martedì 26 febbraio 2013

La fiera delle vanità

Vanitas
Angelo Caroselli


"Noi fummo i Gattopardi, i Leoni;
 chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; 
e tutti quanti, Gattopardi, sciacalli e pecore,
 continueremo a crederci il sale della terra."

Il Gattopardo
Giuseppe Tomasi di Lampedusa



giovedì 21 febbraio 2013

"Ottavia, città - ragnatela"

Marco Polo esce dal suo Milione e  diviene voce narrante del libro Le città invisibili scritto da Italo Calvino durante il suo soggiorno a Parigi, il grande mercante e viaggiatore veneziano allegoria dell'immaginazione, descrive all'imperatore Kublai Khan allegoria della razionalità, l'esplorazione di cinquantacinque città surreali, dalle peculiari caratteristiche assolutamente originali e impregnate di impressioni realmente vissute; le città che esibiscono tutte un nome di donna e che sono inserite in 11 schemi tematici:
Le città e la memoria
Le città e il desiderio
Le città e i segni
Le città sottili
Le città e gli scambi
Le città e gli occhi
Le città e il nome
Le città e i morti
Le città e il cielo
Le città continue
Le città nascoste
raccolti in nove capitoli incorniciati all'inizio e alla fine da due dialoghi tra Marco Polo e Kublai  Khan, rappresentano fondamentalmente quel caos invivibile che scorre tra l'irreale irraggiungibile e il reale inospitale entro cui, attraverso un atto mentale dinamico si può cercare e scovare il vivere ideale.  


Otto sono le zampe dei ragni ed è dunque Ottavia a prendere la forma della  città - ragnatela, una delle città sottili, sospesa sul vuoto di un burrone, si sostiene con delle funi ancorate su due montagne, vacilla leggera nell'instabilità della sua struttura relazionale che è si forte come l'acciaio ma anche tanto fragile, cresce, si sviluppa, si protende, ma verso il basso e la sua gente vive certa nella sua incertezza.

Sciarada Sciaranti


"Se volete credermi, bene, Ora dirò come è fatta Ottavia, città - ragnatela. C'è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è il suo vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c'è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s'intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d'elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d'acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo. Sospesa sull'abisso, la vita degli abitanti d'Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che la rete non regge."

Ottavia - Le città invisibili 
Italo Calvino

lunedì 18 febbraio 2013

Il Congresso degli Arguti - L' Abate Luigi


Ebbene si! Il povero Abate Luigi dopo aver dato voce, insieme alle altre statue parlanti, al malcontento del popolo, è stato alla fine imprigionato in una gabbia con steli di ortica che in piena solidarietà  gli tengono compagnia e se si osserva attentamente si intravede un sorriso sulle sue labbra che non vuole cogliere lo stato di indecoroso abbandono che lo circonda, ma tutto il pregio  di un pianeta che porta in sé, sempre indomabile, il seme della vita che germoglia ogni qual volta gli esseri umani non sono impegnati a distruggerlo ed è a quello che da valore al contrario dei "potenti padroni del mondo".  


L'Abate Luigi è una statua romana di marmo bianco che raffigura un magistrato o un oratore con una  toga sfarzosa, risale all'epoca tardo imperiale ed è stata trovata durante gli scavi per le fondazioni di Palazzo Vidoni, in quella che anticamente era l'area del Teatro di Pompeo, in un primo tempo la statua venne alloggiata in una nicchia ad angolo tra via del Sudario e vicolo dell'Abate Luigi, poi, in seguito alle demolizioni per i lavori di sbancamento per l'apertura di corso Vittorio Emanuele II, fu allocata nel cortile di Palazzo Chigi a piazza Colonna, nel 1924 fu trasferita per breve tempo a palazzo Caffarelli e ricollocata infine a ridosso del muro della Basilica di S. Andrea della Valle a piazza Vidoni, sede del suo originario ritrovamento.


Il suo nome sembra che sia un omaggio del popolo al saggio sacrestano  della chiesa di via del Sudario

FUI DELL'ANTICA ROMA UN CITTADINO
ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA
CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO
NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA
EBBI OFFESE, DISGRAZIE E SEPOLTURA
MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA


A causa della prolungata esposizione agli agenti atmosferici l'Abate Luigi perse la testa originale nel 1888 che  fu rimpiazzata immediatamente da un'altra di epoca romana e quando nel suo peregrinare giunse nel ricco palazzo Caffarelli dichiarò con una vena sarcastica di "aver perso la testa"; nel 1966 la testa fu decapitata ancora una volta e ricostruita nel 1970 dal calco di una sua copia conservata al museo di Roma in Trastevere, all'autore di questo atto vandalico  la statua dedicò la sua ultima pasquinata:


"O tu che m'arubbasti la capoccia
vedi d'ariportalla immantinente
sinnò, vòi véde? Come fusse gnente
me manneno ar Governo. E ciò me scoccia."

"O tu che mi hai rubato la testa
vedi di riportarla immediatamente
se no vuoi vedere? Come fosse niente
mi mandano al Governo. E ciò mi scoccia."


Post dedicati al Congresso degli Arguti

giovedì 14 febbraio 2013

"Arda di dolcezza il core"

La festa è un momento dedicato di contemplazione che consacra, un rito che già nell'attesa della sua realizzazione eleva l'anima, una sintesi che accoglie, rinsalda, recupera e sublima il valore di ciò che si vive ogni giorno, una reverenza alla memoria del passato, può essere vista come un segno di interpunzione che aiuta a delineare la struttura di uno scritto e in un certo senso è  rendere conscio ciò che nello scorrere della quotidianità è riservato naturalmente all'inconscio. Ogni individuo può liberamente riconoscere e condividere o meno il calibro sostanziale che ogni festa racchiude o può più superficialmente castigarla lasciandosi trasportare dall'aspetto consumistico, ma il suo ruolo di vincolo d'identità collettiva e di scambio culturale è assolutamente indubbio.

Buon S.Valentino


"...Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha a esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza..."

Canzona di Bacco - Canti carnascialeschi
Lorenzo de' Medici

martedì 12 febbraio 2013

Coriandoli e Stelle Filanti

L'uso carnevalesco propiziatorio, ben consolidato nel  Medioevo, di spargere sulla gente mascherata arance, grano e granturco, gusci di uova colmi di essenze profumate, monete e anche petali di fiori, con l'andar del tempo gradatamente si polarizza più sul lancio dei diavoloni:

"Volgarmente si da tal nome ad una sorta di zuccherini, composti specialmente con essenza di cannella, garofani, menta, e simili; perciò di sapore acutissimo, riscaldanti e eccitanti"

Accademia della Crusca

"Un tempo, nome di certi grossi confetti con l'anima di cannella, che venivano lanciati nei corsi mascherati"
 Treccani


Sul finire del XVI secolo seguono altri confetti, aromatizzati con i semi di coriandolo:

"Cuopronsi i coriandoli di zucchero per confetti, rompono le ventosità del ventre mangiati dopo pasto, e rendono buon odore e fanno buon fiato masticati in bocca; e verdi le sue foglie nelle mescolanze d'insalata non fanno male."

Il trattato della cultura e dei giardini
Giovanvettorio Soderini


" ... Quegli delle carrozze scaglian confetti e mazzolini di fiori alle finestre; e tutto questo grandinare e ricevere e gittar di fiori e di confetti forma tutto il bello, il vario e l'animato di questa festa. Ne i romani son essi soli a codesto tripudio; ma le migliaia di forestieri calati a Roma dalle regioni tramontane, se ne sollazzano meravigliosamente, e non sanno saziarsi di matteggiare; perocché usati come sono alle loro contrade, ove i popoli son di natura più, riposata e tranquilla, per non dir fredda, si abbandonano alla sbrigliata a quella gaiezza ch'è propria de' sangui meridionali.. E gli è una gioia a vedere que' nobili e ricchi giovanotti stranieri scalmanarsi a gittar manciate e mestolate di confetti sulla folla del popolo, e a far lune e soli e stelle sulle schiene, perocché i confetti rompendosi e sfarinandosi fan sulle giubbe sprazzi e cialdoni bianchissimi.
Essi sono nelle carrozze in tinse, e tengono al volto la visiera di reticino fitta; ma tuttavia è tanta la grandine che scroscia dalle finestre, che hanno tutti l'aria di mugnai usciti allora dalla tramoggia e dal frullone.

' Aggiungete in messo a codesto frastuono le maschere a piedi, ove i pagliacci e i pulcinelli hanno legate in capo certe mazzuole vesciche gonfie, e le zombano pel capo e per le spalle del popolo con un rimbombo indiavolato: gli arlecchini colle spatole fesse picchiano gli astanti, e rumoreggiano e croccano; altre maschere soffiano nelle buccine di mare, e cornando assordano: chi batte sistri, chi cembali; e il rumor delle ruote, l'annitrio de' cavalli, il trambusto degli strumenti fende il cielo. Ed ecco si sparano le bambardelle.
Le carrozze a quel segnale imboccano i vicoli da lato, e sfogano nelle vie parallele al Corso, sgomberando per la corsa de' baveri: al secondo sparo quelle migliaia di carrozze si son dileguate, ed un drappello di cavalleggeri spassa di gran carriera tutto il Corso. Allora i popoli si ritirano stipati lungo le case, e attendono il passaggio rapidissimo de' corsieri ... "

Edmondo - o Dei costumi del popolo romano
Padre Antonio Bresciani

però sono sostituiti successivamente da confetti di gesso amalgamato sempre ai semi di coriandolo:

"certe pallottoline di gesso, che si fabbricano a posta in alcune città d'Italia, da gittarsi addosso per sollazzo nelle feste di carnevale"

Tommaseo - Bellini


questi confetti di gesso vengono accantonati a loro volta nel 1875 per la nascita dei coriandoli di carta promossa dal Cavalier Enrico Mangili di Crescenzago, un industriale possessore di una filanda che pensa bene di riciclare i dischetti  ricavati dagli scarti dei fogli forati utilizzati per la lettiera dei bachi da seta, che più leggeri dei confetti si prestano ad essere trasportati dal vento creando un vortice di sensazioni avvolgenti per un'atmosfera decisamente suggestiva, che il Cavalier Mangili arricchisce ancora di più con i nastrini di carta dei messaggi telegrafici che diventano stelle filanti.

"i coriandoli di carta ... furono una trovata di certo Mangilli di Crescenzago (Milano), traendo profitto dei dischetti che risultavano dalle carte forate pei bachi. Sostituirono il gesso e la terra dei tramontati carnevali ambrosiani, e i confetti usati anteriormente"

Alfredo Panzini


Ma in un'intervista del 1957 per Rai radio,  è l'ingegner Ettore Fenderl che rivendica l'invenzione dei coriandoli, sostenendo che nel 1876 aveva ritagliato dei triangolini di carta perché non possedeva i soldi necessari per comprare i confetti di gesso con cui si festeggiava il Carnevale.


Allegro martedì grasso

martedì 5 febbraio 2013

Adagio

Adagio vive
un abbraccio tremulo
screzia la neve

© Sciarada Sciaranti





LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...