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mercoledì 24 giugno 2026

24 giugno - Natività di San Giovanni Battista

Natività di San Giovani Battista - Almanacco 1896

Natività di S. Giovanni Batt.

Giovanni nome ebraico, vale grazia o pietà
di Dio. Nacque da Zaccaria ed Elisabetta sei
mesi prima dell'Incarnazione del Verbo sotto
Erode L'Ascalonita ed al suo nascimento assistette
la Vergine Maria. Giovanni fu santificato
nel seno stesso di sua madre. Egli fu
il precursore del Messia, che sulle rive del
Giordano non cessò di annunziarlo ai popoli.
Festa patronale a Torino Girgenti, Genova,
Firenze, Formia, Spigno, Monticelli, Nuoro,
Ferentino.

Ricordi. _______________________________

Effemeride Storica. - 1859. I Francesi cacciano
il nemico dalle alture di Solferino, i
Piemontesi dai poggi di San Martino. L'esercato
austriaco e completamente disfatto, dopo
aver perduto 23,000 uomini. - 1866. Battaglia
di Custoza. Le posizioni, occupate dai
nostri la mattina, sono perdute la sera, onde
il nemico, benché con perdite maggiori delle
nostre, resta padrone del campo.

Un pensiero al giorno. - L'amore per gli
uomini non è che un episodio; per la donna
e la stori di tutta la vita.

                                           (Signora di Stail)


24 giugno Mercoledì
Natività di San Giovanni Battista

La pagina dell'almanacco del 1896 dedicata al 24 giugno ricorda la Natività di San Giovanni Battista; una delle ricorrenze più amate del calendario religioso italiano; vi si trova la sintetica biografia del santo, l'elenco delle città che lo venerano come patrono, gli avvenimenti storici associati a quella data e il pensiero del giorno; è la testimonianza di un'epoca in cui il calendario liturgico continuava a scandire il tempo della vita quotidiana, delle stagioni e del lavoro.

"... Suonava la messa dell’alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt'a un tratto, nel silenzio, s'udi un rovinio, la campanella squillante di Sant'Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando: - Terremoto! San Gregorio Magno! Era ancora buio. Lontano, nell'ampia distesa nera dell'Alia, ammiccava soltanto un lume di carbonai, e più a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolone basso che tagliava l'alba nel lungo altipiano del Paradiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l'allarme anch'esso; poi la campana fessa di San Vito; l'altra della chiesa madre, più lontano; quella di Sant'Agata che parve addirittura cascar sul capo agli abitanti della piazzetta. Una dopo l'altra s'erano svegliate pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno scampanio generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre. - No! no! E il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... San Giovanni Battista! Gli uomini accorrevano vociando, colle brache in mano. Le donne mettevano il lume alla finestra: tutto il paese, sulla collina, che formicolava di lumi, come fosse il giovedì sera, quando suonano le due ore di notte: una cosa da far rizzare i capelli in testa, chi avesse visto da lontano. - Don Diego! Don Ferdinando! - si udiva chiamare in fondo alla piazzetta; e uno che bussava al portone con un sasso. Dalla salita verso la Piazza Grande, e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestio continuo di scarponi grossi sull'acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant'Agata, e quella voce che chiamava: - Don Diego! Don Ferdinando! Che siete tutti morti? ..."

Mastro Don Gesualdo
Giovanni Verga

In queste righe Giovanni Verga ci offre uno spaccato autentico della vita italiana dell'Ottocento; le campane erano la voce della comunità, chiamavano alla messa, annunciavano le feste, segnalavano incendi, calamità, pericoli e San Giovanni era una presenza familiare nel calendario e nell'immaginario collettivo, tanto nelle grandi città citate dall'almanacco quanto nei piccoli paesi di campagna. La sua festa, pochi giorni dopo il solstizio d'estate in cui il sole raggiunge il culmine del suo percorso annuale e inizia lentamente la sua discesa verso l'inverno, era vissuta dal mondo contadino come un passaggio, per questo attorno alla vigilia e al giorno di San Giovanni fiorirono numerose tradizioni, diverse da regione a regione ma accomunate da un profondo significato religioso e comunitario.

Erbe di San Giovanni

Erbe di San Giovanni

Tra i riti più diffusi vi era la cosiddetta guazza di San Giovanni, secondo la tradizione contadina, nella notte tra il 23 e il 24 giugno si lasciava all'aperto una bacinella d'acqua con erbe e fiori, in modo che potesse raccogliere la rugiada notturna, al mattino quest'acqua veniva utilizzata per lavarsi il viso, oppure conservata, con il significato simbolico di augurio di salute e benessere; nel linguaggio popolare con il termine guazza si indica la rugiada mattutina o l’umidità che si deposita sull'erba durante la notte; la voce è di origine latina volgare, riconducibile alla radice di aqua - acqua, attraverso esiti dialettali diffusi in varie aree della penisola, l'aggiunta "di San Giovanni" si riferisce all'uso attuato nel calendario tradizionale della festa di San Giovanni Battista; l'espressione è attestata stabilmente nella documentazione etnografica e nelle raccolte di tradizioni popolari tra XIX e XX secolo, quando queste consuetudini vennero sistematicamente registrate.
Il giorno della festa si raccoglievano le erbe di San Giovanni, viburno, rosmarino, timo, salvia, alloro, artemisia, verbena, lavanda, il famoso iperico e molte altre a seconda delle tradizioni locali, con cui si componevano i mazzetti di San Giovanni attraverso i quali si stringevano i legami del Comparatico che sanciva una parentela spirituale caratterizzata da vincoli di amicizia e solidarietà destinati a durare tutta la vita; i mazzetti ricevuti dalle comari e dai compari venivano poi conservati nelle case come segno di protezione. (Vedi Il Comparatico di San Giovanni).
In molte campagne si raccoglievano inoltre le noci ancora verdi per la preparazione del nocino, liquore tradizionale legato al periodo di San Giovanni per l'adeguata maturazione raggiunta dai frutti; quest'usanza è attestata soprattutto in età moderna e contemporanea come parte del calendario agricolo e festivo.
Si accendevano anche i falò e non mancavano le tavole imbandite con le tradizionali lumache di San Giovanni, particolarmente diffuse nell'Italia centrale, simbolo dell'abbandono delle discordie e dei rancori rappresentati dalle loro corna.
Per le donne e per gli uomini dell'Ottocento le credenze, che oggi definiamo popolari, non erano delle sconosciute da tenere lontane, si temeva il malocchio, si cercavano segni e presagi, si attribuiva un significato particolare ai sogni, e alle coincidenze che spesso accompagnavano le grandi feste del calendario; erano espressione di un cristianesimo vissuto che a volte poteva entrare in contraso con parte di quello istituzionale; convivevano con una fede profondamente radicata intrecciata ai ritmi della natura e della comunità; da una parte servivano a spiegare eventi dolorosi o inattesi; dall'altra aiutavano ad alleviare l'angoscia dell'incertezza in un mondo nel quale una malattia, una grandinata o un cattivo raccolto potevano cambiare il destino di una famiglia. Lo stesso Verga offre una testimonianza significativa di questa mentalità in Mastro-don Gesualdo, quando un campanaro, parlando di alcuni animali ammalati, attribuisce il problema al malocchio e afferma di aver «seminato perfino i panni di San Giovanni nel pascolo», riferendosi a panni o pezzi di stoffa impregnati di rugiada, legati alla devozione per San Giovanni Battista e utilizzati come protezione per il bestiame e per i campi, si trattava di una forma di religiosità nella quale la protezione del santo veniva estesa alla vita quotidiana e al lavoro agricolo tanto che, il campanaro conclude dicendo che le pecore stanno bene «grazie a Dio», segno che, per la paura del malocchio e delle pratiche protettive tradizionali, il riferimento ultimo restava sempre la fede cristiana.

"... Allorché finalmente Gesualdo arrivo alla Canziria, erano circa due ore di notte. La porta della fattoria era aperta. Diodata aspettava dormicchiando sulla soglia. Massaro Carmine, il campanaro, era steso bocconi sull'aia, collo schioppo fra le gambe; Brasi Camauro e Nanni l'Orbo erano spulezzati di qua e di la, come fanno i cani la notte, quando sentono la femmina nelle vicinanze; e i cani soltanto davano il benvenuto al padrone, abbaiando intorno alla fattoria. - Ehi? non c'é nessuno? Roba senza padrone,
quando manco io! - Diodata, svegliata all'improvviso, andava cercando il lume tastoni, ancora assonnata. Lo zio Carmine, fregandosi gli occhi, colla bocca contratta dai sbadigli, cercava delle scuse.
- Ah!... sia lodato Dio! Voi ve la dormite da un canto, Diodata dall'altro, al buio!... Cosa facevi al buio?... aspettavi qualcheduno?... Brasi Camauro oppure Nanni I'Orbo?...
La ragazza ricevette la sfuriata a capo chino, e intanto accendeva lesta lesta il fuoco, mentre il suo padrone continuava a sfogarsi, li fuori, all'oscuro, e passava in rivista i buoi legati ai pioli intorno all'aia. Il campanaro mogio mogio gli andava dietro per rispondere al caso: - Gnorsi, Pelorosso sta un po' meglio; gli ho dato la gramigna per rinfrescarlo. La Bianchetta ora mi fa la svogliata anch'essa... Bisognerebbe mutar di pascolo... tutto il bestiame... Il mal d'occhio, sissignore! Io dico ch'é passato di qui qualcheduno che portava il malocchio!... Ho seminato perfino i panni di San Giovanni nel pascolo... Le pecore stanno bene, grazie a Dio... e il raccolto pure... Nanni l'Orbo? Laggitò a Passanitello, dietro le gonnelle di quella strega... Un giorno o l'altro se ne torna a casa colle gambe rotte, com'é vero Dio!... e Brasi Camauro anch'esso, per amor di quattro spighe... -
Diodata gridò dall'uscio ch'era pronto. - Se non avete altro da comandarmi, vossignoria, vado a buttarmi giù un momento...
Come Dio volle finalmente, dopo un digiuno di ventiquattr'ore, don Gesualdo poté mettersi a tavola, seduto di faccia all'uscio, in maniche di camicia, le maniche rimboccate al disopra dei gomiti, coi piedi indolenziti nelle vecchie ciabatte ch'erano anch'esse una grazia di Dio. La ragazza gli aveva apparecchiata una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattr'ova fresche, e due pomidori ch'era andata a cogliere tastoni dietro la casa. Le ova friggevano nel tegame, il fiasco pieno davanti; dall'uscio entrava un venticello fresco ch'era un piacere, insieme al trillare dei grilli, e all'odore dei covoni nell'aia: - il suo raccolto li, sotto gli occhi, la mula che abboccava anch'essa avidamente nella bica dell'orzo, povera bestia - un manipolo ogni strappata! Giù per la china, di tanto in tanto, si udiva nel chiuso il campanaccio della mandra; e i buoi accovacciati attorno all'aia, legati ai cestoni colmi di fieno, sollevavano allora il capo pigro, soffiando, e si vedeva correre nel buio il luccichio dei loro occhi sonnolenti, come una processione di lucciole che dileguava ..."

Mastro Don Gesualdo
Giovanni Verga

L'interpretazione che riduce le tradizioni di San Giovanni a semplici sopravvivenze di presunti riti solstiziali precristiani, secondo gli schemi evoluzionistici elaborati da Frazer tra Ottottocento e Novecento e le provocazioni che parlano di appropriazioni, furti o che dir si voglia, finiscono spesso per trascurare il dato più evidente, la guazza è preparata nella vigilia della festa sotto la protezione del Battista; le erbe vengono raccolte e il comparatico si stringe nel giorno a lui dedicato; le campane chiamano alla messa e le invocazioni si rivolgono al santo; il centro della ritualità non è la massima potenza raggiunta dal sole, ma la devozione a San Giovanni.

Lieta Festa di San Giovanni Battista!

Dedico questo post a te Mamma preoccupata, so che lo leggerai al tuo ritorno. Ragazze e ragazzi un abbraccio a voi tutti.

N.B. L'almanacco, a chi da lezioni su come si prepara la guazza mentre sostiene che San Giovanni il Battista sia nato dopo Gesù Cristo, spiega bene il significato di precursore.

Tramonto dela Festa di San Giovanni - 24 giugno 2026

Il tramonto di questo 24 giugno 2026 sembra custodire un presagio; nel giorno in cui Il Cristianesimo celebra la nascita di San Giovanni Battista, il cielo, con il suo linguaggio di luce e di ombre, sembra partecipare alla storia del Precursore, evoca il destino che lo attende mostrando la lama di nuvola che gli reciderà il capo.

La Luna con il suo alone di ghiaccio oltrepassa Spica mentre la Festa di San Giovanni Battista si avvia alla conclusione - 24 giugno 2026

La Luna con il suo alone di ghiaccio oltrepassa Spica mentre la Festa di San Giovanni Battista si avvia alla conclusione - 24 giugno 2026.

Per chi è interessato
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sabato 20 giugno 2026

Il becco del Geranium Robertianum

"... Oltre à ciò riprende il Ruellio contra à Hermolao coloro, che si presumono che sia l'Acus pastoris, quella, che chiamiamo noi Ruberta. Ma egli in ciò maggiormente deve esser ripreso, credendosi, che la Ruberta sia la vera Mirrhide, Ma per dire il mio parere intorno alla Ruberta, parmi veramente, che altro non possa esser ella, che spetie di quel Geranio, il qual scrive Plinio essere de i Latini: per havere ella le frondi intagliate, quasi simili, odore molto acuto, fiore rossigno, & capi parimente di gru come l'altre spetie di Gruarie. Ma che questa sia la Mirrhide come si pensa il Ruellio, non mi pare in modo alcuno di consentire, imperochè oltre al ricercare l'ordine di Dioscoride, che quando così fusse, dovrebbe il capitolo dell Mirrhis essere disfatto qui sotto il Geranio, per essere la Ruberta una spetie di Gruaria; non veggio, che Dioscoride dica, che la Mirrhis sia tutta rosseggiante, ne ch'ella habbia le teste di gru, ne acutissimo odore, come apparentemente si vede nella Ruberta: ma bene, ch'ella è nelle frondi, & nel fusto simile alla cicuta, & che la sua radice è molle, & ritonda, non ingrata ne i cibi, Il che in modo alcuno non si ritrova nella Ruberta, come più ampiamente diremo nel quarto libro al proprio capitolo."

Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli

Immaginate un vecchio muro ombroso coperto di muschi; un sentiero di campagna dopo la pioggia o il suono fresco di una sorgente nascosta tra felci e pietre umide; è in questi luoghi discreti che l'Erba Roberta compare con il suo portamento fragile e spettinato; osservandola attentamente rivela una grazia antica e malinconica; cara alla medicina popolare e agli antichi speziali era raccolta per arrestare il sangue, favorire la cicatrizzazione delle ferite e lenire le irritazioni cutanee e i disturbi gastrointestinali.
Il nome Geranium robertianum è composto dal termine greco γέρανος/geranos - gru, in riferimento alla forma del frutto che ricorda il becco dell'uccello, più l'epiteto specifico robertianum, generalmente collegato all'antico nome medievale Herba Roberti - Erba di Roberto che secondo la tradizione erboristica e devozionale sarebbe riferito a un santo di nome Roberto o Ruperto identificato da alcuni con Roberto di Molesme fondatore dell'ordine cistercense e da altri con san Ruperto di Salisburgo. L'associazione all'uso medicinale della pianta ha favorito la nascita di racconti e credenze che la collegavano alla medicina monastica e alle virtù curative attribuite ai santi guaritori, veniva  conservata nelle abitazioni come pianta beneaugurante. 
Una variante interpretativa si rifà invece al latino ruber - rosso in allusione alla caratteristica colorazione rossastra che la pianta può assumere.
Nel 1753 Carl Linnaeus la descrive in Species Plantarum, la denominazione e la collocazione tassonomica vengono fissate stabilmente in questa opera fondativa della nomenclatura botanica moderna e nei secoli successivi viene ampiamente riportata nelle flore europee come specie spontanea comune del genere Geranium.

Geranium Robertanium - Erba Roberta

" Geranio. L. 897. Geranio, Erba di Robert.
Calice e corolla con cinque foglie o petali. Dieci stami, appena fusi. Una foglia di pistillo che termina con cinque stimmi riflessi persiste su una fila di semi (cinque in totale) che formano un cerchio orizzontale alla sua base. I semi sono racchiusi in altrettanti loculi aderenti al pistillo."

Histoire des plantes de Dauphiné 
Villars Dominique - 1786
Liberamente tradotto da Me Medesima

Nel corso del XIX secolo la specie diviene oggetto di osservazioni floristico-descrittive, soprattutto per la variabilità morfologica delle popolazioni naturali; le differenze legate a dimensioni, l'intensità della pigmentazione rossastra, lo sviluppo della pelosità e l'adattamento ecologico portano alla descrizione di forme e varietà infraspecifiche, senza modificare il riconoscimento della specie come unità autonoma.
Tra il XX e il XXI secolo studi di morfologia comparata, citologia ed ecologia hanno confermato la validità di Geranium robertianum come specie distinta, chiarendone i rapporti con taxa affini e definendone con maggiore precisione distribuzione e caratteri diagnostici.

Geranium Robertanium - Erba Roberta

Appartiene alla famiglia delle Geraniaceae ed è una specie originaria dell'Europa, dell'Asia occidentale e dell'Africa settentrionale; tipica degli ambienti ombrosi, boschi, margini forestali, siepi, muri e ruderi su suoli ricchi di sostanza organica; oggi è ampiamente naturalizzata in numerose regioni temperate del mondo.
Geranium robertianum popolarmente conosciuto come Becco di gru, Erba cimicina per l'odore che emana, Erba di San Roberto, Erba Roberta, Geranio di san Roberto, Geranio selvatico, Zampa di gru; Hierba de San Roberto in spagnolo; Erva-de-São-Roberto in portoghese; Herb Robert, Red Robin, stinky Bob e Storksbill in inglese; Ruprechtskraut in tedesco; Herbe à Robert in francese; erbacea annuale o biennale può raggiungere i 50 centimetri d'altezza; il fusto rossastro, fragile e ramificato è ricoperto da peli ghiandolari, le foglie lungamente picciolate, morbide e profondamente divise in tre o cinque segmenti assumono spesso tonalità rosse o bronzee, soprattutto nelle esposizioni luminose o durante l'autunno; i piccoli fiori, formati da cinque petali rosa vivo o rosati striati di chiaro, sbocciano dalla primavera fino ai primi freddi; il frutto allungato ricorda il rostro di una gru e a maturità si apre scagliando i semi a distanza.
Contiene: acidi fenolici come acido caffeico, acido clorogenico e acido gallico; flavan-3-oli come catechine; flavonoidi e glicosidi flavonoidici come kaempferolo, quercetina e derivati; tannini idrolizzabili ed ellagitannini come geraniina; vitamina C.
Evidenze etnobotaniche e dati sperimentali in vitro suggeriscono attività biologiche compatibili con proprietà antibatteriche, antimicrobiche, antinfiammatorie, antiossidanti, astringenti, cicatrizzanti, emostatiche e antidiarroiche.

Geranium Robertanium - Erba Roberta

Nel linguaggio dei fiori il Geranium robertianum rappresenta salda devozione, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità, senza differenziazione tra metaboliti primari e secondari, perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Per chi è interessato
Brucia con le coccole il legno di ginepro

venerdì 19 giugno 2026

Il becco del Geranium Purpureum

" Geranium purpureum N. (nova species, nuova specie) presso il Pont-de-Claix, sui terreni rocciosi.
Le foglie, come l'intera pianta, sono rossastre; i petali sono piccoli; gli stami, alla base, sono distanti dal calice e appaiono quasi sostenuti da un piccolo peduncolo."


Histoire des plantes de Dauphiné
Villars Dominique - 1786
Liberamente tradotto da Me Medesima

La storia documentata di questo geranio, comune soprattutto nelle zone costiere, nei terreni disturbati, lungo muri, sentieri, ruderi e aree incolte, inizia nel febbraio del 1786 con Dominique Villars, medico e botanico del Delfinato che studiando la flora alpina e prealpina francese, lo riconobbe come specie distinta dalle altre note all'epoca; una seconda descrizione arriva nello stesso anno con Flora Delphinalis, ulteriori dettagli morfologici compaiono nell'Histoire des plantes de Dauphiné del 1788 a cui si aggiungono le illustrazioni nell'edizione del 1789.
Nel XIX secolo molti botanici notaronono la forte somiglianza con il Geranium robertianum; alcuni autori ritennero che non meritasse il rango di specie autonoma e la riclassificarono come varietà o sottospecie diel Geranium robertianum, nacquero così nomi come Geranium robertianum subsp. purpureum e per oltre un secolo la sua posizione tassonomica rimase discussa.
Tra il XX e il XXI secolo, gli studi moderni di morfologia, citologia e sistematica hanno progressivamente rafforzato l'idea che Geranium purpureum sia una specie distinta; differenze nei fiori, nelle antere, nei frutti e nel numero cromosomico rispetto al Geranium robertianum hanno contribuito a consolidarne il riconoscimento e oggi il nome accettato è nuovamente Geranium purpureum Vill. nella maggior parte delle banche dati botaniche internazionali.

Geranium Purpureum

Il nome Geranium purpureum è composto dal termine greco γέρανος/geranium - gru, per la somiglianza del frutto con il becco dell'uccello, più l'epiteto specifico purpureum dal latino purpureus -purpureo, color porpora che allude alle tonalità rossastre che caratterizzano spesso la pianta.
Appartiene alla famiglia delle Geraniaceae, è originario delle regioni mediterranee dell'Europa meridionale, dell'Africa settentrionale, dell'Asia occidentale e probabilmente era presente da lungo tempo prima di essere riconosciuto formalmente dalla botanica scientifica moderna, nel corso degli ultimi due secoli ha ampliato la propria distribuzione, favorito dalle attività umane e dai trasporti e si è diffuso in numerose regioni del mondo, inclusi Nord e Sud America, Australia, Nuova Zelanda e Corea.
Geranio purpureo polarmente conosciuto come Geranio minore o piccolo, Geranio selvatico; Geranio purpúreo in spagnolo, Gerânio-púrpura o gerânio purpúreo in portoghese; Little purple crane’s-bill e Purple crane’s-bill in inglese; Purpur-Storchschnabel in tedesco; Géranium pourpré e Petite herbe à Robert in francese; è un erbacea annuale o biennale, raggiunge un'altezza compresa tra 10 e 40 cm.; il fusto sottile, ramificato, spesso rossastro o violaceo è ricoperto da peli morbidi e ghiandolari che gli conferiscono un aspetto leggermente appiccicoso; le foglie alterne lungo il fusto, dal verde virano verso sfumature rossastre, sono profondamente divise in 5-7 lobi incisi e dentati e hanno un picciolo relativamente lungo nelle foglie basali; i fiori piccoli, circa 8-12 mm di diametro, fioriscono da marzo fino all'estate avanzata, sono riuniti in coppie su lunghi peduncoli, hanno cinque petali, di colore rosa intenso, porpora o violetto-rosato; generalmente più corti rispetto a quelli di altre specie simili come Geranium robertianum; il frutto è uno schizocarpo dalla forma allungata con un caratteristico becco centrale lungo 1–2 cm., a maturazione si divide in 5 segmenti che contengono 5 piccoli semi ovali e bruno-scuro.
Contiene: acidi fenolici come acido caffeico, acido clorogenico e acido gallico; flavonoidi e glicosidi flavonoidici come kaempferolo, quercetina e derivati; tannini idrolizzabili ed ellagitannini; flavan-3-oli come catechine.
Evidenze etnobotaniche e dati sperimentali in vitro suggeriscono attività biologiche compatibili con proprietà antibatteriche, antimicrobiche, antinfiammatorie, antiossidanti e astringenti..
Nella tradizione popolare il Geranium purpureum non presenta usi distinti e ben documentati rispetto ad altre specie del genere; veniva probabilmente impiegato per le sue proprietà astringenti e depurative in preparazioni casalinghe come decotti o infusi leggeri per disturbi intestinali e in impacchi o lavaggio per piccole irritazioni cutanee. Molte delle sue poprietà sono riportate in studi preliminari in vitro, mancano ancora studi clinici sull'uomo, quindi non ha ancora indicazioni terapeutiche consolidate come per altre specie medicinali.

Nel linguaggio dei fiori il Geranium purpureum rappresenta salda devozione, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità, senza differenziazione tra metaboliti primari e secondari, perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

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domenica 14 giugno 2026

Il bianco mantello della Stellaria Media

" L'alsine, che alcuni chiamano miosoto, nasce nei boschi sacri: perciò è detta cosi. Spunta a metà dell'inverno, diventa secca a metà dell'estate. Quando spunta, le sue foglie sembrano orecchie di un piccolo topo. Ma spiegheremo poi che è un'altra l'erba detta piu propriamente miosotide. L'alsine coinciderebbe in pratica con l'elxine, se non fosse piu piccola e meno pelosa. Nasce negli orti e soprattutto sui muri. Quando la si trita emana un odore di cetriolo. La si usa per gli ascessi e per le infiammazioni e in tutti i medesimi casi in cui si usa l'elxine, solo che è meno efficace. La si applica in particolare sui flussi di umori e anche sui genitali e sulle piaghe, assieme a farina d'orzo. Il succo si instilla nelle orecchie. "

Storia Naturale Libro XVII
Plinio il Vecchio
Traduzione Paola Cosci

Il nome Aλσίνῃ/Alsine appartiene alla tradizione greco-latina, ha il carattere descrittivo della tradizione antica e viene usato da Plinio il Vecchio e Dioscoride per indicare una piccola erba spontanea degli ambienti umidi e coltivati.
L'etimologia è incerta, spesso è stata collegata al greco ἄλσος/álso̱s - bosco sacro, boschetto, luogo alberato, in riferimento ai luoghi ombrosi e freschi in cui queste piante crescono.

"La Alsine, la quale chiamano alcuni anthillio, & altri miosota, per rassembrarsi le sue frondi alle orecchie de i topi, nasce nelle selve ombrose, & luoghi opachi, dal che è stata chiamata alfine. Sarebbe questa stata la medesima, che l'helfine, se non fusse più picciola, & non havesse frondi minori, & non pelose, pesta respira odore di cocomero. Ha virtù di ristagnare, & d'infrigidire. IImpiastrasi con polenta per le infiammagioni de gli occhi. Il suo succo distillato nell'orecchie, ne cava il dolore, & vale à tutte quelle cose, che l'helfine.
Chiamasi l'Alfine Toscana Centone: della quale se ne veggono però più spetie, ritrovandosi maggiore, & minore, quantunque una sola ne recitasse Dioscoride. Altri la chiamano in Italia Pavarina, altri Pizza gallina, & altri Centovice. Ritrovansi alcuni testi Greci, che hanno questo capitolo nella fine del secondo libro, appresso all'Orecchia di topo. Ma come fu quivi detto à bastanza, è piùsuo proprio luogo questo, che quello. Scrissene Galeno al VI. delle facultà de i semplici, così dicendo. L'alfine, overo Orecchia di topo, ha veramente le facultà medesime dell'helfine, ciò è infrigidative, & humide: imperoche ella è d'una essenza acquea, & frigida. Il perché rinfresca senza costringere: & imperò è ella conveniente alle posteme calde, & alle mediocri erisipele. Chiamano l'Alfine i Grci Aλσίνη: i Tedeschi, Hue ner dorm, & Vogelkraut: i Francesi, Mouronem."

Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli

Nel XVI secolo Pietro Andrea Mattioli, nei suoi commentari a Dioscoride, riprende il nome Alsinee lo applica alla flora europea, identificandolo con una piccola erba degli orti conosciuta in diverse regioni con nomi popolari. 
Nel 1753 Carl Linnaeus utilizza lo stesso nome nel sistema binomiale, descrivendo una specie come Alsine media; successivamente il botanico Dominique Villars trasferisce questa specie al genere Stellaria, da cui deriva il nome oggi accettato Stellaria media (L.) Vill.
Stellaria deriva dal latino stella, in riferimento all'aspetto dei fiori, mentre media significa intermedia, di dimensioni medie.

Stellaria Media - Centocchio

Appartiene alla famiglia delle Caryophyllaceae, gruppo che comprende numerose piante erbacee caratterizzate da fiori generalmente pentameri e foglie opposte; è un'erbacea annuale o talvolta biennale diffusa in gran parte delle regioni temperate del mondo e oggi considerata pressoché cosmopolita; popolarmente è conosciuta come Alsina, Anagallide, Anagallo, Budello di gallina, Centonculo, Morabio, Morona, Morone, Pannarina, Pizzica gallina in antichità; Arbetta stella per la Romagna; Centocchi, Centone, Gallinella, Grassagaleina, Pavarina e Zeintucc a Bologna, Erba dei galeini e Erba raneina a Reggio Emilia, Erba pavareina a Piacenza, Orecci d' soregh a Parma in Emilia-Romagna; Anagallide, Erba canaina e Sancosto a Genova, Brutture a Bordighera, Canta gaine a Porto Maurizio, Cardelina a Nizza, Erba ciaturuna a Vado e a Zinola, Erba lugarina a Carbuta, Pavejana a Savona, in Liguria; Beccagallina a Barletta, Morscellina a Lecce, in Puglia; Boelli da gialina a Engadina, Centose per la Valtellina, Paarina a Brescia, Pavarascia e Pavarazza a Pavia, Peverascia a Milano, Peverazza e Peverazzia a Como, Pverella e Peverina per il Canton Ticino, in Lombardia; Budellina a Val di Chiana, Cento vice a Pisa, Centocchio, Centonchio*Centone, Centonghio, Centovice, Cintonchio, Erba che fa cantar le galline, Erba gallina, Erba gallinella, Erba paperina Erba piperina, Gallinella, Mordigallina, Morso di gallina, Morso di gallo, Morsugallina, Orecchio di topo a Poggibonsi, Paperina, Pizzagallina a Pisa, Pulcinella, in Toscana; Canalina, Cardlina, Erba viell, Erba cardlina, Erba dij canarin, Erba pavarina, Pavarascia a Novara, Pavarino a Massello, Pavarogna, Pavaronia, Paveronia, Pavresu, Pavrina, Pavrun, Penetauri a Moncalvo, Pevronia, Poriona, Povrogna, Purionna, Puvrogna, Puvroniain Piemonte; Cenducchia, Cenduccia, Galline grasse a Larino, Menduccia a Miglianico, Scendorelli ad Aquila, in Abruzzo; Centui, Centuiss, Centuviell, Cintule, Cintuviell, Ciuntuviell, Lissò a Carnia, in Friuli; Erba de puddas e Puddina a Cagliari, Erba di giaddina, Erba puddina a Muravera, Erba pugionina, a Tortoli, in Sardegna; Erba di gaddini, Mirichiddina zona dell’Etna, Mursiddina minuri, Oricchi di surci, Puddicinara a Ustica, in Sicilia; Erba oselina a Treviso, Zentidel e Zentivel a Belluno, in Veneto; Galinella ad Ancona nelle Marche; Miggiardina a Potenza, in Basilicata; Morviglina a Ischia, Morviglino e Moscellina a Napoli, in Campania; Pavarina a Verona, Pavarino per l’Istria, in Veneto; Vudeju di gurpi, Vudeju di muscu in Calabria.

Centonchio* = deriva probabilmente dal latino centunculus ovvero piccolo mantello di pezze, termine che in botanica diede origine anche al genere Centunculus; nella tradizione popolare italiana il nome è stato attribuito a diverse piccole erbe campestri, tra cui le stellarie.

Stellarla media, With.; Alsine media, Linn. - Questa specie è annuale, più piccola della stellaria graminca; produce un foraggio scarso ma succoso e molto gradito al bestiame."

Le piante pratensi - ossia; Le erbe dei prati e dei pascoli italiani
Antonio De Silvestri - Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana 

Hierba gallinera in spagnolo, Chickweed in inglese, Vogelmiere in tedesco e Mouron des oiseaux in francese,; raggiunge un'altezza tra i 5 e i 40 cm., il fusto è sottile, verde, tenero e molto ramificato, ha una caratteristica fila di peli che corre lungo un lato del fusto e cambia lato a ogni nodo; le foglie sono piccole, ovali o ovato-ellittiche, lunghe circa 1–3 cm., quelle inferiori hanno un breve picciolo, quelle superiori sono quasi sessili (attaccate direttamente al fusto); i fiori sbocciano quasi tutto l'anno nelle zone a clima mite, hanno cinque petali bianchi profondamente divisi, tanto da sembrare dieci; i frutti sono capsule ovali leggermente più lunghe del calice, a maturazione si aprono in sei valve liberando piccoli semi bruno-rossastri o marrone scuro, tondeggianti-reniformi, mantengono la capacità germinativa per molti anni.

Stellaria Media - Centocchio

Contiene; acidi fenolici; beta-carotene precursore della vitamina A; flavonoidi; mucillagini; sali minerali come calcio, ferro, magnesio, potassio, zinco; saponine triterpeniche; tannini; vitamine del gruppo B in tracce o piccole quantità; vitamina C. 
Ha proprietà antinfiammatorie e antiossidanti evidenziate in studi di laboratorio, depurative, diuretiche, emollienti e lenitive, rinfrescanti.
Nella tradizione popolare europea, veniva usata fresca e schiacciata in impacchi per le irritazioni della pelle, prurito, eczemi lievi, punture di insetti; in infuso leggero per tosse secca o gola irritata, per favorire la regolarità intestinale, l'azione depurativa.
Se ne conosce anche l'uso alimentare: le foglie giovani sono commestibili e, nelle normali quantità alimentari, possono essere aggiunte crude nei frullati, nelle insalate, nel pesto erbaceo mescolato con basilico o altre erbe, nelle frittate, nelle minestre o nelle zuppe aggiunte a fine cottura come gli spinaci e nei ripieni dei ravioli e delle torte salate. Sebbene studi sperimentali abbiano evidenziato attività biologiche attribuibili ai suoi costituenti, molte delle proprietà terapeutiche tradizionalmente riportate non trovano ancora conferma clinica adeguata; generalmente considerata poco tossica, il consumo eccessivo può risultare sconsigliabile a causa del contenuto in saponine.

Stellaria Media - Centocchio

Nel linguaggio dei fiori tradizionale la Stellaria media non possiede un significato universalmente codificato; interpretazioni simboliche moderne la associano talvolta alla semplicità, alla resilienza e alla capacità di adattamento, qualità che richiamano la sua diffusione spontanea e la sua notevole capacità di crescita; un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di San Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità, senza differenziazione tra metaboliti primari e secondari, perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Per chi è interessato
Brucia con le coccole il legno di ginepro
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