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mercoledì 7 giugno 2023

Il sentore di limone dell'erba Luigia

Immaginate di trovarvi in una riad marocchina comodamente seduti su morbidi divani circondati da una miriade di cuscini tra finestre ogivali, archi e capitelli moreschi incantati dal suono e dai giochi di luce dell'acqua che zampilla e luccica sull'oro, l'argento e sui colori di una fontana decorata con tessere musive. In quest'atmosfera calda e avvolgente il padrone di casa esegue il rito tradizionale dell'ospitalità (vedi Ospitalità) che consiste nell'accurata preparazione del tè che, versato dall'alto, per ossigenarlo, in bicchieri colorati, per abbassarne velocemente la temperatura, viene offerto per tre volte agli invitati, la prima al naturale con lo zucchero, la seconda arricchito con la menta naa naa - nanà e la terza rafforzato con l'Aloysia o Lippia citriodora, un'erba officinale perenne dal profumo balsamico, intenso e persistente, amata da Padre Pio che soleva tenerne alcune foglie nel confessionale per annusarle.

Aloysia citriodora, Aloysia triphylla, Lippia citriodora, Verbena triphylla, Cedrina, Erba di Maria Luisa, Erba limonaria, Erba Luigia, Erba Luisa, Erba perseghina, Limoncina, limonetto, Verbena odorosa

" Modo di coltivare l'erba Luigia, detta Cedrina o Cedronella, e dai botanici Verbena triphylla. È facilissima questa pianta a barbicare onde può aversene piantandone i ramoscelli di un anno, facendone margotte e dividendone destramente le pianticelle, le quali abbiano messe che derivino dalla radice maestra. Provai egualmente tutti tre questi metodi.
Dalla fine di aprile sino quasi a mezzo settembre si possono prender ramoscelli, che però non sieno troppo grossi; che abbiano almeno un terzo di vecchio legno, e non sieno rivestiti di fiore, la qual ultima avvertenza però non è sempre essenziale. Si conficcheranno per due terzi della loro lunghezza in terra ben preparata, schivando la forte o argillosa. Quando vogliasene porre molti, si potranno essi seppellire nel terreno dell'orto, ma ciò si farà dal giugno sino all'agosto e non prima o dopo. Il fondo sarà stato ben vangato e di natura fresco. Piantati i rami a distanza tale, che volendoli trasporre si possano levare sulla terra senzascoprire le radici, si rimetterà a più riprese bel bello il terreno. Correndo calda assai la stagione si ripareranno con una stuoja dall' immediata azione del sole, e se ne avranno in capo a tre o quattro setti mane nuove piante ben radicate. Può per altro a maggior sicurezza farsi tale piantagione in vasi o altro recipiente. Se esegui scasi in primavera, si dovranno riparare da ogni pericolo di freddo, e ritirarli quando occorra di nottetempo. Se vogliansi piante adulte e da allevare ad albero, si farà passare un ramo entro un pignattino o un cestello di vimini o un cannello di latta chiuso in modo che dalla parte inferiore non lasci escir l'acqua, ed empiuto di terra sciolta il recipiente, si terrà umida la detta terra, ed in breve il ramo barbicherà. Finalmente dividendo con tagliente ferro le pianticelle, lasciando a ciascheduna un proporzionato numero di radici, e tenendole riparate dopo il loro trasponimento, se ne otterranno nuovi individui. Tale divisione non solo in primavera ed in autunno potrà farsi, ma ancora nell'estate. Mentre scrivo, e siamo in luglio avanzato, ne ho diviso un vaso, e n'ebbi quattro piante assai felicemente.
In inverno a meno che non sia rigido soverchiamente, o che il terreno non vada soggetto a molta umidità, io l’ho veduta reggere assai rigorosa, situata però a mezzogiorno. Sarà sempre ottimo consiglio quello di educarne un paio di piante in vaso, per ogni evento. Besì due avvertenze trovo utilissime ad aversi per assicurarsi della felice loro esistenza, sia che si conservino in vaso o in terra. Facendo copiose radici fibrose, non siasi con loro avari di letame ben consumato, ma ad un tempo stesso non se ne dia loro troppo. E l'uno e l'altro estremo manda spesso a male queste piante. L'altra cura che si avrà, volendosi tenere piante ne' vasi, sarà di proporzionare questi alla copia delle loro radici. In estate amano di essere spesso innaffiate, ma adagio adagio, ed a più riprese, e coprendo le radici, che spesso rimangono alla superficie del vaso, con vinacce non molto vecchie. Alcuni trovano ben fatto il non lasciar ispiegare i fiori, ma di recidere i ramoscelli per servirsi delle foglie. Io provai che le pianticelle si mantengono più vegete tagliando i fiori quando cominciano a spiegarsi, risparmiando i rami, e scegliendone le foglie, ma nel tosarle bisogna andare con discrezione. Recidendole troppo spesso periscono. Avvi una varietà coll’odore di menta assai ricercata. È un poco più difficile a propagarsi per rami, e domanda più diligenza. Bisognerebbe propagarla, potendosi con le foglie farne pastiglie, o veramente secche all’ombra usarne a guisa di tè. Somministra una bevanda utile pe’ raffreddori.

Il manuale del giardiniere fiorisita - 1854
Filippo Re

Aloysia citriodora, Aloysia triphylla, Lippia citriodora, Verbena triphylla, Cedrina, Erba di Maria Luisa, Erba limonaria, Erba Luigia, Erba Luisa, Erba perseghina, Limoncina, limonetto, Verbena odorosa

Lippia citriodora Kunth dal cognome del botanico francese di origine italiana Agostino Lippi*, ucciso nel 1705 durante una spedizione a Sennaar nel Sudan, e dal latino citrus - limone e odor - odore, Aloysia citriodora Palau dal nome di Maria Luisa di Borbone sposa del re di Spagna, Aloysia triphylla, Verbena triphylla, popolarmente cedrina, citronella, erba di Maria Luisa, erba limonaria, erba Luigia, erba Luisa, erba perseghina, limoncina, limonetto, verbena odorosa, in inglese lemonplant e vervain, in spagnolo cedron, hierba de la primavera, hierba de tres hojas, hierba Luisa, hierba princesa, reina Luisa, verbena de olor, verbena de tres hojas, in tedesco zitronenstrauch, in francese verveine citronelle e verveine odorante; appartiene alla famiglia delle Verbanaceae ed è originaria del Cile e dell'America meridionale, venne introdotta in Europa nel 1784 dal botanico Joseph Dombey e in Italia fu coltivata per la prima volta nel 1787 a Firenze, alla Mattonaja nei giardini del senatore Lorenzo Ginori, dove oggi sorgono i giardini pubblici Massimo D’Azeglio. L'Aloysia citriodora può raggiungere i 2, 3 metri di altezza, il fusto è legnoso, eretto e ramificato, verde e vira al marrone in maturità, le foglie verde chiaro, riunite in gruppi di 3-4 per nodo, sono caduche, lunghe, ellittiche, lanceolate e sessili, i fiori piccoli, bianchi che virano verso il violetto sono raggruppati in pannocchie apicali.

Lippi* = Fu il botanico William Houstoun a dare il nome di Agostino Lippi al genere di una pianta che raccolse in Messico in seguito convalidato da Linneo nel 1753

" Non c'è forse fiore più umile, nè più modesta pianticella . . . Eppure, cara a tutti. La Cedrina, Erba Luigia, è tra le piante più note! più universalmente coltivate.
Sebbene duri da oltre un secolo, questa simpatia non è venuta e forse non verrà mai meno alla gentile pianticina, della quale gli ultimi fiorellini violacei biancastri stanno ora sbocciando, e che co’ suoi bei cespugli verdi odorosi adorna tutti i giardini, al più ricco al più povero, e che col garofano e con le violacocche, coi geranii e con gli astri trova su tutti i balconi, non solo, ma persino sugli abbaini.
Il nome botanico di questa piancella, è Lippia citriodora, ed una verbenacea del Perù e del Chili.
Le Verbenacee, circa settecento specie, principalmente tropicali, sono mal rappresentate in Italia, dove se ne contano soli tre generi, con quattro specie, la Vitex agnus-castus, la Verbena offcinali, la V. supina e la Lippia repens. Le Verbenacee, erbe, frutici, od alberi, hanno foglie opposte o verticillate, senza stipole, fiori bisessuali, irregolari bratteati, in cime disposte a spiga, a racemo od a pannocchia, a calice infero, tubuloso, diviso dentato, persistente, a corolla ipogina, tubolosa, d’ordinario abiata, con quattro stami, due più alti e due più bassi, cioè didinami, e per frutto una bacca con due a quattro caselle, o una drupa con due a quattro noccioli, o quattro achenii.
Affini alle Borraginacee ed alle Labiate, le Verbenacee hanno proprietà amare ed astringenti. Fra le specie tropicali legnose, notissimo è il Tectona grandis, grande albero dell’India, detto volgarmente Tek, il di cui legno è il i fiore di tutti per costruzioni navali.
La Lippia repens, che vive nei prati umidi presso i paduli marittimi nella Lungiana, in Toscana ed in Sicilia, e che serve stupendamente a ornare di soffici e bei tappeti le collinette e i piccoli poggi nei giardini ove si dispongadi molta acqua, è una pianticella completamente liscia, a fusto strisciante, a toglie bislunghe, ristrette in breve picciuolo, dentate nella metà superiore, con piccoli fiori bianchi o bianco azzurrastri, in spighe o capolini ovali peduncolati ascellari.
La Lippia citriodora coltivata da noi è un arboscello che può raggiungere un’altezza di due metri, ha steli frondosi con foglie picciolate, lanceolate, acuminate, ruvide al tatto, verticillate od opposte, più frequentemente con verticilli atre foglie, odorosissime, pannocchie terminali di fiorellini violacei biancastri pur odorosi. L’odore, vivissimo soprattutto nelle giornate calde, è conservato dalle foglie anche secche, e ricorda l’odore del cedro e della cannella ...
... La Cedrina si coltiva in vaso, ponendola in aranciera o nelle stanze, nell’Italia settentrionale, o in piena terra presso muri rivolti a mezzodi, proteggendola nell’inverno con paglia o con telai di cristalli. Resiste anche a temperature di circa cinque gradi sotto lo zero. Ama terra leggera, ma sostanziosa, e frequenti inaffiamenti. Si riproduce d’ordinario per margotti in marzo, o per talee, pure in marzo, da tenersi sotto campane o telai a vetri. Una varietà assai pregiata, ma piuttosto rara, è la L. menthaeodora, assai più delicata ... "

Natura e arte - 1885
Ferruccio Rizzatti

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La credenza popolare vuole che l'olio essenziale dell'Aloisya citriodora stillato sulle mani dell'innamorata o dell'innamorato favorisca l'amore.
Contiene flavonoidi; monoterpeni come cineolo, citrale ovvero geraniale e nerale, iridoidi, limonene; mucillagene; sequiterpeni come lo spathulenolo.
Ha proprietà afrodisiache, antialitosi, antibatteriche, anticatarrali, antidepressive, antisettiche, antispasmodiche, antitussive, aperitive, astrigenti, calmanti, carminative, colagoghe, digestive, disintossicanti, diuretiche, emollienti, epatiche, espettoranti, febbrifughe, galattogoghe, insetticide, rinfrescanti, stimolanti del sistema circolatorio, stomachiche, sedative, sudorifere, toniche e tonificanti. 
L'infuso dell'erba Luigia, che anche secca mantiene il suo aroma per oltre tre anni, rilassa lo stomaco, favorisce l'appetito, la digestione e il sonno, attenua la febbre, il catarro, la tosse, stimola le difese immunitarie e migliora le funzioni del fegato; ottimo colluttorio per chi soffre di alitosi; può essere aggiunto all'acqua del bagno per profumarla; in impacchi è utile per l'acne, gli occhi rossi, gonfi e per un'azione tonificante della pelle.
In cucina le foglie danno un sentore di limone alla carne, al pesce, liberano la selvaggina dall'odore pungente, arricchiscono il sapore delle frittate, dei ripieni, delle salse, delle minestre e delle zuppe, delle macedonie di frutta e dei dolci,
Se ne sconsiglia l'uso interno a chi soffre di gastrite e di tiroide e l'uso esterno dell'olio essenziale a chi si espone al sole perché è fotosensibilizzante.

Vi lascio la mia ricetta del liquore di Aloisya citriodora

Ingredienti

80 foglie di Aloisya citriodora
1 litro di alcool a 95°
1 litro d'acqua
500 g. di zucchero

In un contenitore ermetico lasciate macerare nell'alcool le foglie spezzettate dell'Aloisya citriodora, dopo trenta giorni sobbollite l'acqua con lo zucchero per 10-15 minuti, fate raffreddare lo sciroppo ottenuto e miscelatelo all'alcool aromatizzato che nel frattempo avrete provveduto a filtrare, imbottigliate e aspettate altri 30 giorni per gustarlo.

Aloysia citriodora, Aloysia triphylla, Lippia citriodora, Verbena triphylla, Cedrina, Erba di Maria Luisa, Erba limonaria, Erba Luigia, Erba Luisa, Erba perseghina, Limoncina, limonetto, Verbena odorosa

Nel linguaggio dei fiori l'erba Luigia rappresenta il cordoglio, la mestizia e le pene d'amore; un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.

" Tra i battenti delle porte accostate, qualche voce veniva dagli orti chiusi riboccanti di salvia e di erba Luigia, e insieme a queste rapide visioni gli risorgevano nella mente graziose avventure dell'adolescenza e dei primi anni della giovinezza. Ma tutto ciò gli appariva nelle proporzioni di un cannocchiale capovolto, piccolo lontano, sfuggente ... "

Duello d'anime - Neera - 1911

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Brucia con le coccole il legno di ginepro

lunedì 13 giugno 2022

Giocano i satiri con la santoreggia

" ... la cunila*. Quest'ultima da noi ha anche un altro nome, è la cosiddetta santoreggia, e fa parte degli ingredienti da condimento. Si semina nel mese di febbraio. Come aroma è in concorrenza con l'origano, perciò queste due piante non vengono mai aggiunte insieme alle vivande, dato che hanno il medesimo effetto ... " 

Storia Naturale - Libro 19
Plinio il Vecchio  
Traduzione - Francesca Lechi

Cunila* = nome generico che indicava più piante: levistico, origano, santoreggia.

Santoreggia montana - peverella - santurejia e santureia

La santoreggia viene chiamata coniella, cunila, peverella, satureja o satureia, savoreggia, erba acciuga, erba pepe e erba del satiro dai romani; si racconta che sia afrodisiaca e sembra che ne fossero a conoscenza anche le figure mitologiche greco-romane dal corpo umano con coda, corna, orecchie e zampe caprine, conosciute come σάτυροι/sátiuroi - satiri, personificazioni della fertilità e della vita in natura, che vivevano nei campi di sătŭrēia da cui traevano l'energia sessuale per cui erano mooolto famosi ed è a σάτυρος/saty̆rus che si lega una prima ipotesi etimologica che fa derivare il termine da σάθη/sáthē - membro virile atto a indicare la lussuria ben sviluppata.
In realtà sono parecchi i tentativi di dare alla santoreggia una derivazione etimologica: sătŭra - ripieno, composto da vari ingredienti che segue il termine satur usato da Linneo che sta per saturo, sazio, pieno, in relazione alla proprietà carminativa dell'erba che i romani prendevano in infuso per favorire la digestione dopo i loro banchetti luculliani; procediamo con satum - seminato; séro - seminare e addirittura con s’átar dall’arabo che si rifà a un nome generico attribuito a più piante. 
Aggiungo, che in Puglia si trova una piccola città, chiamata Sătŭrēium/Satureio - Saturo, fatta erigere dal fondatore mitologico di Taranto Τάρας/Taras, figlio della ninfa Satyria e di Poseidone, per onorare la madre e la moglie Satureia figlia del re Minosse, e che nella letteratura rabbinica gli ebrei dell'epoca mishnaica la chiamavano sī’ah associata all'eizov maggiorana e al qurnit - salato a foglie bianche.

" La satureia è herba triviale. Nasce in luoghi aspri, e magri, simile al thimo, ma minore, e più tenera. Produce nelle fommità una spica piena di fiori, d'herbaceo colore. Ha le medesime virtù che'l thimo, tolta nel medesimo modo. è anchor ella nell'uso de sani. Enne anchora di domestica, quantunque assai minore della saluatica, ne i cibi assai più utile, per non essere ella tanto acuta.
La satureia overamente Thimbra è di due spetie. Quella che descrive Dioscoride, è simile al Thimo, ma minore, e più tenera, e produce nella sommità de i rami una spica piena di fiori, di verde colore: Nasce in luoghi secchi, e in magri terreni, alle quali note non poco si rassembra quella di cui è qui la figura. Imperoché questa ne i gambi, e nelle foglie è tanto simile al Thimo, che non manca chi la pigli per il thimo. Appo ciò è più minuta, e più sottile, ma non produce però i capitelli simili al thimo: Imperoché, come dice Dioscoride le cime de i rami finiscono in una spica verde, ne i quali sono i fioretti piccioli e porporegni. Ritrovasene, come scrive pur egli di domestica, e di salvatica. L'altra poi (se però si può ella chiamare Thimbra, overamente Satureia) cresce molto maggiore e con più gambi all'intorno della radice, tondi, e legnosi, e produce le foglie ruvidette maggiori e più dure del thimo, le quali sono distintamente messe intorno à i gambi, dall'origine delle quali nascono alcune cimette spicate di minute foglie, nelle quali nascono i fiori picciolini che nell'incarnato porporeggiano. Produce la radice legnosa, con molte e molte fibre. Seminasi questa non solamente ne gl'horti, ma nasce anchora per se stessa ne i colli magri, e lungo i lidi ghiarosi de i fiumi, più ruvida, e maggiore della domestica, più dura e più legnosa. Questa crederei io che sia quella di cui dopo la Thimbra fece memoria Columella, al quarto capo del nono libro della sua agricoltura, parlando delle api, con queste parole. Bisogna che la medesima regione sia abondante di piccioli frutici, e massimamente di Thimo, ò d'origano, ò di Timbra, ò della nostra cunila; la quale chiamano i villani Satureia. Imperoché noi in Toscana la chiamiamo Coniella, nome propriamente corrotto da Cunila, over Thimbra si chiama volgarmente in Toscana Coniella, vocabolo veramente corrotto dal latino: imperoché Cunila la chiama Plinio. In altri luoghi d'Italia si chiama dove Savoreggia, e dove Peverella per esser acutissima come il pepe. Non ritrovo che facesse Galeno mentione alcuna della Thimbra ne i suoi libri de semplici. Ma scrivendone Paolo Egineta: La Thimbra (diceva) salvatica è quanto il thimo in ogni sua operatione valorosa, ma la domestica è più debole, quantunque più convenevole ne i cibi. Chiamavano i Greci la Thimbra Thumbra: i Latini, Thymbra, Cunila, e Satureia: gli Arabi Sahater, e Shatar: li Tedeschi, Kunel, Zuvibel bysop, e Saturey: li Spagoli, Segurelha: i Francesi, Savoreie, Sariette, e Satrea: i Boemi, Saturege: i Poloni Cgmbr. "

Dioscoride a cura di M. Pietro Andrea Matthioli

Santoreggia montana - conila - peverella - santurejia e santureia - savoreggia - erba acciuga - erba pepe - erba del satiro

La santoreggia originaria dell'area mediterranea appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, raggiunge un'altezza che varia dai 30 ai 50 cm., il fusto è tetragonale ricoperto di piccoli peli retrorsi, diventa legnoso a maturità, dalla base si dipartono i rami che danno alla pianta una forma a cespuglio; le foglie verde intenso, ricoperte da ghiandole odorifere, dotate di leggera peluria, sono piccole, sessili, lanceolate con apice acuto che piega verso il basso e margini lisci bordati di piccole ciglia, opposte a due a due, si dispongono ad angolo retto rispetto alle sottostanti e alle ascelle sviluppano altre foglioline a disposizione fascicolata; i fiori a calice campanulato tipici delle Lamiaceae variano dal bianco al rosa.
Nel Dizionario universale economico rustico del 1797 è descritta così:

" Santoreggia, o Savoreggia, Satureggìa, Peverella, Satureja, Erba pepe, Timbro, las Satureja, fr. Sarrietate, Sadrée , Savorée. La specie di satureggia che più d’ogn’altra viene coltivata forma un cespo rotondo, ramoso e dell’altezza d’un piede. Il suo legno è duro e rassomiglia al legno secco; le sue foglie sono strette e bislunghe; i suoi fiori sono formati a guisa di gola ed escono dalle ascelle delle foglie; eglino sono bianchi tiranti al porporino e ad essi succedono piccole semenze rotonde di color di lavagna. Cotesta pianta ch’ è annuale nasce facilménte in ogni sorta di suolo.
Si tiene nei vasi e se ne fanno i cordoni ai vialetti dei giardini. 1 cuochi la ricercano per rendere più grato il sapore delle fave, colle quali si unisce assai bene, come in tutte le salse; i Tedeschi ne mischiano nei loro salcraut. Ell’ è molto più utile in medicina e si buona che viene appellata la salsa de’ poveri: è stomatica, e la sua decozione spruzzata nelle orecchie è buona per le le affezioni saporose, è buona in gargarismo per il rilasciamento dell’ugola e per l’infiammazione delle amigdale. La polvere delle sue foglie secca e bevuta nel vino solleva i mali di petto. Ve n’hanno 2. altre specie vivaci, che formano degli arbusti assai alti, i quali si chiamano timbri e sono originari di Candia; una di dette specie porta i fiori turchini e l’altra bianchi: cotesti sono arbusti da stufa nei paesi alquanto più freddi. Ama questa pianta la terra leggera. "

Dizionario universale economico rustico

Santoreggia montana - conila - peverella - santurejia e santureia - savoreggia - erba acciuga - erba pepe - erba del satiro

La santoreggia era conosciuta fin dai tempi degli anatoli, dei greci e dei romani. 
Contiene: eugenolo, fenoli come carvacrolo e timolo; monoterpeni come canfene, cimene, limonene, mircene; terpeni come borneolo, geraniolo, nerolo; sali minerali come calcio, ferro, fosforo, magnesio, manganese, potassio, rame, selenio, sodio, zinco; vitamina A, B1, B2, B3, B6 C.
La medicina popolare sfrutta la sua proprieta antibatterica, anticolesterolo, antinffiamatoria, antifungina, antiossidante, antisettica, antispasmodica, antivirale, astrigente, cardiotonica, carminativa, cicratizzante, digestiva, espettorante, immunostimolante, insetticida e tonica.
Sminuzzatela e inseritela in sacchetto da mettere nell'armadio, salvaguarderà i vostri vesiti dalla tarme.

Nome. Gre. Thumbra. Lat. Satureia. Ital. Coniella, e Satureia.
Spetie. Ritrovasene tre spetie di Saturegia, cioè domestica, e salvatica, e questa è di due sorti, una con
frondi picciole simile al Thimo, e l'altra co frondi più larghe, e più ruvide.
Forma. La domestica che si semina ne gli horti nasce con fusti meno legnosi e fa le ſoglie più strette, e
più lunghe di grato odore, e sapore. La salvatica, del la prima spetie, è simile al thimo, ma minore, e più tenera. Produce nelle sommità una spica piena di fiori, d'herbaceo colore. L'altra saluatica e più ruvida e maggiore della domestica, più dura,e più legnosa.
Loco. Nasce la domestica negli horti, e la salvatica nasce spontaneamente per se nei colli aprici, e in arido terreno.
Qualità. E' calda, e secca nel terzo grado, e ha le facultà del Thimo, e così Epitimbra ha quelle dell'Epithimo. E' acutissima come il pepe, e però da alcuni è chiamata peverella, e Savoreggia, perché si mette ne i savori.
Virtù. Di dentro. La salvatica vale a tutte quelle cose che vale il Thimo. La domestica ha le sue virtù più deboli: ma è più grata nei cibi. La polvere delle frondi bevuta con vino, giova ai difetti del petto, del polmone, e della vescica. Provoca i mestrui, e l'orina. Giova allo stomaco, escita l'appetito, aiuta la digestione, leva la nausea, assottiglia la vista, e dissolve le ventosità:onde è molt'utile a farla bollire insieme con i legumi. l'Epithimbro purga per il ventre gli humori malenconici, come l'epithimo. Nel resto è simile di virtù al Thimo. Le donne gravide si guardino non solo da usar nei cibi quest'herba: ma da odorarla ancora.
Virtù. Di fuori. L'herba insieme con i fiori odorata, escita quelli che hanno il sonno profondo ò veraméte posta al capo in modo di corona. Il succo messo con olio rosato caldo nelle orecchie, ne leva il dolore, i ciuffoli, e le sordità. Impiastrata con farina di grano giova alla sciatica. L'epithimbra nasce sopra la Thimbra, come l'epithimo sopra il thimo, L'Acqua stillata da quest'herba pesta, è irrorata col vino giova ai membri paralitici, e a i dolori loro. Et applicata al pettinicchio provoca l'orina, e conferisce alle punture delle api, e delle vespe.

Herbario Novo
Castore Durante

Nel 1400 era chiamata salsa dei poveri e nel tempo entrò a far parte delle miscele mediterranee di erbe aromatiche con origano, rosmarino e timo; era contenuta nel khmeli-smeli georgiano e nelle erbe di Provenza con basilico, lavanda, maggiorana, menta.
La santoreggia in cucina è perfetta per i fagioli, per i formaggi alla piastra, sulle frittate, per marinare carne*, pesce, verdure alla griglia, per le olive in salamoia, per aromatizzare la salciccia, per gli spezzatini e gli stufati, per i ripieni di torte salate e uova sode; si può aggiungere alle insalate con olio aceto e sale.

carne* = Anticamente in Palestina la carne veniva immersa in acqua profumata con la santoreggia. 

Il liquore è un ottimo digestivo, vi lascio la mia ricetta:

Liquore alla  santoreggia

Ingredienti:

100/150 g. di santoreggia 
1 kg di alcool a 95°
2 scorze di limone

Per lo sciroppo
300 gr. Acqua
400 gr. Zucchero

In un contenitore ermetico, assicurandovi che sia asciutta, lasciate macerare per una settimana la santoreggia con le scorze di limone e con l'alcool.
Preparate lo sciroppo con l'acqua e lo zucchero e fatelo sobbollire delicatamente dai 5 ai 15 minuti, dipende da quanto lo preferite denso, ponetelo poi a raffreddare. Filtrate il macerato e unitelo allo sciroppo, imbottigliate, tappate e lasciate riposare per un mese.

Nel linguaggio dei fiori rappresenta lo stimolo della fantasia, un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entambi i numeri sono sacri.

" ... Pure nell’alba di questo mattino, simile a tutti gli altri da quindici mesi, un improvviso senso di dolcezza, quasi tenero alitare di gioie perdute, ecco si impossessa improvvisamente di me in una rapida ebbrezza del senso che subito dilaga al cuore. Che è questo profumo che mi viene incontro dagli obliati sentieri della mia infanzia, della mia giovinezza? Profumo di orti lontani, di piccoli verzieri sepolti nell’ombra di una fitta vegetazione, un po’ umidi, dolcemente romantici?... 
... È la santoreggia dall'odore acuto, ornamento dei davanzali contadineschi?... " 

Una giovinezza del secolo XIX - 1919
Neera 

N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.

Brucia con le coccole il legno di ginepro
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