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sabato 17 gennaio 2026

Sant'Antonio Abate e il maialino

Alfredo Cattabiani, nel Calendario del 1988, riporta una leggenda del nuorese secondo cui, in tempi antichi, il mondo era privo di fuoco e gli uomini soffrivano il freddo. Una delegazione sarebbe stata inviata nel deserto della Tebaide a pregare Sant'Antonio affinché procurasse loro il fuoco. Dopo molte insistenze, l'eremita acconsentì e si recò alle porte dell'inferno accompagnato dal suo maialino. I diavoli, riconoscendone il potere, tentarono di respingerlo, ma il maialino riuscì a introdursi nell'inferno seminando il caos tra le schiere demoniache. Incapaci di fermarlo, Satana e i suoi angeli furono costretti a implorare Sant'Antonio perché lo riprendesse. Durante il ritorno sulla terra, il bastone a forma di tau del santo prese fuoco, permettendogli di accendere una catasta di legna, da quel momento il fuoco riscaldò l'umanità.
Questa leggenda riprende gli schemi narrativi già presenti nelle Tentazioni di Sant'Antonio della letteratura agiografica medievale, in cui l'eremita affronta i demoni e sfida l'inferno. Alla struttura agiografica si aggiunge la presenza del maialino, che Cattabiani interpreta come residuo di un nucleo precristiano, ipotesi sviluppata anche da Margarethe Riemschneider, secondo cui il maialino sarebbe la forma sostitutiva di un più antico cinghiale sacro, attributo del dio celtico Lug, divinità della luce, della rinascita e della fecondità. Lo scambio del cinghiale con il maiale domestico verrebbe spiegata come effetto della cristianizzazione.

Madonna tra i santi Antonio Abate e Giorgio 1445 circa - Pisanello - National Gallery - Londra

Madonna tra i santi Antonio Abate e Giorgio 1445 circa - Pisanello - National Gallery - Londra

Questa interpretazione si colloca nella tradizione analogica inaugurata da James George Frazer nel Ramo d'oro, secondo cui la ricorrenza di simboli simili, il fuoco, l'animale astuto, l'oltretomba, indicherebbe una continuità cultuale sotterranea. Tale approccio presuppone che la leggenda conservi una memoria arcaica e che rifletta un culto precedente. Questo metodo comparativo, che mira a postulare continuità genealogica, continuità culturale o simbolica è oggi ampiamente criticato dai medievisti, in quanto è considerato problematico perché trascura l’evidenza cronologica e sociale delle pratiche documentabili.
Nei bestiari e nella letteratura allegorica medievale, il comportamento naturale del cinghiale è percepito come aggressivo, indomabile, selvaggio e viene assunto come allegoria morale e spirituale delle passioni umane. Gli amanuensi medievali, se avessero voluto, avrebbero potuto caricare l'animale di significati ancor più negativi; nella maggior parte dei casi, invece, si limitarono a trasmetterne un valore simbolico e morale.
In questa prospettiva, anche la scelta artistica delle raffigurazioni di Sant'Antonio con il cinghiale, come quelle di Pisanello, del 1445 circa, visibile alla National Gallery di Londra e dell'incisione di Antonio Tempesta del 1597, utilizzate dalla Riemschneider a sostegno della propria tesi, vanno lette come elaborazioni iconografiche colte, in cui il cinghiale rappresenta la ferinità, il peccato o gli ostacoli alla virtù superati dall'asceta. Si tratta di immagini allegoriche, non di testimonianze di un culto pagano sopravvissuto.

Sant'Antonio con il cinghiale - 1597 - Incisione Antonio Tempesta

Sant'Antonio con il cinghiale - 1597 - Incisione Antonio Tempesta

L'origine storicamente documentabile dell'associazione tra Sant'Antonio e il maiale come abbiamo visto l'anno scorso in l'ignis sacer, si colloca nell'XI secolo, in seguito alla traslazione delle reliquie del santo in Francia e alla diffusione del cosiddetto Fuoco di Sant'Antonio e alla cura dell'ergotismo. In questo contesto, gli ospedali antoniani allevavano maiali, che venivano distinti dagli altri animali vaganti mediante una campanella al collo, secondo pratiche ufficialmente autorizzate dal Papa. Il maiale fungeva da risorsa concreta, forniva carne, grasso per unguenti terapeutici e sostegno economico alle istituzioni assistenziali. Non si trattava di un animale sacro, ma di uno strumento di carità. Solo successivamente diventa attributo iconografico del santo.
L'evoluzione dell'immagine di Sant'Antonio Abate, da asceta del deserto a protettore degli animali e figura centrale della religiosità contadina, mostra in modo particolarmente chiaro il carattere storico e dinamico del culto. L'Antonio delle fonti tardoantiche, come emerge dalla Vita Antonii di Atanasio di Alessandria, è un eremita egiziano impegnato nella lotta ascetica e spirituale contro le tentazioni e i demoni interiori, non si menziona alcun maiale, né alcuna funzione di donatore del fuoco. Solo in epoca medievale, proprio a partire dalla diffusione del fuoco di Sant'Antonio e dall'attività degli ospedali antoniani, la figura del santo viene progressivamente reinterpretata come guaritore e protettore contro la malattia. Nel contesto della religiosità rurale, questa funzione si estende alla protezione degli animali domestici e delle comunità contadine. Tale trasformazione non è il riflesso di una sopravvivenza di culti agrari precristiani, ma il risultato di una rielaborazione storica e popolare del culto cristiano, che adatta la figura del santo ai bisogni concreti delle comunità nel corso del tempo.
Il parallelismo tra la leggenda nuorese e il mito di Prometeo è evidente nella struttura narrativa; in entrambi i casi un mediatore sottrae il fuoco a una potenza ostile per restituirlo agli uomini; questo non implica una continuità cultuale, ma mostra come la cultura medievale potesse attingere a schemi narrativi universali, anche di origine classica, per esprimere in forma simbolica funzioni cristiane. In questo caso, il racconto spiega in modo eziologico e accessibile perché Sant'Antonio guarisca il "fuoco" e perché sia accompagnato da un maiale, traducendo pratiche devozionali e assistenziali in una narrazione efficace.
La leggenda nuorese, dunque, non consente di dimostrare l'esistenza di un residuo pagano, ma permette di osservare la creatività del cristianesimo medievale nella costruzione di immagini, simboli e racconti legati al male, alla malattia e alla salvezza. Il culto di Sant'Antonio si sviluppa nel Mediterraneo attraverso l'interazione tra fonti agiografiche, iconografia e pratiche devozionali concrete, non attraverso la sopravvivenza di culti precristiani. L'associazione con il maiale e con il fuoco è il prodotto di un contesto medievale ben definito.
Dagli anni Settanta del Novecento, medievisti come Peter Brown, Jean-Claude Schmitt, Jacques Le Goff, André Vauchez e Caroline Walker Bynum hanno mostrato che la cultura cristiana popolare va analizzata a partire dalle pratiche documentate e dalle funzioni sociali, per poi, in modo dinamico, considerare i segni distintivi, l'iconografia, le narrazioni e infine le interpretazioni simboliche. È in questa prospettiva che va letta la leggenda nuorese di Sant'Antonio, espressione storicamente situata della religiosità cristiana medievale e non trasmissione di un mito pagano.
E allora, alla fine, la domanda è se dietro la leggenda di Sant'Antonio si nasconda un frammento di storia mitologica, un cinghiale, dei pagani, o qualcosa di più semplice e molto più vero?
Ti sei mai chiesto dove nasce davvero il senso di un simbolo, esclusivamente nei miti antichi, o nelle menti degli uomini? Il resto, che sia fuoco, maiale, demone, provalo. Funziona solo quando lo vedi accendersi.

Lieta Festa di Sant'Antonio Abate!
Per ulteriori informazioni:

venerdì 17 gennaio 2025

L'ignis sacer e il maialino

Sant'Antonio Abate, come abbiamo visto in Vita Antonii, muore il 17 gennaio del 356 nel deserto della tebaide e viene seppellito in un luogo segreto che torna alla luce solo nella seconda meta del VI secolo, 561 circa, con la traslazione delle relique ad Alessandria d'Egitto; nel 670 circa, a causa dell'invasione araba, vengono trasferite a Costantinopoli e nell'XI secolo raggiungono il villaggio di La Motte aux Bois in Francia con Jaucelin di Châteauneuf, identificato come nipote di Gugliemo familiare di Carlo Magno, che durante un pellegrinaggio in Terra Santa le riceve in dono dall'imperatore Costantino IV. Le reliquie del santo vengono inizialmente interrate e tali rimangono fino al 1070, anno in cui il discendente di Jaucelin Ghigo di Didier Ghigodi per custodirle fa costruire una chiesa, che da al villaggio il nuovo nome di Saint Antoine Abbaye, diviene luogo di devozione e pellegrinaggio e dal 1083 "casa" di un gruppo del priorato benedettino di Montmajour.
Nel 1095 Gastone de Valloire riceve la grazia chiesta a sant'Antonio Abate per la guarigione del figlio dall'ergotismo, oggi sappiamo esser causato dall'ingestione di farine contaminate dalla Claviceps purpurea, e fonda la prima comunità di ospedalieri di Sant'Antonio Abate che nel 1297 con la bolla di Bonifacio VIII diventa Ordine dei canonici regolari di Vienne seguace della regola di sant'Agostino.
I Cavalieri Ospedalieri di Sant'Antonio Abate, che andranno a spargere i loro centri curativi lungo la via Francigena e si diffonderanno in Europa, per alleviare con il grasso l'ignis sacer, il fuoco sacro o ardente causato dal'ergostismo e dall'herpes zoster, ebbero il permesso di allevare a spese della comunità dei maiali che con un campanello legato al collo, per distinguerli dagli altri, circolavano liberamente nelle strade ed è così che il maiale entra a far parte dell'iconografia del santo, l'ignis sacer prende il nome di fuoco di sant'Antonio e li ritroviamo insieme nelle leggende che lo riguardano.

Sant'Antonio Abate - Miniatura del 1555 dal Libro delle Ore collezione Lescalopie - Biblioteca di Amiens

Sant'Antonio Abate
Miniatura del 1555 
Libro delle Ore collezione Lescalopie 
Biblioteca di Amiens

Lieta Festa di Sant'Antonio Abate!

mercoledì 17 gennaio 2024

Vita Antonii

Il 17 gennaio 1787 Johann Wolfgang von Goethe si trova a Roma, partecipa alla Festa di Sant'Antonio Abate, osserva con attenzione il rito della benedizione degli animali che a partire dal 1437 si svolge ogni anno nella chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino ubicata in via Carlo Alberto vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, e il giorno dopo nel suo diario di viaggio scrive:

" Ieri, festa di sant'Antonio Abate, abbiamo goduto una divertente giornata.
Faceva il più bel tempo del mondo, durante la notte c'era stato il gelo, e il giorno era sereno e tiepido. È facile constatare che tutte le religioni che hanno allargato i limiti del loro culto o della loro meditazione filosofica, hanno finito col rendere in certa misura partecipi dei favori della spiritualità anche gli animali.
Sant'Antonio, abate o vescovo, è il patrono delle creature a quattro zampe, e la sua festa diventa un saturnale delle bestie normalmente addette a portare la soma, nonché dei loro guardiani e conducenti.
Oggi tutti i padroni debbono restarsene a casa, oppure girare a piedi, e non si manca mai di raccontare qualche brutta storia di signori miscredenti che, avendo obbligato in questo giorno i loro cocchieri ad attaccare gli equipaggi, sono stati puniti con gravi sciagure.
La chiesa sorge su una piazza così vasta da sembrare quasi deserta, ma che nella ricorrenza è animatissima; cavalli e muli, con le criniere e le code intrecciate di nastri vistosi e sovente sfarzosi, vengono condotti davanti a una cappelletta alquanto discosta dalla chiesa, dove un prete, con un grande aspersorio in mano e una fila di secchi e tinozze d'acqua benedetta dinanzi a sé, annaffia senza risparmio i vispi animali, a volte raddoppiando maliziosamente d'energia per incitarli.
Cocchieri devoti portano ceri grandi e piccoli, i signori inviano elemosine e doni, affinché per tutto l'anno le preziose e utili bestie siano preservate da ogni guaio.
Asini e bestiame cornuto, oggetto di non minori cure per i proprietari, beneficiano di questa distribuzione di grazie per la parte loro destinata.
Ci concedemmo poi il piacere d'una lunga passeggiata sotto quel cielo così benigno, circondati da oggetti del massimo interesse, cui stavolta dedicammo, però, poca attenzione, indulgendo senza ritegno all'allegria e agli scherzi. "

Viaggio in Italia
Johann Wolfgang von Goethe
Traduzione Emilio Castellani

Benedizione dei cavalli - 1823 - Antoine Jean Baptiste Thomas

Benedizione dei cavalli
1823
Antoine Jean Baptiste Thomas 

Asini, bovi, cavalli utili al lavoro dei campi insieme ad agnelli, pecore, capre, conigli, galline, maiali, mucche, oche, cani e gatti, parati a festa, arrivano dalla campagna circostante, accompagnati dagli allevatori e dai contadini con cui condividono un rapporto simbiotico di sopravvivenza, e tra le carrozze dei nobili brulicano nel piazzale della chiesa in attesa di essere aspersi con l'acqua santa per ben augurare un anno produttivo e sostanzioso in quel passaggio che dalla posa invernale porta al fermento primaverile.
Il 17 gennaio 1702 l'ambasciatore dell'imperatore d'Austria, per evitare la ressa antistante alla chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino fa benedire i suoi cavalli in una delle cappelle di Sant’Eligio de’ Ferrari e provoca così una contesa tra le due comunità religiose che auspicano per sé il servizio della benedizione.
La questione si risolve solo nel 1831 con il Cardinale Vicario che attribuisce il rito benedizionale alla chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino, pena, la sospensione a divinis, per chi non rispetti l'ufficialità della decisione.
Nel XX secolo per questioni di ordine pubblico e di traffico la tradizione rituale della benedizioni degli animali passa alla chiesa di Sant’Eusebio all'Esquilino tra via Napoleone III e piazza Vittorio.

Sant'Antonio Abate - 1664 - Francisco de Zurbarán

San Antonio Abate
1664
Francisco de Zurbarán

Sant'Antonio, padre del monachesimo e protettore degli animali da fattoria, di quelli domestici, degli allevatori e dei contadini, nasce a Coma, l'odierna Qumans in Egitto, intorno al 251 da madre e padre cristiani, ha una sorella più piccola che affida a una comunità di vergini dopo la morte dei genitori che avviene quando lui ha 18 anni. Dona i loro averi ai poveri e si stabilisce fuori dal villaggio per condurre in solitudine una vita casta, umile, dedicata al lavoro e alla preghiera.
Proviamo a conoscerlo meglio con le parole del suo discepolo e biografo, Atanasio di Alessandria,  che in " Vita Antonii" racconta del diavolo:

"... che odia il bene ed è invidioso, non sopportò di vedere in un giovane tale proposito di vita e incominciò a mettere in opera anche contro di lui i suoi intrighi abituali.
Per prima cosa cercò di distoglierlo dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria, il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita. Infine gli suggeriva il pensiero di come sia aspra la virtù e quali fatiche richieda e gli metteva dinanzi la debolezza del corpo e la lunghezza del tempo.
Insomma risvegliò nella sua mente una grande tempesta di pensieri, perché voleva distoglierlo dalla sua giusta decisione.
Ma come il Nemico si vide debole di fronte al proposito di Antonio e vide che era piuttosto lui a essere vinto dalla fermezza di Antonio, respinto dalla sua grande fede e abbattuto dalle sue continue preghiere, allora confidò in quelle armi che si trovano presso l'ombelico e se ne gloriò - sono queste le prime insidie contro i giovani -. Assale così il giovane turbandolo di notte, molestandolo di giorno al punto che quelli che lo vedevano si accorgevano della lotta che si combatteva tra i due.
L’uno, infatti, suggeriva pensieri impuri, l'altro li scacciava con le preghiere; l'uno lo eccitava, l’altro, come arrossendo di vergogna, dava forza al suo corpo mediante la fede e i digiuni.
Il diavolo, sciagurato, di notte assumeva anche l'aspetto di una donna e ne imitava il comportamento in tutte le maniere, con il solo intento di sedurre Antonio. Ma questi, pensando a Cristo e meditando sulla nobiltà che l’uomo possiede grazie a lui e sulla qualità spirituale dell’anima, spegneva il fuoco della sua seduzione.
Di nuovo il Nemico gli suggeriva la dolcezza del piacere, ma Antonio, come adirato e addolorato, pensava alla minaccia del fuoco e al tormento del verme, opponeva questi pensieri alle tentazioni del Nemico e passava attraverso di esse senza patirne danno.

Il santo per seguire il suo percorso spirituale si allontana dal villaggio:

Dopo aver dato ordine a un suo amico di portargli del pane a lunghi intervalli di tempo, entrò in un sepolcro, chiuse la porta e rimase là dentro, solo. Ma il Nemico, che non sopportava la cosa, perché temeva che in breve tempo il deserto divenisse una città di asceti, una notte entrò nel sepolcro con una moltitudine di demoni e lo percosse a tal punto da lasciarlo steso a terra, incapace di parlare.
Antonio, poi, assicurava che la sofferenza era talmente grande da fargli dire che le percosse inflitte da
uomini non avrebbero mai potuto causare tale tormento.
Per disposizione della divina Provvidenza - il Signore, infatti, non distoglie mai il suo sguardo da quanti
sperano in lui - il giorno seguente giunse quel suo amico a portargli il pane. Come aprì la porta, vide che Antonio giaceva a terra come morto; lo prese, lo trasportò alla casa del Signore, nel villaggio, e lo adagiò a terra.
Molti parenti e la gente del villaggio stavano seduti attorno ad Antonio come presso un morto. Ma verso mezzanotte questi rientrò in se stesso, si svegliò e come vide che tutti dormivano e che solo quel suo amico era sveglio, gli fece cenno di venire accanto a lui e lo pregò di prenderlo di nuovo e di riportarlo ai sepolcri, senza svegliare nessuno.

Sant'Antonio bastonato dai diavoli - 1423 - Stefano di Giovanni di Consolo detto Sassetta - Pinacoteca Nazionale - Siena

Sant'Antonio bastonato dai diavoli
1423
Stefano di Giovanni di Consolo detto Sassetta
Pinacoteca Nazionale - Siena

Nel 285 si sposta sul Pispir nelle vicinanze del Mar Rosso:

Sempre più risoluto nel suo proposito, si diresse verso la montagna. Al di là del fiume trovò un fortino abbandonato, pieno di serpenti perché non era più abitato da tempo; qui si trasferì e stabilì la sua dimora.
I serpenti, come se qualcuno li inseguisse, se ne fuggirono subito. Antonio sbarrò l’ingresso e depositò i pani sufficienti per sei mesi - i tebani hanno questa usanza e spesso i pani si conservano per un anno intero. All'interno aveva l’acqua e rimase là dentro l’eremo solo, come se fosse disceso in un santuario, senza uscire e senza vedere nessuno di quelli che venivano da lui.
Per molto tempo perseverò nella sua ascesi, ricevendo il pane che gli veniva calato dall’alto, dal tetto, solo due volte all’anno.

Qui:

Passò così circa vent’anni, da solo, nella vita ascetica; non usciva e si faceva vedere raramente.
Poi, siccome molti desideravano ardentemente imitare la sua vita di ascesi, e poiché erano venuti altri suoi amici e avevano forzato e abbattuto la porta, Antonio uscì come un iniziato ai misteri da un santuario e come ispirato dal soffio divino. Allora per la prima volta apparve fuori dal fortino a quelli che erano venuti a trovarlo.
Ed essi, quando lo videro, rimasero meravigliati osservando che il suo corpo aveva l'aspetto abituale e non era né ingrassato per mancanza di esercizio fisico, né dimagrito a causa dei digiuni e della lotta contro i demoni. Era tale e quale l'avevano conosciuto prima che si ritirasse in solitudine. E anche il suo spirito era puro; non appariva né triste, né svigorito dal piacere, né dominato dal riso o dall'afflizione.
Non provò turbamento al vedere la folla; non gioiva perché salutato da tanta gente, ma era in perfetto equilibrio, governato dal Verbo, nella sua condizione naturale.
Il Signore, per opera sua, guarì molti dei presenti che pativano nel loro corpo e liberò altri dai demoni.
Il Signore concedeva ad Antonio il dono della parola e così consolava molti che erano afflitti, riconciliava altri che erano in lite e a tutti ripeteva che nulla di quanto è nel mondo deve essere preferito all’amore per Cristo.
Parlando e ricordando i beni futuri e l’amore che ha mostrato per noi uomini il Dio che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, convinse molti ad abbracciare la vita solitaria. E così apparvero dimore di solitari sui monti e il deserto divenne una città di monaci che avevano abbandonato i loro beni e si erano iscritti nella cittadinanza dei cieli.

Visione di Sant'Antonio - Tavoletta toscana del '400 - Pinacoteca Vaticana

Visione di Sant'Antonio
Tavoletta toscana del '400
Pinacoteca Vaticana

I suoi seguaci sono numerosi e nel 305 si accampano ai piedi del monte dove vive e formano il primo nucleo di quello che sarà il monastero Deir Amba Antonius a Fayyum:

Un giorno uscì e tutti i monaci gli vennero incontro e lo pregarono di tenere loro un discorso. Ed egli rivolse loro queste parole in lingua egiziana.
«Le Scritture sono sufficienti alla nostra istruzione, ma è bello esortarci vicendevolmente nella fede e incoraggiarci con le nostre parole. Voi, dunque, come figli, portate al padre quello che sapete e ditemelo; io più anziano di voi, vi affiderò quello che so e che ho imparato dall’esperienza. Per prima cosa sia questo lo sforzo comune a tutti: non cedere all’indolenza dopo che abbiamo iniziato, non scoraggiarci nelle fatiche e non dire: “Da molto tempo pratichiamo l'ascesi”; piuttosto, accresciamo il nostro zelo come se incominciassimo ogni giorno. L'intera vita dell’uomo è brevissima a paragone dei secoli futuri, tutto il nostro tempo è niente di fronte alla vita eterna. Ogni cosa nel mondo viene venduta secondo il suo prezzo e scambiata con altre cose che sono di pari valore, ma la promessa della vita eterna si compra a un bassissimo prezzo. Sta scritto: I giorni della nostra vita sono settanta anni, ottanta se vi sono le forze e la maggior parte è pena e fatica. Quand'anche avessimo perseverato nell'ascesi tutti gli ottanta o i cento anni, non regneremo per cento anni, ma, invece di cento anni, regneremo nei secoli dei secoli e, dopo aver lottato sulla terra, non è sulla terra che otterremo l'eredità, ma riceveremo la promessa nei cieli e, deposto il corpo corruttibile, ne riceveremo uno incorruttibile.

Nel 311 va ad Alessandria per supportare i cristiani:

In seguito la Chiesa subì la persecuzione di Massimino. Quando i santi martiri furono condotti ad Alessandria, Antonio lasciò la sua dimora solitaria e li seguì dicendo: «Andiamo anche noi a combattere, se saremo chiamati, o a contemplare quelli che combattono».
Desiderava ricevere il martirio, non voleva però consegnarsi di sua iniziativa e serviva i confessori condannati nelle miniere e nelle prigioni. Grande era il suo zelo in tribunale nell'incoraggiare quelli che erano chiamati a sostenere la lotta, nell'assisterli quando rendevano testimonianza e nell’accompagnarli fino alla morte.
Il giudice, allora, vedendo il coraggio di Antonio e dei suoi compagni e il loro zelo in quest’opera, proibì ai monaci di mostrarsi in tribunale e di abitare in città.
Quel giorno a tutti gli altri sembrò opportuno nascondersi, Antonio invece se ne preoccupò così poco che lavò la sua tunica e l'indomani se ne stette bene in vista in un luogo elevato di fronte al tribunale e si fece vedere apertamente dal prefetto.
Tutti ne furono stupiti; il prefetto, passando di là dopo l’udienza, lo notava, ma Antonio stava là senza paura, mostrando quale sia lo zelo di noi cristiani.
Pregava di poter subire anche lui il martirio, come ho già detto, e sembrava rattristarsi di non avere potuto testimoniare la propria fede; ma il Signore lo custodiva per il bene nostro e degli altri, perché divenisse maestro di molti nella vita ascetica che aveva appreso dalle Scritture.
Tanti, anche solo al vedere il suo modo di vivere, si sforzavano di imitarne la condotta. Com’era sua abitudine, dunque, si metteva nuovamente al servizio dei confessori e, come se fosse incatenato con loro, affrontava ogni fatica per servirli.

E poi nel 312:

Quando cessò la persecuzione e il beato vescovo Pietro subì il martirio, Antonio partì e si ritirò di nuovo nella sua dimora solitaria; stava là e viveva ogni giorno il martirio della coscienza e combatteva le battaglie della fede. Praticava una grande ascesi con più forte vigore; digiunava continuamente, portava una veste con il pelo di capra all’interno e la pelle all'esterno, e ne fece uso fino alla morte. Non si lavava né il corpo né i piedi con l’acqua, l’immergeva nell’acqua solo se vi era necessità.
Nessuno lo vide mai nudo, se non dopo la morte, quando fu sepolto.

si stabilisce sul Monte Interiore:

Antonio, come se fosse ispirato da Dio, amò quel luogo. Era il posto indicatogli da chi gli aveva parlato sulla riva del fiume.
2. All’inizio ricevette dei pani dai suoi compagni di viaggio e restò solo sul monte; nessun'altro stava con lui. Ormai considerava quel posto come casa sua.
3. I saraceni stessi, vedendo lo zelo di Antonio, passavano di proposito per quella via ed erano contenti di potergli portare dei pani;
4. dalle palme ricava un povero e frugale sostentamento. Poi, quando i fratelli vennero a conoscenza del luogo, come figli che si ricordano del padre, provvidero a mandargli dei viveri;
5. ma Antonio, vedendo che alcuni dovevano affrontare fatiche e disagi per procurargli il pane, volle risparmiare anche questa fatica ai monaci. Rifletté e chiese ad alcuni di quelli che venivano a trovarlo di portargli una zappa, una scure e un po' di frumento.
6. Quando gli portarono queste cose, esplorò i dintorni della montagna e, trovato un piccolo campo adatto alla coltivazione, cominciò a lavorarlo e, dato che il fiume gli forniva acqua in abbondanza per irrigarlo, cominciò a seminare. Così fece ogni anno e in questo modo si procurò il pane, ben contento di non infastidire nessuno e di non essere di peso agli altri in nulla.
7. In seguito, vedendo che altri ancora venivano da lui, si mise a coltivare anche alcun ortaggi perché chi veniva a trovarlo ricevesse qualche conforto dopo la fatica di quel difficile cammino.
8. All’inizio le bestie del deserto, che veniva per l’acqua, danneggiavano spesso le sue sementi e le sue colture, 
9. ma Antonio prese dolcemente una di queste bestie e a tutte disse: «Perché mi fate del male mentre io non ve ne faccio? Andatevene e nel nome del Signore non avvicinatevi mai più a questo posto ». E da quel momento, come spaventate dal suo ordine, non si avvicinarono più.

Nel 355 un anno prima della morte:

Una volta gli ariani, mentendo, dissero che Antonio aveva le loro stesse idee, ma egli si indignò e si stupì quando venne a saperlo.
Poi, su richiesta dei vescovi e di tutti i fratelli, scese dal monte; venne ad Alessandria e condannò pubblicamente gli ariani dicendo che la loro eresia era l'ultima e precedeva la venuta dell’Anticristo.
Insegnava al popolo che il Figlio di Dio non è una creatura e che non è stato creato dal nulla, ma che è il Verbo eterno e Sapienza della sostanza del Padre. « Perciò è un’empietà dire: “Vi fu un tempo in cui non esisteva” perché il Verbo è sempre esistito insieme al Padre. Non abbiate dunque nessun rapporto con gli empi ariani. Non vi è infatti comunione tra la luce e le tenebre. Voi che custodite la vera fede siete cristiani, quanti invece affermano: “Il Figlio che viene dal Padre, il Verbo di Dio, è una creatura”, non differiscono in nulla dai pagani che adorano la creatura al posto del Dio che l'ha creata. Credete che tutta la creazione si indigna contro di loro perché annoverano tra le creature il Creatore e Signore di tutto, nel quale tutte le cose sono state fatte».

Nello stesso anno:

La fama di Antonio giunse fino agli imperatori. Non appena Costantino Augusto e i suoi figli, gli Augusti Costanzo e Costante, ebbero notizie dei prodigi compiuti da Antonio, gli scrivevano come a un padre e lo pregavano di rispondere.
Ma Antonio non tenne in gran conto le loro lettere, né provò piacere al riceverle; rimase tale e quale prima che le scrivessero.
Quando gli portavano le lettere, chiamava i monaci e diceva: «Perché vi meravigliate se un imperatore ci scrive? È un uomo! Meravigliatevi piuttosto che Dio abbia scritto la legge per gli uomini e abbia parlato loro per mezzo di suo Figlio».
Non voleva ricevere quelle lettere perché diceva che non sapeva rispondere a lettere di quel genere, ma tutti i monaci lo spingevano a rispondere dicendo che gli imperatori erano cristiani e che non bisognava scandalizzarli con un rifiuto; e allora Antonio permise che gliela leggessero.
E rispose felicitandosi perché adoravano Cristo e offrendo alcuni consigli per la loro salvezza; li esortava a non dare importanza alle cose presenti, ma a ricordare il giudizio futuro e a riconoscere che solo Cristo è il re vero ed eterno.
Li pregava di amare gli uomini e di aver cura della giustizia e dei poveri. Ed essi si rallegravano nel ricevere le sue lettere. Così era amato da tutti e tutti desideravano averlo come padre.

La scelta di sant'Antonio:

I fratelli volevano costringerlo a restare presso di loro perché lì portasse a compimento la sua vita, ma Antonio non accettò per diversi motivi che lasciò capire pur senza dirli, e soprattutto per questo: gli egiziani, quando muore un uomo virtuoso e specialmente quando muoiono i santi martiri, amano dare sepoltura ai loro corpi avvolgendoli in lenzuola di lino e non li nascondono sotto terra, ma li dispongono su dei lettucci e li conservano nelle loro case; credono, in questa maniera, di onorare quelli che sono morti.
Antonio aveva spesso pregato i vescovi di ammonire il popolo circa quest'uso e aveva dissuaso i laici e ammonito le donne dicendo che quest’usanza non era né lecita, né santa.
«Le tombe dei patriarchi e dei profeti, infatti, sono conservate ancora oggi e il corpo del Signore fu deposto in un sepolcro e una pietra, posta all’ingresso, lo nascose fino a che risuscitò il terzo giorno».
Con queste parole dimostrava che quelli che, dopo la morte, non nascondono i corpi dei defunti, anche se fossero santi, trasgrediscono la legge. Che cosa c’è, infatti, di più grande e di più santo del corpo del Signore?
Molti, dopo averlo sentito, decisero di seppellire sotto terra i loro morti e ringraziavano il Signore per aver ricevuto questo sapiente insegnamento.

Sul finire della sua vita:

Antonio, conoscendo tale usanza e temendo che facessero così anche per il suo corpo, salutò i monaci che stavano fuori del monte e si affrettò a partire. Entrò nella parte interna della montagna, là dove abitava di solito, e pochi mesi dopo si ammalò. Chiamò allora i suoi compagni - erano due che abitavano con lui nella parte interna della montagna e che da quindici anni conducevano vita ascetica e lo servivano poiché era molto anziano - e diceva loro:
2. «Io, come sta scritto, me ne vado per la via dei padri. Vedo che il Signore mi chiama. Voi siate
vigilanti, non lasciate che la vostra lunga ascesi si perda, ma preoccupatevi di tener viva la vostra
sollecitudine come se cominciaste soltanto adesso.
3. Conoscete le insidie dei demoni, sapete quanto sono feroci eppure deboli. Non temeteli, dunque, ma respirate sempre Cristo e abbiate fede in lui. Vivete come se doveste morire ogni giorno, vigilate su voi stessi e ricordate le esortazioni che avete udite da me.
4. Non abbiate alcun rapporto con gli scismatici, nessun rapporto con gli eretici ariani: sapete come
anch’io li evitassi a motivo della loro dottrina avversa a Cristo ed eretica.
5. Cercate piuttosto, anche voi, di unirvi innanzitutto al Signore e poi ai santi perché, dopo la vostra morte, vi accolgano nelle dimore eterne come amici e familiari. A questo pensate e riflettete. 
6. E se mi volete bene e vi ricordate di me come di un padre, non permettete che il mio corpo sia portato in Egitto per metterlo in qualche casa. È per questo motivo che sono rientrato sulla montagna e sono venuto qui. 
7. Sapete anche come cercavo sempre di convincere quelli che così facevano e come li ammonivo a desistere da quest'uso. Seppellite voi il mio corpo, nascondetelo sotto terra e osservate quello che vi ho detto, cosicché nessuno, tranne voi soli, conosca il luogo dove è deposto.
8. Nel giorno della risurrezione dai morti io lo riceverò incorrotto dal Salvatore. Dividevi le mie vesti. Al vescovo Atanasio date una delle mie vesti di pecora e il mantello su cui mi stendevo; me l’aveva dato nuovo e io l'ho consumato;
9. al vescovo Serapione date l’altra pelle di pecora; voi tenete la veste di pelo. E ora, figlioli, addio! Antonio se va e non è più con voi».

Grotta  in cui Sant'Antonio visse il suo eremitaggio - Nei pressi del monastero a lui dedicato - Egitto

Grotta  in cui Sant'Antonio visse il suo eremitaggio
Nei pressi del monastero a lui dedicato - Egitto

17 gennaio 356 nel deserto della tebaide:

Dopo queste parole i fratelli lo abbracciarono. Antonio sollevò i piedi e, come vedesse degli amici venire da lui, pieno di gioia per la loro presenza - giaceva sdraiato con il volto radioso - spirò e fu riunito ai suoi padri.
I fratelli, secondo l’ordine ricevuto, lo avvolsero in un lenzuolo e lo seppellirono nascondendo il suo corpo sotto terra. Nessuno fino a oggi sa dove sia nascosto, tranne quei due monaci.
Ciascuno di quelli che hanno ricevuto la pelle di pecora del beato Antonio e il suo mantello consumato custodisce queste vesti come un grande tesoro. Quando le guardano, è come se vedessero Antonio e, quando le indossano, è come se portassero con gioia i suoi ammonimenti.

Morte di Sant'Antonio - Tavoletta toscana del '400 - Pinacoteca Vaticana

Morte di Sant'Antonio
Tavoletta toscana del '400
Pinacoteca Vaticana

Lieta Festa di Sant'Antonio Abate!

P.S. Sabato scorso mi è arrivato il nuovo P.C., ordinato direttamente alla casa madre, dopo averlo montato e dopo aver caricato programmi, articoli, foto ecc. ecc., sullo schermo compare una maschera che mi invita a inserire il cavo di alimentazione, ma il cavo di alimentazione era già inserito, per cui ho dovuto rimpacchettare il tutto e rispedirlo al mittente. A presto.

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