Ruta, lat. Ruta, fr.Rue. Pianta notissima, il di cui odore è
assai acuto e che viene stimata per le grandi proprietà che credesi ella abbia.
Si distingue questa in ruta ortense e ruta selvatica. Pullula la prima dei
tronchi a guisa d’ arbusto all’ altezza di 4. o 5. piedi i quali vanno corredati
di faglie divise in varj segmenti, piccole, bislunghe,carnose, un po’ grosse, lisce,
di un color verderame disposte a 2. a 2. su un lato terminato da una sola foglia,
I suoi fiori nascono sulla estremità de’ rami e sono composti di 4. foglie
alcun poco ovali, di color giallo pallido; a codesti fiori succedono le frutta contenenti
de’ semi reniformi. Tutte le parti di questa pianta hanno un odore spiacevole. La
ruta selvatica è in tutto più piccola dell’ortense, ma in contracambio le sue
virtù sono più attive. Benché sia disgustosa all’eccesso, pure i Tedeschi e gli
Olandesi non isdegnano di dar accesso alla ruta ne’ suoi manicaretti e in altri
paesi usano taluni mangiarsi la ruta tagliuzzata per condimento de’ tagliolini fatti
a mano e conditi con un po’ di olio o metterne dentro le torte erbose. In molte
parti d’Italia per es. nel Genovesato, costumasi mangiare le foglie fresche di questa
pianta, e se ne condiscono altresì gli alimenti per eccitare l’appetito, facilitare
la digestione, correggere la flatuosità dei cibi, dar sollievo alla colica ventosa
ed umorale; dissipare i vapori, incidere le flemme e far perire i vermi. Anzi se
i ragazzi scrofolosi mangiassero poche foglie di ruta col pane al mattino a stomaco
digiuno, e ciò continuassero per lungo tempo, gioverebbe al loro male, secondo ci
avverte Chomel; dicendo Io stesso che se le foglie a costoro non andassero a genio,
suppliranno 2. in 3. dramme di sugo depurato delle stesse preso con brodo. Boyle
e Ray assai lodano il siroppo di ruta nelle malattie di testa e nelle
indisposizioni del genere nervoso: e Nicando ordinava l’erba contro al morso delle
bestie velenose. Federico Hoffmann asserisce che le foglie della ruta mangiate la
mattina a digiuno con butiro e pane sono un preservativo contro le influenze nocive
d’un’atmosfera e il contagioso veleno delle malattie epidemiche; anzi il Soerhaare
consiglia per le stesse occasioni l’acqua distillata di questa pianta in dose di
una fino a 4. once; e vogliono altri autori che siano d’eguale attività 2. cucchiai
di sugo della stessa con altrettanto di vino preso a stomaco digiuno ed avanti il
pranzo, potendosi accrescere la dose fino ad un bicchiere. L’aceto impregnato
con sugo di ruta tratto per bocca e naso non solamente è egregio preservativo contro
la contagione de’ mali epidemici, ma il miglior rimedio alle sincopi che gli altri
spiriti capitali, balsamici e antiapopletici; quindi è che per la gente di campagna
esso potrà supplire allo spirito o acqua di melissa, della regina e simili per ricuperare
le donne dai loro deliqui, effetti isterici ed epilettici. Usata essa esternamente
produce buonissimi effetti. Le contadine e le donne del volgo per ereditario costume
impiastrano la pancia de’ fanciullini con le foglie di ruta, o sole o pestate insieme
con menta ed assenzio, ovvero fritte inolio quando temono dei lombrichi nelle di
loro malattie. Sappiano però, che sebbene i dolori, i vomiti ed il gonfiamento di
ventre, che i fanciulli patiscono, non sieno sempre cagionati da vermini; ma bensì
assai fiate da crude ed erosive materie, da fiati imperversanti, da convulsive contrazioni,
e agitazioni di fibre nate per isconce digestioni d’alimento superchiante o disadatto
o malvagio, come avviene ancor negli adulti; cosi un tale empiastro in simili malori
è eziandio di somma utilità. La decozione poi tiepida fatta con ruta e scordio conferisce
di molto per conservare i denti se 2. o 3. volte la settimana attentamente con
questa essi si lavino; ovvero si usi l’acqua distillata fatta con 1. parti di
salvia ed una di ruta raccolte avanti che fioriscano, fa quale ancora raffrena la
carie già nata nei medesimi. Giovanni da Milano nella Scuola salernitana e Garidel
asseriscono che la ruta è propria per acuire ed assottigliare la vista in quelle
caligini e suffusioni d’occhi, nelle quali l’umore acqueo sopra tutto soffre, e
principalmente, come Rosenstein dice, nelle oscurità della vista provenienti
dalla soverchia lettura di libri o da lunga applicazione. Si ottiene facilmente
l’effetto, se per mezzo di un imbuto arrovesciato si faccia arrivare il fumo della
decozione all’occhio; anzi essa gioverà maggiormente,
se l’ infermo beverà la mattina una pozione della stessa fatta a guisa di thè: onde
con ragione fu composto quel verso; Nobilis est ruta, quia lumina reddit acuta.
Si avverta che la ruta è tanto mordicante, che può far pizzicare alle mani di
chi la coglie; perciò non conviene strofinarsi poco dopo gli occhi colle mani sudice
del di lei sugo.
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venerdì 23 giugno 2023
Acuto e forte l'odore della ruta
La donnola quando combatte contro un serpente mangia la ruta, poiché l’odore è nocivo ai serpenti.
Historia animalium - 343 a. C.
Aristotele
Traduzione a cura di Diego Lanza e Mario Vegetti
Eh sì! L'erba tra le erbe per eccellenza della Festa di San Giovanni, la Ruta graveolens, dal greco ῥυτή/riute o ryte - scorro, in riferimento alle sue proprietà emmenagoghe, o da ῥύομαι/riuomai o ryomai - guarire, preservare, tirare a sé nell'accezione di trarre fuori dal pericolo, e dal latino grăvis - aspro, greve, più ŏlĕo - esalare odore, emana un effluvio aromatico piuttosto acuto e forte, non certo gradevole; un tempo si riteneva che desse fastidio ai serpenti e che il succo fosse un antidoto per i loro morsi e per quelli dei cani rabbiosi, per le punture delle api, dei calabroni, dei ragni, degli scorpioni, delle vespe, e per il veleno delle cantaridi e delle salamandre. Nell'antica Roma era molto apprezzata dal punto di vista medicinale, come ci spiega Plinio il Vecchio, ma doveva essere maneggiata con cautela:
" La ruta si colloca fra le piu importanti piante medicinali. Quella coltivata ha foglie piu larghe e rami piu ricchi; quella selvatica ha un aspetto piu ispido, ed ha maggior forza in ogni suo effetto. Dopo averla aspersa con poca acqua, la si spreme per estrarre il succo, che viene conservato in una pisside di rame.
Questo succo, se somministrato in una dose troppo abbondante, è tossico, soprattutto quello della pianta che cresce in Macedonia vicino al fiume Aliacmone; fatto sorprendente, il suo effetto viene neutralizzato dal succo della cicuta: tant'è che persino i veleni hanno i loro veleni. Il succo della cicuta fa bene anche alle mani di coloro che raccolgono la ruta. Del resto quest'ultima è uno dei principali componenti degli antidoti, in particolar modo quella galatica. Qualunque specie di ruta funziona da antidoto anche da sola; si prendono le foglie tritate con vino, soprattutto contro l'aconito e il vischio, e anche contro i funghi, sia in pozione che come alimento; analoga funzione esplica contro il morso dei serpenti, se si pensa che le donnole, quando si accingono a combattere con quei rettili, mangiano ruta appunto per proteggersi. La ruta agisce anche contro le punture di scorpione e di ragno, di ape, di calabrone e di vespa, contro la cantaride e la salamandra, e il morso di cani rabbiosi. Se ne beve con vino il succo, in dose di un acetabolo, e si applicano le foglie tritate, oppure masticate, in impacco con miele e sale, oppure bollite con aceto e pece. Si dice che coloro che si sono cosparsi di succo e anche coloro che portano su
di sé della ruta non vengano feriti da questi animali dannosi, e che i serpenti, se si brucia della ruta, ne fuggano le esalazioni.
L'effetto piu deciso viene esplicato però dalla radice della qualità selvatica, presa con vino; si dice inoltre che sia piu efficace se bevuta all'aria aperta. Pitagora distingueva anche per la ruta una pianta maschile, dalle foglie piu piccole, color dell'erba, ed una femminile, dalle foglie e dal colore piu attraenti. La riteneva dannosa per gli occhi, a torto, perché intagliatori e pittori la utilizzano come alimento, insieme con pane o nasturzio, al fine di mantenere buona la vista; anche le capre selvatiche, a quanto si dice, se ne nutrono per lo stesso motivo. Molti hanno eliminato gli offuscamenti della vista
aspergendosi gli occhi con succo di ruta misto a miele attico, oppure al latte di una donna che avesse appena partorito un maschio, oppure toccando gli angoli degli occhi con succo puro. In impacco con farinata d'orzo attenua le lacrimazioni; così pure in caso di mal di testa va usata in pozione con vino oppure in impacco con aceto e olio di rose; mentre in caso di cefalea va unita a farina d'orzo e ad aceto. La ruta inoltre elimina le digestioni difficili, le flatulenze, i dolori cronici allo stomaco. Fa dilatare l'utero e lo raddrizza in caso di spostamento, se applicata con miele su tutto il ventre e sul petto; unita a fichi, e cotta fino a ridursi della metà, e presa in pozione con vino, giova agli ammalati di idropisia.
Questa pozione è efficace anche contro i dolori al petto, contro la pleurite e la lombaggine, la tosse, l'asma, le affezioni polmonari, epatiche e renali; contro i brividi freddi, la pesantezza conseguente
agli eccessi nel bere (prima di prendere la pozione si fanno bollire le foglie); anche come alimento fa bene, cruda o cotta oppure in conserva; in caso di colica va bollita insieme con issopo e bevuta con vino. Così preparata, arresta anche le emorragie interne e, immessa nelle narici, il sangue dal naso; costituisce anche un collutorio giovevole per i denti. In caso di mal d'orecchi si instilla il succo, con cautela, come abbiamo detto, qualora sia della specie selvatica; mentre contro la sordità e i ronzii si unisce al succo olio di rose o di alloro, oppure vino e miele. Anche a chi va soggetto a crisi di delirio si fanno applicazioni sulle tempie e sulla sommità della testa di gocce di ruta tritata in aceto. Alcuni usavano
aggiungere anche serpillo e alloro per bagnare la testa e il collo. Il succo si faceva anche annusare a coloro che erano affetti da letargia; agli epilettici si dava da bere succo di ruta bollita, nella dose di 4 ciati; prima di quegli attacchi di febbre che causano insostenibili brividi di freddo, e alle persone freddolose, si somministra come alimento anche della ruta cruda. Ha effetto diuretico, anche qualora si abbia presenza di sangue nell'orina; provoca pure il flusso mestruale e l'espulsione della placenta e dei feti ormai morti, secondo Ippocrate: a tale scopo va presa con vino rosso dolce. Per questo motivo egli prescrive anche applicazioni e suffumigi con la ruta per curare l'utero. Diocle la usa in applicazione
anche per i malati all'epigastrio (messa in aceto e miele con farina d'orzo); in caso di occlusione intestinale la usa con farina bollita in olio e raccolta in un vello di lana. Molti peraltro ritengono che
chi espettora catarro purulento debba prendere due dracme di ruta secca e una e mezzo di zolfo, mentre chi espettora sangue debba prendere 3 rametti di ruta fatti bollire nel vino. Viene somministrata anche in caso di dissenteria, tritata insieme con formaggio e messa nel vino. Per curare l'affanno si è usata una pozione di rota sminuzzata insieme con bitume; mentre per le persone cadute dall'alto si usavano 3 once di semi con una libbra d'olio e un sestario di vino. Sulle parti del corpo bruciate dal freddo si fa un
impacco di foglie di ruta cotte e mescolate con olio. Se la ruta è diuretica, come ritiene Ippocrate, stupisce che certuni la diano in pozione nei casi di incontinenza come medicamento capace di fermare la diuresi. In impacco con miele e allume la ruta guarisce la psora e le dermatiti scagliose, come pure le macchie provocate dalla vitiligine, le verruche, le scrofole e affezioni del genere, se unita a tricno, grasso di maiale e sugna di toro; in aceto e olio, oppure psimizio, cura il fuoco sacro, in aceto il carbonchio; alcuni la prescrivono in impacchi insieme a laserpizio, non impiegato nel caso si debba intervenire sulle pustole epinittidi. Con la ruta bollita si fanno anche impacchi alle mammelle troppo turgide e, con raggiunta di cera, sulle eruzioni di pituita; mentre in caso di flusso di umori ai testicoli si uniscono alla ruta rami teneri di alloro. La ruta ha un'efficacia particolare su questi organi interni, tanto che dicono che applicazioni di ruta selvatica con grasso vecchio guariscano le ernie, mentre i semi tritati e applicati con cera curano anche le fratture. La radice della ruta usata in impacco cura i versamenti di sangue negli occhi, e cicatrici o macchie in qualunque parte del corpo. Degli altri impieghi che vengono riferiti è sorprendente il fatto che, mentre si concorda sulla natura calda della ruta, un mazzetto di questa pianta, bollito in olio di rose con l'aggiunta di un'oncia di aloe, e usato per spalmarsene il corpo, impedisce di sudare; mentre assunto come alimento impedisce la riproduzione. Perciò viene prescritta nei casi di perdita di sperma e a coloro che vanno soggetti spesso a sogni erotici. Bisogna fare molta attenzione a che le donne gravide evitino di mangiare ruta, perché trovo la notizia che essa provoca la morte del feto. La ruta è fra tutte la pianta piu usata anche per curare le malattie dei quadrupedi, versandola loro nelle narici, insieme con vino, se respirano con difficoltà o se sono stati morsicati da
animali pericolosi; invece insieme con aceto, se hanno ingoiato una sanguisuga; per ogni tipo di malattia simile a quelle umane si procede con preparazioni analoghe. "
Storia Nnaturarle - Libro XX
Plinio il Vecchio
Traduzione Francesca Lechi
La Ruta graveolens L. subsp. divaricata (Ten.) P. Fourn., Ruta divaricata Ten., Ruta hortensis Mill.; polarmente cacciadiavoli; erba alegra; herba de fuga demonis; arruda in Sardegna; aruta in Campania e in Sicilia; ricola e ruda in Emilia Romagna erba ruja e rua in Liguria; erba ruga in Lombardia; aruga amara e ridda in Piemonte; in inglese common rue e Herb of grace; in spagnolo ruda; in portoghese arruda; in ungherese kòròsztòs ruta; in tedesco Garten-raute o semplicemente raute; in francese rue; in cinese choucao nel Pets’Ao Kang Mushhi Yi del 1765 di Chao Hsueh Min; appartiene alla famiglia delle Rutacee, è un'erba officinale perenne e tossica ed originaria dell’Europa meridionale e orientale, con un'ampia diffusione in Cina e in India; può raggiungere un'altezza che varia dai 50 ai 100 centimetri, il fusto eretto, tondo e ramificato, inizialmente glauco diventa legnoso alla base dopo il secondo anno di vita, le foglie, anch'esse glauche, alterne e picciolate, pennato-composte con segmenti spatolati con l'apice ottuso, sono carnose, glabre e ricoperte di ghiandole odorifere; i fiori piccoli, peduncolati e gialli, raccolti in corimbi, hanno 4 petali concavi e ondulati ai margini; il frutto glabro e subsferico è un coccario schizocarpico formato da 4 carpelli rugosi accresciuti.
" La ruta montana, e salvatica è più acuta di quella, che si semina, e di quella de gli horti: e imperò il suo uso è dannato ne i cibi. Dell’hotolana quella è più all’uso de cibi convenevole, che nasce sotto à gli alberi de i fichi. Amendue brusciano, scaldano, ulcerano, e provocano i mestrui, e l’orina, mangiate, over bevute ristagnano il corpo. Bevuto il seme con vino a peso d’uno acetabolo, è antidoto contra à i mortiferi veleni. Tolte per avanti le frondi per se sole, overamente insieme con noci, e fichi secchi svaniscono le forze dei veleni, giovano nel medesimo modo anchora contra à i sepenti. La ruta bebuta, over mangiata consuma la virtù del generare. Cotta con anctho secco, e bevuta leva i dolori del corpo. Data nel medesimo modo fa ella per li dolori del petto, e del costato, à gli impedimenti del respirare, alla tosse, all’infiammagioni del polmone, alle sciatiche, e alle giunture, e al tremore, e freddo de principij delle febbri. La decottione della ruta fatta nell’olio, e fattone cristeri fa parimente alle enfiagioni del budello che si chiama colon, di quello anchora del sedere, e de luoghi naturali delle donne. Applicata con mele in quello spatio, che è dalla natura al sedere, risveglia quelle donne che per fumosità di madrice come strangolate tramortiscono. Cotta nell’olio, e bevuta ammazza i vermini del corpo. Impiastrati à i dolori delle giunture con mele, e à gli hidropici con fichi: al che vale similmente la decottione fatta nel vino, fino che ne svanisca la metà, bevuta, e usataper lavanda. Mangiata ne i cibi serbata in salamoia, e parimente cruda conferisce chiarificare la vista. Impiastrata con polenta mitiga i dolori degli occhi; e quelli della testa accompagnata con olio rosado, e aceto, trita, e messa nel naso vi ristagna il flusso di sangue. Medica applicata insieme con i frondi di lauro le infiammagioni de testicoli; e incorporata con cera, e mirto le rotture delle brozze, Sana le vitiligini bianche fregatavi fuso con vino, pepe, e nitro. Impiastrata con le cose medesime toglie via le formiche, e quella forte di porri, che si chiamano thimi. Mettesi utilissimamente con alume, e mele in su le volatiche. Scaldato il succo in un guscio di melagrano, e distillato nell’orecchie, ne leva il dolore. Ungonsi gli occhi deboli con questo, succo di finocchio, e mele insieme, Unto con aceto, cerusa, e olio rosado giova al fuoco sacro, all’ulcere, che serpendo caminano, e à quelle del capo, che menano. Doma la ruta mangiata l’acutezza, e l’odore dell’aglio, e delle cipolle. La montana mangiata copiosamente ammazza. Cogliendosi questa per mettere in salamuoia, quando comincia à fiorire, fa enfiare, e arrossire la pelle, infiamma fortemente, e fa prurito: e però bisogna avanti che si coglia, ungersi le mani, e la faccia con oli, Dicono, che spargendosi il succo della ruta sopra i polli non gli s’accostano le gatte, le martole, e le faine, Dicesi, che quella, che nasce in Macedonia intorno al fiume Haliacmo, ammazza coloro, che se la mangiano, è quel luogo montagnoso, e pieno di vipere, Bevesi il suo seme à i difetti dell’interiora. Mescolati utilmente ne gli antidoti. Dessi il seme arrostito fette di continui à bere à coloro, che non possono ristagnare l’orina, La radice della ruta salvatica si chiama Moli montano. E la ruta salvatica simile alla domestica. Bevesi con utilità per il mal caduco, e per le sciatiche, provoca i mestrui, e ammazza la creatura nel ventre. La salvatica è più aspra della domestica, e più valorosa: e imperò è da fuggirla ne i cibi come cosa nociva.
La ruta in Italia è notissima pianta, tanto dico la domestica, quanto la salvatica: non parlando però di quella seconda spetie di salvatica, che nel seguente capitolo scrisse Dioscoride; ma solamente di quella, di cui fece qui egli memoria nel presnte capitolo, e disse esser simile alla domestica; imperoche quella altra è molto differente da questa. Nasce adunque questa salvatica, che è simile alla domestica, quasi per tutti i monti, e colli del contado di Goritia; e spetialmente se ne vede tutto vestito il monte Salvatino. Rassembrasi in ogni parte della domestica, se non che produce le fronde minori, e è al gusto più acuta, e più amara di quella, Il che ripugna del tutto à quel, che si sognarono i venerandi Padri commentatori di Mesue: per haver essi scritto contra la verità, che non sia differenza alcuna tra questa ruta salvatica di Dioscoride in questo luogo descritta, e l’androsemo, overo hiperico. Nel che si conosce quanto sia grande l’ignoranza loro, per vedersi, che in un medesimo tempo commettono tre grandissimi errori. Di cui il primo è voler farsi credere, che la ruta salvatica non sia differente dall’androsemo, overo hiperico, di cui scrisse appartatamente Dioscoride nel fine del terzo libro, come di piante molto differenti dalla ruta. Il secondo errore è il creder essi, cge l’androsemo, e l’hiperico sieno una cosa medesima, non accorgendosi gli ignoranti, che per due diversi capitoli ne scrisse Dioscoride, come di piante diverse l’una dall’altra. Oltre à ciò fanno un altro terzo errore, dicendo che questo presente capitolo della ruta salvatica della prima spetie si ritrova scritto due volte in Dioscoride del tutto ( come ampiamente diremo nel suo commento) della ruta salvatica chiamata Moli, Harmala, e Besasa; il perché avertiscano i diligenti spetiali, che non gli conducano questi buoni Padri d’un laberintho in l’altro. Hor dico adunque, che la ruta è una pianta che sempre verdeggia con foglie grossette, e carnose, le quali nascono più insieme da un solo ramuscello, sottile nella loro origine, e larghette in cima, di colore del tutto verde. Fa assai, e copiosi rami, e ap. Del XIX. Libro, dopo l’equinottio autunnale, nello spirare, che comincia Favonio. Teme il verno, e molto le nuocono il letame, e l’humido. Ama la terra, che sia buona da fare i mattoni, e più secchi, e più aprichi luoghi. Nutriscesi di cenere, con il cui seme si mescola, per sicurarla da i bruchi, che non se la mangino. Ha tanta amicitia co’l fico che molto più sotto alla sua ombra cresce, che in ogni altro luogo. E di ciò rende la ragione Aristotile ne i suoi problemi. Sanno benissimo le donnole la virtù, che ha ella contra à i veleni: imperoche sempre si preparano con la ruta, quando debbono combattere con le serpi. A i tempi nostri s’usa la ruta contra à gli spiriti, per haverla commendata Aristotile ne i suoi problemi contra le fascinazioni. Una pianta di ruta di maravigliosa grandezza su già (come scrive Iosepho historico al XXV, capo del settimo libro delle guerre de i Giudei) in Macheronta fortissimo castello di Giudea. Questa pianta di Ruta era nel palazzo Regio di quel luogo più grande assai d’un albero di Fico, e dicevano essere stata piantata per fino al tempo di Herode, e sarebbe rimasta così anchora a lungo tempo, se la non fusse stata tagliata, e guasta, quando li Hebrei presero quel luogo. Commemorò la ruta Galeno all’VIII. Delle facultà de semplici, così dicendo. La ruta salvatica è di quelle cose, che scaldano nel quarto ordine; e la domestica nel terzo. E ella non solamente al gusto acuta, ma amara, il perché può ella digerire, e tagliare i grossi, e viscosi humori, per le cui qualità sa ella anchora orinare. Oltre a ciò è composta di parti sottili, e caccia il vento. E imperò risolve ella le ventosità, e spegne le fiamme di Venere; digerisce, e disecca valorosamente. Quello poi che habbiamo detto chiamarsi Moli, e Besasa, e veramente anchor egli nelle spetie della ruta salvatica. Chiamano la ruta i greci, πήγανον/Peganon: i Latini, ruta: gli Arabi, Sadeb, e Sedeb; i Tedeschi, Raut, e Vuien raut: li Spagnuoli, Arruda: i Francesi, Rue.
Dioscoride a cura di Pietro Andrea Mattioli
Contiene acidi alifatici, alcaloidi acridone come rutacridone e epossido; Alcaloidi furochinolinici; alcoli; chetoni; flavonoidi come quercetina e rutina, tannini; furanocumarine come bergaptene, isopimpinellina, psoralene, rutamarina, xantotoxina, xantoxantine; glicosidi; lignani; saponine; terpenoidi.
" Nomi Gre. Πήγανον. Lat, Ruta, Ital. Ruta. Maur. Sedeb e Sedab, Ger, Raut seu, vienzaut, Spag. aruda. Franz, Rut.
Spetie. Ritrovasene di due spetie, cioè domestica, se salvatica non parlando pero di quella seconda spetie di salvatica, chiamata armola.
Forma. E una pianta la ruta, che sempre verde grigia, con foglie grossette, e carnose, le quali nascono più insieme da un solo ramuscello, sottili nella loro origine, e larghette in cima, di colore del tutto verdi. Fa assai e copiosi rami, e produce i fiori in cima gialli, come a quelli dell’hiperico, dai quali nascono alcuni bottoni quadrangolari, come quasi di Euonimo: nei quali è dentro un seme picciolo, e nero. Ha la radice legnosa, Se in più rami divisa.
Loco. Seminasi negli horti doppò l'equinottio Autunnale nello spirare, che comincia Favonio. Teme il verno, e molto le nuocono il letame, e l'humido. Ama la terra cretosa, e più secchi, e più aprichi luoghi. Nudriscesi di cenere, con il cui seme si mescola per assigurarla dai bruchi, che non se la mangino. Ha tanta amicitia col fico, che molto più sotto alla sua ombra cresce, che in ogni altro luogo.
Qualità. È calda, e secca nel terzo grado. È ella non solamente al gusto acuta: ma amara. Digerisce risolve, incide, e disecca valorosamente, e è composta di parti sottili, e caccia il vento.
Virtù. Di dentro. E la ruta molto valorosa contra i veleni: e fassene una teriaca molto vile, e efficace contra i presi veleni, e contra la peste, prendendo foglie di Ruta, grani di Ginepro, noci, e ficchi secchi, peste tutte queste cose, e mescolate con aceto, e passate per setaccio, della qual mistura se ne pigliavan cucchiaro ogni mattina all'alba. La decottione delle foglie, e del seme, resiste al veleno preso purga la trachea arteria: giova alla tosse, alla difficultà del respirare, alla sciatica, ai dolor colici, e ai rigori febrili. Cotta in vino con seme d'aneto, giova alla passion colica, se però non vi sia oppilatione. Debbesi la ruta aggiungere nei cristieri, e parimente il suo olio, che si fanno contra i dolor colici, e dolori di corpo: provoca l'orina: ma il continuo uso suo estinge il seme genitale. Cotte nell'acqua piovana, stringe la diarrhea: cotta nell'olio, e bevendo poi l'olio ammazza e caccia fuori i vermini del ventre. Mangiate le foglie verdi, levano la puzza dell'aglio, e delle cipolle. L'acqua stillata dalla Ruta vale alle medesime cose. La decottione fatta nel vino, giova agli hidropici. Mangiata nei cibi serbata in salamuoia, e parimente cruda, conferisce a chiarificarla vista. Mangiandosi la ruta con noci e fichi secchi e un granello di sale preserva dalla peste e difende da i veleni. S'hanno benissimo le Donnole: la virtù che ha la ruta contra i veleni: imperoche sempre si preparano con la ruta, quando debbono combattere: con le serpi può ella digerire, e tagliare i grossi, e viscosi humori per le cui qualità fa ella orinare, caccia il veto, e però risolve ella le ventosità, e spegne le fiamme di venere. Il seme è inimico alle donne gravide.
Virtù. Di fuori. Le foglie della Ruta giovano quasi a tutti i vizi esterni del corpo, sanano l'hemorrhoidi, le pustule, la rogna, la serpigine, e altre simili infettioni risolvono i tumori impiastrate con decottion di fichi secchi, e giovano applicate agli hidropici: le frondi verdi applicate con farina di orzo, mitigano i dolori degli occhi, e quelli della testa, e giovano alla frenesia, applicate con olio rosato, e aceto. Trita la ruta, e messa nel naso, ristagna il flusso del sangue. Medica applicata insieme con frondi di lauro le infiammagioni dei Testicoli: e incorporata con cera, e mirto, le rotture delle brozze. Sana le vitiligini bianche stropicciatavi suso con vino, pepe, e nitro: impiastrata con le cose medesime: toglie via le formiche, e quella forte di porri che si chiamano Thimi. Mettesi utilissimamente con alume, e mele in su le volatiche. Scaldato il succo in guscio di Melagrano e destillaro nell'orecchie, ne leva il dolore. Un gonfi gl'occhi deboli con questo succo di finocchio e mele insieme. Unto con aceto e olio rosato, giova al fuoco sacro, all'ulcere che serpendo caminano, e a quelle del capo che menano. Dicono che spargendosi il succo della ruta sopra i polli non gli s'accostano le Gatte, le e Martole, e le Faine. S'usa la ruta contra gli spiriti per haverla commendata Aristotile contra le fascinationi. Per scrivere lettere verdi, si piglia il succo della ruta, verderame, e un poco di zafferano; si macinano insieme, e volendo poi scrivere vi si aggiunge acqua gommata. La decottione della ruta verderame, e un poco di zafferanno si macinano insieme, e volendo poi scrivere vi fi aggiunge acqua gommata. La decottione della ruta verde sparsa per casa, ne caccia via le zenzale, e le pulci, onde si legge. Cotta facit Ruta de pulicibus loca tuta. Et al medesimo vale spargendo l'acqua per la stanza un Ramo di ruta verde. Il fumo della ruta scaccia i serpenti: e applicata l'herba con sale; e cipolla è certo rimedio ai morsi velenosi. Fassi un'ottimo empiastro contra i carboncelli, e posteme pestifere che subito fa crepar le posteme. Pestasi la Ruta con fermento acre, assogna, una cipolla per fichi secchi. Si fan bollire insieme, poi si aggiunge ammoniaco, calce viva, sapone, cantarelle e un poca de teriaca, e si fa impiastro. Cotta la ruta con vino, e aniso, e hissopo, e facendone poscia fometo giova mirabilmente e mitigar i dolori del corpo, e a provocar i mestrui. Odorata la ruta spesso sana le ozene del naso, e odorata cotta nell'aceto, giova al letargo, e al subet. Cotta in vino, e facendone lavanda, giova sommamente ai denti. Atturandosi l'orecchia con la ruta, mitiga il dolor di testa Ungendosi gli occhi con succo di ruta, mele, e latte di dona, ne leva le caligini e le cataratte. Il che opera ancora il succo solo, toccando con esso gli angoli degli occhi. Sospendendo nei colombari molti rami di Ruta, non ci si appressano animali nocivi.
Herbario Novo
Castore Durante
Ha proprietà analgesiche, antibatteriche, antiemorragiche, antielmintiche, antiepilettiche, antinfiammatorie, antimicotiche, antispasmodiche, carminative, diaforetiche, drenanti, emitiche, emmenagoghe, emostatiche, espettoranti insetticide, rubefacenti, stimolanti, stomachiche, toniche e nel dizionario universale economico rustico del 1797 è descritta così:
Dizionario universale economico rustico
La ruta è una di quelle erbe che si muove tra il mondo della magia e il mondo della medicina; Aristotele suggeriva di adoperarla come ingrediente nelle fascinazioni e per proteggersi dagli spiriti maligni che nel Medioevo erano tenuti lontani dai defunti ponendo sulle tombe corone di ruta intrecciata. Un rametto si teneva in casa per attrarre la fortuna e posta in soffitta e in cantina allontanava i topi, portata in tasca, in sacchetti o sistemata sui vestiti fungeva da amuleto nelle situazioni complicate per vincere la paura. Ruta libidinem in viris extinguit, auget in foeminis - la ruta estingue la libido negli uomini e l’aumenta nelle donne, recita un detto ricordando che era considerata afrodisiaca se ingerita dalle donne e anafrodisiaca se ingerita dagli uomini e per tale motivo i monaci la mangiavano per tenere a freno gli istinti erotici ed è noto anche il suo uso nei casi di epilessia, per sopire gli attacchi isterici, favorire i parti e attenuare le vertigini. Per le sue proprietà medicinali la ruta era descritta, nel Capitulare de villis vel curtis imperii di Carlo Magno, tra le erbe che dovevano essere coltivate nei giardini; era uno degli ingredienti dell'aceto dei quattro ladroni ( vedi ricetta in l'artemisia e l'assenzio ) che andava a comporre un rimedio contro la peste nera. Nel Rinascimento era conosciuta con l'appellativo di herba de fuga demonis, si preparava un infuso molto leggero per alleviare i dolori delle coliche intestinali, delle mestruazioni e per risolvere la flatulenza; tra i personaggi che si lavavano gli occhi con l'infuso di ruta per rischiarare la vista offuscata dal glaucoma c'era anche Leonardo da Vinci; il decotto invece tamponato nelle narici con il cotone si adoperava per curare la rinite cronica mentre se non si digeriva si beveva un bicchierino di grappa aromatizzata con un rametto di ruta.
La ruta in quantità elevate è TOSSICA, è anche fotosensibilizzante e può provocare fotodermatiti controindicato il suo uso se non dietro prescrizione medica soprattutto alle donne in stato di gravidanza, a chi soffre di gastrite, disturbi epatici e renali.
Su quelle poche facce che si vedevano in volta era per lo più scolpito, compenetrato, e come divenuto fisonomia, l’accoramento, lo stupore, la sfidanza; le forme irrigidite, e come stagnanti in una trista quiete; e gli sguardi non avevano vita che dal terrore e dal sospetto. Pochissimi però fra quei pochi andavano con passo più alacre, e mostravano una fronte men costernata: erano i guariti dalla peste; altri che portavano al collo o amuleti dai quali speravano d’esser preservati, o una boccetta di vetro con entro argento vivo, persuasi che questo metallo avesse la virtù di assorbire ogni influsso maligno; altri che prima d’uscire avevan mangiata una noce, due fichi secchi, e un po’ di ruta, che da essi era riputato efficacissimo preservativo. E pur troppo tutti questi rimedii producevano un effetto; ma era di crescere la mortalità, rendendo men guardinghi in tutto il resto coloro che avevan fede nell’uno o nell’altro di essi.
Fermo e Lucia - 1823
Alessandro Manzoni
Nel linguaggio dei fiori rappresenta il rimpianto, ma anche la felicità dei campi; un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri.
" ... A quell’ora, sotto il sole abbagliante di giugno, la pace intorno alla casetta era ancora più intensa: l’orto solitario della chiesa, invaso di grandi cespugli di ruta e di genziana, odorava come un angolo di brughiera, attraversato dall’ombra del campanile: intorno non si vedeva anima viva ... "
Il fanciullo nascosto - 1921
Grazia Deledda
Lieta vigilia di San Giovanni!
N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.
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domenica 6 giugno 2021
Il soffio vitale del timo
" ... Il timo è per le api un luogo di ricerca del cibo, e quello bianco è meglio di quello rosso...
... L’elaborazione del miele si svolge in due occasioni, in primavera e in autunno. Più buono, più chiaro e complessivamente migliore è quello primaverile, rispetto a quello autunnale. Il miele migliore viene a prodotto da un favo nuovo e da piante giovani. Quello rosso è peggiore a causa del favo, poiché si rovina come fa il vino a causa del recipiente, e pertanto occorre farlo asciugare. Quando il timo è in fiore e il favo si riempie, il miele non si solidifica. È buono quello dorato; quello bianco non viene da timo misto, ma è buono per gli occhi e le piaghe. La parte debole del miele, quella che bisogna eliminare, sale sempre in superficie, quella pura è in basso. Quando la foresta è in fiore lavorano la cera, perciò è allora che bisogna estrarre la cera dall’alveare, poiché subito si mettono al lavoro. Le piante di cui si servono sono queste: cardone, meliloto, asfodelo, mirto, giunco, agnocasto, ginestra. Quando lavorano sul timo, fanno una mistura con acqua prima di ricoprire il favo ... "
Ricerche sugli animali - Libro IX
Aristotele
Traduzione Mario Vegetti
Dalla radice indoeuropea dheu - fumo - nuvola - polvere - vapore che rimanda all'atto dello smaterializzarsi e del sollevarsi con leggerezza, deriva la greca θυμ - Tium o Tym, se aggiungiamo la desinenza ιάω - iao, formeremo il verbo θυμιάω - Tiumao o Tymao che significa profumare mentre se aggiungiamo ίαμα - iama avremo il sostantivo θυμίαμα - Tiumίama o Tymίama che significa profumo, ora alla radice θυμ - Tium o Tym proviamo ad aggiungere la desinenza ός - όs che andrà a comporre la parola θυμός - Tiumόs o Tymόs che significa forza vitale, animo, seguiamo un ultimo passaggio e spostiamo l'accento dalla ό alla ύ, otterremo la parola θύμος -Tiúmos o Týmos che significa timo, soffio vitale che si eleva, si sparge e inebria l'aria con il suo profumo. Il timo è il respiro dell'anima, usato nei riti sacri per la sua capacità purificatrice e disinfettante, composto in fascine chiamate astemie dal latino abs - distante da e temetum - vino puro o bevanda inebriante, nutriva il fuoco dei nephália, sacrifici in cui non si ardeva legna di fico e di vite e si libava l'acqua e il miele, il latte, ma non il vino. I soldati in un rito propiziatorio si lustravano con il timo prima delle battaglie per acquisire il suo potere rinvigorente e veniva anche sparso sulle tavole dei banchetti per diffondere la sua gradevole fragranza; celebre era il suo connubio con le api divulgato da scrittori e poeti, che realizza la felice produzione di un miele eccellente.
" ... il citiso* contribuisce molto per la sanità delle api, così il timo per la composizione del miele. Per la qual cosa il miele di Sicilia porta la palma sopra tutti gli altri, perchè colà il timo è buono ed in copia; e perciò alcuni pestano il timo nel mortaio, e lo spargono sopra tutte le seminagioni che si sono seminate per le api, dopo averlo prima stemperato nell’ acqua tepida ...
... si dice che esse non raccolgano iondistintamente sopra ogni pianta quanto loro fa di bisogno per la formazione del propolis, dell'ertihace, del favo, e del miele. Soddisfano ad un solo oggetto, cioè raccolgono il cibo sopra il granato e lo asparago; dall'olivo traggono la cera, e dal fico il miele, il quale però non è buono. Altre piante servono a due fini: come la fava, la melissa, la zucca ed il cavolo, delle quali traggono la cera ed il nodrimento. Servono altresì a due fini il pomo ed il pero che sieno selvaggi; e questi somministrano il cibo ed il miele: lo stesso è del papavero, da cui traggono cera e miele. Sonovi pure delle piante, per mezzo delle quali soddisfano a tre oggetti, come il mandorlo ed il cavolo selvaggio, da cui traggono il nodrimento, il miele e la cera. Parimente con altri fiori servono o ad un solo fine, ovvero a parecchi. Havvi ancora un’altra differenza, cui abbadano le api nel succhiare le piante, o per meglio dire, questa differenza è forzata per esse; imperocché da alcune piante traggono un miele liquido, come dal fiore del cece, e per contrario da altre denso, come dal ramerino. Egli è lo stesso delle altre piante: il fico dà un miele insipido, il citiso lo dà buono, ed ottimo il timo ... "
citiso* = Ginestra
Dell'agricoltura libri tre di Marco Terenzio Varrone -
Marco Terenzio Varrone 1851
Traduzione Giangirolamo Pagani
" ... Come api nell’estate nuova per le fiorite campagne, che esercita al sole il lavoro: quando lo sciame adulto trae fuori i nati, o quando i liquidi mieli addensano, coprendo di quel dolce nettare le celle, ovvero il carico raccolgono di quelle che arrivano o schierate a battaglia l’ignavo branco dei fuchi dalle mangiatoie respingono; ferve l’opera, odora di timo la fragranza dei mieli ... "
Eneide - Libro I
Virgilio Marone
Traduzione Carlo Carena
" ... Mio dono è il mel: per fare il mele alletto
Le api a -lugger viole, e il bianco fiore
Del fresco timo, e il citiso diletto ... "
I Fasti - Libro V
Publio Ovidio Nasone
Traduzione Giambatista Bianchi
" Altrettante sono anche le varietà di timo: c'è quello bianco* e quello nerastro. Fiorisce verso il solstizio d'estate. Quello è anche il momento in cui le api lo succhiano, cosicché esso diviene presagio di miele; infatti gli apicoltori sperano in un buon provento se questa pianta ha un'abbondante fioritura. Le piogge danneggiano il timo facendogli perdere i fiori. Il suo seme sfugge alla vista, mentre quello dell'origano, per quanto minuscolo, non è invisibile. Ma che importa se la natura l'ha nascosto? Ci si rende conto che è dentro il fiore stesso e che, se si semina il fiore, nasce la pianta. Che cosa non hanno tentato gli uomini? Il miele attico è il piu decantato in tutto il mondo: si è dunque trapiantato il timo dell'Attica e a fatica, a quanto apprendiamo, lo si è riprodotto seminandone il fiore. Ma un altro fattore naturale è di ostacolo: il timo dell'Attica non resiste se non è esposto alla brezza marina.
Un tempo, per il vero, si pensava che questo valesse per ogni specie di timo, e che per questo motivo non crescesse in Arcadia, come anche si credeva che l'olivo crescesse solo entro una distanza di 300 stadi dal mare. Ma oggi noi sappiamo che di timo sono pieni anche i Campi delle Pietre, nella provincia Narbonese, e che questa, là, è quasi l'unica fonte di guadagno, dato che vi confluiscono, da regioni lontane, migliaia di capi di bestiame, condotti a pascolare il timo ... "
bianco* = Satureia thymbra
Storia Naturale - Libro XXI
Plinio il Vecchio
Traduzione Anna Maria Cotrozzi
Il timo prediletto dalle api diventa metafora:
" ... le api, pur volando in continuazione su prati di viole, di rose e di giacinti, vanno a posarsi sul timo, la più acre e pungente delle piante, e vi si fermano «al biondo miele pensando» [Sim. 88 P.]; poi, attinto qualcosa di utile, volano via all’opera loro. Così l’ascoltatore fine e puro deve lasciar perdere le parole
fiorite e delicate e pensare che gli argomenti teatrali e spettacolari sono solo «pastura di fuchi» [Plat. resp. 564e] sofisticheggianti, e immergersi invece con la concentrazione fino a cogliere il senso profondo del discorso e la reale disposizione d’animo di chi parla, per ricavarne ciò che è utile e giovevole ... "
L'arte di ascoltare
Plutarco
Traduzione Giuliano Pisani
Quando il re di Creta Asterione muore, il figlio adottivo Minosse erede al trono, per avvalorare il suo diritto di successione davanti ai fratelli Radamanto e Sarpedonte, erige vicino al mare un altare in onore di Poseidone e gli chiede in dono un toro da immolare, ma il toro è di una bellezza tale che Minosse non lo sacrifica e l'ira di Poseidone si abbatte sulla famiglia reale. La regina Parsifae, moglie di Minosse si innamora del toro, indossa un simulacro di legno che imita una giovenca e si congiunge a lui generando il Minotauro, un essere biforme con la testa taurina e il corpo umano. Minosse lo rinchiude nel labirinto costruito su sua richiesta da Dedalo e per sfamarlo gli dà in pasto sette fanciulle e sette fanciulli provenienti da Atene, tributo che gli è dovuto ogni anno dagli ateniesi per l'uccisione del figlio Androgeo. Per liberare la sua città da questa orribile imposizione, al terzo viaggio, Teseo figlio di re Egeo si propone tra i ragazzi offerti in sacrificio perché vuole uccidere il Minotauro, raggiunge Creta e qui trova un'alleata nella figlia del re Minosse Arianna che per fargli trovare la strada d'uscita dal labirinto gli dà un gomitolo di filo da dipanare lungo tutto il percorso. Teseo riesce nell'impresa, uccide il Minotauro, esce dal labirinto e riparte portando con sé Arianna, prima di giungere ad Atene si fermano sull'isola di Nasso*, Arianna si addormenta e al risveglio si ritrova sola e abbandonata, le sue lacrime si concedono alla terra e dal loro abbraccio fecondo nasce il timo; il pianto della principessa cattura l'attenzione del dio Dioniso che si innamora subito di lei, le leva il diadema che porta in testa e lo lancia in cielo dando vita alla costellazione della Corona Boreale e nel lieto fine i due si sposano realizzando dopo la sofferenza la felicità.
Teseo, invece, arrivato nelle vicinanze di Atene, si scorda di sostituire le vele nere con quelle bianche atte a indicare la sua vittoria sul Minotauro e il padre Egeo disperato si getta in quel mare che oggi porta il suo nome.
Nasso* = Da qui deriverebbe l'aspetto mitologico del detto "piantare iN asso", locuzione che dal punto di vista logico è invece riconducibile all'asso delle carte da gioco che è solo.
" ... Le persone assennate, invece, come alle api fornisce miele il timo, la più acre e secca delle piante, traggono spesso convenienza e utilità dagli eventi più penosi ... "
La serenità interiore
Plutarco
Traduzione Giuliano Pisani
E per la sua predisposizione a crescere nei terreni asciutti, il timo, potrebbe oltrepassare i confini della Terra per vivere sulla Luna:
" ... Invece il timo o centaurea, qualora sia seminato in una terra buona e ricca e venga inumidito e bagnato, perde le sue qualità costitutive e le sue forze, mentre ama l’asciutto che gli permette di crescere nel modo a esso congeniale. Se dunque, come dicono, alcune piante, come la maggior parte di quelle Arabe, non sopportano neppure la rugiada, ma bagnate si indeboliscono e muoiono, perché meravigliarsi se sulla luna nascono radici, semi e alberi che non hanno bisogno d’acqua ma sono invece ben disposti
verso la tenue aria estiva? Perché non è verosimile che si levino venti riscaldati dalla luna e che delle brezze si accompagnino saldamente al moto rotatorio della sua rivoluzione diffondendo e spargendo intorno rugiada e leggera umidità che disperdendosi sono sufficienti a far nascere la vegetazione, e che, in aggiunta, la luna stessa quanto a temperatura non sia ardente e arida, ma mite e acquosa. Infatti non giunge a noi da essa alcun effetto dell’aridità, ma molti dell’umidità: la crescita delle piante, l’imputridimento della carne, il cambiamento e la scipitezza dei vini, la tenerezza dei legni e la fecondità delle donne... "
Sul volto che appare sulla luna
Plutarco
Traduzione Maria G. Castello
Nel secondo secolo d. C. Galeno per una questione di somiglianza dà lo stesso nome della pianta del timo alla ghiandola grigio-rosa, bilobata che nel corpo umano è parte del sistema endocrino, linfatico e immunitario ed è collocata tra lo sterno e il cuore.
L'arbusto che si diversifica in circa 300 specie è originario dell'area mediterranea, appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, i suoi rami verde chiaro in gioventù, diventano legnosi e scuri in maturità e radicano al livello dei nodi conferendo alla pianta un portamento sepeggiante, le piccole foglie, ricche di olio essenziale, verde intenso nella pagina superiore e più argentee in quella inferiore, lanceolate, ovate o subrotonde con i margini lisci e revoluti sono opposte a due a due e disposte ad angolo retto rispetto a quelle sottostanti, i fiori crescono sulle ascelle delle foglie, sono piccoli, bianco rosati e raggruppati a formare una semisfera.
La pianta e le sue varietà, nel Dizionario universale economico rustico del 1797 sono descritte così:
" Timo, lat. Thymiis , Thymum , fr. Thim , Thym. Pianta di cui se ne distinguono parecchie spezie. Noi ne distingueremo solamente 4. le quali servono per i nostri manicaretti e si possono l’un l’altro sostituire.
1.Timo eretico o il timo di Dioscoride, Thymus capitatus, qui Dioscoridis, C.Bauh. fr. Thym de Crete, ou de Cande il cui odore è assai grato. Nasce comunemente in Candia o nella Sicilia ove le coste si rivolgono a mezzo di, ed anche in Ispagna. Gli Italiani lo coltivano ne’ giardini, ma fra gli oltramontani è difficile troppo ad allevarsi per non esser raro.
2. Timo comune a foglie larghe, Thymus vulgaris, C. Bauh. fr. Thym a larges feuilles. Questa pianta cresce spontanea nei paesi caldi. Si coltiva ne’ giardini ove fiorisce in maggio ed in tutta l'estate. La sua radice è vivace, il tronco basso e ramoso, le foglie piccole e strette, d’un verde scuro. I fiori nascono come nella specie precedente a maniera di testa nella sommità de’ rami di color porporino. Questi sono oriformi, cioè fatti a forma di bocca, rappresentando ciascuno un tubo tagliato in alto da 2. labbra.
3. Timo minore ortense, Thymum minus nostras, Thymus vulgarìs, Linn. folio tenuiore, C. Bauh. fr. Tetit Thym des jardin, Thym a feuilles étroites. Questo cresce abbondevolmente in Italia e col suo odore aromatico profuma i nostri giardini e non teme i rigori del verno. La sua radice è piccola, legnosa, circondata di fibre e vivace. Da essa pullulano come sott’arbusti molti piccioli ramuscoli rotondi e corredati di piccole foglie più strette di quelle del serpillo. I fiori nascono nella sommità in forma di spiga e sono simili ai precedenti
4. Timo selvatico ordinario. V. Serpollo. Tutte le descritte specie hanno un odore soave ed un sapore penetrante. Trovasi del timo cedrato e del timo senz’odore. Si propaga sterpandolo ogni tre anni, e dividendone la pianta colle radiche o barbatelle. Bisogna aver attenzione di piantarlo più profondo di quello che era dapprima perchè cacci nuove radiche a fiordi terra. Si può moltiplicare anche di seme. L’una e l’altra di queste operazioni debbono farsi o in marzo o in ottobre, adacquando frequentemente il timo trapiantato fino a tanto che abbia ben preso. Quanto più il terreno è magro, tanto più il timo si mantiene; nelle terre sostanziose perisce pel freddo. Il timo non perdendo le foglie serve a fare le guarnizioni ai viali ed alle aiuole, si tonde colle forbici e fa bellissima comparsa verso il giugno, tempo in cui è nella maggior copia de’ suoi fiori. L’odore di questo sott’arbusto si collega bene coll’odore delle rose, e perciò se ne fanno de’ mazzetti che hanno il suo merito. Le api e le pecore ne fanno un delizioso pascolo. "
Gli egiziani con l'olio essenziale di timo impedivano la proliferazione dei batteri e la conseguente putrefazione dei tessuti nell'imbalsamazione dei loro morti e i romani bruciavano le foglie per tenere lontani gli scorpioni, in cucina oltre ad aromatizzare le bevande, la carne, i formaggi, il pesce e le verdure serviva per le conserve alimentari.
" ... Il timo va raccolto quando è in fiore e va fatto seccare all'ombra. Ve ne sono due tipi: quello bianco, che ha radice legnosa, nasce in collina, ed è piu apprezzato; l'altro è scuro, con i fiori scuri anch'essi. Ad entrambi i tipi si riconosce una grande efficacia nel conferire una vista chiara, sia che il timo venga assunto come alimento, sia come preparato medicinale. Nella tosse cronica in elettuario con aceto e sale agevola l'espettorazione; preso con miele impedisce la coagulazione del sangue; applicato esternamente con senape riduce i catarri cronici della gola, e guarisce del pari i disturbi di stomaco e di intestino. Però va usato in quantità modica, perché ha effetto riscaldante; è grazie a tale proprietà che esercita un'azione astringente sull'intestino: se questo presenta delle ulcerazioni, bisogna mettere un denario di timo in un sestario di aceto e miele; lo stesso in caso di pleurite, o di dolore fra le scapole o al torace. In pozione con aceto e miele il timo cura l'epigastrio, e preparato in questo stesso modo si somministra anche nei casi di alienazione mentale e di atrabile. Viene impiegato anche per gli epilettici, perché con il suo odore li fa riprendere dagli attacchi del male. Si dice anche che a questi ammalati faccia bene dormire su timo fresco. Giova anche a chi soffre di ortopnea, di asma, alle donne che hanno ritardo nel flusso mestruale o qualora abbiano nell'utero feti morti: per tali occorrenze il timo va fatto bollire in acqua finché non si riduce ad un terzo. Giova anche agli uomini, con miele e aceto, per ovviare alle flatulenze, alla tumefazione dell'intestino o dei testicoli, o nei casi di dolori alla vescica. Applicato con vino, il timo elimina gonfiori e sfoghi; con aceto, callosità e verruche. Per i dolori alle anche si usa in impiastro con vino, contro l'artrite e in caso di lussazioni lo si trita con olio, versandolo su lana, in cataplasma; in caso di ustioni lo si mescola a grasso di maiale. Contro l'artrite lo si usa anche in pozione, nella quantità di tre oboli per tre ciati di aceto e miele; tritato e con l'aggiunta di sale cura l'inappetenza ... "
Storia Naturale - Libro XXI
Plinio il Vecchio
Traduzione Anna Maria Cotrozzi
Nella leggenda cristiana il timo funge da giaciglio per la Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto e la medicina popolare lo utilizza per l'asma, la bronchite, la cefalea, i dolori artritici e reumatici, la flatulenza, la gengivite, l'indigestione, le infiammazioni e le infezioni dell'apparato genitale e urinario, la nausea, i parassiti intestinali, il raffreddore, la sinusite e il vomito. Rilassa il sistema nervoso e favorisce il sonno, rafforza il sistema immunitario e respiratorio, allevia il mal di gola e la tosse.
Contiene: acido folico, acqua, borneolo, calcio, carboidrati, carvacolo, geraniolo, grassi, ferro, fibra, flavonoidi, folati, fosforo, linalolo, magnesio, manganese, niacina, potassio, riboflavina, saponine, selenio, sodio, tannini, terpineolo, tiamina, timolo, tujanolo, vitamina A, vitamina B6, vitamina E, vitamina K, zinco ed è un antianemico, antibatterico, antibiotico, antidepressivo, antielmintico, antifungino, antinfiammatorio, antiossidante, antisettico, antispasmodico, antitumorale, antivirale, decongestionante, digestivo, diuretico, emmenagogo, epatoprotettivo, espettorante, fluidificante..
Uso esterno in impacchi per detergere le ferite, le piaghe, le verruche e il viso e in infuso per i capelli grassi e per la forfora. Le foglie fresche si possono strofinare sulla pelle per lenire il fastidio provocato dalle punture degli insetti.
Nel linguaggio dei fiori rappresenta la diligenza e l’operosità. Un rametto può andare a comporre il mazzetto delle sette o nove erbe di san Giovanni, entrambi i numeri sono sacri
N.B. Nei miei post i principi attivi delle piante, lì dove è possibile, sono elencati in ordine alfabetico e non in ordine di quantità perché lo scopo è informativo-storico e non medico.
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