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mercoledì 17 gennaio 2024

Vita Antonii

Il 17 gennaio 1787 Johann Wolfgang von Goethe si trova a Roma, partecipa alla Festa di Sant'Antonio Abate, osserva con attenzione il rito della benedizione degli animali che a partire dal 1437 si svolge ogni anno nella chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino ubicata in via Carlo Alberto vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, e il giorno dopo nel suo diario di viaggio scrive:

" Ieri, festa di sant'Antonio Abate, abbiamo goduto una divertente giornata.
Faceva il più bel tempo del mondo, durante la notte c'era stato il gelo, e il giorno era sereno e tiepido. È facile constatare che tutte le religioni che hanno allargato i limiti del loro culto o della loro meditazione filosofica, hanno finito col rendere in certa misura partecipi dei favori della spiritualità anche gli animali.
Sant'Antonio, abate o vescovo, è il patrono delle creature a quattro zampe, e la sua festa diventa un saturnale delle bestie normalmente addette a portare la soma, nonché dei loro guardiani e conducenti.
Oggi tutti i padroni debbono restarsene a casa, oppure girare a piedi, e non si manca mai di raccontare qualche brutta storia di signori miscredenti che, avendo obbligato in questo giorno i loro cocchieri ad attaccare gli equipaggi, sono stati puniti con gravi sciagure.
La chiesa sorge su una piazza così vasta da sembrare quasi deserta, ma che nella ricorrenza è animatissima; cavalli e muli, con le criniere e le code intrecciate di nastri vistosi e sovente sfarzosi, vengono condotti davanti a una cappelletta alquanto discosta dalla chiesa, dove un prete, con un grande aspersorio in mano e una fila di secchi e tinozze d'acqua benedetta dinanzi a sé, annaffia senza risparmio i vispi animali, a volte raddoppiando maliziosamente d'energia per incitarli.
Cocchieri devoti portano ceri grandi e piccoli, i signori inviano elemosine e doni, affinché per tutto l'anno le preziose e utili bestie siano preservate da ogni guaio.
Asini e bestiame cornuto, oggetto di non minori cure per i proprietari, beneficiano di questa distribuzione di grazie per la parte loro destinata.
Ci concedemmo poi il piacere d'una lunga passeggiata sotto quel cielo così benigno, circondati da oggetti del massimo interesse, cui stavolta dedicammo, però, poca attenzione, indulgendo senza ritegno all'allegria e agli scherzi. "

Viaggio in Italia
Johann Wolfgang von Goethe
Traduzione Emilio Castellani

Benedizione dei cavalli - 1823 - Antoine Jean Baptiste Thomas

Benedizione dei cavalli
1823
Antoine Jean Baptiste Thomas 

Asini, bovi, cavalli utili al lavoro dei campi insieme ad agnelli, pecore, capre, conigli, galline, maiali, mucche, oche, cani e gatti, parati a festa, arrivano dalla campagna circostante, accompagnati dagli allevatori e dai contadini con cui condividono un rapporto simbiotico di sopravvivenza, e tra le carrozze dei nobili brulicano nel piazzale della chiesa in attesa di essere aspersi con l'acqua santa per ben augurare un anno produttivo e sostanzioso in quel passaggio che dalla posa invernale porta al fermento primaverile.
Il 17 gennaio 1702 l'ambasciatore dell'imperatore d'Austria, per evitare la ressa antistante alla chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino fa benedire i suoi cavalli in una delle cappelle di Sant’Eligio de’ Ferrari e provoca così una contesa tra le due comunità religiose che auspicano per sé il servizio della benedizione.
La questione si risolve solo nel 1831 con il Cardinale Vicario che attribuisce il rito benedizionale alla chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino, pena, la sospensione a divinis, per chi non rispetti l'ufficialità della decisione.
Nel XX secolo per questioni di ordine pubblico e di traffico la tradizione rituale della benedizioni degli animali passa alla chiesa di Sant’Eusebio all'Esquilino tra via Napoleone III e piazza Vittorio.

Sant'Antonio Abate - 1664 - Francisco de Zurbarán

San Antonio Abate
1664
Francisco de Zurbarán

Sant'Antonio, padre del monachesimo e protettore degli animali da fattoria, di quelli domestici, degli allevatori e dei contadini, nasce a Coma, l'odierna Qumans in Egitto, intorno al 251 da madre e padre cristiani, ha una sorella più piccola che affida a una comunità di vergini dopo la morte dei genitori che avviene quando lui ha 18 anni. Dona i loro averi ai poveri e si stabilisce fuori dal villaggio per condurre in solitudine una vita casta, umile, dedicata al lavoro e alla preghiera.
Proviamo a conoscerlo meglio con le parole del suo discepolo e biografo, Atanasio di Alessandria,  che in " Vita Antonii" racconta del diavolo:

"... che odia il bene ed è invidioso, non sopportò di vedere in un giovane tale proposito di vita e incominciò a mettere in opera anche contro di lui i suoi intrighi abituali.
Per prima cosa cercò di distoglierlo dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria, il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita. Infine gli suggeriva il pensiero di come sia aspra la virtù e quali fatiche richieda e gli metteva dinanzi la debolezza del corpo e la lunghezza del tempo.
Insomma risvegliò nella sua mente una grande tempesta di pensieri, perché voleva distoglierlo dalla sua giusta decisione.
Ma come il Nemico si vide debole di fronte al proposito di Antonio e vide che era piuttosto lui a essere vinto dalla fermezza di Antonio, respinto dalla sua grande fede e abbattuto dalle sue continue preghiere, allora confidò in quelle armi che si trovano presso l'ombelico e se ne gloriò - sono queste le prime insidie contro i giovani -. Assale così il giovane turbandolo di notte, molestandolo di giorno al punto che quelli che lo vedevano si accorgevano della lotta che si combatteva tra i due.
L’uno, infatti, suggeriva pensieri impuri, l'altro li scacciava con le preghiere; l'uno lo eccitava, l’altro, come arrossendo di vergogna, dava forza al suo corpo mediante la fede e i digiuni.
Il diavolo, sciagurato, di notte assumeva anche l'aspetto di una donna e ne imitava il comportamento in tutte le maniere, con il solo intento di sedurre Antonio. Ma questi, pensando a Cristo e meditando sulla nobiltà che l’uomo possiede grazie a lui e sulla qualità spirituale dell’anima, spegneva il fuoco della sua seduzione.
Di nuovo il Nemico gli suggeriva la dolcezza del piacere, ma Antonio, come adirato e addolorato, pensava alla minaccia del fuoco e al tormento del verme, opponeva questi pensieri alle tentazioni del Nemico e passava attraverso di esse senza patirne danno.

Il santo per seguire il suo percorso spirituale si allontana dal villaggio:

Dopo aver dato ordine a un suo amico di portargli del pane a lunghi intervalli di tempo, entrò in un sepolcro, chiuse la porta e rimase là dentro, solo. Ma il Nemico, che non sopportava la cosa, perché temeva che in breve tempo il deserto divenisse una città di asceti, una notte entrò nel sepolcro con una moltitudine di demoni e lo percosse a tal punto da lasciarlo steso a terra, incapace di parlare.
Antonio, poi, assicurava che la sofferenza era talmente grande da fargli dire che le percosse inflitte da
uomini non avrebbero mai potuto causare tale tormento.
Per disposizione della divina Provvidenza - il Signore, infatti, non distoglie mai il suo sguardo da quanti
sperano in lui - il giorno seguente giunse quel suo amico a portargli il pane. Come aprì la porta, vide che Antonio giaceva a terra come morto; lo prese, lo trasportò alla casa del Signore, nel villaggio, e lo adagiò a terra.
Molti parenti e la gente del villaggio stavano seduti attorno ad Antonio come presso un morto. Ma verso mezzanotte questi rientrò in se stesso, si svegliò e come vide che tutti dormivano e che solo quel suo amico era sveglio, gli fece cenno di venire accanto a lui e lo pregò di prenderlo di nuovo e di riportarlo ai sepolcri, senza svegliare nessuno.

Sant'Antonio bastonato dai diavoli - 1423 - Stefano di Giovanni di Consolo detto Sassetta - Pinacoteca Nazionale - Siena

Sant'Antonio bastonato dai diavoli
1423
Stefano di Giovanni di Consolo detto Sassetta
Pinacoteca Nazionale - Siena

Nel 285 si sposta sul Pispir nelle vicinanze del Mar Rosso:

Sempre più risoluto nel suo proposito, si diresse verso la montagna. Al di là del fiume trovò un fortino abbandonato, pieno di serpenti perché non era più abitato da tempo; qui si trasferì e stabilì la sua dimora.
I serpenti, come se qualcuno li inseguisse, se ne fuggirono subito. Antonio sbarrò l’ingresso e depositò i pani sufficienti per sei mesi - i tebani hanno questa usanza e spesso i pani si conservano per un anno intero. All'interno aveva l’acqua e rimase là dentro l’eremo solo, come se fosse disceso in un santuario, senza uscire e senza vedere nessuno di quelli che venivano da lui.
Per molto tempo perseverò nella sua ascesi, ricevendo il pane che gli veniva calato dall’alto, dal tetto, solo due volte all’anno.

Qui:

Passò così circa vent’anni, da solo, nella vita ascetica; non usciva e si faceva vedere raramente.
Poi, siccome molti desideravano ardentemente imitare la sua vita di ascesi, e poiché erano venuti altri suoi amici e avevano forzato e abbattuto la porta, Antonio uscì come un iniziato ai misteri da un santuario e come ispirato dal soffio divino. Allora per la prima volta apparve fuori dal fortino a quelli che erano venuti a trovarlo.
Ed essi, quando lo videro, rimasero meravigliati osservando che il suo corpo aveva l'aspetto abituale e non era né ingrassato per mancanza di esercizio fisico, né dimagrito a causa dei digiuni e della lotta contro i demoni. Era tale e quale l'avevano conosciuto prima che si ritirasse in solitudine. E anche il suo spirito era puro; non appariva né triste, né svigorito dal piacere, né dominato dal riso o dall'afflizione.
Non provò turbamento al vedere la folla; non gioiva perché salutato da tanta gente, ma era in perfetto equilibrio, governato dal Verbo, nella sua condizione naturale.
Il Signore, per opera sua, guarì molti dei presenti che pativano nel loro corpo e liberò altri dai demoni.
Il Signore concedeva ad Antonio il dono della parola e così consolava molti che erano afflitti, riconciliava altri che erano in lite e a tutti ripeteva che nulla di quanto è nel mondo deve essere preferito all’amore per Cristo.
Parlando e ricordando i beni futuri e l’amore che ha mostrato per noi uomini il Dio che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, convinse molti ad abbracciare la vita solitaria. E così apparvero dimore di solitari sui monti e il deserto divenne una città di monaci che avevano abbandonato i loro beni e si erano iscritti nella cittadinanza dei cieli.

Visione di Sant'Antonio - Tavoletta toscana del '400 - Pinacoteca Vaticana

Visione di Sant'Antonio
Tavoletta toscana del '400
Pinacoteca Vaticana

I suoi seguaci sono numerosi e nel 305 si accampano ai piedi del monte dove vive e formano il primo nucleo di quello che sarà il monastero Deir Amba Antonius a Fayyum:

Un giorno uscì e tutti i monaci gli vennero incontro e lo pregarono di tenere loro un discorso. Ed egli rivolse loro queste parole in lingua egiziana.
«Le Scritture sono sufficienti alla nostra istruzione, ma è bello esortarci vicendevolmente nella fede e incoraggiarci con le nostre parole. Voi, dunque, come figli, portate al padre quello che sapete e ditemelo; io più anziano di voi, vi affiderò quello che so e che ho imparato dall’esperienza. Per prima cosa sia questo lo sforzo comune a tutti: non cedere all’indolenza dopo che abbiamo iniziato, non scoraggiarci nelle fatiche e non dire: “Da molto tempo pratichiamo l'ascesi”; piuttosto, accresciamo il nostro zelo come se incominciassimo ogni giorno. L'intera vita dell’uomo è brevissima a paragone dei secoli futuri, tutto il nostro tempo è niente di fronte alla vita eterna. Ogni cosa nel mondo viene venduta secondo il suo prezzo e scambiata con altre cose che sono di pari valore, ma la promessa della vita eterna si compra a un bassissimo prezzo. Sta scritto: I giorni della nostra vita sono settanta anni, ottanta se vi sono le forze e la maggior parte è pena e fatica. Quand'anche avessimo perseverato nell'ascesi tutti gli ottanta o i cento anni, non regneremo per cento anni, ma, invece di cento anni, regneremo nei secoli dei secoli e, dopo aver lottato sulla terra, non è sulla terra che otterremo l'eredità, ma riceveremo la promessa nei cieli e, deposto il corpo corruttibile, ne riceveremo uno incorruttibile.

Nel 311 va ad Alessandria per supportare i cristiani:

In seguito la Chiesa subì la persecuzione di Massimino. Quando i santi martiri furono condotti ad Alessandria, Antonio lasciò la sua dimora solitaria e li seguì dicendo: «Andiamo anche noi a combattere, se saremo chiamati, o a contemplare quelli che combattono».
Desiderava ricevere il martirio, non voleva però consegnarsi di sua iniziativa e serviva i confessori condannati nelle miniere e nelle prigioni. Grande era il suo zelo in tribunale nell'incoraggiare quelli che erano chiamati a sostenere la lotta, nell'assisterli quando rendevano testimonianza e nell’accompagnarli fino alla morte.
Il giudice, allora, vedendo il coraggio di Antonio e dei suoi compagni e il loro zelo in quest’opera, proibì ai monaci di mostrarsi in tribunale e di abitare in città.
Quel giorno a tutti gli altri sembrò opportuno nascondersi, Antonio invece se ne preoccupò così poco che lavò la sua tunica e l'indomani se ne stette bene in vista in un luogo elevato di fronte al tribunale e si fece vedere apertamente dal prefetto.
Tutti ne furono stupiti; il prefetto, passando di là dopo l’udienza, lo notava, ma Antonio stava là senza paura, mostrando quale sia lo zelo di noi cristiani.
Pregava di poter subire anche lui il martirio, come ho già detto, e sembrava rattristarsi di non avere potuto testimoniare la propria fede; ma il Signore lo custodiva per il bene nostro e degli altri, perché divenisse maestro di molti nella vita ascetica che aveva appreso dalle Scritture.
Tanti, anche solo al vedere il suo modo di vivere, si sforzavano di imitarne la condotta. Com’era sua abitudine, dunque, si metteva nuovamente al servizio dei confessori e, come se fosse incatenato con loro, affrontava ogni fatica per servirli.

E poi nel 312:

Quando cessò la persecuzione e il beato vescovo Pietro subì il martirio, Antonio partì e si ritirò di nuovo nella sua dimora solitaria; stava là e viveva ogni giorno il martirio della coscienza e combatteva le battaglie della fede. Praticava una grande ascesi con più forte vigore; digiunava continuamente, portava una veste con il pelo di capra all’interno e la pelle all'esterno, e ne fece uso fino alla morte. Non si lavava né il corpo né i piedi con l’acqua, l’immergeva nell’acqua solo se vi era necessità.
Nessuno lo vide mai nudo, se non dopo la morte, quando fu sepolto.

si stabilisce sul Monte Interiore:

Antonio, come se fosse ispirato da Dio, amò quel luogo. Era il posto indicatogli da chi gli aveva parlato sulla riva del fiume.
2. All’inizio ricevette dei pani dai suoi compagni di viaggio e restò solo sul monte; nessun'altro stava con lui. Ormai considerava quel posto come casa sua.
3. I saraceni stessi, vedendo lo zelo di Antonio, passavano di proposito per quella via ed erano contenti di potergli portare dei pani;
4. dalle palme ricava un povero e frugale sostentamento. Poi, quando i fratelli vennero a conoscenza del luogo, come figli che si ricordano del padre, provvidero a mandargli dei viveri;
5. ma Antonio, vedendo che alcuni dovevano affrontare fatiche e disagi per procurargli il pane, volle risparmiare anche questa fatica ai monaci. Rifletté e chiese ad alcuni di quelli che venivano a trovarlo di portargli una zappa, una scure e un po' di frumento.
6. Quando gli portarono queste cose, esplorò i dintorni della montagna e, trovato un piccolo campo adatto alla coltivazione, cominciò a lavorarlo e, dato che il fiume gli forniva acqua in abbondanza per irrigarlo, cominciò a seminare. Così fece ogni anno e in questo modo si procurò il pane, ben contento di non infastidire nessuno e di non essere di peso agli altri in nulla.
7. In seguito, vedendo che altri ancora venivano da lui, si mise a coltivare anche alcun ortaggi perché chi veniva a trovarlo ricevesse qualche conforto dopo la fatica di quel difficile cammino.
8. All’inizio le bestie del deserto, che veniva per l’acqua, danneggiavano spesso le sue sementi e le sue colture, 
9. ma Antonio prese dolcemente una di queste bestie e a tutte disse: «Perché mi fate del male mentre io non ve ne faccio? Andatevene e nel nome del Signore non avvicinatevi mai più a questo posto ». E da quel momento, come spaventate dal suo ordine, non si avvicinarono più.

Nel 355 un anno prima della morte:

Una volta gli ariani, mentendo, dissero che Antonio aveva le loro stesse idee, ma egli si indignò e si stupì quando venne a saperlo.
Poi, su richiesta dei vescovi e di tutti i fratelli, scese dal monte; venne ad Alessandria e condannò pubblicamente gli ariani dicendo che la loro eresia era l'ultima e precedeva la venuta dell’Anticristo.
Insegnava al popolo che il Figlio di Dio non è una creatura e che non è stato creato dal nulla, ma che è il Verbo eterno e Sapienza della sostanza del Padre. « Perciò è un’empietà dire: “Vi fu un tempo in cui non esisteva” perché il Verbo è sempre esistito insieme al Padre. Non abbiate dunque nessun rapporto con gli empi ariani. Non vi è infatti comunione tra la luce e le tenebre. Voi che custodite la vera fede siete cristiani, quanti invece affermano: “Il Figlio che viene dal Padre, il Verbo di Dio, è una creatura”, non differiscono in nulla dai pagani che adorano la creatura al posto del Dio che l'ha creata. Credete che tutta la creazione si indigna contro di loro perché annoverano tra le creature il Creatore e Signore di tutto, nel quale tutte le cose sono state fatte».

Nello stesso anno:

La fama di Antonio giunse fino agli imperatori. Non appena Costantino Augusto e i suoi figli, gli Augusti Costanzo e Costante, ebbero notizie dei prodigi compiuti da Antonio, gli scrivevano come a un padre e lo pregavano di rispondere.
Ma Antonio non tenne in gran conto le loro lettere, né provò piacere al riceverle; rimase tale e quale prima che le scrivessero.
Quando gli portavano le lettere, chiamava i monaci e diceva: «Perché vi meravigliate se un imperatore ci scrive? È un uomo! Meravigliatevi piuttosto che Dio abbia scritto la legge per gli uomini e abbia parlato loro per mezzo di suo Figlio».
Non voleva ricevere quelle lettere perché diceva che non sapeva rispondere a lettere di quel genere, ma tutti i monaci lo spingevano a rispondere dicendo che gli imperatori erano cristiani e che non bisognava scandalizzarli con un rifiuto; e allora Antonio permise che gliela leggessero.
E rispose felicitandosi perché adoravano Cristo e offrendo alcuni consigli per la loro salvezza; li esortava a non dare importanza alle cose presenti, ma a ricordare il giudizio futuro e a riconoscere che solo Cristo è il re vero ed eterno.
Li pregava di amare gli uomini e di aver cura della giustizia e dei poveri. Ed essi si rallegravano nel ricevere le sue lettere. Così era amato da tutti e tutti desideravano averlo come padre.

La scelta di sant'Antonio:

I fratelli volevano costringerlo a restare presso di loro perché lì portasse a compimento la sua vita, ma Antonio non accettò per diversi motivi che lasciò capire pur senza dirli, e soprattutto per questo: gli egiziani, quando muore un uomo virtuoso e specialmente quando muoiono i santi martiri, amano dare sepoltura ai loro corpi avvolgendoli in lenzuola di lino e non li nascondono sotto terra, ma li dispongono su dei lettucci e li conservano nelle loro case; credono, in questa maniera, di onorare quelli che sono morti.
Antonio aveva spesso pregato i vescovi di ammonire il popolo circa quest'uso e aveva dissuaso i laici e ammonito le donne dicendo che quest’usanza non era né lecita, né santa.
«Le tombe dei patriarchi e dei profeti, infatti, sono conservate ancora oggi e il corpo del Signore fu deposto in un sepolcro e una pietra, posta all’ingresso, lo nascose fino a che risuscitò il terzo giorno».
Con queste parole dimostrava che quelli che, dopo la morte, non nascondono i corpi dei defunti, anche se fossero santi, trasgrediscono la legge. Che cosa c’è, infatti, di più grande e di più santo del corpo del Signore?
Molti, dopo averlo sentito, decisero di seppellire sotto terra i loro morti e ringraziavano il Signore per aver ricevuto questo sapiente insegnamento.

Sul finire della sua vita:

Antonio, conoscendo tale usanza e temendo che facessero così anche per il suo corpo, salutò i monaci che stavano fuori del monte e si affrettò a partire. Entrò nella parte interna della montagna, là dove abitava di solito, e pochi mesi dopo si ammalò. Chiamò allora i suoi compagni - erano due che abitavano con lui nella parte interna della montagna e che da quindici anni conducevano vita ascetica e lo servivano poiché era molto anziano - e diceva loro:
2. «Io, come sta scritto, me ne vado per la via dei padri. Vedo che il Signore mi chiama. Voi siate
vigilanti, non lasciate che la vostra lunga ascesi si perda, ma preoccupatevi di tener viva la vostra
sollecitudine come se cominciaste soltanto adesso.
3. Conoscete le insidie dei demoni, sapete quanto sono feroci eppure deboli. Non temeteli, dunque, ma respirate sempre Cristo e abbiate fede in lui. Vivete come se doveste morire ogni giorno, vigilate su voi stessi e ricordate le esortazioni che avete udite da me.
4. Non abbiate alcun rapporto con gli scismatici, nessun rapporto con gli eretici ariani: sapete come
anch’io li evitassi a motivo della loro dottrina avversa a Cristo ed eretica.
5. Cercate piuttosto, anche voi, di unirvi innanzitutto al Signore e poi ai santi perché, dopo la vostra morte, vi accolgano nelle dimore eterne come amici e familiari. A questo pensate e riflettete. 
6. E se mi volete bene e vi ricordate di me come di un padre, non permettete che il mio corpo sia portato in Egitto per metterlo in qualche casa. È per questo motivo che sono rientrato sulla montagna e sono venuto qui. 
7. Sapete anche come cercavo sempre di convincere quelli che così facevano e come li ammonivo a desistere da quest'uso. Seppellite voi il mio corpo, nascondetelo sotto terra e osservate quello che vi ho detto, cosicché nessuno, tranne voi soli, conosca il luogo dove è deposto.
8. Nel giorno della risurrezione dai morti io lo riceverò incorrotto dal Salvatore. Dividevi le mie vesti. Al vescovo Atanasio date una delle mie vesti di pecora e il mantello su cui mi stendevo; me l’aveva dato nuovo e io l'ho consumato;
9. al vescovo Serapione date l’altra pelle di pecora; voi tenete la veste di pelo. E ora, figlioli, addio! Antonio se va e non è più con voi».

Grotta  in cui Sant'Antonio visse il suo eremitaggio - Nei pressi del monastero a lui dedicato - Egitto

Grotta  in cui Sant'Antonio visse il suo eremitaggio
Nei pressi del monastero a lui dedicato - Egitto

17 gennaio 356 nel deserto della tebaide:

Dopo queste parole i fratelli lo abbracciarono. Antonio sollevò i piedi e, come vedesse degli amici venire da lui, pieno di gioia per la loro presenza - giaceva sdraiato con il volto radioso - spirò e fu riunito ai suoi padri.
I fratelli, secondo l’ordine ricevuto, lo avvolsero in un lenzuolo e lo seppellirono nascondendo il suo corpo sotto terra. Nessuno fino a oggi sa dove sia nascosto, tranne quei due monaci.
Ciascuno di quelli che hanno ricevuto la pelle di pecora del beato Antonio e il suo mantello consumato custodisce queste vesti come un grande tesoro. Quando le guardano, è come se vedessero Antonio e, quando le indossano, è come se portassero con gioia i suoi ammonimenti.

Morte di Sant'Antonio - Tavoletta toscana del '400 - Pinacoteca Vaticana

Morte di Sant'Antonio
Tavoletta toscana del '400
Pinacoteca Vaticana

Lieta Festa di Sant'Antonio Abate!

P.S. Sabato scorso mi è arrivato il nuovo P.C., ordinato direttamente alla casa madre, dopo averlo montato e dopo aver caricato programmi, articoli, foto ecc. ecc., sullo schermo compare una maschera che mi invita a inserire il cavo di alimentazione, ma il cavo di alimentazione era già inserito, per cui ho dovuto rimpacchettare il tutto e rispedirlo al mittente. A presto.

domenica 30 aprile 2023

In pellegrinaggio la Notte di Valpurga

Rimembranze di un pellegrinaggio in Velocipede la notte di Valpurga

Come! mi disse l'albergatore, il signore è arrivato su questa macchina, colla pioggia che vien giù a secchie?
- Apparentemente, risposi io, un po' di mal'umore, a meno che non me l'abbia portata sulle spalle.
- Mettiamo il cavallo in scuderia? chiese l'oste con un riso da idiota.
Quest'uomo era veramente insopportabile. Io domandai la più bella camera dell'albergo e stabilii la rimessa del mio biciclo vicino al letto che doveva occupare. Pensate un poco se io non doveva tenermelo caro ! Un dono di mia cugina Lisbeth, sul quale avea di già percorso tutto la Boemia!
Il viaggiare col velocipede è una delle più belle e comode maniere di viaggiare. Dopo le prime miglia, i movimenti e l'equilibrio dívengono automatici, si avanza nel mondo delle chimere e dei sogni. Io senza accorgersi trasportati dalla fantasia però, penso a mia cugina, e qualche volta al vino d'Ungheria, che in questi paesi si beve vecchio e squisito. Scopo del mio viaggio era Brocken, di cui conoscerete, mi immagino, la riputazione. I miei amici avean riso un tantino alle mie spalle, affermando che il Brocken è una montagna come tutte le altre ma a mia volta io risi dei loro scherzi, ed ho pensato che se Goethe, pone sul Brocken la sua Notte di Valpurga avrà avuto le sue mille ed una ragione per preferire quel sito ad ogni altro. Se voi mi concedete che vi siano le streghe bisogna bene che abitino in qualche sito; quindi la scelta del Brocken mi pare in tutto e per tutto degna del genio creatore di Mefistofele. Se poi dubitate della loro esistenza, fatemi il piacere di passare per la Wallfischgasse di Praga, e poi discorrereme. Si vedono colà delle vecchie che fanno male alla vista e che bisognerebbe  guardare a traverso gli occhiali neri per non vederle...
Io vi dirò dunque, che sul mio biciclo avea fatto una ventina di leghe, e voi sapete bene che le leghe in Boemia sono di quelle che non finiscono mai. Io m'era sostentato lungo la strada con qualche sorsata di vecchia acquavite che porto sempre in una boraccina sospesa alla cintola Vi sono dei saccentelli che vorrebbero sostenere che quel liquore non concorda col velocipede; non lo credete; macchina e liquore trovansi in accordo perfetto, ma a patto di essere entrambi eccellenti. Io mi sentiva per conseguenza un po' stanco, e provava una tal quale pesantezza alla testa; per ciò ordinai il pranzo e per rinfrescarmi una bottiglia di vin del Reno, di cui la cantina del mio albergatore era fornita a dovizia. Io m'era seduto a tavola e mi spassava battendo il tamburro colla forchetta, di cui sperava di fare un uso migliore, quando mi veggo capitar dinanzi, con un piatto di cavoli fra le mani, una gentile servetta coi capelli biondi e gli occhi cerulei, che mi parve di vedere Lisbeth in persona. MaLisbeth è Lisbeth, e questa colla sua veste rigata, colle sue gonnelle un po' corte, e coi suoi sguardi un tantino procaci, questa è un'altra. Ciò per altro non mi tolse di restarmene pacifico al mio posto, poichè, infine, quella vista non mi riusciva sgradità. Una bella ragazza è sempre una bella ragazza; ma siccome io debbo sposare Lisbeth non ne fo gran caso. Io aveva un grande appetito, e beveva allegramente quando mi accorsi che quanto mi circondava prendeva uno strano andazzo.
L'albergatore, seduto accanto al fuoco, cantava a mezzavoce una nenia da addormentare i morti; la lampada mandava una luce che Gesùmmaria; la servetta era sempre là, e più io beveva, e più essa come tutte rassomigliava a Lisbeth.
L'altro giorno, mentre Brigida cercava il suo gomitolo di filo sotto la tavola, posso dirvelo liberamente, poichè debbo sposarla, ho dato un bacio a Lisbeth, al basso della gota quasi sul mento colla baldanza di un uomo che non ha paura di niente. Oh! se aveste veduto come quel suo visino si fece vermiglio! ... Ebbene la servetta avea al basso della gota presso al mento un segno rosso, come l'impronta di un bacio. Allora io domandai un lume e me ne andai a letto. Io mi era cacciato tra le lenzuola mi avea coperto la zucca colla berretta da notte e stava per spegnere la candela quando dal lato della porta credetti udire un rumore,un rumore di velocipede. Io sapeva che il mio era là, ma, diavolo! non poteva muoversi da se medesimo sicuramente. Mi spinsi colla testa un po' fuori dal letto, ed, oh sorpresa! Nel fondo della camera, nella parte che restava senza luce, io vedeva agitarsi una forma oscura montata sul mio velocipede che scricchiolava dolcemente. Aguzzando gli occhi per meglio discernere, misericordia! Che vidi io mai? Un gran scheletro a cavalcioni sulla sella! Era la morte, proprio la morte ma non avea la falce fra le mani.
Nel tempo che essa impiegò ad avanzarsi mi passarono per la testa molte idee strane. lo sapeva benissimo che alle falde del Brocken dovevano succedere delle avventure molto straordinarie e meravigliose; ma vedere la morte avanzarsi sul velocipede, questo sorpassava ogni mia aspettativa. Da prima io sospettai che potesse essere la servetta che veniva a vedere se avessi bisogno di qualche cosa; questo era però un cattivo pensiero chè, come il seppi di poi, ell'era una onesta fanciulla fidanzata ad un maniscalco di Huningen. Che colpa ne ha lei se ha gli occhi di Lisbeth?
- Che fai tu là nel tuo letto? mi chiese la morte. Non è di giorno che biasogna vedere il Brocken, ma all'ora del sabbato, a mezzanotte.
- Senza dubbio, io risposi, ma a quell'ora non si trovano guide che ci conducano; e poi io sono molto stanco.
- Ciò non ti arresti. Vieni con me; io ti prenderò in groppa.
- Grazie! le risposi io, vi conosco abbastanza e so che mi condurreste in luogo da cui non si fa più ritorno.
- Quanto sei sciocco! esclamò essa con un moto di impazienza, non vedi che non ho la falce? Di che dunque ti prendi paura?
- Io? io non ho paura di niente risposi tosto, anzi vengo con voi sul momento, purché mi giurate di ricondurmi.
- Te lo prometto.
- Datemi la vostra parola.
- Parola da morte onorata
E ciò dicendo, mise la mano sul fianco sinistro locché produsse uno scricchiolio d’ossa che mi fe venire la pelle d’oca.
- Aspettate che mi vesta.
- No diss’ella, non ne abbiamo il tempo: Mezzanotte sta per suonare. Ti coprirai con una falda del mio mantello, e basterà.
Accettai. Aveva una voglia matta di stregherie di incantesimi, e gli scherzi del mio amico Frantz mi pesavano ancora sullo stomaco. Egli mi accusa di credere a tutte le panzane che si raccontano, ed ha torto di farmene colpa; uomini insigni hanno creduto alla magia: fino negli atti apostolici si fa menzione di un mago! Io mi sedetti dunque sulla molla del Velocipede, ruminando fra me stesso come avremmo fatto a sortire dall'albergo, che in quell'ora era tutto chiuso.
Ma d'improvviso si apri la finestra , e la morte ed io escimmo per quella montati sul velocipede che si innalzava come un uccello, mentre vedevamo fuggire sotto ai nostri piedi i tetti delle case di Münden, ed i due campanili della piccola chiesa. La luna splendea nel suo pieno. Io mi aggrappai alla mia condutrice, e per tenermi più saldo strinsi fra le mani due delle sue costole. Essa diresse la sua corsa verso il Brocken che si innalzava nero nero dinanzi a noi. Voi sapete che questa montagna ha un pendio molto dolce, noi toccammo dunque rapidamente la vetta, che figura una pianura convessa. La morte fece qualche evoluzione circolare, perché io potessi esaminare i luoghi, Grandi burroni, molti sassi, un’erba agra ed oscura, ecco quanto mi fu dato vedere; e per quanto spalancassi gli occhi non vidi anima nata. Intorno a noi svolazzavano corvi ed uccelli notturni che mi parevano di smisurata grandezza.
- Ah! dissi io alla morte, dov'è la tregenda?
- Sotto ai nostri piedi, mi rispose essa; e se ben non la trovi completa, egli è che tu non sai evocarla. Vedi gli sterpi e la ginestra agitarsi sotto il vento della notte vedi i pipistrelli volar circolando sulla cima della deserta della montagna. È la notte di Valpurga che comincia e che l'immaginazione dell'uomo popolerà; ma il sabbato che creerà la sua immaginazione non raggiungerà mai l'orrore profondo e sinistro che ispirano questi luoghi.
Siediti sulla montagna; spettri larve,  fantasmi, chimere, ti circonderanno...
- Allora, diss’io, codesto è un affare di pura poesia?
- Fanne la prova tu stesso.
- No, grazie, risposi; comprendo la vostra morale e d'ora in poi non crederò più a Goëthe.
- Io voglio che tu ne sia convinto. Scendi.
- È inutile.
-Vuoi tu scendere si o no?
- No.
Questo monosillabo spiacque alla morte che si agitò sui pedali. Il Velocipede fè un caraccollo e patatrac... io cado colle gambe all'aria sul tappeto della stanza, trascinando nella caduta il candeliere e facendo un fracasso infernale. Io non era ancor rinvenuto dal mio sbalordimento che la porta si apri, e la servetta entrò per informarsi di quanto mi era accaduto. lo la rassicurai. Nel domani pria di partire, io le chiesi licenza di baciarla al basso della gota presso al mento per vedere, se ritornando a casa, trovasssi Lisbeth a sua volta segnata in quel rosso a quel posto.

Fritz Har
L'Emporio pittoresco - 1870

Velocipide per la notte di Valpurga

Velocipede - Particolare riprodotto da un disegno di F. A. Brockhaus per l'enciclopedia tedesca del 1887

Lieta Notte di Valpurga

mercoledì 22 febbraio 2023

In Capite Jejunii

In Capite Jejunii - A capo del digiuno e la locuzione latina che indica il giorno in cui vengono bruciati i rametti di ulivo benedetti l'anno precedente durante la Domenica delle Palme, la cenere che se ne ricava viene usata nella cerimonia dell'imposizione delle Ceneri in cui il prete con la mano disegna una croce sulla fronte delle fedeli e sul capo dei fedeli recitando una di queste due formule:

Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris - Uomo, ricordati che sei polvere e in polvere tornerai

Paenitemini, et credite Evangelio - Convertitevi e credete al Vangelo

In questo giorno inizia la Quaresima che ci porterà alla Pasqua e noi lo conosciamo come Mercoledì delle Ceneri. 
Nel 1787 cadeva il 20 febbraio e Johann Wolfgang von Goethe lo viveva a Roma ricordando il Carnevale romano appena passato:

" Mercoledì delle Ceneri.

Tutte le pazzie ora sono finite. Gl’innumerevoli moccoletti di ieri sera furono però, per dir vero, spettacolo curioso. È d’uopo aver visto il carnovale a Roma, per essere pienamente liberi dal desiderio di vederlo altra volta. Non è cosa la quale si possa scrivere; narrata a voce potrebbe darsi riuscisse dilettevole. La cosa la quale riesce ingrata in quello, si è che fanno difetto ai più la gioia spontanea; quel tanto di danaro che pure occorrerebbe, per prendersi spasso. I grandi sono economi, si tengono in disparte; il ceto medio è di ristrette fortune; il popolo senza brio, senza vita. Nell’ultimo giorno vi fu un chiasso indescrivile, ma non vera gioia. Il cielo di una purezza e di una splendidezza rara, illuminava, nobile ed innocente, tutte quelle stravaganze.
Dal momento però, che costà non sarà possibile imitarlo, mando per trattenimento dei ragazzi le maschere del carnovale, ed i costumi propri dei Romani disegnati e dipinti, i quali potranno tenere luogo a quei cari piccini di un capitolo, che fa difetto nell’Orbis pictus. "

Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87 (1816-1817) - Roma
Johann Wolfgang von Goethe  
Traduzione  Augusto Nomis di Cossilla 1875

In Capite Jejunii - Mercoledì delle Ceneri

Nel giugno dello stesso anno da Napoli Goethe ritorna a Roma e qui occupandosi dei resoconti del suo primo soggiorno romano, a proposito del Mercoledì delle Ceneri, scrive:

" Così è passata come un sogno, come una favola, questa festa dell'intemperanza, e nell'animo di chi vi ha assistito ne rimane forse ancor meno che in quello dei nostri lettori, all'immaginazione e all'intelletto dei quali abbiamo presentato un tale quadro nelle sue linee d'insieme.
Se nel bel mezzo di codeste follie il rozzo Pulcinella ci rammenta spavaldo le gioie amorose cui siamo debitori del nostro essere, se una qualche Baubol vilipende sulla pubblica piazza il mistero della maternità, se tante candele accese nella notte evocano al nostro spirito la solennità estrema, ciò non fa che esortarci a riflettere, in mezzo alle insensatezze, sui principali momenti della nostra vita.
Ancor più nettamente questa via lunga, stretta, piena di folla, richiama al pensiero il cammino dell'esistenza terrena, dove ogni attore o spettatore, a viso scoperto o mascherato, affacciato al balcone o seduto in una tribuna, non vede intorno e dinanzi a sé che un esiguo spazio, e sia in carrozza che a piedi avanza passo passo, piuttosto incalzato che camminando, piuttosto costretto a fermarsi che non sostando liberamente; oppure moltiplica gli sforzi per arrivar là dove possa muoversi più facilmente e più lietamente, e una volta che vi sarà arrivato si troverà in nuove angustie e finalmente sarà respinto.
Se ci è lecito continuare a parlare con maggior gravità di quanto l'argomento in apparenza comporti, osserveremo che i piaceri più intensi e più vivi, non diversamente dai cavalli sfreccianti, ci si mostrano solo per un istante, senza quasi lasciar traccia nell'anima; che libertà e uguaglianza possono assaporarsi solo nella vertigine della follia; e che non c'è gioia più grande e affascinante di quella che proviamo sfiorando il pericolo, della voluttà dolce e terribile che ci proviene dalla sua vicinanza.
Si potrà così dire che anche noi, pur senza volerlo, abbiamo concluso il nostro carnevale con una meditazione da mercoledì delle Ceneri; ma con essa non vogliamo certo immalinconire i nostri lettori.
Ci auguriamo piuttosto che, essendo la vita nel suo complesso altrettanto imprevedibile, ingrata e, tutto sommato, irta di rischi quanto il carnevale romano, questa spensierata falange di maschere serva d'ammonimento a ricordare l'importanza d'ogni attimo di gioia, per quanto fugace possa sembrare, che ci è concesso dalla vita. "

Viaggio in Italia - Goethe Johann Wolfgang
Traduzione Roberto Fertonani

Lieto In Capite Jejunii - Mercoledì delle Ceneri!

Per ulteriori informazioni


venerdì 6 gennaio 2017

Il 6 gennaio

Il 6 gennaio.

Per tenervi ancora una volta discorso di cose di chiesa, voglio narrarvi che nella notte del Natale abbiamo vagato per la città, e visitate le chiese dove si compivano le funzioni. Una fra queste è frequentata in modo speciale, dove l’organo e la musica hanno un'impronta tutta pastorale, riproducendo il suono delle zampogne dei pastori, il cinguettio degli uccelletti, come del pari i belati degli agnelli.

Nel primo giorno delle feste di Natale, vidi il Papa in S. Pietro con tutto il suo clero che circondava il suo trono, mentre egli celebrava le funzioni solenni del rito.

E' spettacolo questo unico nella sua specie, stupendo, imponente pure, se si vuole; ma io sono oramai troppo invecchiato nelle idee protestanti, e tutta quella pompa anziché scalzarle, contribuiva a rafforzarle in me: potrei io pure, come il mio pio predecessore dire a questo clero mondano, non mi vogliate nascondere il sole di una arte più sublime, di una umanità più pura.


Oggi, giorno dell’Epifania, ho voluto assistere alla messa celebrata secondo il rito greco. Le cerimonie mi parvero più adatte, più serie, più ponderate; e ad onta di ciò, più popolari di quelle del rito latino.

Ed ivi pure ho provato che sono oramai diventato vecchio per ogni cosa, ad eccezione della verità. Le loro cerimonie, i loro sacrifici, le loro processioni, i loro balli, tutto ciò scivola sopra di me, e cade a terra, né più né meno, che l’acqua sopra un tabarro di tela cerata. I fenomeni per contro, le scene della natura, quale il tramonto del sole alla villa Madama, un capo lavoro dell’arte, quale la testa non mai abbastanza lodata della Ginnone, producono pur sempre sopra di me viva e profonda impressione.

Ora comincia a darmi molestia la prospettiva dei teatri. Nella settimana ventura ne saranno aperti niente meno che sette. Trovasi qui Anfossi stesso, e reciterà Alessandro nelle Indie; si rappresenterà pure il Ciro, colla presa di Troia per ballo. Quest’ultimo farebbe la felicità dei ragazzi.

Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87 - Roma
Johann Wolfgang von Goethe
Traduzione Augusto Nomis di Cossilla 


Buona Epifania a tutti con un po' più di allegria rispetto a quella che riusciva a percepire Johann Wolfgang von Goethe e un abbraccio alle sorelle Befane !

Per chi vuole approfondire:

venerdì 18 aprile 2014

Il Venerdì Santo di Goethe in Italia


Crocifissione
1512 - 1516
Mathis Gothart Grünewald
Musée d'Unterlinden - Colmar


A Palermo in Sicilia su Monte Pellegrino si trova incastonato nella roccia il santuario di santa Rosalia; 
Johann Wolfgang von Goethe lo visitò durante le celebrazioni del Venerdì Santo e lo descrive così nel suo libro Viaggio in Italia:

"Il vero e proprio luogo sacro si accorda con l'umiltà della Santa, che qui cercò rifugio, molto più delle feste sontuose celebrate in onore della sua rinunzia al mondo. Quando si è sulla montagna si trova un angolo di roccia e ci si vede di fronte una parete, una rupe scoscesa contro la quale la chiesa e il convento sono come incrostati. L'esterno della chiesa non ha nulla di invitante, ma nell'entrare si resta sorpresi. Si vede un vestibolo, vasi con acqua benedetta e qualche confessionale. La navata è un cortile scoperto chiuso da un lato da una rupe selvaggia, al centro sta una fontana in pietra. La grotta stessa è trasformata in coro senza perdere il suo carattere selvaggio. Vi si accede salendo alcuni scalini. Tutto è illuminato dalla luce del cortile. In fondo, nell'oscurità della grotta, c'è l'altare maggiore. Dato che le rocce gocciolavano sempre d'acqua, bisognava mantenere il luogo il più asciutto possibile. Ci si è riuscito per mezzo di condotti e grondaie di piombo, legati tra loro. L'acqua è diretta verso un serbatoio limpido ove l'attingono i fedeli per adoperarla contro ogni sorta di mali." 

Per ulteriori informazioni
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