no, perchè mi adornerebbero a quel modo? deve venire poi una grandezza, una gloria anche maggiore; ma quale? Oh, che struggimento, che struggimento! Non so nemmen io che cos’abbia per soffrire così!"
"Gioisci e contentati di noi!" - dicevano l’aria e il sole: "Rallegrati della tua fresca giovinezza nella foresta!"
Ma l’abete non si rallegrava punto: non faceva che crescere e crescere, inverno e estate, sempre più verde, d’un bel verde cupo. La gente diceva: "Che bell’albero!" - e, a Natale, fu tagliato prima di tutti gli altri. L’ascia andò profonda, sino al midollo, e l’albero cadde a terra con un sospiro; provava un dolore, una sensazione di sfinimento, non poteva davvero pensare a felicità: è così triste lasciare il posto dove si è nati e cresciuti... Sapeva che non avrebbe rivisti mai più i vecchi compagni, i piccoli cespugli ed i fiori ch’erano lì attorno - nemmeno gli uccelli, forse... Ah, il distacco fu tutt’altro che lieto!
L’albero non tornò in sè che quando fu scaricato in un cortile insieme con molti altri, e sentì dire:
"Questo sì, ch’è magnifico: non voglio vederne altri. Prendiamo questo."
Vennero due domestici in livrea gallonata, e portarono l’albero in una grande splendida sala. Le pareti erano tutte coperte di quadri, e presso una enorme stufa stavano due vasi della Cina con due leoni dorati sul coperchio: c’erano due poltrone a dondolo, e divani di broccato, e grandi tavole cariche di bei libri con le figure; e balocchi che valevano cento volte cento lire - almeno, così dicevano i bambini. E l’abete fu posto in un grande mastello pieno di sabbia; ma nessuno avrebbe detto che fosse un mastello, perchè era stato ricoperto di stoffa verde, e collocato nel mezzo d’un bel tappeto a colori. Ah, come tremava, ora, il nostro abete! Che sarebbe accaduto? I domestici, ed anche le signorine di casa, incominciarono ad ornarlo. Ad un ramo appesero tante piccole reti intagliate nella carta colorata, ed ogni rete era piena di dolci; noci e mele dorate pendevano qua e là, che parevano nate sull’albero; e più di cento candeline, bianche, rosse e verdi, erano attaccate ai rami. Bambole, che sembravan vive - l’abete non ne aveva mai vedute, di simili, prima d’allora, - si dondolavano tra mezzo al fogliame; e su in alto, sulla vetta dell’albero, era inchiodata una stella di similoro. Insomma, una bellezza, come non se ne vedono.
"Questa sera," - dicevan tutti: "Questa sera ha da esser bello, tutto illuminato!"
"Ah!" - pensava l’albero: "Mi par mill’anni che venga sera, e che i lumicini sien tutti accesi! Quando sarà? Son curioso di sapere se gli alberi verranno dal bosco per vedermi! E i passeri? Chi sa se voleranno contro ai vetri delle finestre? Chi sa come crescerò, qui, tutto adorno così, estate e inverno!"
Sì, l’aveva per l’appunto inzeccata! Ma, a forza di allungare la vetta e di struggersi dal desiderio, s’era buscato un fortissimo mal di tronco; ed il mal di tronco è cattivo per gli alberi, come il mal di capo per gli uomini.
Finalmente le candeline furono accese. Che luccichìo! Che bellezza! L’albero tremava tanto, per tutti i rami, che una delle candele appiccò il fuoco ad un ramoscello verde, il quale n’ebbe una buona sbucciatura.
"Per amor di Dio!" - gridarono le signorine, e si precipitarono a spegnere il fuoco.
Ora l’albero non osava più nemmeno tremare. Ah, che spavento! Stava fermo fermo per non dar fuoco a qualcuno de’ suoi bei gingilli... E poi, tutti quei lumi lo stordivano. In quella le porte del salotto furono spalancate, ed una frotta di bimbi irruppe correndo, come se volessero rovesciare l’albero ed ogni cosa: i grandi li seguirono, con più calma. I piccini rimasero muti, a bocca aperta... oh, ma per un minuto soltanto: poi, principiarono a fare un chiasso così indiavolato, che la stanza ne rimbombava; e si misero a ballare rumorosamente intorno all’albero, e tutti i regali furono colti dai rami, uno dopo l’altro.
"Che fanno?" - pensava l’albero: "Ed ora, che cosa accadrà?"
Le candele andavano consumandosi, e quando erano tutte bruciate, sino al ramo, si spegnevano. Dopo che furono spente, fu permesso ai bambini di spogliare l’albero. Ah, ci si avventarono sopra con una furia, che tutti i rami scricchiolarono. Se la vetta non fosse stata assicurata al soffitto per mezzo della stellina di similoro, sarebbe certo caduto a terra.
I bambini ballavano per la stanza con i bei balocchi nuovi. Nessuno guardava più l’albero, all’infuori della vecchia bambinaia, che gli si accostò e spiò tra i rami; ma soltanto per vedere se mai un fico od una mela vi fosse rimasta dimenticata.
"Una novella! una novella!" - gridarono i bambini, e strascinavano verso l’albero un piccolo signore grasso; ed egli vi si sedette sotto: "Così saremo in un bel bosco verde," - disse; "e l’albero avrà la fortuna di sentire la novella. Ma non ve ne posso raccontare che una sola. Volete quella di Ivede-Avede, oppure quella di Zucchettino-Durettino, che cadde giù dallo scalino, ma poi tornò su, e fu rimesso in onore e sposò la Principessa?"
"Ivede-Avede!" - gridarono alcuni. "Zucchettino-Durettino!" - urlarono gli altri; e ci furono strilli e ci furono anche pianti. L’abete solo rimaneva zitto zitto e pensava: "O io? Che non ci abbia ad entrare?" Ma egli aveva avuto la sua parte nei divertimenti della serata, ed aveva dato, oramai, quello che da lui si voleva.
E il signore grasso raccontò di Zucchettino, che era caduto giù dallo scalino, ma poi era salito ai più alti onori ed aveva sposato la Principessa. E i bambini batterono le mani e gridarono: "Un’altra! un’altra! Raccontane un’altra!" perchè ora volevano la novella di Ivede-Avede; ma dovettero accontentarsi di quella di Zucchettino. L’abete se ne stava zitto zitto, tutto pensieroso: mai gli uccelli del bosco avevano raccontato una storia simile. "Zucchettino era caduto, e pure era tornato in onore, ed aveva sposato la Principessa! Sì, così accade nel mondo!" - pensava l’abete, e credeva che fosse tutto vero verissimo: quegli che aveva raccontato la storia era un signore così per bene!...
"Dopo tutto, chi può dire mai nulla? Forse che anch’io cadrò, e poi sposerò una Principessa!" Ed in tanto si rallegrava tutto al pensiero d’essere adornato di nuovo, la sera dopo, con tanti lumicini e tanti balocchi, e frutta e lustrini: "Domani non tremerò mica più!" - pensava: "Sarò, in vece, tutto felice del mio splendore. Domani, sentirò di nuovo la storia di Zucchettino-Durettino, e forse, chi sa? imparerò anche quell’altra, di Ivede-Avede..."
E l’albero rimase fermo tutta la notte, a pensare.
La mattina entrarono i domestici e la cameriera.
"Ecco che ora ricomincia il mio splendore!" - pensò l’albero. Ma, in vece, fu portato fuori del salotto, e su per la scala, sin nel solaio, in un angolo buio, dove nemmeno arrivava un raggio di sole.
"Che significa questa faccenda?" - pensò l’albero: "Che vogliono che faccia qui ? Ed ora, che cosa accadrà?"
E si appoggiò al muro, e stette lì a pensare, a pensare. E tempo n’ebbe sin troppo, perchè passarono i giorni e le notti, e mai che venisse alcuno; e quando finalmente uno capitò, non fu se non per deporre in un angolo certe grandi casse. Così l’albero rimaneva ora del tutto nascosto: probabilmente, lo avevano dimenticato.
"Fuori è inverno, ora" - pensava l’albero: "la terra è dura e coperta di neve, e non potrebbero piantarmi; sarà per questo che mi tengono qui al riparo sin che non torni la primavera. Quanti riguardi! Che buona gente! Ah, se non fosse questo buio e questa terribile solitudine!.... Mai che si veda nemmeno un leprattino! Era bello, però, il bosco, quando c’era la neve alta, e la lepre passava correndo; sì, anche quando mi passava sopra d’un salto... Allora, mi faceva arrabbiare... Che malinconia in questa solitudine!"
"Piip, piip!" - disse a un tratto un topolino, e fece qualche passo avanti; e poi ne venne subito un altro, piccolino piccolino. Fiutarono l’abete, e si ficcarono tra mezzo ai rami.
"Fa tanto freddo..." - dissero i due topolini: "Se non fosse freddo, si starebbe abbastanza comodi quassù; non le pare, vecchio abete?"
"Non son punto vecchio," - disse l’abete: "Ce ne sono molti e molti più vecchi di me."
"Di dove viene?" - domandarono i topolini "E che nuove porta?" (Erano terribilmente curiosi.) "Ci racconti, la prego, del più bel paese del mondo. C’è stato lei? È stato nella dispensa, dove ci sono i formaggi sopra gli scaffali, e i prosciutti pendono dalla travatura, dove si può ballare sui pacchi di candele, dove si va dentro magri e si esce grassi grassi?"
"Non conosco questo paese;" - rispose l’abete: "Ma conosco il bosco, dove il sole splende e gli uccelli cantano."
E allora raccontò del tempo della sua giovinezza.
I topolini, che non avevano mai udito nulla di simile, stavano attenti; poi dissero: "Quante cose ha vedute lei, signor abete, e come dev’essere stato felice!"
"Io?" - esclamò l’abete, e ripensò a tutto quello che aveva raccontato: "Sì, davvero che quelli erano tempi felici!" Ma poi raccontò della sera di Natale, quand’era tutto carico di dolci e di candeline.
"Oh!" - disse il topo più piccino: "Come dev’essere stato felice lei, nonno abete!"
"Ma non sono nonno, non sono vecchio io!" - disse l’abete: "Sono uscito dal bosco appena quest’inverno. Sono nel fiore dell’età; gli è soltanto che sono cresciuto un po’ in fretta."
"Che magnifiche novelle sa raccontare lei!" - disse il topolino.
E la notte dopo, vennero con altri quattro topolini a sentire quello che l’albero sapeva raccontare così bene; e più raccontava, e più chiaro gli si riaffacciava il ricordo di tutto, e pensava: "Quelli erano tempi lieti! Ma possono tornare. Anche Zucchettino-Durettino cadde dallo scalino, ma poi sposò la Principessina." E allora l’abete ripensò ad una graziosa betulla, che cresceva nella foresta; per l’abete, quell’alberella era una vera Principessa.
"Chi è Zucchettino-Durettino?" - domandò il topo più piccolo.
L’abete gliene raccontò tutta la storia. La ricordava parola per parola; e i topolini, dalla gioia, per poco non gli saltarono sino in vetta. La notte dopo, vennero addirittura in frotta; e la domenica comparvero persino due ratti; ma questi dissero che la storia non era bella, e ai topolini ciò rincrebbe, perchè ora non piaceva più tanto nemmeno a loro.
"Non ne sa altre, novelle?" - domandarono i ratti.
"Non so che questa;" - rispose l’albero: "La udii nella più bella serata della mia vita: non sapevo, allora, quanto fossi felice."
"È una storia molto meschina. Non ne sa una di prosciutti e di candele di sego? non sa storielle di dispensa?"
"No," - disse l’albero.
"E allora, servi devoti!" - dissero i ratti; e tornarono alle loro famiglie. Anche i topolini alla fine se ne andarono; e l’abete sospirò, e disse:
"Era bello, però, quando mi stavano tutti attorno, quei cari topolini così allegri, ed ascoltavano i miei racconti. Ora, è finita anche questa. Ma mi ricorderò di essere contento quando mi levano di qui".
Quando lo levarono? Mah! Fu una mattina che la gente di casa venne su a frugare per tutto il solaio: le grandi casse furono scostate, e l’albero fu scovato fuori: veramente, lo buttarono a terra con certo mal garbo; ma poi un domestico lo strascinò subito sulla scala, alla luce del giorno.
"Ah! la vita ricomincia!" - pensò l’abete.
Sentì la prima aria fresca, i primi raggi di sole, e si trovò fuori, in un cortile. Tutto ciò era accaduto così rapidamente, che l’albero aveva dimenticato di guardare a se stesso: c’era tanto da guardare intorno a lui!... Il cortile confinava con un giardino; e nel giardino, tutto era in fiore: le rose pendevano fresche e profumate al disopra del piccolo steccato; i gigli erano in piena fioritura, e le rondini gridavano "Videvit! Videvit! Viene mio marito-marit!" Ma non intendevano già con questo di parlare dell’abete.
"Ora sì, che vivrò!" - disse l’abete tutto allegro, e distese un po’ più le braccia... Ma, ahimè! Erano tutte secche e gialle; ed egli si vide buttato là, in un angolo, tra le ortiche e le male erbacce. Sulla vetta aveva ancora la stella di similoro, che scintillava al sole.
Nel cortile giocavano due di quegli allegri fanciulli che avevano ballato intorno all’albero la sera di Natale, e lo avevano tanto ammirato. Il più piccino corse a strappargli la stellina dorata.
"Guarda che cosa c’è attaccato a quel brutto alberaccio!" - disse il bambino; e calpestò le rame, che scricchiolarono sotto alle sue scarpette.
L’albero guardò a tutti i fiori lussureggianti, a tutti gli splendori del giardino, e poi guardò a se stesso, e gli dolse di non essere rimasto nell’angolo buio del solaio: ripensò alla sua fresca giovinezza nel bosco; alla lieta notte di Natale; ai topolini, che avevano ascoltato con tanto piacere la novella di Zucchettino.
"È finita! è finita!" - disse il vecchio albero: "Almeno avessi goduto quando potevo! È finita, finita, finita!"
Venne un domestico, segò l’albero in pezzi, e ne fece una fascina. La fascina mandò una bella fiamma sotto la caldaia che bolliva, e sospirò profondamente; ed ogni sospiro era come un lieve scoppiettìo. I bambini, che giocavano lì attorno, corsero a mettersi dinanzi al fuoco; e guardavano, e facevano: "Puff Puff!" Ma ad ognuno di quegli scoppiettii, che era un profondo sospiro, l’albero pensava ad una bella giornata d’estate nel bosco, o ad una notte d’inverno, quando le stelle scintillavano sopra gli abeti; pensava alla sera di Natale ed alla novella di Zucchettino, l’unica novella che avesse mai sentita, l’unica che avesse mai saputo raccontare... E finalmente, l’abete fu tutto finito di bruciare.
Poco dopo i bambini giocavano nel giardino, ed il più piccolo aveva appuntata sul petto una stella dorata, proprio quella che l’abete aveva portata nella più bella serata della sua vita. Era finita, ora: finita la vita dell’albero, e finita anche la novella: finita, finita, finita, come accade di tutte le novelle.

Hans Christian Andersen

Buona festa dell Immacolata 


mercoledì 5 dicembre 2012

Natale sul Reno

" Roma, fine del 1914

- La mamma, - gridò Jenny entrando esultante nella mia camera e battendo le mani - la mamma acconsente per te!
Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco, in cui stavo da circa un’ora tutto ristretto in me dal freddo, con le mani e i piedi al caldo alito del camino, e l’anima... oh, l’anima, chi sa dir dove se ne vada in certi momenti, quasi alienata dai sensi, inerti, mentre gli occhi par che guardino e pur non vedono?
- Uh! - riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio freddo. - Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse davvero caduta qui!
E così dicendo, mi scompigliò su la testa i capelli.
Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra le mie:
- Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma?
- A festeggiare il Santo Natale! - esclamò Jenny, riprendendo la vivacità, con cui era entrata in camera mia, e nascondendo in quella la confusione che provava nel sentirsi stringere le mani da me. - Compreremo un bell’abetino, alto... alto... lasciami dir come...
- Come? - le domandai io sorridendo, tenendole vieppiù strette le mani.
Ma ella ne svincolò una, e fece tosto:
- Alto così!
- Oh brava! Sarà bello...
- Quanto tu sei brutto... Non si scherza, sai, su queste cose... Lasciami quest’altra mano... A che pensavi?
Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro per le narici.
Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o sentivo io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale cadenzato d’una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di pianto che avevo dentro di me, e che certo, per il groppo che mi stringeva la gola, prima che la via delle labbra, avrebbero trovato quella degli occhi? Era gonfia quella zampogna lontana dei profondi sospiri della mia intensa malinconia? E quel fuoco innanzi a me non era la gregal fiammata di fasci d’avena innanzi a un rustico altarino in una piazza della mia lontanissima città natale, nelle rigide sere della pia novena? Tintinnava l’acciarino? Sonava davvero, lontano lontano, la zampogna?
Come talvolta, anzi spesso, in questa società arriviamo finanche a vergognarci della dignità dell’anima nostra, così un certo pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare anche a una gentile persona, intima nostra, certi sentimenti che, sembrandoci troppo squisiti e quasi puerili per la delicata loro innocenza, sospettiamo potrebbero essere accolti con dileggio o, nella migliore ipotesi, non apprezzati, essendo nati in noi da specialissime condizioni di spirito. Per ciò non dissi a Jenny quel che pensavo.
- Questo vento mi opprime! - dissi invece. - Non posso più sentirlo... Tutto il giorno così, a lamentarsi entro la mia stanza per la gola del camino... Di sera poi, tu intendi, nel silenzio, nella solitudine, riesce proprio intollerabile...
- Ho capito! - fece allora Jenny, prendendo una seggiola. - Eccomi accanto a te, brontolone! Via, via, un altro tizzo per me, nel camino! Aspetta!... lo piglio io: tu sei tutto imbacuccato... Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai inteso! E acconsente per te! Son due anni, te l’ho detto, che non si festeggia più il Natale in casa nostra. Quest’anno vogliamo compensarcene: figurati come saranno liete le bambine!...
Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle uterine. Il Natale non si festeggiava da due anni in casa L. in segno di lutto per la violenta morte del secondo marito della signora Alvina, madre di Jenny. Il signor Fritz L. , dopo una vita disordinatissima, s’era ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, in Neuwied su la riva destra del Reno. Jenny mi aveva narrato più volte i truci particolari di questo suicidio, seguito a una serie di orribili scene in famiglia, e mi aveva rappresentato con tanta evidenza la figura e i modi del patrigno, che a me sembrava quasi di averlo conosciuto. Avevo letto la sua ultima lettera alla moglie, da Neuwied, ove erasi recato per porre in effetto l’orrendo proposito; e non ricordavo d’aver letto mai parole d’addio e di pentimento più belle e più sincere. È fama che da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro punto delle contrade del Reno, il levar del sole. "Ho veduto tutto e tutto provato", scriveva alla moglie il marito, "tranne una cosa sola: in quarant’anni di vita non ho mai veduto nascere il sole. Assisterò domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima mi promette incantevole. Vedrò nascere il sole, e sotto il bacio del suo primo raggio chiuderò la mia vita."
- Domani compreremo l’albero... - continuò Jenny. - Il tino c’è, è su nell’abbaino, e debbono esserci dentro i lumicini colorati, i festelli variopinti, come li ha lasciati lui l’ultima volta. Perché, sai, l’albero ogni vigilia, lo adornava lui, di nascosto, nella sala giù, accanto a quella da pranzo; e come sapeva adornarlo bene per le sue bambine! Diventava buono una volta all’anno, di queste sere qui.
Jenny, turbata dal ricordo, volle nascondere il volto appoggiando la fronte sul bracciuolo della mia poltrona, e certo, in silenzio, pregò.
- Cara Jenny! - feci io, intenerito, posando una mano sul suo capo biondo.
Quando ella si rialzò dalla preghiera, aveva gli occhi pieni di lacrime; e, sedendo novamente accanto a me, disse:
- Diventiamo buoni tutti, quando è prossima la Santa Notte, e perdoniamo! Divento buona anch’io che pur dico sempre di non sapergli perdonare lo stato in cui ci ha ridotte... Non ne parliamo! Domani, dunque, senti; andrò prima da Frau R. , qui accanto, per una grembiata d’arena del suo giardino: ne riempiremo il tino e v’infiggeremo l’abete, che ci porteranno domattina per tempo, prima che le bambine si sian levate da letto. Non debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami, e pomi e noci: i fiori ce li darà Frau R. dalla sua serra... Vedrai, vedrai, come sarà bello il nostro albero... Sei contento?
Io feci più volte cenno di sì col capo. E Jenny sorse in piedi.
- Lasciami andar via, adesso... A domani! Altrimenti il tuo vicino farà cattivi pensieri sul conto mio. È lì, sai, in camera sua, e avrà certo udito, che sono entrata da te...
- Ci sarà anche lui per la festa? - domandai io contrariato.
- Oh no! Vedrai, egli se n’andrà a far baldoria co’ suoi degni socii... Addio; a domani!
Jenny scappò via in punta di piedi, richiudendo pian piano l’uscio. E io ricaddi in preda ai miei tristi pensieri, finché il grido lamentoso intollerabile del vento non mi cacciò dal canto del fuoco. Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora, turbinosamente.
Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell’appannatura mi ridestò d’improvviso un ricordo degli anni miei primi, quand’io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo così, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata...

Comprammo il domani l’albero sacro alla festa; poi salimmo nell’abbajno per veder quanta parte degli ornamenti rimasti lassù potesse ancora servirci, prima d’uscire a comprarne di nuovi.
Era in un canto buio il vecchio abetino di tre anni addietro, tutto stecchito, come uno scheletro.
- Ecco, - disse Jenny - questo è l’ultimo albero, ch’egli adornò. Lasciamolo lì, dove lui l’ha lasciato; così non avrà in tutto la sorte dell’abetino di Giovan Cristiano Andersen, che finì tagliuzzato sotto una caldaia. Ecco qui il tino. Vedi: è pieno; speriamo che l’umido non abbia tolto il lucido e il colore ai globetti di vetro, ai lumicini.
Era ogni cosa in buono stato.
Più tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i giocattoli e i dolci.
Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo intenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore della natura a render la festa del Natale in questi paesi più raccolta e profonda, più soavemente malinconica e poetica e religiosa, che da noi!
La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la stanza accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo portar giù dalla serva il tino; lo collocammo presso un angolo e lo riempimmo d’arena intorno al fusto dell’albero.
Lavorammo fino a tarda notte a parar l’abetino, che pareva contento di tutti quegli ornamenti, e che si prestasse riconoscente alle nostre cure amorose, protendendo i rami per regger le collane di carta dorata e argentata, i festelli, i globetti, i lumicini, i panierini di dolci, i giocattoli, le noci.
"No, queste noci, no!", pensava forse l’abetino. "Queste noci non m’appartengono: sono frutti d’un altr’albero."
Ingenuo abetino! Tu non sai ch’è l’arte nostra più comune, questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non abbiamo scrupolo, troppo spesso, d’appropriarci il frutto dei sudori altrui...
- Aspetta: la cometa! - esclamò Jenny, quando l’albero fu tutto parato. - Dimenticavamo la cometa!
E in cima all’albero io appiccicai, con l’ajuto della scaletta, una stella di carta dorata.
Ammirammo a lungo l’opera nostra; poi chiudemmo a chiave l’uscio della stanza, perché nessuno il domani vedesse prima di sera l’albero adorno, e andammo a letto ripromettendoci pel domani in compenso del freddo, della veglia e della fatica, le lodi della madre e la gioia delle bambine.
Invece... Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato, per le sue povere bambine, non doveva la sera dopo mettersi a piangere, come fece, quella buona signora Alvina alla vista dello splendido albero illuminato su quel tappeto di fiori!
Era andato così bene, fino all’ultimo servito, il pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e l’oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s’eran messe dietro l’uscio della stanza, ove sorgeva l’albero, e con le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico:
Stille Nacht, heilige Nacht...
Non dimenticherò mai più quell’albero di Natale, ch’io adornai per altri più che per me, e quella festa terminata in pianto; né mai, mai si cancellerà dagli occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo! Il babbo! mentre l’albero sacro, carico di giocattoli, illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori. "
Luigi Pirandello 

domenica 2 dicembre 2012

" Si vestì di piuma "

Pima sospesa

Piuma sospesa

" ... E tutto si vestì di piuma oscura ... " 

Le Metamorfosi Libro V 
Publio Ovidio Nasone

Piuma sospesa

Piuma sospesa



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